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Archive for Novembre 2007

Un uomo particolare

In Uncategorized on Novembre 28, 2007 at 4:00 pm

L’ intervista unica ad un uomo Unico.

Romano Malaspina & Goldrake

L’ icona della generazione dei paninari, dei figli degli anni ‘80, di chi è cresciuto a pane e anime. Lui, Goldrake, il Robot d’acciaio, o il Drago d’Oro, che a più di vent’anni dalla sua comparsa sugli schermi italiani è ancora nel ricordo pregno di nostalgia di quei bambini (oggi adulti) cresciuti con le sue mirabilianti avventure.

Un personaggio discusso, al centro di critiche da parte di genitori e istituzioni, per la violenza di alcune scene o per il suo significato latente: l’ esaltazione dell’ IO, dell’uomo che, forte solo del proprio coraggio e di determinazione, lotta per il futuro e il bene comune.  Odiato dalle sinistre che lo accusavano di essere troppo “nietzscheano” (per la logica di allora equivalente di fascista), emblema di virtù quali coraggio, amicizia, spirito di abnegazione, Goldrake è presentato ora dalla Voce italiana che lo ha reso così famoso in Italia: Romano Malaspina.

L’ intervista verrà pubblicata a puntate.  Cari utenti, a voi riconnetervi presto su queste pagine per il finale.

 

Marco Petrelli

 

 

Basta stronzate!!!

In Uncategorized on Novembre 27, 2007 at 6:44 pm

IERI COME OGGI

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NON SCENDERE A COMPROMESSI!

SALVA L’ IDEALE! PRESERVA LA TUA IDENTITA’! 

Intellettuale militante

In Attualità politica, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Lettere, Link, Miscellanea, Onore Fedeltà Coraggio, Storia politica, Tradizione, destra fiorentina, militanza, politica on Novembre 27, 2007 at 2:03 pm

        

LA CHIAMATA

 

Nella tradizione della destra, da sempre, esiste la figura dell’intellettuale militante: uomo di pensiero e di azione, politico e filosofo,(di Marco Cimmino) – Nella tradizione della destra, da sempre, esiste la figura dell’intellettuale militante: uomo di pensiero e di azione, politico e filosofo, che, con il suo impegno e le sue intuizioni, contribuisce attivamente al cambiamento sociale e al bene comune. Da qualche tempo, purtroppo, la destra italiana ha assunto, viceversa, un costume culturale statico, privo di impatto sulla gente, con una classe intellettuale più tesa ad autoanalizzarsi e ad interrogarsi sul proprio destino che a preoccuparsi di costruirlo. Noi, invece, crediamo che sia venuto il tempo di rendere attivi i nostri pensieri: di abbandonare le torri d’avorio o i pensatoi conventuali, per tornare tra la gente, assumendoci la responsabilità e l’onore di indicarle la strada. Lo strumento di questa rivoluzione possono essere i Circoli della Nuova Italia, attraverso i quali vogliamo restituire alla politica la sua dimensione popolare, troppe volte eclissata da quella semplicemente populista. Per farlo, c’è bisogno di idee e di opere: bisogna che i nostri intellettuali escano dall’ombra, tolgano dagli armadi le insegne del loro grado e partecipino a questa battaglia di civiltà e di cultura: prima che sia troppo tardi, prima che passi il momento buono e si risprofondi nel torpore e nell’ignavia. Quel momento è adesso: il grande fermento che circonda il centrodestra e la percezione evidente di un possibile e, speriamo, vicino successo elettorale, ci impongono di programmare seriamente e attentamente il nostro futuro politico. Per questa ragione, oggi, chiamiamo sotto la nostra bandiera tutti coloro che sentano di avere ancora qualcosa da dare e da dire alla nostra gente: promettiamo loro fatica e soddisfazione, impegno ed aiuto. E’ venuto il momento di riprendere a pensare in grande: di prendere in mano il timone e di tracciare la rotta. Noi crediamo che sia il dovere di un intellettuale che si dica di destra farsi avanti e partecipare: assumersi, insomma, gli impegni e le responsabilità che la nostra gente si aspetta da lui. Molte cose ci sono da fare: l’identità e la partecipazione, certo, ma anche il territorio, la scuola, la comunità e la comunicazione, l’economia, sono tutti campi ove la latitanza di una classe intellettuale preparata e decisa si è fatta sentire per troppo tempo. Sta, ora, agli intellettuali e ai politici fare la propria parte: i primi organizzando e coltivando le realtà locali, i secondi impegnandosi a non lasciare più queste realtà abbandonate a loro stesse, facendo sentire tutto il peso del loro appoggio. Insomma, qui si tratta di tornare a lavorare, uniti, per il bene dell’Italia. Chiunque abbia la volontà e la fiducia per partecipare a questo progetto sarà accolto a braccia aperte. Non appena avremo ottenuto un numero di adesioni qualitativamente e quantitativamente adeguato, partiremo con l’organizzazione delle strutture e delle attività: non c’è tempo da perdere. Attraverso tutti i canali correnti (Associazione Nuova Italia, Area, Destrasociale.org eccetera) è possibile aderire a questa nostra chiamata: a gennaio ci conteremo e, se Dio vuole, partiremo per questa traversata. Ne varrà comunque la pena, perché, sull’altra sponda, ci aspetta una nuova Italia. L’Italia che vogliamo. che, con il suo impegno e le sue intuizioni, contribuisce attivamente al cambiamento sociale e al bene comune. Da qualche tempo, purtroppo, la destra italiana ha assunto, viceversa, un costume culturale statico, privo di impatto sulla gente, con una classe intellettuale più tesa ad autoanalizzarsi e ad interrogarsi sul proprio destino che a preoccuparsi di costruirlo. Noi, invece, crediamo che sia venuto il tempo di rendere attivi i nostri pensieri: di abbandonare le torri d’avorio o i pensatoi conventuali, per tornare tra la gente, assumendoci la responsabilità e l’onore di indicarle la strada. Lo strumento di questa rivoluzione possono essere i Circoli della Nuova Italia, attraverso i quali vogliamo restituire alla politica la sua dimensione popolare, troppe volte eclissata da quella semplicemente populista. Per farlo, c’è bisogno di idee e di opere: bisogna che i nostri intellettuali escano dall’ombra, tolgano dagli armadi le insegne del loro grado e partecipino a questa battaglia di civiltà e di cultura: prima che sia troppo tardi, prima che passi il momento buono e si risprofondi nel torpore e nell’ignavia. Quel momento è adesso: il grande fermento che circonda il centrodestra e la percezione evidente di un possibile e, speriamo, vicino successo elettorale, ci impongono di programmare seriamente e attentamente il nostro futuro politico. Per questa ragione, oggi, chiamiamo sotto la nostra bandiera tutti coloro che sentano di avere ancora qualcosa da dare e da dire alla nostra gente: promettiamo loro fatica e soddisfazione, impegno ed aiuto. E’ venuto il momento di riprendere a pensare in grande: di prendere in mano il timone e di tracciare la rotta. Noi crediamo che sia il dovere di un intellettuale che si dica di destra farsi avanti e partecipare: assumersi, insomma, gli impegni e le responsabilità che la nostra gente si aspetta da lui. Molte cose ci sono da fare: l’identità e la partecipazione, certo, ma anche il territorio, la scuola, la comunità e la comunicazione, l’economia, sono tutti campi ove la latitanza di una classe intellettuale preparata e decisa si è fatta sentire per troppo tempo. Sta, ora, agli intellettuali e ai politici fare la propria parte: i primi organizzando e coltivando le realtà locali, i secondi impegnandosi a non lasciare più queste realtà abbandonate a loro stesse, facendo sentire tutto il peso del loro appoggio. Insomma, qui si tratta di tornare a lavorare, uniti, per il bene dell’Italia. Chiunque abbia la volontà e la fiducia per partecipare a questo progetto sarà accolto a braccia aperte. Non appena avremo ottenuto un numero di adesioni qualitativamente e quantitativamente adeguato, partiremo con l’organizzazione delle strutture e delle attività: non c’è tempo da perdere. Attraverso tutti i canali correnti (Associazione Nuova Italia, Area, Destrasociale.org eccetera) è possibile aderire a questa nostra chiamata: a gennaio ci conteremo e, se Dio vuole, partiremo per questa traversata. Ne varrà comunque la pena, perché, sull’altra sponda, ci aspetta una nuova Italia. L’Italia che vogliamo.

Marco Cimmino

tratto da www.destrasociale.org

Ripensare il Sud: Una nuova Idea del Mezzogiorno per governare l’ Italia

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Eventi, Link, Meridione, Storia politica, destra fiorentina on Novembre 26, 2007 at 4:45 pm

Documento di Azione Giovani

 

 

per la Conferenza nazionale di Alleanza Nazionale per il Mezzogiorno

 

Bari 2/3 marzo

“Intervenendo direttamente e sottraendo alla società le sue responsabilità, lo Stato assistenziale porta ad uno spreco di energie umane e a una sovrabbondanza di enti pubblici, che sono dominati più da un modo di pensare burocratico che dall’interesse per i loro utenti, e che sono accompagnati da enormi aumenti della spesa pubblica. In realtà, a quanto sembra, i bisogni sono compresi e soddisfatti meglio da coloro che si trovano a più stretto contatto con chi è in difficoltà e possono comportarsi da buoni vicini di casa rispetto a questi ultimi”. GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Centesimus Annus.



PREMESSA:

RIPARTIRE DAL SUD PER RICONQUISTARE IL PAESE


Il Mezzogiorno è essenziale non solo per lo sviluppo del nostro Paese e per il ruolo geo-politico dell’Italia nel Mediterraneo, ma è fondamentale per il riscatto della Destra e delle genti del Sud, già deluse di avere affidato i propri sogni e le proprie aspirazioni ad una sinistra massimalista e contraddittoria.

Il Sud, non è stato considerato per troppo tempo, specie al governo, una priorità politica e An ha pagato dazio in termini di consensi elettorali.

Proprio dal Sud dovrebbe ripartire la Destra, anche tramite l’opera della sua organizzazione giovanile, per frenare la resistibile fuga dei giovani da quest’area del paese.

Il Mezzogiorno non può e non deve essere considerato l’eterna emergenza, l’atavico e irrisolvibile problema della Nazione.

Nella terra dove sono state costruite le “cattedrali nel deserto”, dove il binario unico ferroviario è più una regola che un’eccezione e dove la legalità non è ancora un valore riconosciuto da tutti, i numeri ed i fatti dicono che la “questione meridionale” resta inesorabilmente aperta e diventa inequivocabilmente una questione nazionale.

