bargello

Archivio per Febbraio 2008

Camerata Mantakas, PRESENTE!

In Cuori Neri, Storia politica on Febbraio 29, 2008 at 12:36 am

mikis-mantakas.jpg L’assassinio di Mikis Mantakas,di nazionalità greca,ventunenne iscritto all’Università di Roma e militantedel FUAN,è uno dei più torbidi ed inaccettabili! Quel maledetto 28 febbraio si celebrava nel Tribunale di Roma la prima udienza del processo per il “rogo di Primavalle”,un processo sporco dove si voleva negare l’evidente colpevolezza dei “sicari” di Potere Operaio.Politici, militanti della sinistra tutta,scrittori,giornalisti e ben pensanti vari scesero in piazza per difendere l’indifendibile,per celare la verità,per colpire anche nella memoria degli innocenti ammazzati dall’odio e dall’idiozia comunista! Una vera e propria pressione sui giudici…fu grande la mobilitazione dinanzi al Tribunale di Roma. Come abitudine,purtroppo,da quella manifestazione si stacca la “cellula devastatrice”,quella che ha l’obiettivo di devastare la prima sezione MSI che capita sotto tiro!E’ quella di via Ottaviano questa volta il bersaglio.Come al solito la Sezione non è mai vuota,c’è chi si riunisce,c’è chi fa politica…in quel momento i ragazzi del FUAN,il nucleo a cui aderiva anche Mikas,era in riunione! Gli assalitori sfondano il portone ma nel cortile ci sono i militanti del FUAN che respingono l’aggressione…ma tra i “compagni”,una volta cacciati nella via, qualcuno esce delle pistole e dà vita all’ennesima tragedia degli anni 70. Alcuni di quei proiettili raggiungono Mikas,muore all’istante!Resta ferito anche Fabio Rolli (18 anni). E’ bene ricordare nomi e cognomi degli ignobili assassini: Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri!Furono subito identificati ed arrestati. Ma come sappiamo,per “gli sporchi fascisti”,per i giovani missini che perdevano la loro vita,non c’era giustizia….la “democrazia” non lo poteva permettere!I due omicidi vengono rilasciati tra una fase e l’altra del processo e una volta liberi fuggono all’estero.E’ inutile raccontare gli “aiuti” giunti dal mondo della politica,e purtroppo non solo comunista;anche l’allora Segretatio dello PSI,Giacomo Mancini,ha le sue colpe,addirittura visita
Fabrizio Panzieri in carcere!Lojacono,che nel frattempo venne condannato in contumacia,ebbe il tempo di tornare in Italia e di partecipare anche al delitto di Aldo Moro e di tornare nuovamente all’estero! (che schifo).Mikis aveva una ragazza,Sabrina.Toccante e straziante fu la sua lettera al Secolo d’Italia comparsa il giorno dopo l’omicidio del suo amato!A quella lettera si sono ispirati “Gli Amici del Vento” per scrivere una canzone ,che ogni,cari amici,mi strazia internamente,mi commuove.Vi lascio il testo di questa canzone che si chiama “Nel suo nome”!

Ragazza che aspettavi, un giorno come tanti:
un cinema, una pizza, per stare un po’ con lui,
dai apri la tua porta, che vengo per parlarti…
“Sai, stasera… in piazza… erano tanti, e…
il tuo ragazzo è morto…
è morto questa sera”.

Vent’anni sono pochi per farsi aprir la testa
dall’odio di chi invidia la nostra gioventù,
di chi uno straccio rosso ha usato per bandiera,
perché non ha il coraggio di servirne una vera.

La gioventù d’Europa stasera pianger�
chi è morto in primavera per la sua Fedeltà.

Le idee fanno paura a questa società,
ma ancora più paura può far la Fedeltà:
la Fedeltà a una terra, la Fedeltà a un amore,
sono cose troppo grandi per chi non ha più cuore.

Un fiore di ciliegio tu porta tra i capelli,
vedendoti passare ti riconoscerò e…

Sole d’Occidente che accogli il nostro amico,
ritorna a illuminare il nostro mondo antico.
Dai colli dell’Eterna ritornino i cavalli,
che portano gli eroi di questo mondo stanchi.

Ragazza del mio amico, che è morto questa sera,
il fiore tra i capelli no, non ti appassirà.
Di questo tuo dolore, noi faremo una bandiera,
nel buio della notte una fiamma brillerà.

Sarà la nostra fiamma, saranno i tuoi vent’anni,
la nostra primavera sarà la libertà.

ONORE AL CAMERATA
 MIKIS MANTAKAS, PRESENTE!

La questione balcanica (parte I)

In Attualità politica on Febbraio 22, 2008 at 12:43 pm
(ANSA) – BELGRADO, 22 FEB – Calma oggi a Belgrado dopo i disordini che hanno causato un morto (forse un manifestante) e 132 feriti, di cui una cinquantina di agenti. La polizia ha arrestato 192 persone. Sono in corso lavori per riparare le otto ambasciate danneggiate in misura piu’ o meno e i circa 90 esercizi commerciali devastati. Dopo la condanna espressa dal ministro Jeremic, e’ giunta quella del premier, Kostunica. La Russia ha escluso ‘totalmente la presenza di componenti militari russe’ vicenda.

La Storia è realmente maestra di vita.
Il passato dei Balcani è lo specchio degli avvenimenti futuri.
Kossovo indipendente e Serbia, nazione più forte della confederazione jugoslava, con (dati 2001) il IV esercito più potente d’Europa, rifiuta ogni possibilità di dialogo e non accetta di perdere la sua area più meridionale. Si ripropone il sogno balcanico (soprattutto serbo) della Grande Serbia: dal 1941 a oggi, saccheggi, morte, crimini contro l’umanità. E una potenza, la Russia, che per rinverdire antichi fasti, si pone alle spalle di Belgrado con il suo imponente (per quanto antiquato) apparato militare. Una voluttà, null’altro. Gli statisti orientali dovrebbero leggere ADELCHI: come i franchi anche Mosca non scenderà in campo per logica ideale, ma probabilmente per fare della Serbia un protettorato. Occupazione militare, estensione dei propri confini, sbocco sull’ Adriatico. C’è tutto, interesse strategico, economico e politico. Chissà se qualcuno riuscirà a capirlo, a Oriente e Occidente. Le speranze sono poche. Ma certo, in un mondo dominato da internet play station il tempo per leggere l’ ADELCHI non c’è mai. Peccato.
Marco Petrelli

Evola e lo Stato

In Storia politica on Febbraio 21, 2008 at 2:35 pm

Da www.centrostudilaruna.it un interessante scritto sul pensiero evoliano.

Buona lettura.

La caduta dell’idea di Stato

Per potere studiare non nei suoi aspetti esteriori e consequenziali, bensì nelle sue cause profonde e in tutta la sua portata, il processo di caduta che ha subito nei tempi ultimi l’idea di Stato, ci è d’uopo prender per punto di riferimento una visione generale della storia che ha per centro la constatazione di un fenomeno fondamentale: il fenomeno della regressione delle caste.

Julius Evola, Imperialismo pagano. Il fascismo dinnanzi al pericolo euro-cristiano. Quarta edizione corretta e con due appendici. Heidnischer Imperialismus. Seconda edizione riveduta E’ una visione, questa, interessante, per la sua doppia caratteristica, di esser attuale da un lato, e simultaneamente tradizionale. Essa è attuale, inquantoché sembra corrispondervi una sensazione più o meno precisa che oggi si è preannunciata significativamente per vie diverse e quasi contemporaneamente in scrittori di diverse nazioni. Già la dottrina del Pareto circa la «circolazione delle élites» contiene in germe questa concezione. E mentre noi stessi l’accennavamo nello specifico riferimento allo schema delle caste antiche in un nostro libro di battaglia (Imperialismo Pagano), in forma più definitiva e sistematica essa è esposta in Francia da René Guénon ed in Germania, sia pure con esagerazioni estremistiche, dal Berl. Infine, è significativo che non diversa concezione oggi ha fornito ad un’opera animata da schietto spirito «squadrista» le premesse per denunciare le « vigliaccherie del secolo XX».

Ma vi è un secondo e più generico titolo di attualità per il nostro argomento, dovuto al nuovo «clima» spirituale subentrato, in tema di filosofia della cultura, ai grevi miti positivistici di ieri. Come si intuisce facilmente, la nozione di una regressione delle caste ha presupposti nettamente antitetici rispetto a quelli delle ideologie progressistiche ed evoluzionistiche che la mentalità razionalistico—giacobina ha introdotti fin in sede di scienza e di metodologia storica, elevando a verità assoluta quella che, in fondo, solo saprebbe convenire ad un parvenu: la verità, che il superiore deriva dall’inferiore, la civiltà dalla barbarie, l’uomo dalla bestia, e così via, fino a sboccare nei miti dell’economia marxista e nei vangeli sovietici del «messianismo tecnico». In parte sotto la spinta di tragiche esperienze, che hanno dissipato i miraggi di un ingenuo ottimismo, in parte per un effettivo rivolgimento interiore, oggi fra le forze più consapevoli e rivoluzionarie simili superstizioni evoluzionistiche, almeno nei loro aspetti più unilaterali e pretenziosi, possono considerarsi liquidate. Con il che si affaccia virtualmente la possibilità di riconoscere una diversa, opposta concezione della storia, che è nuova, ma ad un tempo remota, «tradizionale», e di cui la dottrina della regressione delle caste nelle sue relazioni con la caduta dell’idea di Stato è sicuramente una delle espressioni fondamentali.

