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Archivio per Marzo 2008

Terza Posizione: inno

In Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Lettere, Link, Onore Fedeltà Coraggio, Storia politica, Terza Posizione, Tradizione, destra fiorentina, militanza, politica on Marzo 31, 2008 at 1:03 am

TERZA POSIZIONE (parte I)

In Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Onore Fedeltà Coraggio, Storia politica, Terza Posizione, Tradizione, destra fiorentina, militanza, politica on Marzo 31, 2008 at 12:58 am

“NE’ FRONTE ROSSO NE’ REAZIONE,

 TERZA POSIZIONE”

La necessità della rivoluzione nasce dal rifiuto sia del sistema capitalistico che di quello marxista, governati, secondo TERZA POSIZIONE, da ideologie massificanti che soffocano gli impulsi creativi individuali corrompendo l’uomo e allontanandolo da se stesso.
L’obiettivo di Terza Posizione sul piano internazionale è la lotta contro gli imperialismi degli USA e dell’URSS, contro il mercantilismo e il sionismo: “Né Usa, né URSS: Terza Posizione”.
Ne consegue il pieno appoggio a tutti i movimenti di liberazione nazionale, che si battono per la salvaguardia delle proprie tradizioni e contro le aggressioni militari e le infiltrazioni economiche delle superpotenze: è il caso dei Baschi, degli Irlandesi, degli Afgani, degli Iraniani, dei nazionalisti Libici di Gheddafi, dei Sandinisti del Nicaragua, ecc.
Nel settembre del 1980 la magistratura romana ordina un blitz contro Terza Posizione, assestandole un colpo quasi mortale. Risultato: 150 perquisizioni, 10 arresti, otto ordini di cattura notificati in carcere
.

 

link
Regresso Pro Civitate
Attivismo civico
D.S.P. – una storia pesarese
NE’ FRONTE ROSSO NE’ REAZIONE
AUTONOMIA TOTALE
LA FINE DI UN’ERA
ALTERNATIVA DI POPOLO
IL DOMANI CI APPARTIENE
STARE IN GUARDIA
FUORI DAI PARTITI, OLTRE GLI SCHEMI, CONTRO IL POTERE
OBIETTIVO RIVOLUZIONARIO
OLTRE GLI SCHEMI
FARE FRONTE
LOTTA E VITTORIA
CONTROMETROPOLI
ESSERE ESEMPIO
CONTRO TUTTI I PARTITI CONTRO TUTTI I CORROTTI
LA RIVOLUZIONE E’ COME IL VENTO
E’ L’ORA DELL’AZIONE
PASSI SICURI, PASSI PESANTI E LENTI

Né fronte rosso né reazione
Il 25 aprile come ogni anno l’Italia si raccoglierà attorno alle più alte cariche dello Stato per la celebrazione della resistenza.
E più che mai quest’anno i discorsi commemorativi saranno un momento in cui si inviterà il popolo italiano all’unità nella libertà e nella democrazia, e a respingere l’attacco « fascista » continuamente portato alle istituzioni.
Ma coloro che realmente RESISTONO da anni a prezzo del proprio sangue e della propria libertà all’ingiustizia del sistema, sanno bene che la celebrazione della caduta del fascismo e gli appelli contro il «persistente pericoloso eversivo» spesso rappresentano solo il pretesto grazie al quale le forze del fronte rosso e della reazione ogni anno consolidano il potere.
Ma il gioco degli equilibristi «democratici» e «antifascisti» si fa sempre più difficile se si pensa all’insoddisfazione presente in tutti gli strati sociali, alle continue esplosioni di rivolte, agli scandali, sintomo di un governo corrotto che tutti sono stanchi di avallare.
Lo stesso fronte rosso che aveva in questi trent’anni dato prova di monoliticità, di saldezza e di unità, evidenzia oggi la spaccatura di un mondo in continua contraddizione che vuole stare al potere e all’opposizione o che perlomeno tenta di raccogliere i frutti del potere e dell’opposizione.
Lama è contestato, il P.C.I. viene ormai identificato nella corruzione del potere, gli extraparlamentari sono definiti infantili, gli autonomi provocatori. In questa lotta intestina il fronte rosso si sta disgregando ed emerge inequivocabile che se il potere comunista si farà ancora più palese, lo scontro fra P.C.I. e forze ribelli sarà inevitabile.
La reazione tenta disperatamente di non cedere alla violenza dei tempi; ma è in ogni momento costretta a venire a patti.
Tenta di difendere i Rumor, i Gui e i Tanassi ma viene battuta; riesce a dilaniare l’estrema appendice di destra per poter avere quei venti voti in più al parlamento che le consentano di tenere alla meno peggio.
Ma, come una barca che sta per essere sommersa dalle onde, spostandosi ora a sinistra ora a destra, non riesce a salvarsi dalla furia che la investe. E quei patetici politicanti che ci appaiono sorridenti al televisore per dirci che la situazione, in fondo, non è disperata, ma “occorrono sacrifici”, non incantano più nessuno, e appaiono il segno più tangibile della cancrena del potere. Una cancrena che le forze migliori del popolo, le avanguardie di un futuro che incomincia a delinearsi, hanno la volontà di combattere fino in fondo. Noi, che a trent’anni dalla resistenza che ancora si celebra, oggi resistiamo compatti contro tutto ciò che ci circonda, abbiamo la presunzione di dire che la loro epoca è ormai morta e noi saremo gli artefici del domani.
La profonda notte in cui è stato immerso il mondo mostra già i primi segni dell’aurora; e la nostra sarà quanto mai bella.
IL DOMANI CI APPARTIENE!