Nè la sinistra, che ha varato una manovra economica contro il sud, evitando di distribuire le risorse per il Fas (Fondo Aree Sottoutilizzate) in modo uniforme, tanto da essere un mero annuncio, una beffa ulteriore ai danni del sud, è in grado di risolvere la situazione.

An deve tornare a parlare al cuore dei meridionali, dialogando con le categorie e con tutto quanto di buono e positivo esprime il sud, ritornando a dare ai giovani un sogno, una reale motivazione per restarci.

Solo riconquistando il sud e la sua gente la Destra sarà credibile cerniera politica e sociale tra due aree del paese e rappresentarle nel nome dell’interesse nazionale.

Solo se la Destra saprà essere capace di ripartire da questa sfida potrà tornare a vincere.

Non ci vuole molto: questa gente, che raramente ha fatto venire meno il suo affetto e il suo consenso alla Destra politica, aspetta solo un segnale.



IL SUD DIMENTICATO:

TRA FALLIMENTI E CLIENTELISMO


Nei primi anni ‘50, gli anni che avrebbero preparato il boom della piccola Italia, il Mezzogiorno, contadino e latifondista, rischiava di allontanarsi ulteriormente dal resto del Paese e di trasformarsi solo in terra di emigrazione.

Allora nessuno pensava alla vendita delle spiagge, ai casinò o ai campi da golf. I problemi da affrontare e gli interventi da produrre riguardavano la quotidianità. Il Sud aveva bisogno di tutto: strade e ferrovie, ma anche luce e acqua.

È proprio in quegli anni che si assiste alla più intensa infrastrutturazione del Sud. Con il passare del tempo aumentò anche l’appetito e nei primi anni ‘70 la classe politica, che prima aveva sostanzialmente lasciato mano libera agli ingegneri, decise di attuare sulle grandi opere una serie di ingerenze sempre più pressanti. Qui nasce il più grande deficit del meridione: non avere una classe politica adeguata.

Nel frattempo era partita la seconda scommessa: l’industrializzazione forzata del Sud attraverso le partecipazioni statali con Iri ed Eni in prima fila, ma la distribuzione degli incentivi alle imprese è spesso discrezionale e a beneficio soprattutto del Nord, anche perchè le banche sono pronte ad adeguarsi alle richieste. Così l’intervento straordinario invece di essere un sostegno aggiuntivo, in grado di favorire lo sviluppo di imprese al Sud, era diventato sostitutivo della spesa ordinaria. Il Mezzogiorno restava privo di infrastrutture, di industrie proprie, di prodotti propri, era solo un mercato di consumo sostenuto dalla mano pubblica con pensioni di invalidità e assunzioni clientelari.

La ricostruzione, a seguito del terremoto in Campania e Basilicata del 1981, fallisce nonostante i 50.000 miliardi di vecchie lire distribuiti in oltre un decennio. L’ennesima scommessa perduta. Il numero dei Comuni colpiti, e quindi beneficiari degli interventi, crebbe per volontà del Parlamento di ora in ora, di giorno in giorno. A favorire lo spreco delle risorse si aggiunse la ricostruzione dissennata e priva di ogni ragionevole progettazione strategica.

A metà degli anni ‘80 si assiste ad un intervento straordinario per il Sud (legge 64) cui, sulla carta, vengono assegnati 120 mila miliardi.

Crescono le finanziarie e gli enti per il Sud e con loro i consigli di amministrazione, i posti da distribuire, gli amici da accontentare magari acquisendo aziende decotte. Crescono gli sprechi.

Il 7 settembre del 1993 a Crotone gli operai dell’Enichem messi in cassa integrazione a zero ore, danno fuoco a bidoni riempiti di fosforo e la rabbia si estende a Salerno, Manfredonia, Gioia Tauro. Per arginarla si inventano i contratti d’area, si istituisce una task force con il compito di attrarre imprese del Nord o estere. Ma non succede niente.

Il Presidente del Cnel, De Rita, assieme ad alcune associazioni imprenditoriali e sindacali e a qualche Sindaco, avvia la stagione dei patti territoriali.

Non ci sono soldi da mettere sul piatto, non ancora, ma si tratta di trovare un fronte su cui mobilitare quel che esiste già sul territorio. L’esperimento comincia a funzionare, qualcosa si muove tant’è che anche a Roma se ne accorgono.

E così com’era accaduto con i comuni del terremoto irpino, anche i patti territoriali proliferano e da 10 passano ad oltre 100.

Il Sud rumoreggia e per accontentarlo si cambia di nuovo creando un maxiente, Sviluppo Italia, che assorbe tutti i rami lasciati orfani dall’intervento straordinario. L’obiettivo è attrarre i grandi capitali che snobbano il Sud, ma passa alla storia soprattutto per la gestione dei prestiti d’onore.

I soldi sono pochi e per questo si punta ad ottimizzare l’uso delle risorse europee fino ad allora snobbate, ora utilizzate spesso in maniera irrazionale e con forti sprechi dai vari governi regionali. Ma se sul fronte della spesa arrivano negli ultimi anni risultati positivi, il gap infrastrutturale del Mezzogiorno non diminuisce.


La storia, quindi, il recente passato ed il presente ci dimostrano delle assolute verità relative al Mezzogiorno.

La prima è lo stato di abbandono delle istituzioni nazionali che le regioni del Sud hanno conosciuto per molto tempo.

La seconda è l’assoluta mancanza di criterio in tutti gli interventi che storicamente i governi nazionali hanno varato a favore del nostro territorio. Basti pensare agli sprechi legati ad investimenti sbagliati, al tentativo di impiantare strutture ed infrastrutture dello sviluppo non coerenti con le condizioni del territorio, né con la sua cultura o la sua storia, con il suo paesaggio. Cosa sarebbe successo, ad esempio, se nel Sud si fosse scommesso dall’inizio sulla macchina del turismo o sulla produzione agricola di carattere industriale, piuttosto che sull’impiantazione forzata di industrie “fuori luogo”?

E invece si è pensato all’elargizione di denari spropositata, non controllata, priva di lungimiranza e di ogni criterio di pianificazione strategica dello sviluppo economico.

Oggi la situazione è ancora più grave. Alla programmazione strategica si preferisce il clientelismo, alla formazione di una solida società civile, una classe imprenditoriale e di professionisti soggiogata alle logiche politiche e del malaffare.

L’Europa si è tramutata da opportunità in fonte di ricchezza per gli amici degli amici; con nuovi progetti, finanziati e mai realizzati, partono i corsi di formazione, si costruiscono i capannoni, ma le nuove aziende non vanno mai in marcia. Il Sud ritorna ad essere il buco nero dove si perdono miliardi di finanziamenti.

La politica del Sud, rimasta stranamente totalmente estranea al fenomeno di mani pulite, vive il suo momento peggiore, arrivano gli avvisi di garanzia. La tangente lascia il posto alla truffa nell’utilizzo dei finanziamenti comunitari.




I GIOVANI MERIDIONALI:

TRA FUGA DEI CERVELLI E RITARDO NELL’INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO


Un recente studio pubblicato dal trimestrale della Svimez, Rivista economica del mezzogiorno, n.1/2005, ha evidenziato una consistente emorragia di risorse umane qualificate dal Mezzogiorno del paese.

La cosiddetta “fuga di cervelli”essenziale per lo sviluppo del sud non accenna a diminuire.

La ricerca condotta su dati Istat, presenta i flussi migratori di ogni regione, in entrata e in uscita, per il ventennio 1980/1999, dimostrando come, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, vi è una ripresa del fenomeno dell’emigrazione in ogni regione meridionale che riguarda ampie fasce giovanili e secolarizzate.

Tutte le regioni meridionali, in particolare Calabria, Basilicata, Puglia e Campania, hanno registrato una netta perdita di laureati.

La gravità del fenomeno, sottolinea Svimez, è evidenziata dal fatto che, come ribadito dall’Ue, in particolare con la formulazione della strategia di Lisbona, la competitività nell’economia dipenderà molto dalla disponibilità del capitale umano.

Le imprese, specie quelle del Sud, denunciano le loro difficoltà nel reperire personale specializzato, quando diversi giovani con alte qualifiche lasciano i luoghi di origine perché non trovano lavoro.

Contraddizioni del Sistema Italia, ma quello che è certo è che la fuga dei giovani del sud, prima per motivi di studio e poi di lavoro, porta giovani medici, ingegneri e economisti, più degli altri, ad abbandonare le Regioni di provenienza e depauperare gravemente il Mezzogiorno.

La fuga dei cervelli si perfeziona in due diversi momenti: il primo nella scelta dell’Università, il secondo al momento dell’entrata nel mercato del lavoro.

La predetta mobilità non viene minimamente compensata da un analogo flusso dal nord verso il sud.

Ad esempio in uno stesso anno 7.110 erano i giovani del sud che avevano scelto un ateneo del Nord contro i 366 giovani settentrionali laureatisi in Università del sud. O i 2.357 laureati meridionali che hanno trovato un impiego al nord rispetto ai 293 laureati del nord che sono venuti a lavorare al Sud.

Prendendo in considerazione i due momenti della mobilità, studio e lavoro, dei giovani meridionali la perdita potenziale del capitale umano, della fuoriuscita del Mezzogiorno, arriva ad essere pari a quasi ad un quarto dei giovani con un qualificato e alto livello di istruzione e titolo di studio.

A questo scenario va aggiunto come in Italia solo il 7% dei giovani sono titolari di una ditta individuale e i più coraggiosi, a causa di mancanza di alternative, sono i giovani del Sud dove si registra, specie in alcune province come Crotone, Napoli e Reggio Calabria, un dato superiore alla media nazionale.

La precitata questione è quella del ritardo con il quale i giovani italiani entrano nel mercato del lavoro da dipendenti.

Secondo un recente studio di Unioncamere le doti personali, idee, creatività, voglia di rischiare, non mancano, mentre occorre potenziare le risorse economiche e competenze specifiche, tecniche e manageriali: ciò significa che sono necessari strumenti finanziari e di affiancamento e sostegno soprattutto nella fase di start up e di trasformazione dell’idea in impresa.


IL SUD DELLE OPPORTUNITA’:

TRA IDENTITA’ E TRADIZIONE LA FORZA DI UN TERRITORIO


Solo se un Paese lascia aperta la possibilità di sognare una vita diversa, da quella che viene socialmente assegnata, di progettare un futuro su cui investire risorse ed energie, lo stesso diventa luogo in cui vale la pena vivere, assumendo questa come una scelta cui si lega il proprio destino a quello della propria comunità di appartenenza.