Sta invero di fatto che al luogo del mito recente, materialistico e «democratico», dell’evoluzione, le più grandi civiltà del passato avevano concordemente riconosciuto il diritto e la verità dell’opposta concezione, che analogicamente possiamo chiamare «aristocratica», affermante invece la nobiltà delle origini e constatante, nello scorrere dei tempi ultimi, più una erosione, una alterazione ed una caduta, che non una qualunque acquisizione di valori veramente superiori. Ma qui, per non avere l’aria di passare da una unilateralezza ad un’altra, bisogna anche rilevare che nelle concezioni tradizionali cui accenniamo il concetto di una involuzione quasi sempre figura solo come momento di una più vasta concezione «ciclica»; concezione, che, sia pure dilettantescamente ed in un orizzonte assai più ristretto e ipotetico, ha fatto oggi riapparizione nelle teorie circa le fasi aurorali ascendenti e le fasi crepuscolari discendenti del «ciclo» delle varie civiltà, come quelle di uno Spengler, di un Frobenius o di un Ligeti.

Julius Evola, Oriente e Occidente Questa osservazione non è priva d’importanza anche in relazione all’intenzione stessa del presente scritto. Infatti noi qui non ti intendiamo affatto sottolineare tendenziosamente vedute, quali per caso converrebbero a «sinistri profeti del futuro»: intendiamo invece precisare oggettivamente alcuni degli aspetti della storia della politica, che si impongono non appena ci si metta da un punto di vista superiore. E se per tal via avremo da constatare fenomeni negativi nella società e nelle formazioni politiche dei tempi ultimi, in ciò non intendiamo tanto riconoscere un destino, quanto individuare i tratti di quel che si deve anzitutto realisticamente e virilmente riconoscere per procedere poi ad una eventuale, vera ricostruzione. Così il nostro studio si dividerà in tre parti.

Anzitutto considereremo gli antecedenti «tradizionali» della dottrina in parola, consistenti essenzialmente nella «dottrina delle quattro età». Passeremo poi ad esaminare lo schema dal quale trae il suo senso specifico l’idea della regressione delle caste, per poter individuare storicamente tale idea sì da considerare in tutti i suoi gradi ed aspetti la progressiva caduta dell’idea di Stato. Infine, svolgeremo delle considerazioni in ordine agli elementi che la concezione precisata ci offrirà sia per la comprensione generale dei fenomeni politico-sociali più caratteristici ai nostri giorni, sia per la determinazione delle vie atte a condurre verso un migliore avvenire europeo, verso la ricostruzione dell’idea di Stato.

Snorri Sturluson, Edda La sensazione tradizionale di un processo involutivo in atto di realizzarsi nei tempi ultimi, processo per il quale il termine più caratteristico è quello èddico di «ragnaròkkr» (oscuramento del divino), lungi dal restare vaga ed incorporea, determinò una dottrina organicamente articolata, ritrovantesi un pò dappertutto con larghissimo e strano margine di uniformità: la dottrina delle quattro età. Un processo di decadenza spirituale graduale attraverso quattro cicli o «generazioni» —in questi termini fu tradizionalmente concepito il senso della storia. La forma più nota di tale dottrina è quella propria alla tradizione greco-romana.

Esiodo parla appunto di quattro ere, contrassegnate simbolicamente dai quattro metalli, oro, argento, bronzo e ferro, lungo le quali da una vita “simile a quella degli dèi” l’umanità sarebbe passata a forme di una società sempre più dominata dall’empietà, dalla violenza e dall’ingiustizia. La tradizione indoariana ha la stessa dottrina nei termini di quattro cicli, l’ultimo dei quali ha il nome significativo di «età oscura» — kaliyuga — insieme all’immagine del venir meno, in ciascuno di essi, via via di ciascuno dei quattro «piedi» o sostegni del Toro, simboleggiante il dharma, cioè la legge tradizionale d’origine non-umana, la quale in via particolare è quella da cui ciascun essere trae il suo giusto luogo nella gerarchia sociale definita dalle caste. La concezione iranica è affine a quella indoariana e ellenica, e lo stesso si dica per quella caldaica. Per quanto in una trasposizione particolare, la stessa idea trova eco nella tradizione ebraica, nel profetismo parlandosi di una statua splendente, la cui testa è d’oro, il cui petto e le cui braccia sono d’argento, il ventre di rame e i piedi di ferro e di argilla: statua, che nelle sue parti così divise (e tale divisione ha — come vedremo singolare corrispondenza con quella che nell’uomo primordiale, secondo la tradizione vèdica, determina le quattro principali caste) rappresenta quattro «regni» che si succederanno a partir da quello «aureo» del «re dei re ricevente dal dio del cielo, potenza, forza e gloria».

Non solo in Egitto si riproduce un tale motivo con certe varianti che qui non è il caso di esaminare e spiegare, ma perfino oltre l’Oceano, nelle antiche tradizioni imperiali azteche. La relazione fra la dottrina delle quattro età — che in una certa misura si proietta nel mito o fra le penombre della più alta preistoria— e la dottrina della regressione delle caste e della relativa caduta dell’idea di Stato si stabilisce per una doppia via. Anzitutto per questo: per la concezione stessa che del tempo e dello sviluppo degli eventi nel tempo aveva l’uomo tradizionale.

Julius Evola, L'arco e la clava Per l’uomo tradizionale il tempo non scorreva uniformemente e indefinitamente, ma si fratturava in cieli o periodi, ciascun punto dei quali aveva una sua individualità costituendo, insieme con gli altri, la completezza organica di un tutto. Per tal via, la durata cronologica di un ciclo poteva anche esser labile. Periodi quantitativamente diseguali potevano esser assimilati, una volta che ciascuno di essi riproducesse tutti i momenti tipici di un ciclo. Su questa base, valeva tradizionalmente una corrispondenza analogica fra grandi cicli e piccoli cicli, che permetteva di considerare uno stesso ritmo, per così dire, su ottave di diversa ampiezza. E così che esistono delle effettive corrispondenze fra il ritmo «quattro» quale figura in universale a chiave della dottrina delle quattro età e il ritmo «quattro» quale figura in un ambito più ristretto, più concreto e più storico, in relazione alla discesa progressiva dell’autorità politica dall’una all’altra delle quattro antiche caste.

E i punti caratteristici che nella prima dottrina si presentano come miti, epperò superstoricamente, possono per ciò stesso introdurci nel senso di rivolgimenti storici concreti analogicamente corrispondenti. La seconda giustificazione del nostro metter in relazione le due dottrine sta in questo: che nella gerarchia delle quattro caste principali, quale fu tradizionalmente concepita, troviamo fissati, per così dire, in immobile coesistenza, come strati sovrapposti del tutto sociale, i valori e le forze che, attraverso la dinamica di un divenire storico, sia pure regressivo, avrebbero preso a dominare via via in ciascuno dei quattro grandi periodi.

Ci limiteremo a rilevare che nei riguardi della suprema delle caste, quella che corrisponde alle stirpi dei Re Divini, e nel concetto stesso della funzione da questi incarnata, dovunque essa si sia manifestata, sono ricorrenti espressioni, simboli e figurazioni che corrispondono sempre e in modo uniforme a quelle che, nel mito, vengono riferite alle generazioni del primo ciclo, dell’età aurea. Se noi abbiamo già visto che nella tradizione ebraica la prima epoca, aurea, entra direttamente in relazione coi concetto supremo della regalità — nelle tradizioni classiche è significativa la relazione leggendaria fra il dio di tale èra, e Giano, poiché questi in un suo aspetto valse come simbolo per una funzione simultaneamente regale e pontifìcale; nella tradizione indo—ariana l’età dell’oro è quella in cui la funzione regale, interamente desta, opera secondo verità e giustizia, mentre l’età oscura è quella in cui essa “dorme”; nella tradizione egizia la prima dinastia è quella stessa che ha gli attributi dei Re Solari Osirificati, signori delle due corone, concepiti come esseri trascendenti — e fin nelle tradizioni dell’ellenismo iranizzato i sovrani assumevano non di rado le insegne simboliche di Apollo—Mithra, concepito come il Re Solare di “coloro dell’età aurea”. Per contro, sarebbe facile mostrare che nelle epoche ultime, nell’età oscura, o del ferro, o del «lupo», viene direttamente o indirettamente figurato un predominio di quelle forze «infere», promiscue, legate alla materia e al lavoro come ad un oscuro destino — ponos — alle quali nella gerarchia tradizionale corrispondeva la ultima delle caste (l’età oscura — viene detto esplicitamente — è quella contrassegnata dall’avvento al potere della casta dei servi, cioè del puro demos). Mentre, per una epoca intermedia, sia il suo riferimento all’epoca di semidei come eroi (Ellade), o a quella in cui il re ha per caratteristica solo l’azione energica (India), o in cui appaiono forze titaniche in rivolta (Edda, Bibbia) ci rimanda più o meno direttamente al principio proprio alla casta dei «guerrieri».

Julius Evola, Cavalcare la tigre E tanto basta per quel che concerne l’inquadramento «tradizionale» di quella veduta della storia, che adesso passeremo a considerare nei suoi tratti essenziali. Come premessa, siamo naturalmente tenuti a precisare e a giustificare ciò che abbiamo chiamato «gerarchia tradizionale» è la nozione stessa di casta. L’ideabase, è quella di uno Stato non pure come organismo, ma altresì come organismo spiritualizzato, tale da innalzare per gradi il singolo da una vita naturalistica prepersonale ad una vita supernaturale e superpersonale attraverso un sistema di «partecipazioni» e di subordinazioni atte a ricondurre costantemente ogni classe di esseri cd ogni forma di attività ad un unico asse centrale. Si tratta dunque di una gerarchia politico—sociale con fondamento essenzialmente spirituale, nella quale ciascuna casta o classe corrispondeva ad una determinata forma tipica di attività e ad una funzione ben determinata nel tutto.