AUTONOMIA TOTALE
A meno di un anno dal patto governativo PCI-DC, le università italiane sono esplose in una protesta rabbiosa che ha avuto come obiettivi non solo i consueti gruppi politici della reazione ma anche la classe dirigente del fronte rosso da Berlinguer a Lama.
La protesta si è poi estesa sanguinosamente nelle piazze ma è risultata inconcludente per mancanza di contenuti.
Gli studenti proclamatisi autonomi, eluso il tentativo di totale recupero agli schemi della sinistra perpetuato da Lotta Continua, hanno urlato e manifestato la propria rabbia contro coloro che da nove anni ipocritamente strumentalizzano in larga parte la rabbia giovanile.
Ma da una ribellione che è risultata nichilista e apparentemente senza sbocchi si ricava una necessità vitale sentita dall’intero mondo studentesco: la necessità dell’autonomia. Ma l’autonomia si costruisce intorno ad un centro ideale e politico.
Si è autonomi se si posseggono idee chiare e valori precisi da difendere ed affermare in una società che tende alla disintegrazione. Si è autonomi quando la protesta possiede contenuti reali, quando si hanno programmi politici.
Dunque se si vuole attualizzare una reale autonomia, bisogna che questa autonomia si definisca. Ottenere l’autonomia dallo strapotere dei partiti da sempre volto in funzione e a vantaggio dei gruppi dirigenti degli stessi, significa opporre una partecipazione diretta. Significa organizzarsi nei quartieri, nelle circoscrizioni, nei paesi, isolando i politicanti ed esprìmendo realtà unitarie alla faccia delle divisioni artificiali (dogmatiche, partitiche). Significa fare dei consigli di quartiere e di circoscrizione, delle giunte comunali, un’espressione diretta di ogni realtà locale protesa verso la realizzazione delle proprie necessità civiche, urbanistiche, ecologiche, in perfetta armonia con le realtà delle altre circoscrizioni, degli altri quartieri, delle altre giunte. Significa lottare perché queste realtà influiscono direttamente sulle scelte del paese insieme a quelle espresse dalle categorie sindacali, dalle cooperative aziendali, dalle rappresentanze militari. Significa svuotare la «triplice» che vive in funzione del proprio apparato dirigente sulle spalle dei lavoratori e rilanciare un’alternativa sindacale che esprima globalmente le rivendicazioni e dirima già nel seno stesso del sindacato le contraddizioni delle varie categorie del mondo del lavoro e delle singole cooperative di azienda. Significa possedere il controllo diretto sull’operato delle industrie perché non esista mai più un’altra Seveso. Significa avere il controllo sull’impostazione della nostra economia, perché non si debbano più distruggere i pomodori e le arancie del meridione, per importare gli agrumi di Israele ed esportare Italiani sotto la voce: mano d’opera. Signifìca permettere ad ogni campagna italiana di essere autonoma e produttiva. Significa concedere ad ogni famiglia l’opportunità di possedere una casa e non di vivere in un formicaio con il cancro sempre in agguato. Significa specializzare e volontarizzare l’esercito. Significa costruire una scuola educativa e non addestrativa, perché ne escano degli uomini e non solo dei tecnici, peraltro spesso squalificati.
Significa essere padroni di un’etica con la quale vivere e da insegnare e sulla quale rieducare e non emarginare. E, dunque, significa anche rivoluzionare i concetti detentivi e penali che, cosi strutturati, sono assurdi.
E perché tutto questo si attui bisogna essere autonomi dalle ingerenze economiche, politiche, militari.
Dobbiamo, dunque, affermare l’autonomia esterna insieme a quella interna. Dare all’Italia un suo ruolo autonomo nell’Europa e nel Mediterraneo e all’Europa la sua autonomia respingendo ogni tentativo imperialista sovietico, americano, o di qualunque tipo.
Tutto questo si chiama autonomia. Perché l’autonomia, per definizione, o è totale, o non è.