Il luogo in cui si nasce diventa concretamente la propria comunità non quando nello stesso ci appare come il luogo in cui si dovrà necessariamente accontentare di quanto è ragionevolmente prevedibile, ma quando lo stesso appare come il luogo in cui è altrettanto ragionevole pensare che le proprie aspirazioni abbiano un accettabile fondamento.

L’identità di luoghi si alimenta del passato, del paesaggio, delle opere dei Santi, ma anche dello spazio che essa consente all’immaginazione ed a una progettazione che per realizzarsi non ha bisogno di un altrove.

E proprio da qui molti giovani sono in passato partiti e da qui molti ancora oggi continuano a partire, rassegnati, delusi, privi di ogni forma di speranza: un movimento migratorio sotterraneo e continuo che allontana e disperde molteplici risorse e che non può essere spiegato unicamente con la consueta inquietudine generazionale.

La sensazione di trovarsi all’interno di un ambiente fertile e innovativo, dove studiare e lavorare sia una chance di miglioramento per sé e per gli altri, deve costituire una fondamentale ricchezza di ogni luogo sociale.




DA ETERNO PROBLEMA A RISORSA DEL PAESE:

UN “NUOVO MEZZOGIORNO” PER I GIOVANI DEL SUD


Le priorità per lo sviluppo del Mezzogiorno, da troppi anni, sono sempre le stesse, ma le condizioni per costruire un “nuovo Mezzogiorno” sono legate alla volontà di mettere in moto un nuovo sistema basato su una rivoluzione culturale, un cambio di mentalità

Il Sud non ha bisogno solo di risorse pubbliche e di infrastrutture, ma a anche, e in particolare, di una maggiore legalità, intesa come conoscenza da parte di tutti delle regole che devono governare un territorio e delle occasioni di sviluppo e di crescita legate alla stesso.

Inserire il Mezzogiorno tra le priorità del Governo, più che una scelta politica, è, ormai, una necessità, a patto che non si apra un nuovo mercato di promesse elettorali e che seriamente ci si concentri su pochi punti trasparenti:

1) fiscalità di vantaggio per le imprese;

2) mano ferma a Bruxelles nella partita sui fondi UE;

3) accelerazioni di programmi per le infrastrutture;

4) riforma degli incentivi.

Il Sud merita un’attenzione vera, fatta di cultura di mercato, non sogni improponibili, ricorsi improbabili o rivoli di denaro che finanziano microinterventi di chirurgia assistenziale.



LE PROPOSTE DI AZIONE GIOVANI PER I GIOVANI DEL SUD


I GIOVANI E LA POLITICA


Il Sud ha nel proprio territorio e nella propria storia il proprio valore aggiunto, ma per poter trasformare questa potenzialità in vero sviluppo, sono necessari alcune riforme in settori chiave.

Il nemico numero uno da combattere è il trasformismo ed il trasversalismo dell’attuale classe dirigente. Troppe volte siamo costretti ad assistere non più a semplici convivenze tra politica e malavita, ma ad una vera e propria rete di interessi e affari che coinvolge sia la destra che la sinistra.

a) la politica, e in particolare la classe dirigente del sud, necessita di un codice etico di comportamento, da scrivere e far approvare a tutti i partiti, inaugurando una nuova stagione della moralizzazione della politica;

b) istituire e incentivare nuove forme di partecipazione politica che consentano ai giovani di riscoprire l’impegno civile e assumere responsabilità istituzionali (consulte giovanili, forum);

c) forme associative tra Enti locali per la gestione di risorse destinate ai giovani: il 75% dei Comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti, con limitate risorse finanziarie destinate ad interventi ed esigenze diverse da quelle delle grandi città, per questo è opportuno ipotizzare logiche concorsuali tra Comuni al fine di integrare le identiche risorse. Le politiche giovanili dovranno tradursi in una serie di interventi per i giovani inseriti nei bilanci degli Enti in capitoli ad hoc tra le spese correnti e tra gli investimenti destinati alla realizzazione di strutture per i giovani.

e) campus e comunità giovanili per i giovani nelle periferie degradate: combattere il degrado delle periferie urbane mediante la realizzazione, con l’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, di campus per gli studenti, dotati di campi sportivi, teatri, sale prove e laboratori. Veri centri culturali capaci di portare nelle periferie nuove forme di aggregazione. Creare, inoltre, le Comunità giovanili, spazi di libertà e aggregazione, per consentire ai giovani di esprimere i loro talenti artistici



I GIOVANI E LA SICUREZZA


La sicurezza è ormai una chimera per il meridione, eppure costituisce la condicio sine qua non per qualsiasi progetto di sviluppo:

a) presenza più forte dello Stato, non soltanto attraverso un maggiore radicamento delle forze dell’ordine ma anche e soprattutto tramite la riqualificazione di tutte quelle strutture pubbliche che dovrebbero rappresentare il ruolo positivo dello Stato sul territorio (es. scuole, ospedali, ecc.) e che invece troppo spesso ne rappresentano l’aspetto degenerato;

b) maggiore sicurezza per i cittadini onesti che in questi anni troppe volte sono stati abbandonati alla loro triste sorte;

c) educazione alla cittadinanza per insegnare ai giovani a combattere la mafia: educare le giovani generazioni alla legalità, partendo dalla scuola, dove inserire nei programmi didattici l’Educazione alla Legalità;

d) lotta al caporalato e al lavoro nero. L’illegalità nel Mezzogiorno è spesso identificata con la Mafia e con le altre consorterie criminose ma questa è una visione parziale. La prima piaga del Mezzogiorno è costituita dal caporalato e dal lavoro nero. E’ necessario un serio intervento legislativo per parificare il lavoro nero ed il caporalato ad una vera e propria forma di riduzione in schiavitù, con l’applicazione di un pesante sistema sanzionatorio penale. Lo stesso dicasi per tutte quelle imprese che non rispettano le norme sulla sicurezza dei cantieri, o a tutti quegli enti pubblici che nei capitolati di appalto riducono impunemente le somme per la sicurezza dei cantieri e che fingono di non vedere e magari favoriscono l’assunzione di maestranza non garantita.



I GIOVANI E LO SVILUPPO


Si deve riformulare l’approccio con cui si è agito fino ad oggi nel meridione. Lo sviluppo di queste terre non può che essere legato alla peculiarità dei singoli territori:

a) istituzione di una cabina di regia strategica unica del mezzogiorno, che non amministri fondi, ma che determini, in accordo con le regioni, lo sviluppo armonico di ogni singolo territorio secondo la sua vocazione naturale;

b) definizione dei distretti di sviluppo, realizzabili tramite la rivisitazione dei contratti d’area. I distretti di sviluppo prevedono non solo iniziative imprenditoriali tutte incanalate nello stesso settore, ma anche politiche di formazione scolastica, universitaria e professionale armonizzate alle esigenze tecniche richieste dal ogni singolo territorio;

c) riforma del sistema creditizio, il costo del denaro nel meridione è uno dei più alti d’Europa. Nel 2005 tra le prime 10 province (tutte del Nord) e le ultime 10 (tutte del Sud) si evidenziano 3,5 punti percentuali di differenza dei tassi di interesse praticati dalle banche sui prestiti a breve termine a livello provinciale (lo rileva il V Rapporto annuale sul credito provinciale, condotto da Unioncamere in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne), e si è, in tal modo, sensibilmente allargata la forbice, già esistente, tra Settentrione e Meridione.



I GIOVANI E IL MONDO DEL LAVORO


La mancanza di lavoro è il principale problema che riguarda i giovani meridionali, come dimostrato dai costanti e preoccupanti dati sulla disoccupazione giovanile al sud, spingendoli ad emigrare.

a) lavoro precario: istituzione di un fondo di garanzia che permetta l’accesso dei giovani lavoratori con contratto flessibile ai prodotti creditizi, con agevolazioni che consentano di potere progettare il proprio futuro.

b) imprenditoria giovanile: applicazione di un regime fiscale sostitutivo per coloro che intendono intraprendere nuove attività produttive. Previsione di un fondo di garanzia che garantisca gli istituti finanziari nei primi anni di attività delle nuove imprese. Questo provvedimento, insieme ad un potenziamento delle leggi agevolative esistenti per l’avvio di nuove imprese ridurrebbe drasticamente il tasso di mortalità delle nuove attività imprenditoriali, costituendo una misura concreta volta alla creazione di nuovi posti di lavoro.

c) progetti di spin-off: istituzione di un fondo statale per la realizzazione di progetti di spin-off tra scuole, università, aziende, imprese e attori operanti nel mondo del lavoro, al fine di valorizzare il processo formativo dei giovani nelle realtà educative e culturali tipiche del Meridione, favorendone l’inserimento nel mondo del lavoro.


RICOSTRUIRE IL TESSUTO URBANO


Il Sud affonda le sue radici nella Magna Grecia, e da quell’epoca fino agli anni ’60 il Sud è stato l’agorà. La piazza, il campanile sono stati i grandi e naturali luoghi di aggregazione comunitaria dove si è svolta la vita sociale nei piccoli come nei grandi aggregati urbani.

A partire dagli anni ’60, dapprima nelle grandi città e poi anche nelle piccole realtà, si è assistito ad un allargamento irrazionale del tessuto urbano: l’urbanistica marxista ha sostituito le comunità a misura d’uomo con immensi casermoni spersonalizzanti e le grandi periferie degradate costituiscono il brodo di coltura della nuova e violenta criminalità organizzata e non.

Non si può pensare ad un vero rilancio del Mezzogiorno senza un suo ripensamento urbanistico.

E’ necessario riscoprire la città a misura d’uomo. Le recrudescenze della criminalità non si combattono con le leggi speciali, né sono sufficienti straordinarie misure di sicurezza: una città diventa più vivibile quando è viva tutta la giornata, quando esistono luoghi di aggregazione dove trascorrere il tempo e vivere in tranquillità.

Da questo punto di vista bisogna agire senza infingimenti e senza retorica nella demolizione di interi quartieri periferici e nella loro sostituzione con zone più vivibili, dove sia possibile svolgere una vita comunitaria consentendo ai cittadini di interagire fra di loro.



UN MEZZOGIORNO NEL MEDITERRANEO


L’Italia intera, ma soprattutto il Mezzogiorno d’Italia, ha una sua naturale vocazione nel Mediterraneo, l’antico Mare Nostrum. Non è un caso se il Mezzogiorno ha conosciuto la sua maggiore floridità economica e sociale nel periodo in cui è stato centrale lungo l’asse mediterraneo.

Federico II, imperatore tedesco ma con un forte legame con il Sud Italia, stabilì in questo lembo d’Europa il centro ed il cuore pulsante del Sacro Romano Impero.