Questo significato prese particolare risalto nella concezione indoariana secondo la quale, di là delle quattro principali caste, quelle superiori di fronte a quelle servili erano concepite come l’elemento «divino» di “coloro che sono rinati” — dvija — culminante in “coloro che sono simili al sole”, di contro all’elemento «demonico» — asurya — degli esseri oscuri krshna. Per tal via, come premessa uno degli autori moderni citati al principio, il Berl, parte da una concezione dinamico—antagonista della gerarchia tradizionale, quasi di lotta fra kosmos e chaos: l’aristocrazia sacrale incorporerebbe il «divino» nella sua funzione olimpica di ordine, e la massa il «demonico» (non nel senso morale cristiano, ma nel senso di puro elemento naturalistico): l’uno tenderebbe a trascinare con sé l’altro, e ciascuna delle forme intermedie corrisponderebbe ad una data mescolanza dei due opposti elementi. Quanto poi alla ragione della quadripartizione — quattro principali caste — essa procede dall’analogia con lo stesso organismo umano. Così per esempio nella tradizione vèdica le quattro caste sono fatte corrispondere a quattro parti fondamentali dcel «corpo» dell’uomo primordiale — e a tutti sono note le riprese di tali analogie per la giustificazione organica dello Stato, che si ebbero sia in Grecia (Platone) che a Roma. In realtà, ogni organismo superiore presenta in connessione gerarchica quattro funzioni distinte, seppure solidali: al limite inferiore vi sono le energie indifferenziate prepersonali della vitalità pura. Su di esse però già domina il sistema degli scambi vitali e dell’economia generale organica (sistema della vita vegetativa).

A questo sistema, peraltro, è soprordinata la volontà, come ciò che muove e dirige il corpo come tutto nello spazio e nel tempo. Infine, al sommo, una potenza di libertà e di intelletto, lo spirito quale principio sovrannaturale dell’umana personalità. Esattamente questa è, trasposta in termini di gerarchia sociale, la ragione analogica delle quattro antiche caste indoariane: in corrispondenza — rispettivamente — a vitalità subpersonale, economia organica, volontà e spiritualità, vi erano dunque le quattro caste distinte dei servi — sudra — della borghesia abbiente, agricola, commerciante e (nei limiti antichi) industriale — vaicya — dell’aristocrazia guerriera — kshatriya — e, infine, di una aristocrazia puramente spirituale che forniva i Re Divini, o le nature virilmente sacerdotali, gli «iniziati solari» i quali, concepiti come «più che uomini», apparivano agli occhi di tutti come coloro che irrepugnabilmente e più di ogni altro avevano il diritto legittimo al comando e la dignità dei Capi: e di quest’ultima casta i brahmana, in un certo senso (diremo poi perché solo «in un certo senso»), furono i rappresentanti nell’antica India ariana. Chiamiamo tradizionale, e non semplicemente indù, questa quadripartizione, perché essa effettivamente si lascia ritrovare, in forma più o meno completa, in varie altre civiltà: Egitto, Persia, Ellade (in una certa misura), Messico, fino a giungere al nostro Medioevo, che ci mostra parimenti la quadripartizione sociale supernazionale in servi, borghesia (Terzo stato), nobiltà, clero.

Julius Evola, La Tradizione Ermetica Qui si tratta di applicazioni più o meno complete, ora in sede di classi, ora in sede di caste vere e proprie, di uno stesso principio, il cui valore è indipendente dalle sue realizzazioni storiche e che, in ogni modo, ci presentano uno schema ideale atto a farci comprendere il vero senso dello sviluppo storico-politico dalle soglie dei cosiddetti tempi storici fino ai nostri giorni. In ordine al significato complessivo del sistema gerarchico, sarebbe inesatto, e condurrebbe all’equivoco, data l’accezione corrente della parola, il qualificarlo come «teocratico». Se in ciò si pensa al tipo di uno Stato retto da una casta sacerdotale, o clero, così come appare nelle forme più recenti di religione occidentale, non di questo è il caso nelle costituzioni in parola. Al vertice della gerarchia, nelle forme politiche veramente originarie troviamo invece una sintesi inscindibile dei due poteri, cioè del regale e del sacerdotale, del temporale e dello spirituale in un’unica persona, concepita quasi come incarnazione di una forza trascendente.

Il Rex era simultaneamente Deus et Pontifex, e qui, quest’ultima parola va presa nella trasposizione analogica del suo senso etimologico di «facitore di ponti» (Festo, S. Bernardo): il Re, come Pontifex, era il facitore di ponti fra naturale e sovrannaturale, ed eminentemente in lui era riconosciuta la presenza della forza dall’alto capace di animare i riti e i sacrifici, concepiti, questi, come azioni oggettive trascendenti atte a sorreggere invisibilmente lo Stato e a propiziare la «fortuna» e la «vittoria» dì una stirpe. Se dall’antica Cina e dall’antico Giappone ci portiamo all’antico Egitto, alle prime forme regali ellenico—achee e poi romane, ai ceppi nordici primordiali, alle dinastie degli Inca e così via, noi vediamo sempre ripresentarsi questo concetto; non troviamo al vertice una casta sacerdotale o chiesa; vediamo che la «regalità divina» non riceve da altro (come quando subentrerà il rito dell’investitura) la sua dignità e autorità: essa — come si diceva nell’antica Cina e come si ripeterà nell’ideologia ghibellina del Sacro Romano Impero ha direttamente il «mandato del Cielo» e si presenta come una specie di «superumanità» virile e spirituale ad un tempo.

Fissar bene questo punto, è essenziale, per poter individuare dove, idealmente, si inizio il processo regressivo nei confronti dell’ideale politico tradizionalmente più alto. In tale ideale la gerarchia delle quattro classi o caste (qui non possiamo distinguere le due nozioni, nè indicare le premesse metafisiche con le quali si giustificava la chiusura endogamica) sensibilizzava dunque i gradi progressivi di una elevazione della personalità in corrispondenza ad interessi e forme di attività sempre più libere dal vincolo del vivere immediato e naturalistico. Poiché, rispetto all’anonimato delle masse intente al mero vivere, già gli organizzatori del lavoro, i possessori patriarcali di una terra, rappresentavano l’abbozzo di un tipo, di una persona.

Julius Evola, La dottrina del risveglio Ma nell’ethos eroico del guerriero è già chiara una forma di superamento attivo dei vincoli umani, la forza di un «più che vita» — intronata poi come calma dominazione nel capo, lex animata in terris. L’ideale della fedeltà— bhakti, dicevano gli Indo—ariani, fides dicevano i Romani, Treue, trust ripeterà nel Medioevo — nella doppia forma di fedeltà alla propria natura e di fedeltà alla casta superiore, faceva la saldezza della gerarchia ed era via per una partecipazione dignificante dell’inferiore al superiore attraverso il servigio, la dedizione, l’obbedienza di fronte ad un principio di autorità eminentemente spirituale: giacché là dove il regime delle caste — come nell’india — ebbe il suo massimo rigore, proprio là vediamo le caste più alte imporsi né attraverso la violenza, né attraverso la ricchezza, ma appunto attraverso l’intima dignità della funzione che corrispondeva alla loro natura.

Con ciò abbiamo tutti gli elementi per comprendere il corso dei tempi ultimi come una graduale discesa del potere, dell’autorità e dell’idea di Stato — come pure dei valori e degli ideali predominanti — dall’uno all’altro dei livelli corrispondenti alle quattro antiche caste. Infatti l’epoca del potere delle “regalità divine” retrocede già talmente fra le penombre della preistoria, che oggi ai più riesce estremamente difficile, se non impossibile, ricostruirne il giusto senso. O si crede di aver a che fare con miti e superstizioni, o ci si riduce all’accennata formuletta scolastica spicciativa: “teocrazia”. E quand’anche qualcuno ricordi ancora ciò che fino a ieri sussisté come residuo di siffatta concezione primordiale e sacrale — cioè la dottrina del diritto divino dei Re — quegli ne ignora del tutto le premesse effettive, né sa comunque reintegrarla nella visione complessiva della vita e del sacrum, da cui essa trasse originariamente la sua potenza e la sua «legittimità» in senso superiore e oggettivo.

E’ naturale che voler precisare storicamente le cause del discendere dell’idea di Stato da quel supremo livello sarebbe presuntuoso, tanto lontano retrocede tale fenomeno nel terreno malfermo della preistoria. Tuttavia, in sede ideale, qualcosa si lascia dire con sufficiente margine di probabilità attraverso le testimonianze concordanti che ci forniscono le tradizioni orali o scritte di tutti i popoli: noi troviamo gli indizi di frequente opposizione fra i rappresentanti dei due poteri, l’uno spirituale l’altro temporale, quali si siano le forme speciali rivestite dall’uno e dall’altro di questi due poteri per adattarsi alla diversità delle circostanze.

Julius Evola, Meditazioni delle vette Questo fenomeno che, peraltro, non saprebbe esser originario, segna idealmente l’inizio della decadenza. Possiamo dire che alla sintesi primordiale, espressa dalla nozione della Regalità Divina, subentrò allora la separazione e poi l’antitesi appunto di autorità spirituale e di potere temporale e, a dir vero, nei termini di una spiritualità che non è più regale ma sacerdotale, e di una regalità che non è più spirituale e sacrale ma semplicemente e materialmente «politica» e laica: la tensione gerarchica si allenta, l’apice frana, si produce come una frattura, che fatalmente dovrà prolungarsi fino ad intaccare dalle fondamenta l’integrità del tutto tradizionale.