LA FINE DI UN’ERA
La nuova struttura del potere conseguente all’accordo a sei ha già dato i propri frutti.
La repressione camuffata in depenalizzazione, il confino allargato ai reati politici, la nuova strategia della tensione con allegata la teoria degli opposti estremismi periodicamente emergente, sono le ultime trovate del sistema borghese.
Il potere non nasconde più il suo volto di dittatura, di oligarchia, di stato poliziesco, manovrato da pochi uomini che saltando continuamente dalla sinistra alla destra del proprio schieramento, contraddicendo oggi ciò che dicevano ieri, dimostrano di essere solamente obbedienti agli ordini del Cremlino e della Casa Bianca.
L’opposizione, quella libertaria e superficiale dei radicali, quella sempre più perdente dei missini, quella confusa delle frange autonome, a noi non interessa.
Esiste per noi l’opposizione politica, sociale, ideologica ed esistenziale, quindi totale, al sistema, che nella ristrettezza dei movimenti concessi e nella dura lotta di conquista di spazio dà i suoi tangibili segni di vita.
Non solo in Italia e nell’occidente, ma anche nell’oriente tanto forte nella sua struttura poliziesca e repressiva, nascono i focolai delle rivolte di popolo.
Berlino, città che per posizione geografica e significato storico è il cuore d’Europa, ha mostrato nella sua parte più martoriata, volontà di esistere ed anche di combattere per la propria libertà.
La Berlino del muro, dei «vopos», della schiavitù all’URSS, è stata per un giorno la città che ha lottato per sé e per l’Europa. Ma il suo grido è destinato a perdersi nella notte se non saremo tutti noi Europei a raccoglierlo.
Siano perciò spezzate le vecchie contraddizioni, le antiche incertezze, le perenni attese; agire, sia ben chiaro, non significa agitarsi né distruggere; non significa nemmeno fingere adesioni e continuare a vivere chiusi nel fango del proprio egoismo.
L’azione è lotta perenne ai di là dei partiti, nella più assoluta mancanza di mezzi; è forza di continuare quando la repressione non ti permette di esistere; è esempio militante, coraggio e abnegazione, volontà di resistere e vincere.
Il confronto sarà decisivo solo se di fronte all’attuale tradimento dì tutte le forze politiche mostreremo la volontà di stare ancora una volta avanti a tutti.
L’angoscia dei popoli in schiavitù, la disperazione degli uomini sfruttati, le grida di rabbia di tante illusioni ferite, finalmente si scateneranno.
La Berlino che a ottobre ha fatto tremare l’est è il presagio di un’Europa che combatterà per il futuro, di un terzo mondo e di un’America latina che lotteranno per il proprio ruolo, di una umanità che non sarà più in ginocchio.
Solo allora quel fantasma che oggi turba le notti di chi governa il mondo e che gira braccato e combattuto nelle città della terra, trovata finalmente la strada, prenderà forma e sarà protagonista del nostro domani.
Quel fantasma è il nostro ideale.

Alternativa di popolo
Da anni la «triplice» sindacale rappresenta un’entità uniforme. Da mesi la DC e il PCI hanno raggiunto un’intesa di collaborazione che si manifesta negli interventi unitari nella vita pubblica. Anche gli enti parastatali, stanno gradualmente diventando un unico massiccio organismo.
In pratica è in atto, favorito dalle leggi per la sicurezza interna, il consolidamento di un unico colosso articolato, amministratore del potere multinazionale, garante dei privilegi e delle lottizzazioni. Ma mentre il potere va amalgamandosi ed organizzandosi si evidenziano sempre più l’estraneità dei suoi detentori alle aspirazioni del paese, e l’ostilità nutrita ogni giorno di più nei loro confronti da tutti.
Dovunque nelle scuole si allarga l’area dell’opposizione e del rifiuto sempre più qualificati idealmente e politicamente. E su quest’area non attecchisce il recupero intellettuale ai filoni filosofici interni alla logica del sistema. Recupero intellettuale che riuscì a sconfiggere il 68. Contemporaneamente l’opposizione dilaga nelle campagne dove solo la difficoltà d’organizzazione ha permesso la neutralizzazione degli effetti.
Nel mondo del lavoro dove la «triplice» perde sempre più colpi e vede le sue tessere strappate a migliaia, avanzano le ali libere e spregiudicate dei sindacati autonomi, dei CUB, della Cisnal. E talvolta combattono fianco a fianco. Da questa pedana di lancio è vitale sviluppare un vero e proprio sindacalismo rivoluzionario che combatta il monopolio filocapitalista di CGIL-CISL-UIL e la «tregua sociale» basata sulle sperequazioni e sull’ingiustizia. E bisogna integrare questo processo rivoluzionario alla crescita politica nelle scuole, nelle università, nei quartieri, nelle campagne. Così da imporre definitivamente la nostra alternativa.
Quest’alternativa cresce giorno dopo giorno con l’allargamento della lotta in ogni angolo del paese, nel suo coordinamento, nelle sue vittorie. E in questo processo incalzante si forma il popolo che trova coscienza di sé, identità, unità. E ognuno da e darà sempre più il suo contributo nel ruolo che ogni istante riveste. Lo da e lo darà come studente, come operaio, come contadino, come soldato, in relazione alle sue capacità, alle sue competenze, alla sua esperienza, al suo valore, alle sue molteplici condizioni contingenti. Così prendono organicamente forma la Nazione e lo Stato. Così prende forma il nostro futuro. Noi ne saremo i protagonisti!