Il Mezzogiorno deve riuscire ad essere un autentico ponte verso la sponda meridionale del Mar Mediterraneo.

L’istituzione della Fiera del Levante a Bari, di Radio Brindisi che trasmetteva trasmissioni in arabo, della Fiera d’Oltremare a Napoli indicano una via già seguita in epoca contemporanea. Lungo quell’asse noi dobbiamo collocare le nostre linee di sviluppo e di penetrazione culturale nel bacino mediterraneo che, se non è tutto europeo, è all’Europa che si rivolge.

Oggi le linee dell’allargamento europee disegnano un’Europa sempre più rivolta verso nord-est, basta guardare una cartina dell’Europa nascente per rendersi conto che sempre più l’Italia, ed in particolar modo il suo meridione, rischiano di divenire un’estrema periferia.

Nel 2010 si apre l’area di libero scambio nel Mediterraneo: può essere questa l’opportunità per ricollocare l’Italia meridionale al centro di una vasta area geopolitica e per spostare a sud l’asse di interesse del Vecchio Continente.

Per essere pronti a questo è necessario, da un lato attrezzare le strutture del nostro Sud alla sfida che questa nuova situazione pone, dall’altro procedere ad una crescita culturale per far sì che quella che è stata la Magna Grecia possa essere davvero un nuovo ponte tra i popoli del Mediterraneo.


Questo è il nostro Sud, il Sud che vogliamo: una terra orgogliosa delle proprie radici, consapevole delle proprie difficoltà ma coraggiosa nell’affrontarle, ambiziosa e fiduciosa di poter tornare ad essere una risorsa positiva per l’Italia, per l’Europa, per il Mediterraneo.


Mai smettere di ricordare

In Attualità, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Eventi, Militari caduti, Nassirya, Onore Fedeltà Coraggio, destra fiorentina on Novembre 25, 2007 at 10:56 pm

domenica 25 novembre 2007

ONORE AD UN EROE: MARESCIALLO DANIELE PALADINI

Un soldato italiano è morto ieri tentando di evitare una strage. La notizia è stata diffusa con scarsa considerazione dai media. E’ vero che un gesto così nobile non necessita di molte parole, ma è necessaria una giusta informazione su quanto è accaduto per non dimenticare troppo in fretta un eroe. Onore al maresciallo capo Daniele Paladini!

Marco e Diego, FUAN e Forza Nuova

In Uncategorized on Novembre 22, 2007 at 1:19 am

Caro Marco Petrelli,

 

Così, leggendo qua e là per il web cosa si dicesse di noi, mi sono imbattuto nella tua “Lettera aperta ai nichilisti di Forza Nuova”, indubbiamente rivolta a noi, ma di cui noi, non ne abbiamo avuto notizia. Forse perché, come dici tu finché non lavoreremo seriamente, non avremo diritto di replica a quel che dici.

 

Be’ il diritto di replica ce lo prendiamo da soli.

 

Appena letto le tue “quattro righe”, mi sono chiesto, ma da dove nascerà tanto livore nei nostri confronti, ho controllato la data del post 22 settembre 2007. Bo’ non mi pare che qualcuno di noi abbia detto o fatto nulla contro di voi in quei giorni.

 

Verso la fine intuisco che il tutto dev’essere partito dal famigerato volantino che ormai 5 mesi prima era stato distribuito per le scuole, e che tracciava, in maniera forse un po’ semplicistica, le differenze tra FN ed il resto dei movimenti di destra.

 

Già a suo tempo, mi assunsi la responsabilità per un atto un po’ frettoloso, da coord. mi rendo conto che avrei dovuto vigilare meglio, ma tant’è che il volantino è andato in stampa. A chi dovevo dei chiarimenti li ho fatti ed a chi nulla dovevo, ovviamente no.

 

A voi nulla dovevo, perché mi sembra che nessuna di quelle affermazioni, possa, sul piano politico essere smentita. Certo quel “vigliacchi senza onore” ce lo potevamo risparmiare, leggerezza nostra, mea culpa.

 

Detto questo, vorrei farti qualche appunto su alcuni passi della tua “lettera aperta”:

 

La canzone che è il nostro inno, come tu hai ricordato, è di Massimo Morsello, fondatore, insieme a Roberto Fiore (nostro Seg. Naz.) di Forza Nuova. Inoltre, i due, sono protagonisti di alcune pagine della storia della destra radicale piuttosto importanti. Uno esempio per tutti Terza Posizione.

 

Quindi a chi, più che a noi, spetterebbe il diritto di avere come inno “Canti assassini”?!

 

Passando ad altro.

 

Mi pare, che la principale attività di FN (a dire il vero, nemmeno quella marginale) non sia quella di andare a picchiare ragazzi in eskimo, quanto quella di fare politica.

 

Certo non è facile vederci per le piazze, del resto i nostri mezzi sono quelli che sono, ma proprio mentre tu eri li, intento a rispondere ad un nostro volantino di 5 mesi prima, noi riportavamo, sul nostro sito, il resoconto di una conferenza stampa tenuta il giorno prima, di cui, aimè, solo “La Repubblica” ne ha dato notizia. Meglio che niente.

 

Quanto allo stare chiuso tra le quattro mura della nostra sede (che paghiamo e tiriamo avanti solo con i nostri soldi e non quelli del partito), be’ mi dispiace deluderti, ma mai come quest’anno siamo usciti tra la gente. Ma non devo rendere conto a te del nostro operato.

 

Quello che mi preme di più sottolineare, è che chi legge sempre i soliti testi “dissacrandoli” siete voi, non noi.

Di punto in bianco, dall’oggi al domani, AN ha deciso di far “gelare le radici” del suo passato politico, prima nei fatti e poi esprimendolo chiaramente a parole, togliendo ogni dubbio.

Noi da anni restiamo fedeli ai valori che 10 anni fa hanno dato vita a Forza Nuova, senza abiure o cambi di direzione.

 

Possiamo aver sbagliato spesso, a volte ci siamo impuntati su questioni di principio sulle quali potevamo sorvolare, ma, almeno, se guardiamo indietro sui nostri passi, la coerenza è ciò che ci ha guidato.

 

Sentir parlare di “oltraggio alla memoria storica” gente che di questo ne ha fatto un vanto, scusate, ma ci sembra quanto meno ridicolo.

 

Infine, mi spiace deluderti, ma Azione Universitaria, non è esattamente tra le nostre principali preoccupazioni, non perdiamo tempo a strappare i manifesti dei “compagni” figuriamoci i vostri.

 

Ciò non toglie che tra noi e voi ci sia un abisso. Riferimenti culturali, scelte politiche, valori di fondo.

 

E poi guarda, la solita rappresentazione della destra radicale come “giovanotti muscolosi”, mi sembra abbia fatto il suo tempo e, comunque, denota in voi lo stesso pregiudizio (se così lo vogliamo chiamare) che noi abbiamo di voi.

 

Noi non facciamo una battaglia tra chi è più fascista o chi lo è meno, ma tra chi è coerente e vuole il bene del Paese e chi no.

 

Soltanto che voi ne fate una questione di estetica, noi di etica.

 

Cordialmente.

 

Diego.

p.s. la prossima volta che vuoi mandarci una lettera (per quanto “aperta”), faccelo sapere.

___________________________

Caro Diego,

Sono contento che tu abbia risposto a un post da me pubblicato da tempo e che speravo venisse letto da voi di Firenze.
Lo pubblicherò ora, tranquillo, da domani leggeranno tutti la tua risposta.
Non darmi parole: mostrami che hai l’ onore, non dico di TP (che è troppo avanti per sia per quelli come me che per quelli come te) ma del militante.
Aspetto una dimostrazione.
A NOI!

Marco
PS non parlare di risorse. ho lavorato per due anni alla Facoltà di Lettere con un minimo sostegno a livello di risorse. Eppure dei risultati (pochi ma buoni) li ho ottenuti.

Donna depositaria dell’ Identità

In Uncategorized on Novembre 17, 2007 at 3:07 pm

Chi siamo noi per dare lezioni di vita?

Noi che abbiamo saputo sbeffeggiare, umiliare, colpire la dignità delle donne partendo da un mero pregiudizio sessista, mescolato a pensieri di bassa lega e azioni frivole.

Non abbiamo mai saputo comprendere a fondo la loro natura, troppo occupati da quelle attività che, a parere nostro, ci rendono più o meno uomini, da quegli atteggiamenti figli della presunzione di una cultura che ostentiamo al Mondo ma che di fondo non abbiamo mai compreso a fondo.

Per donna, noi, cosa intendiamo? Soubrette, bambinette deficienti da discoteca, ragazze immagine: una visione merceologica e subdola che non ci rende superiori, ma semplicemente una manica di poveri idioti.

Retorica vuole che colleghiamo il nostro humus identitario agli aspetti più deleteri ed epiteliali del fascismo e della romanità. Temiamo di fare un saluto romano in pubblico, politically uncorrect, nel buoio emotivo delle sezioni ci lasciamo andare alle frasette da fascisti da operetta che scordiamo una volta fuori dalla porta della sede. Ci aggrada l’ idea di potere dire a fidanzate e militanti che il Duce aveva delineato il ruolo del maschio e della femmina e che, per coerenza, dobbiamo rispettare ciò che Lui diceva. Poi votiamo un uomo che considera De Gasperi il più grande statista del ‘900 (cfr intervista a Fini, Le IENE).

Siamo noi stessi deleteri, come le nostre teste.

Cultori di Roma antica e della visita annuale a Predappio, scordiamo l’ essenza di civiltà, storia e tradizioni. Non ci sovviene la conoscenza della grande Etruria, in cui tra uomini e donne vi era un sano equilibrio nella socità e nella politica o della immortale epopea fiumana, con donne armate a difendere uno scopo, un ideale.

Le donne sono preziose depositarie dell’ Identità nostra.

Rispettiamole e lasciamo che la loro intelligenza possa influire e colpire la politica italiana, soprattutto la politica di destra.

Marco Petrelli

lorien.it

In Uncategorized on Novembre 17, 2007 at 11:21 am

E rimango così… senza parole

In Uncategorized on Novembre 16, 2007 at 12:56 pm

Riportiamo di seguito un articolo del Corsera riguardante un fatto che la dice lunga sulle posizioni di chi, anzichè lottare per rovesciare Prodi e il suo Governo, se la prende con una TV satirica e l’ azienda Mediaset per motivi tutt’ altro che machiavellici.

Dopo la telefonata ad Olmert di domenica per rivelare particolari sulla presenza di Silvio Berlusconi al meeting storaciano, un nuovo attacco al Capo della CdL, stavolta mediatico.