Sotto tale riguardo, l’avvento al potere di una casta semplicemente sacerdotale esprime o una rinuncia dall’alto, o una usurpazione dal basso, o l’una e l’altra cosa insieme, e caratterizza il primo tratto di un arco discendente. Inutile dire, che qui ci troviamo di fronte ad un fenomeno relativamente recente. Lo stesso primato che in India guadagnò la casta sacerdotale brahmana è probabilmente da considerarsi come l’effetto dell’importanza che sempre più assunse il purohita, il sacerdote originariamente al servizio del re concepito come «un gran dio sotto forma umana» allorché l’originaria unità delle razze ariane subì la dispersione.

In Egitto sin verso la XXI dinastia il Re Solare solo eccezionalmente delegava un sacerdote per compiere i riti e l’autorità sacerdotale restò sempre un riflesso di quella regale — solo più tardi si costituì la dinastia sacerdotale di Tebe a detrimento di quella regale. E’ un rivolgimento che, peraltro, si affacciò anche nell’Iran, ma fu represso con la cacciata del sacerdote Gaumata, il quale aveva cercato di usurpare la dignità regale.

Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno A Roma, secondo la tradizione, il rex sacrorum non si sarebbe costituito che con la delega di un potere che, originariamente, fino a Numa, il re conservava per sé, e che il sovrano riprese per sé nel periodo imperiale — e fenomeni del genere si potrebbero certamente riscontrare anche altrove. In ogni modo, l’affermazione di Gelasio I, che “dopo il Cristo, nessun uomo può più esser ad un tempo re e sacerdote» e stigmatizzante come diabolica tentazione e creaturale superbia l’aspirazione dei re ad assumere dignità sacra, può valerci come conclusiva per lo sviluppo di detto fenomeno: allo stesso modo che, riconoscendo dietro alle rivendicazioni ghibelline degli imperatori medievali e al carattere stesso dei grandi Ordini cavallereschi crociati un tentativo ora palese, ora occulto, ma purtroppo in buona misura ormai anacronistico e incerto, di ricostituire la sintesi dei due poteri, del regale e del sacrale, dell’eroico e dell’ascetico — nella lotta fra Impero e Chiesa noi dobbiamo considerare l’ultimo episodio di una vicenda rifacentesi agli inizi stessi del processo di discesa ora esaminato. Ed è ben di un processo di discesa che qui si tratta, per questo: che dalla separazione dei due poteri prese inizio il dualismo, doppiamente distruttivo, di una spiritualità che si rende sempre più astratta, «ideale», incorporea, sovramondana in senso cattivo e rinunciatario, da una parte — e dall’altra, di una realtà politica che si rende sempre più materiale, secolarizzata, laica, agnostica, dominata da interessi e da forze che sempre più appartengono non pure al mero «umano», ma infine allo stesso subumano, all’elemento prepersonale del puro collettivo.

Franato l’apice, il primo fenomeno decisivo per questa discesa, con il quale il centro passa dalla prima alla seconda delle quattro caste, può definirsi come la “rivolta dei guerrieri”. Anche questo fenomeno ha tratti pressoché universali, e si esprime non solo nella storia, reale o leggendaria, ma anche nel mito: quasi tutti i popoli, in relazione spesso con la dottrina delle quattro età (la corrispondenza è sopra tutto con l’età del bronzo o del «lupo o dell’ascia» o degli «eroi» in senso ristretto) recando il ricordo di rivolte più o meno «luciferiche», di razze di «giganti» — i nephelim biblici — o di titani, o di non-dèi — i raksasa e gli asura indoariani — che insorgono contro figure simboliche per una spiritualità divina, spesso ad affermare il principio della guerra e della mera violenza — ossia una distorsione del principio proprio appunto alla casta dei guerrieri — o ad usurpare un fuoco simbolico, che però si trasforma in motivo di prometeico tormento. E quando non si tratta appunto di usurpazione (ossia, in termini concreti: del tentativo del potere semplicemente temporale di subordinare e ridurre a instrumentum regni l’autorità spirituale, sia pur divenuta, questa, soltanto «sacerdotale») — qui si tratta in ogni caso di una rivolta che è sinonimo, semplicemente, di abdicazione e di mutilazione. Il Guénon assai giustamente rileva che ogni casta, mettendosi in rivolta e pretendendo di costituirsi come autonoma, si degrada in un certo qual modo inquantoché perde con ciò stesso la partecipazione e la facoltà di riconoscimento di un principio superiore, perde il suo carattere proprio quale l’aveva nell’insieme gerarchico per assumere quello della casta immediatamente inferiore. Ad ogni modo, a questo punto, per riferirei agli orizzonti storici a noi più prossimi, siamo all’avvento dell’epoca dei «re guerrieri», quale è visibile sopra tutto in Europa.

Non più una aristocrazia virilmente spirituale, ma solo una nobiltà militare secolarizzata sta a capo degli Stati: fino alle ultime grandi monarchie europee. Qualità sopra tutto etiche vanno a definirla: quella certa nobiltà intima, quella certa grandezza e superiorità eroica connessa alla eredità di un sangue selezionato e anche a prestanza fisica e a naturale prestigio, che sono i contrassegni abituali del tipo più recente e già secolarizzato dell’aristocrate. E a tale livello il Guénon rileva giustamente che per lo Stato più che di autorità, è ormai il caso di parlare di potere, questa parola evocando quasi inevitabilmente l’idea di potenza o forza, e sopra tutto di una forza materiale, di una potenza che si manifesta visibilmente all’esterno e si afferma adoperando mezzi esteriori, mentre l’autorità spirituale, interiore per essenza, non si afferma che da se stessa, indipendentemente da ogni appoggio sensibile, e si esercita, in un certo senso, invisibilmente: sì che se si può ancora parlare qui di autorità, è solo in termini di analogia. Passando ora a considerare il secondo crollo, quello in forza del quale il centro dalla casta dei guerrieri si porta ancor più giù, fino alla casta dei mercanti, se ci riferiamo alla storia europea, esso si annuncia col tramonto del Sacro Romano Impero, anzi, già con l’opera iniziata da Filippo il Bello. L’autorità spirituale, trasformatasi in potere temporale, ha per sua caratteristica una ipertrofia materialistica e devastatrice del principio di centralizzazione statale. Il sovrano teme di perdere il suo prestigio di fronte a coloro che, in fondo, sono ormai suoi pari, cioè ai vari Principi feudali e, per consolidarlo, non si perìta ad avversare la stessa nobiltà, alleandosi col Terzo stato e non esitando ad appoggiare le rivendicazioni di questo contro la nobiltà: “E così che vediamo la regalità, per centralizzarsi e assorbire in sé i poteri che appartenevano collettivamente alla nobiltà tutta intera, entrare in lotta con questa e lavorare alla distruzione della feudalità, dalla quale purtuttavia era sorta: essa d’altronde non poteva farlo che appoggiandosi al Terzo stato, che corrisponde ai vaicya (la casta indù dei mercanti), ed è per questo che noi vediamo anche, appunto a partir da Filippo il Bello, i re di Francia circondarsi quasi costantemente della borghesia, sopra tutto coloro che, come Luigi Xl e Luigi XIV hanno spinto più lontano il lavoro di ‘centralizzazione’, di cui del resto la borghesia doveva in seguito raccogliere il beneficio quando essa si impadronì del potere con la rivoluzione” (Guénon).

Julius Evola, Gli uomini e le rovine A questo punto si inizia il processo di sostituzione del sistema nazionale a quello feudale. E nel XIV secolo che le nazionalità cominciano a costituirsi attraverso il detto lavoro di centralizzazione. Si ha ragione di dire che la formazione della “nazione francese”, in particolare, fu l’opera dei re; questi, per ciò stesso, prepararono senza volerlo la loro rovina. E se la Francia fu il primo paese europeo in cui la regalità fu rovesciata, è perché fu in Francia che la “nazionalizzazione” ebbe il suo punto di partenza. D’altronde, occorre appena ricordare quanto ferocemente la Rivoluzione francese fu “nazionalista” e “centralizzatrice”, ed anche, quale uso propriamente rivoluzionario e sovvertitore si fece, durante tutto il corso del XIX secolo, e fin nella prima guerra mondiale, del cosiddetto «principio delle nazionalità». Perciò, se già nei costituirsi delle repubbliche mercantili e delle città libere se nella rivolta dei Comuni contro l’autorità imperiale e poi nelle guerre dei contadini abbiamo i prodromi del gonfiarsi dal basso dell’onda sovvertitrice, l’assolutismo centralizzatore dei re guerrieri, in atto di costituire dei poteri pubblici in sostituzione materialistica del cemento puramente spirituale dato dal precedente ideale della fides, con abolizione di ogni privilegio e della stessa nozione dello jus singulare nel quale ancora si conservava qualcosa dell’antico principio delle caste un tale assolutismo apre dall’alto le vie e va incontro a quell’onda dal basso, alla demagogia: e i poteri pubblici saranno l’organo in cui, scalzata la monarchia, o ridottasi questa a vuoto simbolo con le costituzioni e con la famosa formula del Thiers: «Le roi règne, mais il ne gouverne pas», doveva incarnarsi il mero collettivo, la nazione, dapprima sotto specie di Terzo stato.

