Riportiamo di seguito un articolo apparso su ”L’ Unità”. L’intervista a Carlo Lizzani, noto cineasta di sinistra, rivela un aspetto impensato del pensiero del regista.
SORPRESA! L’ANTIFASCISTA COMUNISTA LIZZANI INVITA A NON BANALIZZARE IL REGIME: “NON CI SI PUO’ FERMARE ALLA STIGMA, IL FASCISMO FU ANCHE MODERNIZZAZIONE E OPPORTUNITA’ PER I GIOVANI
Tony Jop
Per “L’Unità”
Ma come, Carlo Lizzani prova nostalgia dell’era fascista? Lo conosco da trent’anni e non me ne so no mai accorto. “Io donna” gli dedica una intervista, intelligente, tra l’altro, la stampa, lo intervista a sua volta e titola: “Il bello del fascismo”. Uno dei maestri del cinema italiano, nonché storico di questa arte, per di più intellettuale organico del grande Pci, ha “confessato” che uno dei più bei giorni della sua vita “forse” è stato quando da giovanissimo vide il suo nome stampato in coda ad un suo articolo su una rivista del regime fascista. Basta questo a scatenare la notizia. E cioè che un “vecchio comunista italiano” si commuove ora a ricordare il Ventennio? Se ci fermassimo a questa osservazione saremmo davvero un po’ tendenziosi, perché è vero che l’approccio di Lizzani al fascismo storico non si chiude in una stringata demonizzazione dei fatti. Lizzani articola, ma da sempre – leggetevi se potete la sua autobiografia intellettuale fresca di stampa, Il mio lungo viaggio nel secolo breve, Einaudi – fugge dagli standard e cerca di capire, così distingue, e questo percorso può suggerire, a chi è a caccia di contraddizioni che la fine del Pci e gli anni, come la ritirata dei ghiacci in montagna, stanno scoprendo relitti insospettati della nostra storia.
Allora, Carlo, quanto era bello il Regime…
“Ci risiamo, ma pazienza. Mi hanno fatto una intervista corretta e le hanno appiccicato un titolo sproporzionato. Normale meccanismo giornalistico, fa parte del gioco. Ovviamente non provo alcuna nostalgia per il fascismo, mi fa sorridere trovarmi qui a dire quel che sto dicendo….”.
Ci sarà un motivo che magari formalmente autorizza un giornalista ad appiccicare al suo pedigree politico una fascinazione tanto eversiva rispetto alla realtà….
“Forse perché mi fermo agli stereotipi, non l’ho mai fatto e seguito a non farlo. La vulgata ha consacrato l’associazione fascismo-uguale dittatura e basta. Dovrebbe bastare per condannarlo. Ma non basta. L’equazione è sufficiente per un regime come quello di Pinochet, oppure dei colonnelli greci, dei militari argentini. Il fascismo storico, quello italiano, fu un fenomeno più complesso, e per rimuovere definitivamente un processo storico complesso come quello studiato a fondo analizzandone meccanismi e funzionamento…”.
Chiaro, ma dove si ferma questo sguardo storico, mentre si scopre anche testimone di quel processo?
“Il fascismo storico accompagnò, come è noto, la dittatura con leggi liberticide razziali, con la complicità con Hitler, ma anche con un processo di modernizzazione che oggi dovrebbe essere ben conosciuto. Questo grazie ad una quantità di risorse materiali oggi non riscontrabili e impiegate in modo massiccio per favorire un ricambio di energie dove si produceva cultura. Per questo, mi trovai ad un certo punto della mia vita a gioire del fatto che, benché giovanissimo, potessi disporre di uno spazio mio su in giornale. Ma successe a tanti altri…”.
Come no. Peccato che quelle risorse e quelli spazi fossero il frutto di rapina di libertà individuali e collettive. Nelle università, per esempio, largo ai giovani, dopo che i docenti ebrei erano stati sbattuti fuori dalla porta…
“Tutto vero e incontestabile. Ma qui non si tratta di rivedere il giudizio negativo sul fascismo. Ma di capire un fenomeno di grandi proporzioni. Riviste universitarie, cine-Guf, teatri-Guf, urbanistica, radio, cinema, l’enciclopedia Tracanni: questo processo di modernizzazione diede ai giovani possibilità di modernizzazione addirittura superiori a quelli che oggi vengono messi a disposizione dalle università. Certo, bisogna sempre ricordare che questo processo che guardava al Novecento, era risolto nell’ottica ottocentesca del nazionalismo. E allo stesso tempo non va dimenticato che quelle risorse venivano attinte con la rapina nei confronti di paesi colonizzati, o addirittura con la distruzione di razze inferiori. Poi c’era quel filo culturalmente antiborghese che sottendeva la ‘vitalità’ del fascismo…”.
Antiborghesi per burla. Nei fatti il fascismo operò in altra direzione…
“Ma intanto… questo consentì uno scivolamento di tanti giovani da una ‘vita fascista’ a una iniziativa comunista. Ecco uno dei motivi per cui l’uso che si fece nel ’68 della parola o dell’accusa ‘fascista’ non mi è mai sembrata adeguato”. Forse. Ma nel ’68 ci si diceva null’altro, tra compagni, ‘Tu sei fascista’, ‘questo che vuoi è fascista’ , era un modo efficace, credo, di educarsi reciprocamente, a riconoscere in ciascuno di noi, i momenti incui i pensieri marginali, il nocciolo della cultura fascista prendevano il sopravvento in questo o quel comportamento…
“Funzionava così per tutti? Fatto sta che ‘fascista’ divenne un’etichetta buona per coprire la complessità di un gran fenomeno storico. E credimi, se si vuole evitare che torni a galla, e riprenda fiato, conviene avvicinarcisi con intelligenza, occorre osservare da vicino, analizzare…” Sembri un positivista che incita a non aver paura di confrontarsi con un cadavere su un tavolo anatomico… “Purtroppo non è un cadavere. Stiamoci attenti, e cerchiamo di andare contro lo stigma”.
IL BARGELLO, foglio telematico di contro informazione del Nucleo universitario CARAVELLA, della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Università di Firenze.
Anche in versione cartacea, periodico distribuito gratuitamente nella Facoltà di Lettere.
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