Nel mirino soprattuto «striscia la notizia». ma assicurano che non c’e’ complotto

Mediaset prende le distanze da attacchi a Fini

In una nota la presidenza esprime una netta presa di distanza dagli eccessi giornalistici e satirici

 

MILANO – Il leader di An se l’era legata al dito. E loro alla fine hanno dovuto fare dietrofront. «La presidenza di Mediaset esprime una netta presa di distanza dagli eccessi giornalistici e satirici, anche in programmi Mediaset, che hanno colpito negli ultimi giorni la vita privata di Gianfranco Fini».

OAS_AD(‘Bottom1′); dtvb=False If ScriptEngineMajorVersion>=2 then dtvb=True End If Function dtax(axcn) on error resume next dtax=False If dtvb Then dtax=IsObject(CreateObject(axcn)) End If End Function

LA NOTA – Si apre così una nota di Mediaset che ritiene inaccettabile «La derisione, che si trasforma in dileggio, nei confronti di scelte sentimentali che non hanno alcuna attinenza con la vita pubblica del Paese, e in particolare se ci sono nuove vite in arrivo». Era stato, infatti, uno scoop di “Striscia la notizia” a rivelare che il leader di Alleanza Nazionale sarebbe diventato papà dall’attuale compagna Elisabetta Tulliani. Nello stesso tempo la presidenza Mediaset «respinge nel modo più assoluto il sospetto di un disegno politico-editoriale orchestrato dal gruppo Fininvest ai danni del presidente di An. Avanzare sui giornali ipotesi del genere significa fare un torto all’autonomia di Silvio Berlusconi e da Silvio Berlusconi. “A volte, semplicemente, la polifonia editoriale che ha sempre contraddistinto il nostro Gruppo – chiude la nota di Mediaset – rischia di trasformarsi in cacofonia. Sono i rischi della libertà».

 

Esposizione maestri futuristi a Bergamo

In Uncategorized on Novembre 15, 2007 at 1:06 am

 

 

Il Futuro del Futurismo. Dalla “rivoluzione italiana” all’arte contemporanea. Da Boccioni a Fontana a Damien Hirst

 

 

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Alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, dal 21 settembre fino al 24 febbraio 2008 duecento opere illustrano come il Futurismo abbia rappresentato una rivoluzione in grado di influenzare lo sviluppo dell’arte moderna e contemporanea. IL FUTURO DEL FUTURISMO, questo il titolo dell’iniziativa curata da Giacinto Di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini Galati, intende affrontare, attraverso circa 200 opere di 120 artisti, gli influssi esercitati dal Futurismo – la più importante avanguardia storica italiana – sugli sviluppi dell’arte visiva del ‘900 per giungere alle più recenti ricerche contemporanee; la mostra si svilupperà attraverso un percorso espositivo tematico che pone in relazione i linguaggi che hanno trovato il proprio fondamento teorico e poetico nei manifesti del movimento e le più innovative indagini artistiche del XX secolo.

Dalle opere degli esponenti storici del futurismo – quali Boccioni, Balla, Carrà, Russolo, Severini, Depero, veri capisaldi della storia dell’arte per aver interpretato concetti rivoluzionari, come la simultaneità, il valore estetico dell’innovazione tecnologica, il fascino di un futuro non ancora esperibile – si procede verso ricerche artistiche cui la radicalità dell’avanguardia Futurista ha aperto la strada: dall’Astrattismo al Costruttivismo, dall’Arte Cinetica alle Neo Avanguardie degli anni ‘60 e ‘70 fino ai protagonisti dell’arte contemporanea. Un itinerario, quindi, che si articola per accostamenti, analogie e differenze. Gli artisti del Futurismo credevano nella necessità di una radicale riprogettazione dell’universo, operazione che li ha portati a concepire in modo nuovo ogni espressione artistica, compresa la musica, la danza, la fotografia, il cinema, il teatro, gli spazi da abitare, gli arredi. Nell’esplorare la vastità di questo immaginario, la mostra Il Futuro del Futurismo ne offre una ricca esemplificazione, allacciando relazioni culturali con la realtà dello spettacolo e il mondo produttivo. Prendendo spunto dalle tematiche celebrate dal Futurismo – dalla velocità alla tecnologia, dalla simultaneità al dinamismo della metropoli, dall’audacia alla ribellione, allo scandalo – gli spazi della GAMeC saranno suddivisi in 9 sezioni.
Info: www.gamec.it

Filippo Tommaso Marinetti: Manifesto della Danza Futurista

In Uncategorized on Novembre 15, 2007 at 1:00 am

 
     

 

 

La danza ha sempre estratto dalla vita i suoi ritmi e le sue forme. Gli stupori e gli spaventi che agitarono l’umanità nascente davanti all’incomprensibile ed intricatissimo universo, si ritrovano nelle prime danze che dovevano naturalmente essere danze sacre.

Le prime danze orientali pervase dal terrore religioso erano pantomime ritmate e simboliche che riproducevano ingenuamenteseverini-danza.gif il movimento rotatorio degli astri. La «ronda» nasce cosí. I diversi passi e i gesti del prete cattolico nel celebrare la messa derivano da queste prime danze ed hanno lo stesso simbolo astronomico.

Le danze cambogiane e javanesi si distinguono per la loro eleganza architettonica e la loro regolarità matematica. Sono lenti bassorilievi in marcia.

Le danze arabe e persiane sono invece lascive: impercettibili fremiti delle anche accompagnati da un battito monotono di mani o di tamburo; sussulti spasmodici e convulsioni isteriche della danza del ventre; enormi balzi furenti di danze sudanesi. Sono tutte variazioni sull’unico motivo di un uomo seduto a gambe incrociate e di una donna seminuda che con abili mosse cerca di persuaderlo all’atto d’amore.

Morto e sepolto il glorioso balletto italiano, incominciarono in Europa stilizzazioni di danze selvagge, elegantizzazioni di danze esotiche e modernizzazioni di danze antiche. Pepe rosso parigino + cimiero + scudo + lancia + estasi davanti a idoli che non significano piú nulla + ondulazioni di cosce montmartroises = anacronismo erotico passatista per forestieri.

Prima della guerra a Parigi si raffinavano le danze sud-americane: tango argentino spasmodico furente, zamacueca del Chile, maxixe brasiliana, santafé del Paraguay. Quest’ultima danza descrive le evoluzioni galanti di un maschio ardente e audace intorno ad una femmina attirante e seduttrice che egli finalmente afferra con un balzo fulmineo e trascina con sé in un valzer vertiginoso.

Molto interessante artisticamente il balletto russo organizzato dal Diaghilew, che modernizza i balli popolaricrali2.jpeg russi con una meravigliosa fusione di musica e danza, penetrate l’una nell’altra, e dà allo spettatore un’espressione perfetta e originale della forza essenziale della razza.

Col Nijnsky appare per la prima volta la geometria pura della danza liberata dalla mimica e senza l’eccitazione sessuale. Abbiamo la divinità della muscolatura.

Isadora Duncan crea la danza libera, senza preparazione mimica, trascurando la muscolatura e l’euritmia, per concedere tutto all’espressione passionale, all’ardore aereo dei passi. Ma essa in fondo non si propone che di intensificare, arricchire, modulare in mille modi diversi il ritmo di un corpo di donna che languidamente rifiuta, languidamente invoca, languidamente accetta e languidamente rimpiange il maschio donatore di felicità erotiche.

Isadora Duncan, che io ebbi molte volte il piacere di ammirare nelle sue libere improvvisazioni fra i tendaggi di fumo madreperlaceo del suo atelier, quando danzava in libertà, spensieratamente, come si parla, si desidera, si ama, si piange, su una arietta qualsiasi, anche volgare, come quella di Mariette, ma petite Mariette strimpellata su un pianoforte, non riesciva a dare che emozioni complicatissime di nostalgia disperata, di voluttà spasmodica e di giocondità, infantilmente femminile.

Vi sono molti punti di contatto tra l’arte di Isadora Duncan e l’impressionismo pittorico, come pure tra l’arte del Nijnsky e le costruzioni di forme e di volumi di Cézanne.

Cosí, naturalmente, sotto l’influenza delle ricerche cubiste e in particolar modo di Picasso, si creò una danza di volumi geometrizzati e indipendenti quasi dalla musica. La danza diventò un’arte autonoma, equivalente della musica. La danza non subiva piú la musica, la rimpiazzava.

Valentine de Saint-Point concepí una danza astratta e metafisica che doveva tradurre il pensiero puro senza m-f.jpgsentimentalità e senza ardore sessuale. La sua métachorie è costituita da poesie mimate e danzate. Disgraziatamente sono poesie passatiste che navigano nella vecchia sensibilità greca e medievale; astrazioni danzate ma statiche, aride, fredde e senza emozione. Perché privarsi dell’elemento vivificatore della mimica? Perché mettersi un elmo merovingio e velarsi gli occhi? La sensibilità di queste danze risulta monotona limitata elementare e tediosamente avvolta nella vecchia atmosfera assurda delle mitologie paurose che oggi non significano piú nulla. Geometria fredda di pose che non hanno nulla a che fare con la grande sensibilità dinamica simultanea della vita moderna.

Con intenti molto piú moderni il Dalcroze ha creato una ginnastica ritmica molto interessante, che limita però i suoi effetti alla igiene dei muscoli e alla descrizione dei lavori agresti.

Noi futuristi preferiamo Loie-Füller e il cake-walk dei negri (utilizzazione della luce elettrica e meccanicità).

Bisogna superare le possibilità muscolari, e tendere nella danza a quell’ideale corpo moltiplicato dal motore che noi abbiamo sognato da molto tempo. Bisogna imitare con i gesti i movimenti delle macchine; fare una corte assidua ai volanti, alle ruote, agli stantuffi; preparare cosí la fusione dell’uomo con la macchina, giungere al metallismo della danza futurista.marinet61.jpg

La musica è fondamentalmente e incurabilmente passatista e perciò difficilmente utilizzabile nella danza futurista. Il rumore, essendo il risultato dello strofinamento o dell’urto di solidi, liquidi o gas in velocità, è diventato mediante l’onomatopeia uno degli elementi piú dinamici della poesia futurista. Il rumore è il linguaggio della nuova vita umano-meccanica. La danza futurista sarà dunque accompagnata da rumori organizzati e dall’orchestra degli intonarumori inventati da Luigi Russolo.