Attraverso la rivoluzione liberale abbassandosi l’idea della giustificazione dello Stato a quella mercantile e utilitaristica di un «contratto sociale», prende forma infatti il capitalismo moderno e, infine, l’oligarchia capitalistica, la plutocrazia, finisce col controllare e col dominare la realtà politica — il potere scende cioè a quel che in termini tradizionali corrisponde al livello della terza casta, all’antica casta dei mercanti. Con l’avvento della borghesia, l’economia viene a dominare su tutta la linea e la supremazia di essa viene apertamente proclamata nei riguardi di ogni sussistente resto dei principi non diciamo spirituali, ma semplicemente etici ancora vivi nel mondo politico occidentale. È la teoria paretiana dei «residui» e quella marxista delle «superstrutture». Per la forza di una logica piena di significato, la denominazione regale passa ai «re del dollaro», ai «re del carbone», ai «re dell’acciaio», e via dicendo.

Ma come l’usurpazione chiama l’usurpazione, dopo i borghesi sono ora i servi che, a loro volta, aspirano al dominio. Lo pseudoliberalismo della borghesia doveva richiamare fatalmente il «socialismo» in regime di masse e, questo, elementi ancor più inferiori, la pura «demonia» del collettivo. Fomentato dalle distruzioni internazionalistiche, antitradizionalistiche, illuministiche e democratiche inevitabilmente connesse al tipo moderno di civiltà e di cultura, con il marxismo, la terza internazionale, il manifesto del comunismo, la rivolta proletaria contro la borghesia capitalistica e, infine, con la rivoluzione russa e il nuovo ideale collettivistico bolscevico si assiste all’ultimo crollo, all’avvento della quarta casta: il potere passa nelle mani della mera massa priva di volto, la quale volge ad instaurare una nuova epoca universale dell’umanità sotto i rozzi segni di falce e martello. E qui il Berl forza le tinte: per lui con l’avvento del Quarto stato siamo al vestibolo del mondo subumano.

Julius Evola, Augustea (1941-1943). La Stampa (1942-1943) Il Quarto stato è disanimato e il suo scopo è la disanimazione della vita, della società, della stessa interiorità umana: e tali, dopo lo standardismo e il taylorismo americano, sono i fini perseguiti dalla cosiddetta “purificazione proletaria» dai residui dell’Io borghese e dal cosiddetto messianismo tecnico sovietico. D’altronde, estraendo dalla forma mitica il contenuto reale, rivolgimenti del genere furono preveduti in più di un insegnamento tradizionale. Se l’Edda profetizza «giorni amari» in cui gli esseri della terra — gli Elementarwesen proromperanno a travolgere le forze divine e i «figli di Muspell» spezzeranno l’arco Bifròst che unisce cielo a terra (si ricordi l’anzidetto simbolismo della funzione pontificale della sovranità quale facitrice di ponti), un tema analogo si trova per esempio nella leggenda che, da tempi remoti, giunse nel Medioevo e vi costituì una specie di leitmotiv: la leggenda delle genti «demoniche» di Gog e Magog che, spezzando la simbolica muraglia di ferro con cui una figura imperiale aveva loro sbarrata la via (simbolo per i limiti tradizionali e per l’ideale dello Stato quale kosmos vittorioso su chaos), proromperanno per cercar di vincere l’ultima battaglia impadronirsi di tutte le potenze della terra. D’altra parte, già accennammo che secondo la tradizione indoariana il kalìyuga, o età oscura, sarebbe caratterizzato dal predominare della casta dei servi, dal prorompere di una razza di barbari senza fede, «intenti a apprezzare la terra solo per i tesori che essa contiene» (VishnuPurana).

Togliendo a tutto ciò l’elemento coreografico-apocalittico, qui sarebbe difficile non riconoscere la corrispondenza della nuova «civiltà» sovietica della bestia senza volto senza volto perché composta da una moltitudine innumerevole — in atto di costruirsi razionalmente i più moderni strumenti di meccanica potenza. Se il contemporaneo Julien Benda profetizza come epilogo del fenomeno, da lui precisato, della trahison des clercs “l’umanità, e non più una certa frazione di essa, prenderà sé stessa per oggetto di religione. Si arriverà così ad una fratellanza universale che, lungi dall’abolire lo spirito di nazione con i suoi appetiti e i suoi orgogli, ne sarà la forma suprema, la nazione chiamandosi l’Uomo e il nemico Dio. E da quel momento, unificata in una armata immensa e in una immensa officina, non conoscendo più che discipline e invenzioni, infamando ogni attività libera e disinteressata e non avendo per Dio che sé stessa e i suoi voleri, l’umanità giungerà a grandi cose, cioè ad una presa veramente grandiosa sulla materia che la circonda”; se un Benda scrive ciò, qui vediamo proprio una specie di traduzione aggiornata dei termini dell’antica profezia tradizionale.

In realtà, se si è giunti a pensare che non pure l’idea di casta, ma anche quella di classe è una idea superata e se si è affacciata la convinzione che la stessa famiglia e la stessa personalità sono dei pregiudizi borghesi e, infine, che l’idea tradizionale di nazione non ha più un futuro, come più alto ideale ponendosi un conglomerato internazionale omogeneo, proletarizzato, avente per unico cemento il lavoro — è facile riconoscere che si sta facendo largo un concetto sociale conforme non più all’una o all’altra delle caste, ma addirittura al fuori casta, al paria: nel paria essendo stato considerato appunto chi è senza personalità, né culto: insomma, l’uomo libero.

È dunque alla glorificazione del paria e alla sua costituzione a modello universale presso ai miraggi di una potenza puramente arimanica, che sembra sbloccare il vantato progresso dell’Occidente, auspice prima la disgregazione individualistica e illuministica, poi il fermento barbarico connaturato nell’anima slava in connubio col materialismo storico dell’ebreo Carlo Marx.

Così è evidente che come senso generale di questo processo della regressione delle caste e della caduta dell’idea di Stato si ha il trapasso involutivo della personalità spirituale al collettivo prepersonale del quale, in forma mistica, era simbolo il totem delle società primitive. In realtà, solo aderendo ad una attività libera l’uomo può esser libero e sé stesso. Così nei due simboli dell’azione pura (eroismo, assunzione della vita a rito) e della conoscenza pura (contemplazione, ascesi) sostenuti da un regime di giusta diseguaglianza (suum cuique), le due caste superiori aprivano all’uomo vie di partecipazione a quell’ordine sovramondano, solo nel quale egli può appartenere a sé stesso e cogliere il senso integrale e universale della personalità. Nel distruggere ogni interesse per quell’ordine, nel concentrarsi sulla parte passionale e naturalistica del proprio essere, su scopi pratici e utilitari, su realizzazioni economiche e su ogni altro degli oggetti originariamente propri solo alle caste inferiori, l’uomo invece abdica, si discentra, si disintegra, si riapre a quelle forze irrazionali e prepersonali della vita collettiva, elevarsi al disopra delle quali costituì lo sforzo di ogni cultura veramente degna di questo nome. E così che, una volta avvenuta la disgregazione e la rivolta individualistica, nelle forme sociali dei tempi ultimi il collettivo acquista sempre più potenza, fino al punto di ridestare, in forma nuova, ma ancor più temibile, perché meccanizzata, razionalizzata, centralizzata e tradotta in termini di despotisrno sociale, economico o statale, il totemismo delle tribù primitive.

La nazione giacobinamente concepita, il «popolo», la società, o l’umanità assurgono ora ad una personalità mistica e esigono dai singoli, che di essa sono parte, dedizione e subordinazione incondizionate, mentre in nome della «libertà» viene fomentato demagogicamente l’odio per quelle individualità superiori e dominatrici, solo di fronte alle quali il principio della subordinazione e dell’obbedienza dei singoli era sacro e giustificato. E questa tirannide del gruppo non si limita ad affermarsi in ciò che nella vita del singolo ha carattere «politico» e «sociale»: essa si arroga un diritto morale e spirituale, e pretendendo che cultura e spirito cessino di esser forme disinteressate di attività, vie per l’elevazione e la dignifìcazione della personalità e quindi per la realizzazione dei presupposti stessi di ogni gerarchia vera e virile, e divengano organi al servigio dell’ente temporale collettivo; dando l’ostracismo ad ogni «movente sovrannaturale o comunque estraneo agli interessi della classe» (Lenin) e scoprendo, per tal via, «in ogni intellettuale un nemico del potere sovietico» (Zinoviev), essa bandisce proprio la morale di chi afferma che mente e volontà solo hanno valore, quando si riducano a strumenti a servigio del corpo. D’altronde, la regressione quadripartita non ha solo carattere politico-sociale e psicologico, ma è anche quella di una data etica in una inferiore, di una data concezione della vita in una inferiore. Infatti mentre all’epoca «solare» era proprio l’ideale della spiritualità pura e l’etica della liberazione attiva dalla caducità umana; mentre all’epoca dei «guerrieri» era proprio ancora l’ideale dell’eroismo, della vittoria e della signoria e l’etica aristocratica dell’onore, della fedeltà e della cavalleria — nell’epoca dei «mercanti» l’ideale è la ricchezza (prosperity) , l’economia pura, il guadagno concepito — secondo la deviazione puritana derivata dall’eresia protestantica — come segno dell’approvazione divina, l’ascesi del capitalismo, la scienza come strumento di sfruttamento tecnico-industriale propiziatore di produzione e di nuovo guadagno o di degradante razionalizzazione della vita — e infine con l’avvento dei «servi» sorge l’ideale del «servizio» anodino all’ente collettivo socializzato e l’etica universale proletaria del lavoro (“chi non lavora non mangia”) con degradazione di ogni forma superiore di attività appunto in assunzioni sotto specie di «lavoro» e «servizio», cioè di quel che solo era il «dovere», il «modo d’essere», dell’ultima delle caste.

