Archivio per Marzo 2008
FRONTE TORINO AVANTI TUTTA!!!
In Attualità, Attualità politica, Cuori Neri, Destra Giovanile, Link, Storia, Storia politica, politica on Marzo 26, 2008 at 1:59 am
Parola di militante
In Attualità politica, Cuori Neri on Marzo 18, 2008 at 2:09 pmTratto da: www.ilfronte.org sito ufficiale di Azione Giovani Torino
| Ritratto di un camerata moderno di Azione Giovani Torino | ![]() |
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Scritto da Enrico M. |
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martedì 11 marzo 2008 |
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![]() Chi siamo? Da dove veniamo? In cosa crediamo? Qual è il nostro scopo? Queste sono domande a cui ognuno di noi dovrebbe rispondere, poiché sono strettamente personali.Vi posso solo dire chi sono io, ciò in cui credo io e ciò per cui lotto ogni giorno all’interno di un movimento di cui sono orgoglioso di far parte: Azione Giovani Torino.Io sono un ragazzo di 20 anni, di origini meridionali, nato e vissuto a Torino. Provengo da una famiglia benestante che ha cercato sempre di aiutarmi in qualsiasi momento per qualsiasi cosa.Mi avvicinai alla politica all’età di 12-13 anni grazie a mio nonno, che, essendo nato nel ventennio fascista, mi raccontava un po’ come viveva ai “suoi” tempi e la cosa attirò la mia attenzione.Le parole che più mi colpirono di ciò che diceva riguardavano soprattutto il tema della sicurezza: ai tempi suoi la gente dormiva con la porta aperta e nessuno entrava in casa per rubare… E la legge prevedeva pene molto severe per chi delinqueva. Il tutto ruotava intorno agli ideali capisaldi di quel periodo: il rispetto per la famiglia e per le altre persone, la fratellanza, la solidarietà, la voglia di lavorare e la volontà di rendere grande il nostro Paese. Questi ideali mi colpirono profondamente.Col tempo mi informai sulla politica leggendo testi storici di ogni fazione (la Storia è sempre stata la mia materia preferita) e condividevo di più su quasi tutti i fronti gli ideali del Fascismo rispetto a quelli del Comunismo: dal punto di vista storico e culturale, dal punto di vista filosofico e dal punto di vista identitario.Non avevo mai pensato di “fare politica”, ma nella mia adolescenza mi è sempre piaciuto confrontarmi civilmente con gli altri e con chi non era delle mie idee: io penso che il dialogo sia la migliore forma di confronto, nonché reale causa del cambiamento, poiché strettamente legato al modo di pensare e di conseguenza al modo di agire e di fare politica.Non ero neanche maggiorenne quando scoprii la realtà di Azione Giovani qui a Torino: un movimento politico, nonchè strumento di connessione tra i miei ideali e la nostra attuale società. Le prime persone che incontrai furono Maurizio ed Augusta: due splendidi amici a cui devo tutto ciò che ho fatto e tutto ciò che sono. Mi hanno molto impressionato in questo gruppo la capacità di essere una vera comunità (come una sorta di grande famiglia) e la determinazione nell’agire, anche contro tutto e contro tutti: non esitai ad iscrivermi per mettermi in gioco, avere nuovi amici che condividessero le mie idee e cominciare a fare politica.Attualmente è da quasi 2 anni e mezzo che sono all’interno di questo movimento e non ho nulla da rimpiangere. Più passa il tempo e più sento questo movimento mio a tutti gli effetti. Come dice Stallone nel film Rocky Balboa “Io credo che quando hai vissuto tanto tempo in un posto, tu sei quel posto”. Con gli anni cambio il mio modo di pensare, di parlare (come è giusto che sia), ma lo faccio tenendo saldi gli ideali in cui credo e continuando a militare all’interno di un movimento in cui mi rispecchio profondamente in quasi tutto.Perché AG Torino e non un altro movimento? I motivi sono molteplici.AG Torino innanzi tutto è composto da ragazzi (e non da devastati) che hanno voglia di sbattersi e di “sacrificarsi” per i nostri ideali in maniera civile e democratica ed è legato alla tradizione del proprio movimento, che risale al vecchio Fronte della Gioventù, ma ovviamente senza ridursi ad una mera nostalgia del passato, bensì cercando di attuare ciò in cui abbiamo sempre creduto a favore della gente della nostra attuale società.Questo movimento, e le persone che ne fanno parte, mi hanno insegnato tanto. Mi hanno fatto capire che essere dei “camerati” va