IL DOMANI CI APPARTIENE!
Due anni or sono le avanguardie rivoluzionarie sostennero, sole contro tutti, che fronte rosso e reazione si sarebbero di lì a poco tempo trovati in crisi profondissima e avrebbero scelto come ultima possibilità di salvezza l’alleanza oggi comunemente definita compromesso storico.
Non si poteva sospettare però che anche le potenziali opposizioni al sistema, e cioè MSI ed extraparlamentari di sinistra, già da allora legati alla logica della reazione e del fronte rosso, avrebbero esaurito il loro ruolo e sarebbero rimasti coinvolti in un declino di strutture e di ideali che ne avrebbero minato definitivamente unità e forza. Gli avvenimenti di questi ultimi tempi hanno quindi chiarito ma reso contemporaneamente più arduo il nostro compito, in quanto se allora la situazione concedeva lo spazio anche alla riflessione e alla maturazione, oggi l’impetuoso volgere degli eventi porta ognuno di noi a conoscere duramente la vastità della lotta al sistema borghese.
La trasformazione dell’assetto politico ha posto lo steccato (che prima si trovava tra fascismo e antifascismo) fra sistema borghese retto da DC e PCI e forze d’opposizione.
E se 36 soli voti in parlamento si sono opposti al compromesso nascosto sotto il velo dell’emergenza, oggi è quanto mai chiaro che l’opposizione è ovunque: nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle zone povere, ovunque i partiti con le loro strutture non arrivano con false promesse e clientelismi a mutare la logica della lotta politica.
La divisione netta fra interessi del paese ed interessi del potere apre oggi uno spazio enorme ad un’opposizione di popolo al sistema.
Noi che siamo coscienti di come la crisi non sia un fatto momentaneo o dovuto solo a scelte politiche errate, ma sia conseguente ad un modo di pensare in termini politici e di Intendere la vita, che impera da trent’anni trasformeremo quello che oggi è ridotto a semplice gioco di formule in una battaglia fra concezioni del mondo.
Le lotte che le forze rivoluzionarie hanno sostenuto ovunque sotto diversi nomi ma con un’unica ferma volontà sono prova di questo: l’essersi opposte in tante occasioni agli estremisti di sinistra, ai partiti del sistema, agli sgherri della reazione, il sacrificio di militanti, sconfitte e vittorie rappresentano il preludio a quella che sarà la fase successiva e decisiva dell’azione. La Terza Posizione ne sarà lo strumento ed il polo intorno a cui si raccoglieranno le forze antimarxiste e anticapitaliste, socialiste nazionali e rivoluzionarie; Terza Posizione sarà volontà di liberazione dei popoli dall’ imperialismo Usa-Urss per un nuovo ordine europeo; sarà parola d’ordine per coloro che vorranno la morte dello sfruttamento e delle dittature borghesi e marxiste in nome della lotta per la vita e per la riconquista del nostro domani.
E’ infine già oggi il veicolo con il quale si fa largo una rivoluzione culturale, politica e sociale che trasforma lentamente ma decisamente le masse di uomini chiuse nell’egoismo personale e nella logica del profitto in un popolo compatto, consapevole della propria missione nell’Europa e nel mondo.
La potenza di questi ideali spinge oggi i militanti per la Terza Posizione a combattere nelle situazioni più disperate con un ardore che può apparire fanatico; ma ben presto ai loro fianco marceranno tutti i popoli in lotta. Allora a Roma, a Londra, a Mosca, a Berlino, in ogni piazza d’Europa dove prima regnava la schiavitù splenderà il sole di una nuova era.

 da: http://www.francocenerelli.com

QUARTO D’ORA DI POESIA DELLA X MAS

In Attualità, Bargello, Cuori Neri, Destra Giovanile, Futurismo, Lettere, Miscellanea, Storia on Marzo 29, 2008 at 1:29 am