E considerazioni analoghe, constatazioni di un ritmo quadripartito di caduta si potrebbero facilmente fare in ordine a molti altri domini: famiglia, arte, guerra, proprietà, ecc. La dottrina della regressione delle caste invero manifesta in ciò la sua fecondità: essa ci dà la possibilità di cogliere il senso complessivo di fenomeni vari, che di solito sono considerati separatamente, senza sospetto dell’intelligenza a cui obbediscono, e sono avversati confusamente dai più senza una sensazione nè delle linee nemiche vere nè delle posizioni, solo riferendosi alle quali è possibile una vera difesa e una radicale reazione ricostruttrice.

Ora, proprio questo punto deve attirare la nostra attenzione: il problema ricostruttivo, la restaurazione dell’idea vera di Stato. Il Guénon giustamente rileva che nella misura in cui ci si sprofonda nella materialità, l’instabilità cresce, i cambiamenti si producono in modo sempre più rapido.

Così il regno della borghesia non potrà avere che una durata relativamente breve in confronto di quella del regime a cui esso è succeduto, e se elementi ancor più inferiori accedono al potere in un modo o nell’altro — nelle varietà dell’avvento del mero collettivo — e da prevedersi che il loro regno sarà verosimilmente il più breve di tutti e segnerà l’ultima fase di un certo ciclo storico, dato che non si può scendere più in basso.

Julius Evola

Adriano Romualdi e le radici culturali della Destra

In Storia politica on Febbraio 20, 2008 at 12:00 pm

Uno dei motivi che più ricorrono sulla nostra stampa e nelle conversazioni del nostro ambiente è la condanna del massiccio allineamento a sinistra della cultura italiana. Questa condanna viene formulata in tono un po’ addolorato, un po’ sorpreso, quasi fosse innaturale che la cultura si trovi ormai schierata da quella parte mentre a romualdi.jpgdestra si incontra un vuoto quasi completo. Di solito si cerca di rendersi ragione di questo stato di cose con spiegazioni a buon mercato, quel tipo di spiegazioni che servono a tranquillizzare sé stessi e permettono di restare alla superficie delle cose. Si dice – ad esempio – che la cultura è a sinistra perché là si trova la maggior quantità di danaro, di case editrici, di mezzi di propaganda. Si dice anche che basterebbe che il vento cambiasse perché molti “impegnati a sinistra” rivedessero il loro engagément.

In tutto questo c’è del vero. Una cultura, o meglio, la base di lancio di cui una cultura ha bisogno, è anche organizzazione, danaro, propaganda. È indubbio che lo schiacciante predominio delle edizioni d’indirizzo marxista, del cinema socialcomunista, invita all’engagément anche molti che – in clima diverso – sarebbero rimasti neutrali. Ma ciò non deve farci dimenticare la vera causa del predominio dell’egemonia ideologica della Sinistra. Esso risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista. Questa visione del mondo e della vita può assumere sfumature diverse, può diventare radicalismo e comunismo, neoilluminismo e scientismo a sfondo psicoanalizzante, marxismo militante e cristianesimo positivo d’estrazione “sociale”. Ma sempre ci si trova di fronte ad una visione unitaria dell’uomo, dei fini della storia e della società. Da questa comune concezione trae origine una massiccia produzione saggistica, storica, letteraria che può essere meschina e scadente, ma ha una sua logica, una sua intima coerenza. Questa logica, questa coerenza esercitano un fascino sempre crescente sulle pevola_sopra-le-rovine.jpgersone colte. Non è un mistero per nessuno il fatto che un gran numero di docenti medii ed universitari è comunistizzato, e che la comunistizzazione del corpo insegnante dilaga con impressionante rapidità. E, tra i giovani che hanno l’abitudine di leggere, gli orientamenti di sinistra guadagnano terreno a vista d’occhio.

Dalla parte della Destra nulla di questo. Ci si aggira in un’atmosfera deprimente fatta di conservatorismo spicciolo e di perbenismo borghese. Si leggono articoli in cui si chiede che la cultura tenga maggior conto dei “valori patriottici”, della “morale” il tutto in una pittoresca confusione delle idee e dei linguaggi. xxii026.jpgA sinistra si sa bene quel che si vuole. Sia che si parli della nazionalizzazione dell’energia elettrica o dell’urbanistica, della storia d’Italia o della psicoanalisi, sempre si lavora a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita. A destra si brancola nell’incertezza, nell’imprecisione ideologica. Si è “patriottico-risorgimentali” e si ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel Risorgimento con l’idea unitaria. Oppure si è per un “liberalismo nazionale” e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l’ordine europeo. O, ancora, si parla di “Stato nazionale del lavoro” e si dimentica che una repubblica italiana fondata sul lavoro l’abbiamo già – purtroppo – e che ridurre in questi termini la nostra alternativa significa soltanto abbassarsi al rango di socialdemocratici di complemento. Forse gli uomini colti non sono meno numerosi a destra che a sinistra. Se si considera che la maggior parte dell’elettorato di destra è borghese, se ne deve dedurre che vi abbondano quelli che han fatto gli studi superiori e dovrebbero aver contratto una certa “abitudine a leggere”. Ma, mentre l’uomo di sinistra ha anche degli elementi di cernst-junger.jpgultura di sinistra, e orecchia Marx, Freud, Salvemini, l’uomo di destra difficilmente possiede una coscienza culturale di destra. Egli non sospetta l’importanza di un Nietzsche nella critica della civiltà, non ha mai letto un romanzo di Jünger o di Drieu La Rochelle, ignora il Tramonto dell’occidente né dubita che la rivoluzione francese sia stata una grande pagina nella storia del progresso umano. Fin che si rimane nella cultura egli è un bravo liberale, magari un po’ nazionalista e patriota. È solo quando inscuola-di-atene.gifcomincia a parlare di politica che si differenzia: trova che Mussolini era un brav’uomo e non voleva la guerra, e che i films di Pasolini sono “sporchi”. Basta poco ad accorgersi che se a destra non c’è una cultura ciò accade perché manca una vera idea della Destra, una visione del mondo qualitativa, aristocratica, agonistica, antidemocratica; una visione coerente al di sopra di certi interessi, di certe nostalgie e di certe oleografie politiche.

Adriano Romualdi

Brano tratto da Una cultura per l’Europa, Edizioni Settimo Sigillo.

Tratto da: www.centrostudilaruna.it

Ricordando il ‘68

In Storia politica on Febbraio 17, 2008 at 7:46 pm

1968. La contestazione partorita nei College statunitensi due anni prima dilaga a macchia d’olio nel Vecchio Continente.In Vietnam le forze comuniste scatenano l’offensiva del Tet (capodanno cinese) tentando una rapida ed efficace conquista del Sud. La situazione è critica e il malumore negli USA e in Europa per un conflitto che infiamma l’Indocina dal ’64 si fa sentire tramite cortei pacifisti e scontri con le forze dell’ordine a Washington come a Parigi.In Inghilterra,Francia, Italia giungono gli influssi, i primi, del movimento denominato hippy oltreoceano: filosofie orientali, amore libero, vita comunitaria, rifiuto delle gerarchie sociali in virtù di una vita armoniosa con la Natura e con il prossimo. Il movimento tesse adepti a Londra come a Roma.L’Italia è il paese europeo con il più potente e numeroso partito comunista. Eppure qualcosa sta cambiando: quattordici anni dopo la sanguinosa repressione di Budapest i carri armati sovietici tornano a seminare morte a Praga, scuotendo l’opinione pubblica di una sinistra che deve fronteggiare nuovi fenomeni che progressivamente sorgono tra le sue schiere. Negli Atenei sorgono movimenti autonomi di ispirazione maoista e leninista.Animati dall’idea che la Resistenza fosse stata tradita dalla classe dirigente del dopo guerra, infervorati dalla rivoluzione culturale maoista del 1966, bramosi di scoprire un nuovo orizzonte politico al di fuori di quello partitico i movimenti entrano in netto contrasto con i vertici del PCI.Quello studentesco è forse il principale movimento della sinistra sessantottina unitamente ai celebri e temuti servizi d’ordine, base di reclutamento per formazioni radicali (Autonomia operaia, Prima Linea) che segneranno drammaticamente il decennio successivo.Il 1968 visto, quindi, come frattura sociale, politica e di costume. Tramonta l’ Italia del boom economico (1958-1963) lasciando il passo ad un Paese che entra in scena su un palcoscenico di sampietrini e molotov, di ribellismo giovanile e allontanamento dalla morale democristiana e piccolo borghese dei primi anni ’60.Linguaggio, abbigliamento, pensiero forgiato in nome dello scandalo e della lotta al Sistema, tanto per usare un termine che proprio in questo periodo assumerà una connotazione negativa e sarà materializzato come il nemico della generazione contestatrice.La scuola e l’intero settore educativo va riformato secondo una logica fondata su creatività e libero pensiero. Gli schemi rigidi di impostazione gentiliana (la Riforma Gentile era rimasta in vigore per quaranta anni, dal 1928 al 1968)caratteristici dell’educazione del tempo devono essere infranti. La Riforma Gentile rappresenta un retaggio borghese e fascista, assolutamente non idoneo alla lotta di classe che parte dalle fabbriche e dalle università sino a convergere in tutti gli ambiti del mondo produttivo e sociale italiano.E la Destra? In risposta alle recenti affermazioni del leader di Alleanza Nazionale in merito al ruolo del MSI nel ’68 è lecito ricordare la presenza a Valle Giulia, momento simbolo della Contestazione, di gruppi dei movimenti giovanili del Movimento Sociale Italiano e di Avanguardia Nazionale: parliamo del Fuan Caravella, storico gruppo della Università La Sapienza di Roma e di Primula Goliardica. Con Delle Chiaie, capo di Avanguardia Nazionale e Randolfo Pacciardi le componenti della destra contestatrice colpiscono l’attenzione dei quadri storici del MSI (Almirante, Romualdi, Caradonna) con l’occupazione della Facoltà di Giurisprudenza. Il Caravella aveva ben compreso come la possibilità di partecipare alla rivoluzione culturale in atto avrebbe finalmente spinto la destra neo fascista verso un nuovo orizzonte di aggregazione giovanile e impegno sociale, strappando alla sinistra massimalista il monopolio ideologico e culturale tanto odiato e il principio scialbo e immondo della massificazione sociale. L’impronta di destra avrebbe dato al ’68 la certezza di creare un legame fra la Tradizione e il Nuovo, tra i valori enunciati della destra e le pulsioni giovanili. Se non fosse perché ho usato il termine “Tradizione” potremmo parlare di un secondo Futurismo, di marinettiana memoria: nato sulle scalinate de La Sapienza come un torrente culturale in piena avrebbe scosso e devastato sia la dominante e bigotta cultura democristiana che l’emergente e assassina logica marxista, che oggi lascia ampi strascichi di assoluta incapacità nella classe dirigente formatasi con il diciotto politico e ignara di cosa sia il termine meritocrazia. Quel sogno fu infranto da un centinaio di volontari nazionali : il risultato è oggi alla portata di tutti, dei libri scritti come sempre dagli asini per il diletto del popolo bue.