al di là dei semplici ideali comuni: vuol dire essere proprio come in una famiglia, in cui bisogna essere tutti uniti, fidarsi l’uno dell’altro ed essere leali (con se stessi e con gli altri “fratelli”). Grazie al mio movimento, non ho mai avuto nulla da nascondere. Qui nessuno ha nulla da nascondere e nessuno sfrutta i nostri ideali per arrivare alle “poltrone”.E tutto questo è volontariato: nessuno ci paga!Ciò che ci accusa la sinistra radicale è di essere razzisti. Un’accusa infondata e fatta con la consapevolezza di mentire pur di mettere in cattiva luce gli avversari politici. Di certo siamo intolleranti nei confronti di chi non rispetta le nostre leggi, nei confronti di chi spaccia droga e nei confronti dell’immigrazione clandestina, ma la parola “razzismo” è tutt’altra cosa. Per quanto riguarda me, un mio carissimo amico (a cui voglio davvero un gran bene) è nato in un altro Paese, è di colore ed è di ideali comunisti… Ergo chi mi definisce razzista (oltre ad essere un ignorante) è un idiota!Stando in perfetta sintonia con la presa di posizione del mio movimento, anch’io sono contro la droga. Ritengo giusto dover distinguere le droghe leggere da quelle pesanti, ma solo dal punto di vista formale: io ritengo che entrambe facciano male, seppur in maniera diversa. Personalmente non ho mai fatto neanche un “tiro” di una canna e non me ne vergogno.Ricordo sempre alcune scene nell’ultima gita di classe a Barcellona che mi hanno lasciato scosso: un gruppo di 5-6 amici si sono fumati in un giorno 27 canne dalle appariscenti dimensioni. Ricordo che alla sera, in nave, uno di loro a malapena si reggeva in piedi… Era talmente pallido che sembrava un fantasma. Un altro di quel gruppo dormiva con me nella stessa cabina: si accasciò sul letto e mi disse: “Enri… Vedo le stelline… Sto malissimo…”. Io mi limitai a rispondergli con un “Bravo, coglione!”Un’altra immagine che ho in mente è quella di un ragazzo con una siringa in mano accasciato sul volante della propria auto, vicino casa mia. In quel momento ero con la mia ragazza e la distrassi per non farle vedere quella raccapricciante scena.A seguito di questi piccoli episodi, sono sempre più convinto che l’amore per la vita sia importante e che non dobbiamo farci ingannare dal desiderio di farsi accettare/ammirare dagli amici o dal farsi trascinare dalla depressione ricorrendo alle droghe. Esistono tanti altri modi per “sballarsi” in modo molto più naturale e soddisfacente, come per esempio (dal punto di vista di un uomo) andare a letto con una ragazza.Cosa è cambiato in me negli ultimi tre anni?Probabilmente sono migliorato nel modo di pensare e nella dialettica… Ma il modo di apparire è sempre lo stesso, cioè caratterizzato da una moda assolutamente mia: jeans prettamente Levi’s (che mi son sempre piaciuti), alcuni modelli di scarpe da ginnastica Nike, qualunque tipo di maglia di qualunque marca purchè mi piaccia ed i miei “fedeli” capelli lunghi, che hanno caratterizzato la mia adolescenza tra le polemiche all’interno di un liceo privato retrograde.Non vado in giro conciato da pagliaccio come un devastato estremista: Che senso ha fare di un estremismo una moda? Che senso ha apparire un duro e puro per intimorire gli altri e poi non si ha carattere? Che senso ha avere una celtica sul giubbotto se non la porti realmente nel cuore?Ecco quello che il MIO movimento mi ha insegnato. Ecco quello che IO devo al MIO movimento.Cos’è che mi dà la forza di andare avanti? La voglia di sfida che ho dentro di me. La voglia di non mollare mai. La voglia di affermare la mia individualità facendo sentire la mia voce. La voglia di lottare per qualcosa di spiritualmente immortale e più grande della razza umana: gli ideali.Concludo con una citazione presa dal film John Rambo.Non c’è nessuno di noi che non vorrebbe essere altrove. Ma questo è quello che facciamo. E’ quello che siamo. Vivere per niente o morire per qualcosa?Scegliete voi |
TIBET: A FIRENZE IN CONSIGLIO COMUNALE PER PROVOCAZIONE SI INNEGGIA AL COMUNISMO
In Uncategorized on Marzo 17, 2008 at 4:56 pmCultura
In Storia, Storia politica, destra fiorentina on Marzo 17, 2008 at 4:28 pmPer il contributo ringraziamo il sempre attivissimo amico “Capitan Harlock”. Visitate il suo blog: http://accapitanharlock.blogspot.com o accedetevi attraverso il Blogroll (in basso a destra).