Quarto d’ora di poesia della Xa MAS

F. T. Marinetti dedicò nel 1944, poco prima di morire, la seguente poesia alla Xa MAS:

Salite in autocarro aeropoeti e via che si va finalmente a farsi benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini criticomani lambicchi di ventosi pessimismi. Guasto al motore fermarsi fra italiani ma voi voi ventenni siete gli ormai famosi renitenti alla leva dell’Ideale e tengo a dirvi che spesso si tentò assolvervi accusando l’opprimente pedantismo di carta bollata burocrazie divieti censure formalismi meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgivo a mezzo il campo di battaglia. Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe ubbidire all’infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora smaniate dal desiderio di comandare un esercito di ragionamenti e perciò avanti autocarri. Urbanismi officine banche e campi arati andate a scuola da questi solenni professori di sociologia formiche termiti api castori. Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono d’ogni quotidianismo e faro di un’ aeropoesia fuori tempo spazio. I cimiteri dei grandi Italiani slacciano i loro muretti agresti nella viltà dello scirocco e danno iraconde scintille crepitano impazienze di polveriera senza dubbio esploderanno esplodono morti unghiuti dunque autocarri avanti. Voi pontieristi frenatori del passo calcolato voi becchini cocciuti nello sforzo di seppellire primavere, entusiaste di gloria ditemi siete soddisfatti d’aver potuto cacciare in fondo fondo al vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore. Autocarri avanti e tu non distrarti raggomitola il tuo corpo ardito a brandelli che la rapidità crudele vuol sbalestrarti in cielo prima del tempo. Scoppia un cimitero di grandi Italiani e chiama Fermatevi fermatevi volantisti italiani avete bisogno di tritolo ve lo regaliamo noi ve lo regaliamo noi noi ottimo tritolo estratto dal midollo dello scheletro. E sia quel che sia la parola ossa si sposi colla parola possa con la rima vetusta frusti le froge dell’Avvenire accese dai biondeggianti fieni di un primato. Ci siamo finalmente e si scende in terra quasi santa. Beatitudine scabrosa di colline inferocite sparano. Vibra a lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante catedrale coricata a implorere Gesù con schianti di petti lacerati. Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di preghiere. Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti traforati dal veemente oblio eterno.

René Guénon

In Bargello, Destra Giovanile, Miscellanea, Recensioni, Storia politica, destra fiorentina, politica on Marzo 27, 2008 at 11:22 am

 La crisi del mondo moderno

Mediterranne

Se negli anni ‘20-’40 l’opera di Guénon era mediata in Italia soprattutto da Evola, Reghini e De Giorgio, nell’immediato secondo dopoguerra la Rivista di Studi Iniziatici (nuova serie della precedente rassegna Mondo Occulto), con sede a Napoli, ne assunse le posizioni, traducendo vari scritti dello stesso Guénon e facendo esplicitamente riferimento alla rivista guénoniana francese Etudes Traditionnelles. Oltre la recensione del libro La crisi del mondo moderno – apparsa in Mondo Occulto, 1937, n. 1, pp. 40-41 – riproduciamo anche alcune segnalazioni di articoli della rivista francese.

“Quest’opera del Guénon [La crisi del mondo moderno; n.d.r.], che l’editore Hoepli ha voluto rendere accessibile al più vasto pubblico italiano, non va confusa con le tante altre che trattano di ‘crisi’ e di ‘tramonto’ occidentale. Non si tratta di vane critiche, ma di una visione cruda, virile, realistica, la quale non procede da concezioni personali o da elucubrazioni dialettiche, ma dal punto di vista della verità stessa. Il Guénon affronta il problema del senso e del destino del mondo moderno in nome di una ‘tradizione’, nel significato più alto e universale del termine. Egli può considerarsi come l’esponente principale, in Europa, del ‘tradizionalismo integrale’: la difesa dei valori dello spirito, della gerarchia, della personalità spirituale è in lui inattenuata, precisa e priva di compromessi come in pochi altri nostri contemporanei. Da questo aspetto, e con uno stile di chiarezza cristallina, vengono affrontati, nel libro, i massimi problemi della civiltà moderna non solo nel campo etico, sociale e scientifico, ma anche in quello religioso e, infine, vien posto il problema dei rapporti fra Oriente e Occidente e sono indicate le vie e le condizioni per il superamento della decadenza europea e la funzione e la formazione della nuova ‘élite’. Per coraggio, decisione e reale ampiezza e novità di orizzonti, pochi libri – come lo dice il traduttore [J. Evola; n.d.r.] in una densa introduzione – sono, come questo del Guénon, così rivoluzionari: dato che per ‘rivoluzione’ si intenda sia una rivolta contro un dato stato di fatto e un rinnovamento, sia un ritorno o una conversione (ri-voluzione) ai principi perenni di ogni vera grandezza umana. Per questo una tale opera non solo offre un interesse diretto per ogni classe di lettori, ma costituisce un prezioso contributo per l’orientamento delle avanguardie intellettuali più consapevoli della nuova Italia fascista e per il rafforzamento del fronte supernazionale di tutti coloro che oggi sono scesi in campo contro le forze oscure della decadenza moderna”.

“Alla testa delle poche pubblicazioni che s’occupano di studi tradizionali, ispiratrice e guida, dobbiamo porre l’ammirevole rivista diretta da Paul Chacornac Etudes Traditionnelles di Parigi. In virtù d’un gruppo di collaboratori d’eccezione, che, pur ispirandosi generalmente a dottrine tradizionali orientali, debbono essere considerati come i più illustri rappresentanti della vera élite intellettuale dell’Occidente, essa pubblica studi di rara profondità e competenza. Basterebbe citare il nome di René Guénon, di cui molte opere sono già state tradotte in italiano, per caratterizzare l’indirizzo, la serietà e la profondità incomparabile di siffatta pubblicazione” (da Mondo Occulto. Rivista di Studi Iniziatici, 1946, n. 1-2-3, p. 46).