Marco Petrelli

Azione Giovani Terni

 

Uno sguardo a Sinistra

In Attualità politica on Febbraio 17, 2008 at 7:40 pm

Nella sua opera maggiore Il Capitale Karl Marx affermava: “la violenza è la levatrice di ogni vecchia Società, gravida di una società nuova”. La levatrice presa in considerazione è la tanto sbandierata rivoluzione che doveva portare il paradiso in terra, fatto di gioia, pace e uguaglianza. Al contrario ha portato soltanto morte, dolore, apatia e durante i primi anni del bolscevismo in Russia la disumana antropofagia, che ha creato la leggenda dei comunisti “mangia bambini”. In realtà in Italia hanno sem’pre mangiato al tavolo del potere, dapprima spartendosi con la DC le amministrazioni locali, poi con le varie lottizzazioni delle televisioni. Oggi dopo decenni di doppiezza hanno completamente abbandonato le velleità rivoluzionarie e hanno addirittura sposato un pacifismo assoluto di chiaro sapore strumentale. Scordando che il terrorismo è sempre alle porte e che nel passato persino stati che si dichiaravano neutrali sono stati invasi. Ne è un caso il Belgio durante la Prima Guerra Mondiale, invaso dai tedeschi, fatto che provocò il passaggio da parte di molti anarchici e socialisti sul fronte interventista. Ci accorgiamo che se da un lato la sinistra marxista, neo marxista e post marxista ha abbandonato la violenza, dall’altro non ha sicuramente abbandonato la demagogia. Questa sinistra scaricata da Veltroni è l’ultima “cosa” in ordine cronologico, composta da Rifondazione, PdCI e Sinistra Democratica, tutte schegge prodotte attraverso le ripetute scissioni della diaspora del PCI. Insieme ai Verdi hanno dato vita al cartello Sinistra Arcobaleno, che si presenterà alle prossime elezioni politiche con candidato premier l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. L’intento è quello, sulla scia del PD di dare vita a un grande partito con un nuovo simbolo condiviso. Per il momento e per logiche elettorali sono stati mantenuti i vecchi simboli, sormontati da un grande mare colorato. Così, seppure in piccolo, è rimasto il vecchio logo con la falce e martello, motivo di discordia tra chi lo ritiene intoccabile e chi no. Pare che a mettere tutti d’accordo per il futuro sia stata la proposta di Pecoraro Scanio di sostituire il vecchio simbolo con uno nuovo che rispecchi l’anima ambientalista di tutti: “Felce e Rastrello”. Magari per poi andare a rastrellare la monnezza a Napoli e in tutta Italia. 

                                                                                    Domenico Rosa

Fini e il ‘68

In Attualità politica on Febbraio 14, 2008 at 12:10 pm

Fini: il ‘68 occasione persa

A 40ennale Casini e Aznar sparano a zero e lui fa mea culpa

(ANSA) – ROMA, 2 FEB -Fini riscopre il ‘68. Il centrodestra, ammonisce il leader di An, non commetta l’errore di 40 fa quando lascio’ alla sinistra la contestazione. Errore che determino’ una frattura insanabile con il mondo giovanile. Fini ha spiazzato cosi’ gli altri due ospiti al convegno della fondazione Liberal, Aznar e Casini che si erano lanciati invece in un duro atto di accusa. ‘Piu’ che di ‘68 -ha detto Fini- dovremmo parlare di contestazione giovanile, movimento che aveva uno spirito tutt’altro che negativo’.

Uno spirito tutt’altro che negativo. Beh, Presidentissimo questa dovrà spiegarcela. Quale spirito? Quello dell’abbattimento del sistema meritocratico nella scuola e nel lavoro? Quello del pacifismo a oltranza e del monopolio culturale? O magari quella dell’annientamento del rispetto per le Istituzioni in cui la Destra, con alti e bassi, ha sempre creduto?

Presidentissimo (mi perdoni, da qualche tempo a questa parte amo chiamarla così) Lei ha avuto la fortuna (che poi è stata anche dei nostri genitori) di essere educato fino alla maggiore età in una scuola, quella italiana, ancora pregna dei precetti gentiliani i quali, come mi insegna, sono frutto di una evoluzione della dottrina haegeliana, fondata su dovere, disciplina del corpo e della mente, sana e gagliarda ambizione; una scuola figlia di un filosofo brutalmente assassinato, odiato dalla sciatta sinistra massimalista, osannato dal MSI prima e da Alleanza Nazionale poi. Non vorrà che il grande Ministro siculo ora si rivolti nella tomba!?

1968. Lei iniziava la sua militanza nella Giovane Italia, presumo senza essere a conoscenza dei fermenti ideologici e culturali che scuotevano (uso il termine con accezione positiva) il mondo della destra giovanile. Qualcuno aveva ben compreso il senso di quel moto “rivoluzionario”che due anni prima aveva infiammato i College americani ed ora si propagava in Europa; qualcuno aveva saputo “drenare” dalla piena sessantottina novità ideali che, sapute sfruttare con impegno e onestà intellettuale, potevano opporsi ai dementi slogan del Movimento studentesco e alla sua capacità (questo lo riconosco) di aggregazione.

Di chi sto parlando mi chiederà. Sto parlando del Fuan Caravella e di Primula goliardica, quei leggendari gruppi giovanili che, stanchi del nostalgismo delle sedi del MSI, volenterosi di rendersi partecipi di un momento della Storia italiana da non tramandare solo a “sinistra” hanno partecipato alla battaglia di Villa Giulia. Peccato che la loro esperienza fu distrutta da quei volontari nazionali, guidati proprio da Giorgio Almirante. Almirante, mi pare ricordare essere stato il Suo padre poliotico, che Le diede il ” La” per guidare la transizione del MSI ad AN e per portare il Partito al rapido dissolvimento in questo A.D. MMVIII che non dimenticheremo facilmente.

Che dirLe ancora Presidentissimo: i conti vanno fatti non solo in termini di voti ma anche di coscienza, soprattutto di coscienza. Non è mai troppo tardi. Ci pensi!

Marco Petrelli

San Valentino: la Storia

In Miscellanea on Febbraio 14, 2008 at 11:52 am

Secondo quanto narra la tradizione, dopo che Valentino fu decapitato a Roma per ordine del prefetto Placido e sepolto nel cimitero sulla via Flaminia, i suoi discepoli Procolo, Efebo e Apollonio ne disseppellirono nottetempo il corpo, lo trasportarono a Terni, la città che a Valentino aveva dato i natali e di cui egli era stato vescovo, e qui, su di un colle non lontano dall’agglomerato urbano, provvidero a dargli una sepoltura provvisoria. Successivamente, fu scavata nello stesso luogo una tomba, che costituì l’Oratorio primitivo. Dopo l’Editto di Milano del 313, con il quale l’imperatore Costantino concedeva ai cristiani la libertà di culto, il popolo ternano volle costruire, al posto del primitivo Oratorio, una Basilica.Appare certo che su quel colle esistesse, fin dall’epoca pagana, un’area cimiteriale.

 

Le ricerche archeologiche condotte a Terni hanno chiaramente dimostrato che l’antica Interamna contava due necropoli distinte: una, antichissima, risalente addirittura alla prima età del ferro, interamente pagana, scoperta nel 1885 in località Sant’Agnese; l’altra, ascrivibile a un’epoca più recente, rinvenuta appunto nella zona adiacente al luogo ove sorse la Basilica valentiniana.Scrive Padre Fusciardi a proposito di questa zona cimiteriale: “Da un accurato esame del vasto materiale epigrafico e di sculture tornate in luce in questa località in epoche diverse, e che disgraziatamente solo in parte ci è stato conservato, emerge con evidenza come quella zona fosse tenuta in grande considerazione dagli antichi Interamnati e che basterebbe per sé sola, se non ci fossero altre prove storiche e monumentali, a dimostrare la magnificenza di questo municipium sp1endidissimum”. Una notevole quantità di materiale fu rinvenuta in quest’arca: cippi marmorei che originariamente dovevano costituire basamenti di statue, erme, trabeazioni per edifici di notevole importanza, olle cinerarie, urne marmoree per colombari; ma, oltre a reperti chiaramente risalenti all’epoca cristiana, furono qui ritrovati anche santuari dedicati a divinità pagane, mausolei appartenenti a personaggi di rilievo della società romana, quali militari, magistrati, tribuni della plebe, giureconsulti ecc.