N.B. per le parti di testo mancanti evidenziate con il mouse
1938-1968-2008: ovvero il “nero” d’Annunzio, il “rosso” Sessantotto e la memoria negata
Minimo, nonché quello della così detta “Battaglia di Valle Giulia”. Ma quest’anno, inoltre, la ricorrenza è piena: rispettivamente 70.o & 40.o dei due avvenimenti.
aro (prima) e dello Stato Libero di FIUME (dopo), quegli anni sì diciamo noi “formidabili”, come ebbe a dire, riferendosi invece agli anni contestatari qualche tempo fa Mario CAPANNA, animatore sessantottino della scena studentesca milanese, nonché capo storico di un movimento extra-parlamentare in seguito conflu
ito nel parlamentarismo, di nome Democrazia Proletaria, fu un’esperienza che a ben conoscerla farebbe a dir poco impallidire quella dei giovani contestatori di più recente memoria.
nti, sporchi, trasandati, vuoti, proletari (nelle parole, ma schifosamente borghesi nella realtà), pacifisti (sempre nelle parole, ma ancora una volta schifosamente violenti nella realtà) [e per queste due ultime caratteristiche si veda quello che scrisse Pier Paolo PASOLINI proprio in occasione della Battaglia di Valle Giulia!], ma una novità attuata circa 90 anni fa, non certo da uomini (e donne) di basso profilo!
ropria costituzione dettata dal sindacalista rivoluzionario Alceste DE AMBRIS e curata nello stile dal Comandante, che incarnando l’ideale di bellezza la fa uscire dai canoni dei testi costituzionali, rappresenta ancora oggi una delle esperienze più ardite di autogoverno che nulla ha che invidiare alle esperienze di autogestione di sapore sessantottino.
orno della sua dipartita l’almanacco “Barbanera” aveva vaticinato la “morte di una personalità”: fosca previsione che il Vate aveva sottolineato con una matita rossa.
La Giustizia ingiusta. Il Caso Brasillach
In Recensioni, Storia politica on Marzo 17, 2008 at 12:15 amSu indicazione di Francesca Romana, cara amica e integerrimo camerata umbro, riporto di seguito un articolo di Linea datato 14 marzo 2008.
Ringrazio Francesca e vi auguro buona lettura.
Marco
Jacques Isorni, Il processo Brasillach. Traduzione di Franco G. Freda. Prefazione di Maurice Bardéche. Edizioni di Ar, pp. 144, euro 15,00
Linea, 14 marzo 2008
Luca Leonello Rimbotti
LA GIUSTIZIA INGIUSTA. IL CASO BRASILLACH
La vantata “superiorità morale” della liberaldemocrazia sul Fascismo è un pregiudizio che va in pezzi non appena si esamini il comportamento dei vincitori del 1945. Lungi dal rappresentare l’ideologia della tolleranza e del rispetto per le idee altrui, il cartello antifascista non è stato sovente che scatenamento dell’odio e della vendetta, sotto mantello moralistico. Il caso di Robert Brasillach è sintomatico per comprendere che questa attitudine non fu legata a un particolare momento storico, ma era ed è strutturale ai nemici giurati del “male assoluto”. Vendicativi e impietosi nel 1945, lo sono ancora oggi. Allora come oggi, repressori della libertà d’opinione politica, non appena questa osi alzare i toni e non torni comoda al potere.
Brasillach venne messo a morte per aver scritto articoli di giornale favorevoli alla collaborazione con la Germania. Condannato per il suo pensiero e non per le sue azioni, secondo le logiche di un giacobinismo liberale che ancora oggi gode ottima salute. Venne fucilato per aver dato sostegno alla politica ufficiale del governo legittimo, l’unico che allora avesse la Francia, quello del generale Pétain a Vichy. Poiché De Gaulle, rifugiatosi in Inghilterra e di lì datosi a organizzare la resistenza contro i tedeschi, non ebbe mai dalla sua parte né la legittimità né la legalità. E neppure la forza, per la quale dovette attendere le iniziative di altri governi. Nel 1940-44, De Gaulle rappresentava un fuoriuscitismo privo di base, illegittimo e illegale. Un potere di per sé impotente, che poté presentarsi con prospettive di riuscita unicamente grazie alle armi straniere. Come tutti all’epoca sapevano e anche oggi sanno, l’Assemblea Nazionale francese riunita il 10 luglio 1940 – e presieduta da Jules Jeanneney, che come niente fosse cinque anni più tardi diventò ministro gaullista - investì a maggioranza assoluta il Capo dello Stato, maresciallo Pétain, di tutti i poteri costituzionalmente legittimi. E Pétain, in un famoso discorso dell’ottobre seguente, ingiunse ai francesi di seguirlo «sulla strada della collaborazione» con i tedeschi, che occupavano metà del Paese. Era quello lo “spirito di Montoire”, dalla località in cui Hitler e Pétain si incontrarono nel 1940 e dalla quale era spirata quella ventata di ripresa morale che portò la maggioranza dei francesi, nel momento della sconfitta militare, a stringersi attorno al loro vecchio Capo di Stato. Ma Brasillach fu accusato egualmente di tradimento. Anche se non poteva esistere in quel momento in Francia altra politica legittima, se non quella espressa dal governo di Vichy.