“In Etudes Traditionnelles n. 265, René Guénon tratta di una questione del tutto ignorata in Occidente, quella di upaguru, vale a dire della occasione, che può essere di un genere qualsiasi, rappresentante per un individuo, debitamente qualificato, il punto di partenza per un certo sviluppo spirituale. Queste circostanze determinanti possono evidentemente porsi sia prima che dopo l’iniziazione vera e propria, e scaturire, nell’un caso, dal Guru interiore, per dirigere l’essere verso una via di conoscenza, nel secondo caso, stesso dal Maestro spirituale alfine trovato, per favorire l’attualizzazione della influenza spirituale ricevuta con l’iniziazione. È un semplice accenno che qui facciamo per dare un’idea dello studio di René Guénon, che si sviluppa con chiarimenti altamente istruttivi per coloro i quali s’interessano di questioni iniziatiche da un punto di vista che non vuol restare semplicemente teorico” (da Rivista di Studi Iniziatici, 1948, n. 1, p. 47).

“Nel numero di dicembre di Etudes Traditionnelles notiamo un articolo di René Guénon “Necessité de l’exotèrisme traditionnel”. Si tratta di una messa a punto di grande importanza di fronte alle pretese di certi pseudo-esoteristi ed alla ignoranza di alcuni aspiranti all’iniziazione. Scrive il Guénon: ‘è ammissibile che un exoterista ignori l’esoterismo, quantunque sicuramente questa ignoranza non ne giustifichi la negazione; ma, invece, non lo è che chiunque abbia delle pretese all’esoterismo voglia ignorare l’exoterismo, non fosse che praticamente, poiché il ‘più’ deve necessariamente comprendere il ‘meno’. Del resto, questa stessa ignoranza pratica, consistente nel considerare inutile o superflua la partecipazione ad una tradizione esoterica, non è possibile senza una ignoranza anche teorica di questo aspetto della tradizione, ed è ciò che la rende ancora più grave, poiché verrebbe da chiedersi se qualcuno che abbia una tale ignoranza, sia realmente pronto ad avvicinare il dominio esoterico ed iniziatico e se non debba applicarsi a comprender meglio il valore e la portata dell’exoterismo prima di cercare di andare più avanti’. L’articolo continua esponendo come l’adesione ad un exoterismo sia una condizione preliminare per pervenire allo esoterismo e come non bisognerebbe che questo exoterismo possa essere rigettato allorché si è ottenuta una iniziazione” (da Rivista di Studi Iniziatici, 1947, n. 6, p. 111).

tratto da: http://www.libreriaar.it

30 marzo 2006 – 30 marzo 2008

In Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina on Marzo 26, 2008 at 2:21 am

COMANDANTE DIMITRI

PRESENTE!

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Né fronte rosso né reazione

 

 

FRONTE TORINO AVANTI TUTTA!!!

In Attualità, Attualità politica, Cuori Neri, Destra Giovanile, Link, Storia, Storia politica, politica on Marzo 26, 2008 at 1:59 am

Oligarchia contro burocrazia

In Attualità, Attualità politica, Destra Giovanile, Link, politica on Marzo 26, 2008 at 1:56 am

Riportiamo di seguito un articolo pubblicato dalla rivista ITALICVM, periodico dell’omonimo centro culturale. Potete visitare il sito dell’associazione: http://www.centroitalicum.it/

 

 ITALICUM Dal numero settembre-ottobre 2007:

Costituzionalismo e oligarchie

EDUARDO ZARELLI

Accordo raggiunto al Consiglio Europeo riunito a Lisbona. L’Italia avrà 73 seggi al Parlamento Europeo, come la Gran Bretagna. “Risultato ottimo” è il commento che filtra da Palazzo Chigi. In realtà l’Italia si opponeva alla perdita della parità anche con la Francia, che avrà 74 rappresentanti. Ma nel 2014 dovrebbe esserci un’altra “redistribuzione” (prevista dal nuovo trattato) basata sul criterio della cittadinanza e non su quello della residenza. E l’Italia ne sarebbe largamente avvantaggiata…».
Così recitano le agenzie di stampa in un opaco scorcio d’inverno, a dimostrazione ennesima di come la famigerata “casta” sia un fenomeno ben più ampio degli angusti confini nazionali. Mentre in Italia si traccheggia come ubriachi sul precipizio in merito a presunte riduzioni del numero dei parlamentari, in Europa si proietta la foga inibita dal nostrano disgusto popolare, fino all’ultimo scranno parlamentare. Insomma, non molleranno mai l’osso, sono impermeabili a qualsivoglia spirito di servizio per il bene comune. Siamo in presenza di un ceto politico pervasivo e rapace, compromissorio e clientelare, conseguentemente parte della deriva oligarchica e tecnocratica delle società occidentali. In Europa o in Italia, la rappresentanza politica non riformerà mai se stessa perché, di fondo, non decidere nulla è funzionale alla conservazione dello status quo economico, sociale e culturale.