La danza futurista sarà:

- disarmonica

- sgarbata antigraziosa

- asimmetrica

- sintetica

- dinamica

- parolibera

In questa nostra epoca futurista, mentre piú di venti milioni di uomini formano con le loro linee di battaglia una fantastica via lattea di stelle-shrapnels esplose che fascia la terra; mentre la Macchina e i Grandi Esplosivi, collaborando con la guerra hanno centuplicato la forza delle razze futurismo_aer1320.jpgcostringendole a dare il massimo rendimento di audacia, d’istinto e di resistenza muscolare, la danza futurista italiana non può avere altro scopo che immensificare l’eroismo, dominatore di metalli e fuso con le divine macchine di velocità e di guerra.

 

Io traggo dunque le tre prime danze futuriste dai tre meccanismi di guerra: lo shrapnel, la mitragliatrice e l’aeroplano.

danza dello shrapnel

PARTE PRIMA

Voglio dare la fusione della montagna con la parabola dello shrapnel. La fusione della canzone umana carnale col rumore meccanico dello shrapnel. Dare la sintesi ideale della guerra: un alpino che canta spensierato sotto una volta ininterrotta di shrapnels.

1. movimento. Con i piedi marcare il tum-tum del proiettile che esce dalla bocca del cannone.

2. movimento. Con le braccia aperte descrivere con velocità moderata la lunga parabola fischiante dello shrapnel che passa sulla testa del combattente quando esplode troppo in alto o dietro di lui. La danzatrice mostrerà un cartello stampato in azzurro: Corto a destra.

3. movimento. Con le mani (ornate di lunghissimi ditali argentei) alzate e aperte, molto in alto, dare l’esplosione argentea fiera beata dello shrapnel nel paaaak. La danzatrice mostrerà un cartello stampato in azzurro: Lungo a sinistra. Poi mostrerà un altro cartello stampato in argenteo: Non scivolare sul ghiaccio. Sinovite.

4. movimento. Con la vibrazione di tutto il corpo, le ondulazioni delle anche e i movimenti natatorii delle braccia, dare le ondate e il flusso e riflusso e i moti concentrici degli echi nei golfi, nelle rade e su i pendii delle montagne. La danzatrice mostrerà un cartello stampato in nero: Corvée d’acqua; un altro cartello stampato in nero: Corvée di rancio; un altro ancora stampato in nero: I muli la posta.

5. movimento. Con piccoli colpi saltellanti delle mani e una attitudine sospesa, estatica del corpo, esprimere la calma indifferente e sempre idilliaca della natura e il cip-cip-cip degli uccelli. La danzatrice mostrerà un cartello stampato in caratteri disordinati: 300 metri allo scoperto. Poi un altro con il rosso: 15 gradi sotto zero, 800 metri rosso feroce soave.

PARTE SECONDA

6. movimento. Passo lento, disinvolto e spensierato degli alpini che marciano cantando sotto le parabole successive e accanite degli shrapnels. La danzatrice accenderà una sigaretta mentre delle voci nascoste canteranno una delle tante canzoni di guerra:

il comandante del sesto alpini

incomincia a sbombardar…

7. movimento. L’ondulazione con la quale la danzatrice esprimerà questo canto di guerra sarà interrotta dal movimento 2. (parabola fischiante dello shrapnel).

8. movimento. L’ondulazione con la quale la danzatrice continuerà ad esprimere il canto di guerra sarà interrotta dal movimento 3. (esplosione dello shrapnel in alto).

9. movimento. L’ondulazione sarà interrotta dal movimento 4. (ondate degli echi).

10. movimento. L’ondulazione sarà interrotta dal movimento 5. (cip-cip-cip degli uccelli nella placidità della natura).

danza della mitragliatrice

Voglio dare la carnalità italiana dell’urlo Savoia! che si lacera e muore eroicamente a brandelli contro il laminatoio meccanico geometrico inesorabile del fuoco di mitragliatrice.

1. movimento. Con i piedi (le braccia tese in avanti) dare il martellamento meccanico della mitragliatrice tap-tap-tap-tap-tap. La danzatrice mostrerà con gesto rapido un carrello stampato in rosso: nemico a 700 metri.

2. movimento. Con le mani arrotondate a coppa (una piena di rose bianche, l’altra piena di rose rosse) imitare lo sbocciare violento e continuo del fuoco fuori dalle canne della mitragliatrice. La danzatrice avrà fra le labbra una grande orchidea bianca e mostrerà un cartello stampato in rosso: nemico a 500 metri.

3. movimento. Con le braccia aperte descrivere il ventaglio girante e innaffiante dei proiettili.

4. movimento. Lento girare del corpo, mentre i piedi martellano sul legno dell’impiantito.

5. movimento. Accompagnare con slanci violenti del corpo in avanti il grido di Savoiaaaaaa!

6. movimento. La danzatrice, carponi, imiterà la forma della mitragliatrice, nera-argentea sotto la sua cintura-nastro di cartucce. Il braccio teso in avanti agiterà febbrilmente l’orchidea bianca e rossa come una canna durante lo sparo.

danza dell’aviatrice

La danzatrice danzerà sopra una grande carta geografica violentemente colorata (4 metri quadrati) sulla quale saranno indicati a grandi caratteri visibilissimi le montagne, i boschi, i fiumi, le geometrie delle campagne, i grandi nodi stradali delle città, il mare.

La danzatrice deve formare una palpitazione continua di veli azzurri. Sul petto, a guisa di fiore, una grande elica di celluloide che per la sua natura stessa vibrerà ad ogni movimento del corpo. Il viso bianchissimo sotto un cappello bianco in forma di monoplano.

1. movimento. La danzatrice, pancia a terra, sul tappeto-carta geografica simulerà con sussulti e ondeggiamenti del corpo i tentativi successivi che fa un aeroplano per sollevarsi. Poi avanzerà carponi e ad un tratto balzerà in piedi, le braccia aperte, il corpo ritto ma tutto agitato da fremiti.

2. movimento. La danzatrice, sempre ritta, agiterà un cartello stampato in azzurro: 300 metri – 3 vortici – salire. Poi, subito dopo, un secondo cartello: 600 metri – evitare montagna.

3. movimento. La danzatrice accumulerà molte stoffe verdi per simulare una montagna verde, poi la scavalcherà con un salto. Riapparirà diritta, braccia aperte, tutta vibrante.

4. movimento. La danzatrice, tutta vibrante, agiterà davanti a sé, in alto, un grande sole di cartone dorato e farà un giro velocissimo, fingendo d’inseguirlo (frenetico meccanico spasmodico).

5. movimento. Con dei rumori organizzati imitare la pioggia e i sibili del vento e con continue interruzioni della luce elettrica imitare i lampi. Intanto la danzatrice solleverà un telaio ricoperto di carta velina rossa in forma di nuvola al tramonto e lo sfonderà attraversandolo con un salto agile (lento a grandi ondate malinconiche).

6. movimento. La danzatrice agiterà davanti a sé un altro telaio ricoperto di carta velina blu-scuro, forma e colore di notte stellata. La danzatrice lo attraverserà, sfondandolo. Poi cospargerà il suolo intorno a sé di stelle d’oro (allegro spensierato ironico).





Dolore

In Uncategorized on Novembre 13, 2007 at 12:07 am

 

Il nostro mondo (di destra) è veramente strano. Ma queste potrebbero essere solo parole se sotto non ci fosse un dolore lacerante che provo ogniqualvolta sento un allontanamento dei camerati dalla Nostra Identità. I Nostri valori, simboli, la Nostra musica, il passato tutto gettato via per cosa? Per mere questioni di strategia politica, per piacere all’ elettorato, per modellare l’ Ideale alle esigenze di coscienza degli altri.

E cosa resta? Niente. Il vuoto ideologico. Si producono politicanti pronti ad ammazzarsi per una poltrona, il tutto sotto gli occhi di una dirigenza compiacente.

Si, il tutto è lacerante. Specialmente se sai di avere dato e combattuto per qualcosa della quale non tutti sono pienamente sicuri.

Anche se tutti noi no! Una canzone che si eleva a simbolo di questo disagio.

Marco Petrelli

 

 

 

Degrado, spaccio, criminalità: Firenze, da piazza Brunelleschi a piazza del Mercato Centrale una situazione insostenibile

In Uncategorized on Novembre 11, 2007 at 10:51 pm

Analisi criminale

In Uncategorized on Novembre 11, 2007 at 6:50 pm

CRIMINALITA’

 

 

1962. Un romanzo shock scuote la morale pubblica occidentale: A clockwork orange (Arancia Meccanica).
L’ autore, Anthony Burgess, fervente cattolico, vent’anni dopo Orwell riproponeva il arancia-meccanica.jpgpericolo del dilagare della società socialista e le sue conseguenze più immediate e devastanti: l’ uomo ridotto a macchina, ingranaggio del meccanismo statale che lentamente, ma inesorabilmente, come una gangrena, ditrugge l’ umanità del singolo, riducendolo a semplice strumento produttivo.
Perchè, parlando di criminalità, fare riferimento al socialismo reale e ad Arancia Meccanica? Alex, protagonista del romanzo, è immerso in un mondo privo di valori morali, di sensibilità ma, soprattutto, di umanità. L’ animo di Alex è vuoto, freddo: l’ educazione familiare talvolta è inefficiente se lo Stato, prima di tutto, non si occupa della formazione e della crescita morale e culturale dei cittadini.
E’ quindi scontata la radicale scelta di campo dei drughi . Essi dipendono dalla violenza che esercitano su deboli e inermi considerandola come fuga dalla realtà. Una droga fatta di colpi inferti e sangue che logora e che porta alla morte. Alex commette omicidio: l’ arresto e la detenzione rappresentano il decesso psicologico e morale della persona. I metodi stalinisti usati dal sistema carcerario un fallimento civile e politico.

A distanza di quarant’anni dalla pubblicazione dell’opera l’ Italia si trova a dovere fare i conti con una criminalità sempre più dilagante e difficilmente controllabile.
Certo, non apprendiamo da giornali e televisione di bande che picchiano barboni e anziani cantando Singing in the Rain , tuttavia comprendiamo come molti dei criminali italiani ed extracomunitari operino per fini e scopi per i quali un individuo con, un accenno di moralità, non arriverebbe a delinquere.
Quei nomadi, quei rumeni, quei magrebini che sempre più spesso popolano le testate dei giornali per furti e omicidi vanno contestualizzati al tipo di ambiente e di società dalla quale essi provengono.
I paesi in cui il socialismo reale ha regnato indisturbatamente per oltre cinquant’anni sono stati spogliati di ogni considerazione, sensibilità, criterio di logica umana.
Paesi di forte identità cristiana (cattolica e ortodossa) come Bulgaria, Romania, ex Iugoslavia, Ucraina, Russia per decenni dominati dal cemento armato e dalla teoria massificatrice sono stati convertiti all’ ateismo di Stato. Ateismo che non li ha liberati dalle tenebre di ignoranza e religione, ha solo fornito lo strumento per devastare l’ animo di popoli che, alla vigilia della caduta del Muro, annaspavano nella putchta per mangiare due patate o affogavano la fame e la disperazione nell’ alcool. L’ uso di correggere la vodka con il metanolo nasce in questo periodo, in mancanza di risorse e materie prime. Generazioni di alcolizzati cronici, di gente che, in cambio di cibo e soldi, ha svenduta la persona propria e altrui, abbandonando dignità e autoconsiderazione.