 

Numerose iscrizioni, riportate alla luce tra il 1605 e il 1618, periodo in cui fu ricostruita la Basilica di San Valentino ed edificato l’annesso convento, testimoniano inequivocabilmente che in quest’area cimiteriale cristiana sorgeva già una necropoli pagana”.Per quanto concerne più specificamente l’identità cristiana di questa zona, esistono indizi archeologici tali da renderla certa: uno di questi è costituito senz’altro dalla stessa Basilica “ad corpus” di San Valentino e degli altri martiri ricordati dal Martirologio Geronimiano, che rispecchia da un lato l’uso, attestato nella Chiesa primitiva, di non rimuovere i corpi dei santi martiri dal luogo della loro sepoltura, dall’altro il desiderio da parte dei semplici fedeli di farsi seppellire accanto ai martiri nella convinzione di godere in tal modo della loro particolare protezione, nonché di partecipare dei loro meriti.In conformità con tale tradizione sarebbero stati edificati, proprio accanto alle tombe di Valentino e degli altri martiri e semplici fedeli, dapprima l’oratorio, ovvero una “cella memoriae”, e, in un secondo momento, la sontuosa Basilica.Afferma a questo proposito Piero Adorno, avanzando pure un’ipotesi circa la data a cui si potrebbe far risalire la prima costruzione della Basilica: “Proprio nel luogo della tomba dovette sorgere, abbastanza per tempo, la basilica dedicata alla sua memoria, più volte distrutta e ricostruita.

 

Difficile stabilire le date esatte; tuttavia la collocazione stessa dell’edificio, fuori delle mura della città, in zona cimiteriale e sopra la tomba del martire, conferma l’ipotesi secondo la quale la prima costruzione risalirebbe al IV secolo”.Secondo l’opinione di Cinzia Perissinotto, “l’esistenza di un edificio di culto risalente almeno al V secolo è documentata, oltre che dal Martirologio Geronimiano, anche da un frammento di pluteo con decorazione a pelte o squame, ascrivibile appunto a questo periodo, conservato nella piccola raccolta archeologica esistente negli ambienti sotterranei della chiesa”.Durante un lungo arco di tempo che va dal secolo VIII al XV, l’edificio, che continuò a essere utilizzato, subì probabilmente interventi di restauro e di consolidamento.Quando, in conformità con le nuove direttive scaturite dal Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, i primi visitatori apostolici andarono sul colle di San Valentino per vedere la grande basilica menzionata nei calendari e nei martirologi medievali, trovarono una costruzione in pessime condizioni, della quale, pertanto, venne ordinato il rifacimento.Ma, in realtà, gli interventi per il recupero della chiesa furono pochi e assai ridotti.Fu tra la fine del XV e l’inizio del XVII secolo che, sulla scia della politica urbanistica inaugurata da papa Sisto V, si dette inizio a una vasta opera di ristrutturazione delle antiche basiliche e di attuazione di scavi archeologici volti al ritrovamento e al recupero di reliquie.
In questo contesto si colloca il rinnovato interesse per il cimitero valentiniano e per l’attigua basilica.

 

L’arca del santo e martire ternano fu rinvenuta durante gli scavi del 1605, effettuati nella Basilica al fine di ricercare i corpi dei martiri che si diceva fossero lì sepolti: l’urna, secondo la descrizione che ne fa il Boldetti, “era rustica nel di fuori ma dentro vagamente intagliata a rilievo e con una croce della grandezza d’un braccio”. La Carini Gentili ha dedicato alla tomba di San Valentino un approfondito studio, nel quale fa il resoconto dei suddetti lavori nei termini seguenti: “Scavando dietro l’altare per tutto l’ambito del Coro, si rinvennero vicino al muro e di prospetto al Coro medesimo, due altari di marmo, l’uno sovrapposto all’altro, ai quali si poteva accedere da una «grotta» allora ricoperta, «che circonda dal di dentro la tribuna»; nella faccia interna della mensa dell’altare subalterno, si vide dipinta una croce rossa tempestata di gemme, ai lati della quale e rivolti ad essa erano effigiati due animali, ritenuti cavalli (rappresentazione questa che si ritrova talvolta nella epigrafia cristiana), ma che potevano anche essere agnelli.Dipinto sulla parete c’era un carro, simboleggiante quello sul quale la leggenda dice che fosse trasportato il corpo di S. Valentino; si ebbe allora la certezza che lì riposasse la salma del Martire. Infatti, il 21 giugno 1605, sotto il Coro, si trovò una cassa di piombo racchiusa in un’urna di marmo, rotta un poco da un lato… Nell’arca plumbea vennero rinvenute le ossa del Santo, con il cranio non completamente sano, diviso dal busto”.È interessante notare che la separazione della testa dal busto potrebbe costituire un’ulteriore significativa prova della decapitazione di Valentino.

Musica d’area

In Miscellanea on Febbraio 12, 2008 at 11:54 pm

Alla faccia di perbenisti, bigotti, demonazionali da due soldi, destrorsi imborghesiti e radical chic.

El Alamein e la Folgore! Spirito di abnegazione, disciplina e amore patrio riassunto in una bella canzone dei Non Nobis Domine.

A voi l’ascolto…Anzi, A NOI!!!

Vittoria di AU a Lettere Firenze

In Attualità politica, Lettere on Febbraio 12, 2008 at 11:44 pm

 

 

“Ce l’abbiamo fatta!” Questa la prima cosa che ho pensato passando innanzi al cantiere di piazza Brunelleschi, storico atrio della facoltà di Lettere di Firenze.

Due anni fa Azione Universitaria Firenze dava inizio ad una battaglia dura e difficile per restituire alla dignità storica e alla cittadinanza un luogo devastato da spacciatori, vagabondi e Collettivo.
Provo quasi nostalgia a ripensare ai nostri primi interventi, alla reazione degli anarchici asserragliati nel Bar Autogestito, locale ricavato da un vecchio caffè e divenuto in breve ricettacolo di tossicodipendenti e attivisti dei Centri Sociali.
Volantini strappati, aggressioni, ronde sotto casa dei militanti, aggressioni alle nostre ragazze… Eppure tutto questo a qualcosa è servito. Se il bar fu murato nell’ ottobre 2006, il 2008 ha regalato la speranza di tornare a vivere un angolo di storia del centro fiorentino.
L’azione coordinata di AU e del Consiglio Comunale di AN ha pressato e spinto il rettore e la presidenza a rispettare l’accordo datato autunno 2006 che impegnava il Comune a cedere la piazza all’ Università e quest’ultima a provvederne la ristrutturazione.
Una vittoria non solo fiorentina ma italiana: una vittoria simbolo di come la volontà e la caparbietà possano superare gli ostacoli più duri.

di Marco Petrelli – AU Firenze

Marco Petrelli e Domenico Rosa

Responsabili del Nucleo di Lettere Caravella

Aniversario de la Division Azul en Krasnibor

In Miscellanea on Febbraio 12, 2008 at 2:02 pm

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martes, 05 de febrero de 2008

Comunicamos a nuestros militantes, afiliados y simpatizantes que el próximo lunes, día 11 de Febrero, a las 17:00 horas, y de forma conjunta con nuestros camaradas de la Hermandad y de la Fundación de la División Azul (convocantes), así como con la Confederación Nacional de Combatientes, asistiremos al acto de homenaje a los Caídos que se celebrará en el monumento de la División Azul en el cementerio de la Almudena en el aniversario de la batalla de KrasniBor. Posteriormente, y aprovechando el evento, se depositarán las oportunas ofrendas en el monumento a la Legión Condor y a los Caídos en el Cuartel de la Montaña.Por la Patria, el Pan y la Justicia.

¡¡ARRIBA ESPAÑA!!

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09 Febbraio 2008: Pensando a Paolo

In Cuori Neri on Febbraio 12, 2008 at 1:30 pm

Radio Bandiera Nera

In Miscellanea on Febbraio 4, 2008 at 3:49 pm

 

www.radiobandieranera.org 

 

 una radio finalmente libera e indipendente

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Una grande battaglia e un grande risultato

In Caravella, Lettere on Febbraio 4, 2008 at 3:42 pm
Piazza Brunelleschi strappata al degrado e restituita a Firenze

“Ce l’abbiamo fatta!” Questa la prima cosa che ho pensato passando innanzi al cantiere di piazza Brunelleschi, storico atrio della facoltà di Lettere di Firenze.

Due anni fa Azione Universitaria Firenze dava inizio ad una battaglia dura e difficile per restituire alla dignità storica e alla cittadinanza un luogo devastato da spacciatori, vagabondi e Collettivo.

Provo quasi nostalgia a ripensare ai nostri primi interventi, alla reazione degli anarchici asserragliati nel Bar Autogestito, locale ricavato da un vecchio caffè e divenuto in breve ricettacolo di tossicodipendenti e attivisti dei Centri Sociali.

Volantini strappati, aggressioni, ronde sotto casa dei militanti, aggressioni alle nostre ragazze… Eppure tutto questo a qualcosa è servito. Se il bar fu murato nell’ ottobre 2006, il 2008  ha regalato la speranza di tornare a vivere un angolo di storia del centro fiorentino.

L’azione coordinata di AU e del Consiglio Comunale di AN ha pressato e spinto il rettore e la presidenza a rispettare l’accordo datato  autunno 2006 che impegnava il Comune a cedere la piazza all’ Università e quest’ultima a provvederne la ristrutturazione.

Una vittoria non solo fiorentina ma italiana: una vittoria simbolo di come la volontà e la caparbietà possano superare gli ostacoli più duri.

 

Marco Petrelli

Responsabile di Lettere – Nucleo Caravella – Azione Universitaria Firenze

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