Quell’entità burocratica chiamata Europa
Questo significa distrarsi dal contesto europeo in un minimalistico qualunquismo provinciale? No. Una concezione europea è realistica e necessaria, a patto che non sia statalista però. Attualmente l’Europa è prigioniera di una contraddizione: ovunque si proclama di voler superare gli Stati, ma – poiché le classi politiche sono interessatamente ultra-stataliste, sia a Bruxelles sia nei singoli Stati – si finisce per privare l’idea dell’Europa dei mezzi politici necessari a superare gli Stati stessi. Infatti l’Unione Europea si manifesta come una anonima entità burocratica nemica della libertà dei singoli popoli e delle identità. A questo rischio si potrebbe ovviare scegliendo un modello rigorosamente federalista, che parta dalle autonomie. Attualmente, invece, l’Unione Europea propone soltanto di esportare il centralismo su scala europea. Vogliono solo sostituire Bruxelles a Roma, Parigi o Berlino. Noi non abbiamo nulla da guadagnare nel cambiare dei burocrati romani con altri di Bruxelles, o nel trasferirli dalle vecchie capitali a Bruxelles. Attualmente, siamo giunti al paradosso che l’Europa è presente dove dovrebbe essere assente, cioè nella vita dei popoli che hanno bisogno di autonomia, ed è invece assente dove dovrebbe essere presente, cioè sulla scena internazionale come soggetto politico capace e indipendente, per un multilateralismo che inibisca la volontà egemonica degli Stati Uniti, e del suo prossimo reale competitore che sarà presumibilmente la Cina, in una corsa scriteriata a superarsi in un modello di sviluppo industriale devastante la natura e la pluralità etnoculturale.

Ripartire dalla partecipazione
Non sono gli slogan a realizzare le idee, ma, nella sua semplicità, ci richiamiamo ad una Europa dei popoli, cioè Europa della sovranità popolare dal basso contro le oligarchie, a partire da quelle finanziarie. La Banca Centrale Europea ripropone, con la sua proprietà anonima e privata, un problema fondante la sovranità democratica. Senza furori ideologici, le banche devono essere ridotte a semplice strumento economico che risponda al mandato delle comunità e delle loro economie. Lo strumento diventa egemone quando prevalgono la rapacità del profitto egoistico e la logica del mercato finanziario: una visione del mondo dove tutto ha un prezzo ma niente ha più valore; un “pensiero unico” che oggi inaridisce ogni ideale, fagocitando ogni movimento sociale.
In controtendenza, l’organizzazione del “contropotere” sociale deve partire dalla base e deve essere impostato su quattro pilastri: identità, volontarietà, autonomia e partecipazione. L’autorità, infine, deve fluire dalla base verso l’alto. Per difendersi i popoli d’Europa devono proprio ripartire dalla base, dalla democrazia diretta. In fondo, anche gli Stati nazionali sono burocrazie come quella di Bruxelles: per questo nessuno Stato contrasta veramente Bruxelles. È quindi necessario estendere la partecipazione e interessare la gente alla vita politica ovunque sia possibile. È necessario sviluppare la dimensione pubblica del sociale, quindi lo Stato non deve essere il monopolizzatore della vita politica. Solo così essa potrà essere davvero autentica, specchio fedele della vita di un popolo, ed efficace strumento di sovranità. A partire dal luogo di vita, dal proprio territorio, in cui sviluppare modelli di sovranità monetaria locale e reciprocità sociale comunitaria, unica base su cui costruire economie sostenibili ed ecologicamente coerenti.