Le teocrazie islamiche, feroci centri di rieducazione religiosa, opprimendo i cittadini – sudditi, sono centri di produzione terroristi e criminali comuni. Da una teocrazia si arriva nel paese ospitante sottomessi a ordini estremisti, poi propugnati da mullah (spesso e volentieri ignoranti e fanatici), o con il desiderio di evadere e cearsi una nuova vita. Il desiderio assoluto di ottenere denaro e felicità materiale subito spinge a delinquere, sovente nei modi peggiori.
La sinistra sostiene di imparare a conoscere la cultura e l’ origine degli extracomunitari in nome di una tolleranza pregna di ipocrisia. Sbagliato. E’ indispensabile invece comprendere la loro storia recente al fine di trovare possibili soluzioni per marginare l’ ondata di violenza che si annida in ogni sbarco e arrivo di clandestini.
Rispettare la legge, espellere, colpire duramente il crimine non è razzismo o insensibilità. Solo sdradicando alle radici questa odiosa gramigna è possibile sperare, in un futuro prossimo, in una convivenza realmente tollerante tra italiani e non. Il ripsetto dovrà essere reciproco. L’ obbedienza allo Stato italiano e alle sue leggi non opzionale ma un dovere.

Marco Petrelli

Le tante, variegate anime della destra

In Uncategorized on Novembre 8, 2007 at 12:42 pm

Sono d’ accordo con voi, sì. E’ un giornale che già dal nome appare sulla linea della politica tory d’ oltremanica.

Tuttavia resta una rivista curata da esperti del settore, voce di una ala della destra che, per cultura e intelligenza, non va assolutamente trascurata, bensì analizzata.

A voi la scelta.

 Marco

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Assisi 17-18 novembre: meeting di Idee

In Uncategorized on Novembre 7, 2007 at 2:53 pm

Lettere, degrado online

In Uncategorized on Novembre 7, 2007 at 2:16 pm

IL DEGRADO E’ DIVERTENTE

Collettivo di Lettere e Filosofia 

 Ragazzi, se lo dite voi! Guardate un po’ qui sotto:

 

 