Questi, tra parentesi, sono gli stessi argomenti utilizzati da quanti – e sono parecchi – ancora oggi perdurano nel dichiarare la Repubblica Sociale Italiana uno Stato illegittimo, conferendo al solo Regno del Sud il sigillo di continuità legittima con gli ordinamenti statali italiani. Allora gli storici antifascisti, così affezionati al legalismo formale, bisognerà che si decidano. O De Gaulle aveva i titoli legittimi per auto-dichiararsi Capo dello Stato non appena mise piede in Francia dietro l’esercito americano: e in questo caso anche Mussolini li ebbe. Oppure fu, come si ìmputa al Mussolini della RSI, il capo di uno Stato solo di fatto, eversivo e giunto al potere per via armata e grazie a una potenza alleata, contro i poteri sovrani preesistenti. In ogni caso, non c’è né logica né giustizia nel concedere a De Gaulle quella patente di legittimità che si toglie a Mussolini, in presenza di due situazioni perfettamente equiparabili. E unicamente diverse nel fatto occasionale, e poco democraticamente decisivo, che uno ha vinto e l’altro ha perso. A questo, noi possiamo aggiungere l’interessante parallelo che mentre a De Gaulle, per aver parlato alla radio di un Paese straniero contro il proprio governo legittimo, vengono dai suoi biografi attribuiti meriti di esemplare idealismo, per la medesima cosa Ezra Pound, ad esempio, venne condannato, infamato e rinchiuso in manicomio.
Addirittura, a proposito del caso francese, si può ricordare che il governo di Pétain venne subito riconosciuto sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Sovietica, che accreditarono a Vichy i loro rispettivi ambasciatori. Per dirne una, l’ambasciatore sovietico a Vichy con Pétain, rimase ambasciatore sovietico anche a Parigi con De Gaulle. E, per dirne un’altra, il giudice Mornet, pubblico ministero al processo Laval, era stato, nella magistratura vichysta, attivo presidente della commissione di denaturalizzazione degli ebrei francesi. Per dirne un’altra ancora, Marcel Reboul, procuratore di Stato e commissario del governo provvisorio che chiese e ottenne la condanna a morte di Brasillach, fino a poco tempo prima era stato solerte esecutore della repressione giudiziaria del governo Pétain nei confronti del Maquis, la “resistenza” anti-tedesca. O infine, tra i mille casi di comportamento eticamente degradante dell’antifascismo, si può ricordare quello del generale de Lattre de Tassigny, di stanza nelle colonie francesi: risoluto repressore di quelli che chiamò “traditori gaullisti”, quando questi tentarono in Siria nel 1941 un’insurrezione contro Vichy, lo ritroviamo nel 1944 braccio destro di De Gaulle sotto bandiera americana…Questi imbrogli antifascisti a noi italiani fanno immediatamente venire in mente qualcosa, e con un vivo senso di nausea. Ad esempio, quell’oscena bassura morale che spinse un magistrato italiano, attivo durante la RSI, ad essere lo stesso che, a guerra appena terminata, non ebbe remore nel comminare le più severe condanne ai fascisti che gli capitarono tra le mani. Fu questo innominabile, poi diventato intrigante presidente di non sappiamo più quale repubblica, a infliggere – con squisito senso di cristiana pietà - la condanna a morte ad Enrico Vezzalini, federale fascista di Novara tra i più moderati.