Nietzche e D’Annunzio, Filosofia e Poetica del superommismo

In Uncategorized on Novembre 7, 2007 at 1:08 am

IL SUPERUOMO DI D’ANNUNZIO

nietzsche.jpgNietzsche è forse il miglior interprete della fine di un mondo e del bisogno di rinnovamento di tutta un’epoca: profeta insieme della decadenza e della rinascita, dà origine alle interpretazioni più discordi, che si tradurranno nelle influenze più diverse. Volta a volta materialista o antipositivista, esistenzialista o profeta del nazismo, il filosofo condivide tutte le ambiguità delle avanguardie intellettuali e artistiche borghesi del primo novecento e non a caso diverrà oggetto, in Italia, dell’interpretazione estetizzante di Gabriele D’Annunzio ]esercitando un indiscutibile fascino sui futuristi[. Nietzsche divenne così il filosofo della crisi, il fondatore d’un modo di pensare nuovo. Quanto alla sua idea del superuomo, inteso come il giusto trionfatore di una massa di deboli o schiavi, va senza dubbio corretta. Nietzsche non fu l’estensore d’un vangelo della violenza, ma intese porre le condizioni di sviluppo d’una civiltà e di un’idea dell’uomo radicalmente rinnovate. Nietzsche è uno scrittore asistematico e estremamente originale, la cui produzione si staglia solitaria nel panorama della storia della filosofia moderna e contemporanea. Le opere della maturità, in particolare, sono scritte con uno stile aforistico e poetico: lirismo, tono profetico e filosofia si mescolano in maniera inestricabile, rendendo spesso difficile e riduttiva l’interpretazione. Rimane costante nell’opera di Nietzsche un’ambiguità di fondo, un’ambiguità socio-politica che ha dato adito a contrastanti strumentalizzazioni politiche. Il filosofo, infatti, non specifica mai espressamente chi debba essere il soggetto della volontà di potenza: il superuomo. Molti critici hanno identificato il superuomo in una umanità vivente in modo libero e creativo, ma, molti altri lo hanno limitato ad un’élite che esercita la sua volontà di potenza non solo nei riguardi della caoticità del mondo, ma anche verso il prossimo. A ciò bisogna aggiungere il problema degli scritti postumi: la ricostruzione sistematica operata dalla sorella Elisabeth e da uno dei discepoli di Nietzsche, oltre a essere ideologicamente discutibile e largamente responsabile delle interpretazioni naziste del pensiero dei filosofo, va contro il suo rifiuto netto di ogni sistema filosofico e contro il fascino vivissimo per la forma del frammento e dell’aforisma. L’edizione critica di tutti gli scritti di Nietzsche, a cura di due italiani, G. Colli e M. Montinari, ha restituito, però, l’integrità dei frammenti secondo un ordine cronologico e ha dimostrato come “La volontà di potenza” pubblicata nel 1906 è un’opera profondamente manipolata e addomesticata. 309.jpgGabriele D’Annunzio, nella sua fase superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero di Nietzsche, tuttavia, molto spesso, banalizza e forza entro un proprio sistema di concezioni le idee del filosofo. Dà molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari, all’esaltazione dello spirito “dionisiaco”, al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della lotta e dell’affermazione di sé. Rispetto al pensiero originale di Nietzsche queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, reazionaria e persino imperialistica. Le opere superomistiche di D’Annunzio sono tutte una denuncia dei limiti della realtà borghese del nuovo stato unitario, del trionfo dei princìpi democratici ed egualitari, del parlamentarismo e dello spirito affaristico e speculativo che contamina il senso della bellezza e il gusto dell’azione eroica. D’Annunzio arriva quindi a vagheggiare l’affermazione di una nuova aristocrazia che si elevi al di sopra della massa comune attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica. Per D’Annunzio devono esister alcune élite che hanno il diritto di affermare se stesse, in sprezzo delle comuni leggi del bene e del male. Queste élite al di sopra della massa devono spingere per una nuova politica dello Stato italiano, una politica di dominio sul mondo, verso nuovi destini imperiali, come quelli dell’antica Roma. La figura dannunziana del superuomo è, comunque, uno sviluppo di quella precedente dell’esteta, la ingloba e le conferisce una funzione diversa, nuova. Il culto della bellezza è essenziale per l’elevazione della stirpe, ma l’estetismo non è più solo rifiuto sdegnoso della società, si trasforma nello strumento di una volontà di dominio sulla realtà. D’Annunzio non si limita più a vagheggiare la bellezza in una dimensione ideale, ma si impegna per imporre, attraverso il culto della bellezza, il dominio di un’élite violenta e raffinata sulla realtà borghese meschina e vile. D’Annunzio applica, in un modo tutto personale, le idee di Nietzsche alla situazione politica italiana. Ne parla per la prima volta in un articolo, La bestia elettiva, del ’92, e presenta il filosofo di Zarathustra come il modello del “rivoluzionario aristocratico”, come il maestro di un “uomo libero, più forte delle cose, convinto che la personalità superi in valore tutti gli attributi accessori”,”forza che si governa, libertà che si afferma”. Il suo è un fraintendimento, una volgarizzazione fastosa ma povera di vigore speculativo. Ciò che il D’Annunzio scopre in Nietzsche è una mitologia dell’istinto, un repertorio di gesti e di convinzioni che permettono al dandy di trasformarsi in superuomo e fanno presa immediatamente in un mondo di democrazia fragile e contrastata, soprattutto quando al cronista del “Mattino” e della “Tribuna” si sostituisce lo scrittore insidioso del Trionfo della Morte(“Noi tendiamo l’orecchio alla voce del magnanimo Zarathustra, o Cenobiarca, e preperiamo nell’arte con sicura fede l’avvento dell’Uebermensch, del Superuomo”) o quello, fra lirico e decadente, delle Vergini delle rocce, il nuovo romanzo del ’95, presentato dapprima sul “Convito”(“Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo e ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che pensano e sentono a coloro che debbono lavorare…”). Come dirà poi Gramsci, la piccola borghesia e i piccolo intellettuali sono particolarmente influezati da tali immagini romanzesche che sono il loro “oppio”, il loro “paradiso artificiale”. mishima3.jpgNon è ancora un’ideologia, ma è un’oratoria dell’attivismo verbale in cui fermenta la scontentezza dell’Italia borghese, il cruccio dell’avventura africana, il fastidio della mediocrità democratica e della burocrazia parlamentare, dall’esplosione dei Fasci siciliani al rovescio di Adua. Come sempre, il D’Annunzio avverte d’istinto questi stati d’animo confusi e li amplifica nei bassorilievi della sua eloquenza floreale, li traspone nello specchio del proprio personaggio e dei suoi gesti stravaganti o stupefacenti. Il primo romanzo in cui si inizia a delineare la figura del superuomo è il Trionfo della morte, dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni. Il romanzo ha una debole struttura narrativa ed è articolato in sei parti (“libri”). E’ incentrato sul rapporto contradditorio ed ambiguo di Giorgio Aurispa con l’amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano e si sovrappongono altri motivi e argomenti: il ritorno del protagonista alla sua casa natale in Abruzzo è il pretesto per ampie descrizioni (nella seconda, terza e quarta parte) del paesaggio e del lavoro delle genti d’Abruzzo. Giorgio cerca di trovare l’equlibrio tra superomismo e misticismo, e aspira a realizzare una vita nuova (è il titolo del quarto libro). Per questo vive il rapporto con l’amante come limitazione, come ostacolo: per il suo fascino irresistibile, Ippolita Sanzio è sentita come la “nemica”, primigenia forza della natura che rende schiavo il maschio. Solo con la morte Giorgio si libererà da tale condizione: per questo si uccide con Ippolita, che stringe a sè, precipitandosi da uno scoglio. Giorgio Aurispa, il protagonista, l’eroe, è ancora un esteta simile ad il_piacere.jpgAndrea Sperelli; Ippolita, la donna fatale consuma le sue forze e gli impedisce di attingere a pieno all’ideale superumano a cui aspira, portandolo alla morte. Sulla figura del superuomo si incentra anche Le Vergini delle Rocce. Qui però La complessità metafisica e ideologica del superuomo subisce una sostanziale semplificazione nella direzione di un superomismo a impronta esclusivamente estetica che s’intride di valenze politiche reazionarie. E’ qui riscontrabile l’esito di una lunga ricerca sul versante stilistico e formale, che nel momento stesso in cui agganciava le posizioni più innovative del Simbolismo europeo, si reimmetteva nel solco della tradizione trecentesca e rinascimentale, l’onnipresenza di Leonardo da Vinci nelle Vergini ne è il segno tangibile. Il nucleo drammatico del romanzo, fondato sull’aspirazione di Claudio Cantelmo a generare un figlio in cui si distillassero le mirifiche qualità di una illustre progenie e che sarebbe dovuto diventare il futuro re di Roma, appare del tutto gratuito e incapace di sostenere una dinamica narrativa di lungo respiro. In questo senso il romanzo esprime i limiti dell’interpretazione che D’Annunzio diede di Nietzsche. Dopo un decennio di interruzione, in cui scrive per il teatro e sviluppa le Laudi, D’Annunzio ritorna alla forma del romanzo scrivendo Forse che sì forse che no. Qui presenta un nuovo strumento di affermazione superomistica inedito e in linea con i tempi: l’aereo. Il protagonista Paolo Tarsis realizza la sua volontà eroica tramite le sue imprese di volo. Egli è senza dubbio la reincarnazione dei vari superuomini presenti ne IlTtrionfo della Morte o nelle Vergini delle rocce, ma a differenza di questi, non appartiene ad una nobile casata ma è un borghese estraneo agli influssi decadenti e dedito all’azione; affiancata a questo superuomo troviamo Isabella Inghirami, la prima figura femminile capace di contendere il primato all’egotismo del superuomo di turno. Tra i due personaggi c’è un rapporto di amore-passione che talvolta arriva fino alle degenerazioni dell’incesto e del masochismo. Questo romanzo rappresenta la piena adesione del D’Annunzio alla contemporaneità: è possibile infatti ritrovare personaggi che si muovono tra aeroplani, automobili, telefoni. Vi si ritrova un amore, quindi, per la macchina e la velocità. In Italia, nel frattempo, sotto la pressione di molti e potenti interessi l’onda dell’interventismo stava montando, e il D’Annunzio poteva essere l’uomo dell’ora, l’araldo dello sdegno nazionale. I discorsi, o meglio le orazioni, che lo scrittore tenne a Genova tra il 4 e il 7 maggio e poi a Roma dal 12 al 20, mostrarono che il calcolo era giusto, giacchè l’oratoria dannunziana conferiva uno stile alla passione politica di una gioventù borghese insoddisfatta, abbagliata dal grande fuoco rinnovatore della guerra nazionale. Mentre l’Italia scendeva in guerra trascinata dal radiosomaggismo, stava sorgendo anche una nuova oratoria, che non aveva bisogno dei fatti ma dell’immaginazione, e che attraverso la mistica di un capo carismatico comunicava a ciascuno la forza di una coerenza fittizia, la certezza di un rito collettivo. Nell’eloquenza dell’esteta, che si proclamava ora non più “un grido e un allarme” ma “un semplice compagno tra compagni”, prendeva forma lo stile moderno della propaganda, del discorso politico di massa non più rivolto ad un’élite ma ad una comunità di compagni di cui si condivide il destino nella magia degli slogan e delle parole d’ordine. Il primo ad esserne preso era lo stesso D’Annunzio, a cui questo contatto verbale con la folla rinnovava, ma ad un grado più alto, quel piacere di una pronunzia della parola tutta corporea, ” nella bocca sonante del dicitore”, che aveva invocato anni prima il poeta della Canzone di Garibaldi. cartol15.jpgAnche la parola, insomma, si faceva gesto, ebbrezza d’azione, istante assoluto da consumare in sé stesso, nella forza sensuale di una presenza aggressiva come in uno spettacolo di delirio o di entusiasmo rituali. Nonostante il suo “viso grinzoso di vecchietto richiamato” la guerra fece del D’Annunzio un eroe di nuovo giovane, per quanto non si possa negare, d’accordo con gli storici d’oggi, che egli rimase sempre un “avventuriero privilegiato”, estraneo agli orrori putridi e comuni della trincea, ma pronto, a sfidare la morte con la logica singolare del giocatore d’azzardo: come risulta chiarissimo dai suoi taccuini di combattente, sia che confessi che ” la vita non ha più pregio poichè non può rischiarla nel più temerario dei giochi” sia che si sorprenda a notare come ” tante immagini di voluttà accompagnino uno stato eroico” o lodi “l’amore del destino” in una “carne che domani può essere un pallido sacco d’acqua amara”. Alla fine della guerra il tenente colonnello D’Annunzio lasciava il fronte in un “misto di gioia e di scontento”, col sospetto per giunta che la vittoria potesse venire tradita e la vecchia politica riprendesse il suo corso come se l’evento della guerra non fosse stato il crepuscolo del mondo borghese e l’iniziio di una rivoluzione. Lo assillava soprattutto la questione della Dalmazia e dell’Adriatico, per la quale iniziò subito una nuova campagna di stampa contro le trattative diplomatiche in corso, assumendo ancora il ruolo di agitatore delle coscienze, di interprete della febbre nazionalistica nello scontro delle generazioni: nessuno meglio di lui, che era l’eroe della guerra poteva parlare alla massa dei reduci insoddisfatti, dei giovani che avevano combattuto e ora dovevano rassegnarsi al grigiore della vita comune declassati in un contesto sociale incerto e precario. Mentre c’era già chi salutava in lui “il solo Duce del popolo italiano e intrepido”, seguivano gli articoli della Pentecoste d’Italia, de Il comando passa al popolo, dell’Erma bifronte, e infine di Disobbedisco, di nuovo in aperto contrasto con il governo presieduto da Nitti. La situazione di Fiume, comunque, volgeva ormai al peggio a causa dei deliberati della Conferenza di Parigi, fra il tumulto crescenter dei nazionalisti e dell’ex socialista Benito Mussolini, il direttore del “Popolo d’Italia”. Il 12 settembre 1919 il poeta della guerra entrava a Fiume alla testa dei granatieri di Ronchi, che lo avevano voluto loro comandante, e di alcuni reparti dell’esercito regolare subito solidali, per affrettarne l’annessione all’Italia e per dare inizio, così, a un’avventura politica che durò quindici mesi e aprì la via, come riconoscono tutti gli storici, ad altre e più tragiche esperienze nel declino progressivo delle vecchie fedi democratiche.comando.gif Il maggio radioso e l’avventura fiumana costituirono dei gravi precedenti di sminuimento del sistema democratico sulla cui falsa riga si arrivò in Italia e in Germania all’instaurazione di regimi totalitari, illiberali, reazionari e imperialistici. E ad incarnare perfettamente il superuomo é Ulisse: egli, anche se durato solo un attimo, cambia comunque la vita del poeta: egli non è come i suoi compagni, che pure gli sono cari, ma si sente spinto a confidare solo in se stesso e destinato a realizzare imprese eccezionali, come quell’Ulisse di cui ha meritato il simbolico sguardo. Ulisse diventa quindi non solo il simbolo del “superuomo” per D’Annunzio, ma anche l’esempio e l’incitamento di tutti gli uomini che, come il poeta, non si accontentano di una vita tranquilla ma vogliono affermare la loro volontà di potenza realizzando la dimensione eroica di se stessi. Dietro alle parole c’è però il vuoto più completo di pensiero, ma soprattutto di sentimento. E’ riscontrabile nel poeta il desiderio di imporsi, di agire e ciò sconfina in megalomania già riscontrabile nel poeta adolescente che negli anni maturi risente della nuova filosofia tedesca (superomismo). D’Annunzio, avendo rifiutato di porsi una problematica del vivere, si proiettò in una vita attiva e combattiva. Il suo vitalismo si rivelò in due sensi:

1. Come insofferenza di una vita comune e normale.

2. Come vagheggiamento della “bella morte eroica”.Egli perciò insiste sui temi della grandezza, dell’orgoglio, dell’eroismo estetizzante. Determinò la svolta più importante del decadentismo, quella superomistica, a cui aderì dopo la (errata) interpretazione di Nietzsche. In D’Annunzio il superuomo trova la sua perfetta identificazione con l’artista. In lui non è tanto la vita a tenere dietro l’arte, ma l’arte a seguire le eccentricità della vita e questo costò al poeta un’accusa di superficialità. Il Superuomo per D’Annunzio, così come viene presentato nelle due opere Trionfo della Morte e Le Vergini delle Rocce, è un individuo proteso all’affermazione di sé, al di fuori di ogni remora di ordine morale e sociale. D’Annunzio applica concretamente alla realtà la teoria dell’idea pura di Superuomo e facendo ciò, ci permette di individuare alcune caratteristiche peculiari del “suo” Superuomo. I protagonisti delle opere sopracitate mostrano, infatti, il culto dell’energia dominatrice che si manifesta come forza, violenza, tesa all’affermazione della propria individualità. La loro è una concezione aristocratica del mondo che presuppone un conseguente disprezzo della massa, della plebe e del regime parlamentare che si basa su di essa. Giorgio Aurispa e Claudio Cantelmo ricercano la propria tradizione storica nella civiltà pagana, greco-romana e in quella rinascimentale. La sensualità caratterizza il Superuomo che ha alla base una sorta di furore sadico, di volontà di distruzione, di eccitazione violenta. Nel Superuomo d’annunziano si delinea una sproporzione tra gli obiettivi e le forze per raggiungerli, tra il desiderio e la realtà.

tratto da: www.ilfilosofico.net

sito consigliato: www.gabrieledannunzio.net

PIAVE

In Uncategorized on Novembre 7, 2007 at 12:49 am

 

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La Nostra Musica, Le Nostre Idee, Le Nostre Passioni

In Uncategorized on Novembre 7, 2007 at 12:25 am

CIAO CAPITANO!!! 

 

 

 

 

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DOVUNQUE UN EROE APPAIA NON MUORE MAI DEL TUTTO

 

Leon Degrelle

ROSSO…. SANGUE!!!

In Uncategorized on Novembre 5, 2007 at 9:45 pm

Poetica dannunziana, base essenziale di formazione umana e politica

In Uncategorized on Novembre 2, 2007 at 11:39 pm