Ma l’omologo francese di quella bella figura di giudice italiano, a questo tipo di comportamento volle aggiungere anche il sermone. Se leggiamo il testo della requisitoria di Reboul – che compare nel libro Il processo Brasillach, scritto dall’avvocato difensore dello scrittore, Jacques Isorni, e da poco ripubblicato dalle Edizioni di Ar -, c’è di che restare di stucco. Epicentro dell’accusa non era tanto la collaborazione di Brasillach con i tedeschi (di cui appoggiò, e con qualche critica, le ragioni della guerra e la politica d’occupazione, ma con cui ebbe solo sporadici rapporti e nessun legame di interesse se non ideologico), quanto la messa in valore della differenza morale tra l’essere fascista e l’essere antifascista. Quel giovane scrittore aveva potuto diventare fascista, si diceva, grazie alla liberalità degli ordinamenti della Repubblica democratica. Ciò che – affermava Reboul - Brasillach non intendeva concedere ai suoi avversari politici, cioè la libertà, gli era stato invece concesso dalla democrazia: «E così, Brasillach – inveiva il magistrato ex-vichysta – in questo paese dalle tradizioni di libertà intellettuale…ecco sopraggiungere voi…ad abbracciare l’ideologia obbligatoria sul modello tedesco…credo sia questo il crimine più grave per un intellettuale…voi siete quello che siete solo perché a diciott’anni non avete incontrato un aguzzino che coartasse le vostre libere opinioni…». In effetti, non lo incontrò. Ne incontrò invece uno a trentacinque, che lo fece mettere al muro…ma questo è uno di quei dettagli che la logica antifascista volentieri trascura. Il sottobosco psicologico di questo genere di democraticismo è alle volte così intricato da non far filtrare quel po’ di luce necessaria a distinguere la realtà dalla propaganda delle buone intenzioni. Tra le pieghe di questi lontani avvenimenti, noi ritroviamo, sia pure su altra scala, l’origine della malattia morale “buonista” oggi in gran voga. Si tratta di un particolare tipo di umanesimo, specialista nell’alzare la forca del vincitore dando alla vendetta il nome di giustizia, nei modi che a Norimberga divennero impresentabili…Questo atteggiarsi a giusti tra le nazioni, il cui crimine è sempre migliore di quello degli altri, se guardato da vicino, fa acqua da tutte le parti. E ci sono storici che, privi di complessi, ogni tanto lo segnalano. Ad esempio, Alice Kaplan, che pure ne ha da vendere contro il Fascismo, nel suo Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach (Il Mulino), ha avuto modo di dirlo con chiarezza: «L’esecuzione capitale fu tanto più sorprendente in quanto Brasillach era stato condannato per un crimine ideologico…». E lascia capire che i giudici non avevano i necessari titoli morali per giudicare, riportando che «Isorni fece notare che sia il pubblico ministero sia il presidente della corte avevano lavorato, appena pochi mesi prima, per Vichy…», tanto più che «per Isorni Brasillach era un poeta, non un propagandista». E tutto questo mentre illustri intellettuali come gli storici Carcopino o Gaxotte, come il Nobel per la medicina Carrel, come il romanziere Giono, come il drammaturgo Cocteau, come l’editore Gallimard, come l’industriale Renault, come il funzionario Mitterand…collaborarono come e più di Brasillach con i tedeschi. E proprio negli anni in cui un Sartre poteva rappresentare liberamente le sue piéces teatrali nella Parigi occupata, oppure starsene seduto ai caffè dei boulevards, perfettamente indisturbato…
BOICOTTIAMO LE OLIMPIADI IN CINA
In Uncategorized on Marzo 15, 2008 at 10:10 pm
-DA CAGLIARI PARTE LA PETIZIONE ON LINE-
Una petizione on line per chiedere ai candidati premier italiani l'impegno, terminate le elezioni, di boicottare le olimpiadi previste nei prossimi mesi a Pechino. Questa è l'iniziativa lanciata dai promotori dei sito www.tibetlibero.org in uno dei momenti più cruenti momenti della già tormentata vicenda tibetana.
Il link alla petizione è http://www.firmiamo.it/noalleolimpiadiapechino2008 e la speranza dei promotori, due ragazzi cagliaritani, salvatore deidda e dario Dessì, è quella che il nostro Paese decida di usare fermezza assoluta verso la Cina, che da troppo tempo agisce impunemente ai danni del popolo tibetano. L'occidente e la comunità internazionale non possono chiudere gli occhi ancora una volta e lasciare che quella che è considerata una grande potenza, e per questo ritenuta intoccabile, proceda con il progetto di cancellare qualsiasi tipo di riferimento, culturale e sociale, tibetano.




