Oligarchie Vs populismo
Le oligarchie temano forme non usuali di aggregazione politica, sempre più trasversali e insofferenti alle appartenenze partitiche o identitarie acquisite. La denuncia del “populismo” – la “minaccia populista”, la “deriva populista”, la “tentazione populista” – ne fanno parte con ogni evidenza. Dall’inizio degli anni ottanta, questo termine, una volta poco usato, è entrato prepotentemente a far parte del discorso pubblico. Ormai funziona come un insulto politico, fingendo di apparire, contraddittoriamente, una categoria di analisi. È vero che oggi il populismo è soprattutto uno stile o un atteggiamento. Come tale, può accostarsi a qualunque ideologia: nazional-populismo, populismo ultraliberale, populismo di sinistra, populismo operaio, e via discorrendo. Il populismo può essere democratico o reazionario, solidale o xenofobo. È un camaleonte, una “parola passepartout” che il discorso mediatico o pseudocompetente può demonizzare tanto più facilmente in quanto il termine, non avendo un contenuto reale, può essere applicato a qualunque cosa. I loro capi, tribuni dalle mascelle serrate o dal sorriso telegenico, dai media dominanti sfruttano miserie e rancori, capitalizzano paure, miserie e angosce sociali, indicando spesso capri espiatori senza mai, beninteso, mettere in causa la logica del capitale. Il loro atteggiamento più frequente è rivolgersi al popolo contro il sistema in vigore. Questo “appello al popolo” con ogni evidenza equivoco, proprio per il fatto che la nozione di popolo può essere intesa in molti modi. Il populismo manifesta il suo lato “ingenuo” quando si limita incensare le “virtù innate” del popolo, la sicurezza “spontanea” dei suoi giudizi, che renderebbe inutile ogni mediazione. Tuttavia, per quanto criticabile possa essere, questo populismo assume valore di simbolo. Reazione “da un basso” verso un “alto” in cui l’esperienza del potere si confonde con il godimento dei privilegi, rappresenta prima di tutto il rifiuto di una democrazia rappresentativa che non rappresenta più nulla. Protesta contro l’edificio tarlato di istituzioni fatiscenti separate dal Paese reale, rivelatore delle disfunzioni di un sistema politico che non risponde più alle attese dei cittadini e si rivela incapace di assicurare la permanenza di un legame sociale, testimonia un malessere in continua crescita in seno alla vita pubblica, un disprezzo sempre crescente per il degrado oligarchico delle classi dirigenti e l’inconsistente passerella di vanità mediatica che le caratterizza. Esso mette in evidenza una crisi della democrazia, una perdita di fede nelle ideologie globali, la convergenza nella gestione del potere dei partiti, il sentimento diffuso che le forze economiche e finanziarie sono le più potenti e inafferrabili ai più. Questo populismo sorge quando i cittadini si allontanano dalle urne per il semplice motivo che da esse non si aspettano più niente. In tali condizioni la denuncia del “populismo” mira evidentemente a disarmare la protesta sociale, sia all’interno di una destra essenzialmente preoccupata dei suoi interessi, sia in seno ad una sinistra divenuta massicciamente conservatrice, elitaria e lontana dal popolo. Questa scomunica all’eresia popolare è il latrato di una “casta” venale e corrotta che guarda al popolo con disprezzo, come un mezzo, non come il fine del governo della cosa pubblica. Che il “ricorso al popolo” possa essere denunciato come una patologia politica, per esempio una minaccia per la democrazia, è a questo riguardo rivelatore. È dimenticare che in democrazia, il popolo è l’unico depositario della sovranità. Soprattutto quando questa è confiscata. Ridotto a semplice atteggiamento, il populismo diventa sinonimo di demagogia, cioè di mistificazione. Ma il populismo può anche esistere come forma politica sostanziale, per esempio con un impegno verso le comunità locali piuttosto che verso la “grande società” cosmopolita. Non essendo solidale né con lo Stato né con il Mercato, esso rifiuta sia lo statalismo che l’individualismo liberale. Aspira sia alla libertà che all’eguaglianza, ma è fondamentalmente anticapitalista, poiché capisce bene che il regno della merce liquida ogni forma di vita comune cui è legato. Mirando a una politica conforme alle aspirazioni popolari, fondata su questa morale comunitaria per cui la “casta” non prova che disprezzo, esso cerca di creare nuovi ambienti di espressione collettiva sulla base di una idea inconscia di società fatta di contiguità e reciprocità. Esso postula che la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica è più importante del gioco delle istituzioni. Infine dà importanza centrale alla nozione di sussidiarietà. È per questo che si oppone esplicitamente alle èlites politico-mediatiche, manageriali e burocratiche.
Anti-elitario, il vero populismo è dunque incompatibile con tutti i sistemi autoritari cui troppo facilmente si tende ad assimilarlo. È altrettanto incompatibile con i discorsi roboanti di leader autoproclamatisi che pretendono di parlare in nome del popolo, ma si guardano bene dal dargli la parola. Quando l’impulso viene dall’alto, quando è il prodotto di un tribuno demagogo che si affida alla protesta sociale o al malcontento popolare senza mai lasciare che il popolo stesso si esprima, si esce dal populismo propriamente detto. Ricollocato nella giusta prospettiva, il populismo ha un futuro sempre più ampio, usufruendo anche di media decentrati e reticolari, mentre la politica istituzionale ne ha sempre di meno. È la richiesta popolare ad essere già ora oltre le ideologie della modernità e sintetizzare nella frattura tra giustizia sociale e decisione politica rivendicazioni che sostituiscono l’asse conflittuale sinistra-destra di una società centrifugata nelle sue identità di appartenenza culturale o di classe. È proprio questa l’alternativa che offre il populismo paragonato all’egemonia neoliberale, fondata sulla politica professionalizzata del proceduralismo rappresentativo e del consenso ipnotico-mediatico.

Oltre lo Stato e il Mercato: la comunità
Non si dà politica senza partecipazione e indipendenza dagli interessi organizzati, solo da qui si può partire per riprendere in mano il nostro destino, con un impegno verso le comunità locali e il loro territorio, piuttosto che verso la “grande società” e la sua crescita economica “illimitata”. Vi è un sentimento diffuso – denigrato volutamente come antipolitica – che non essendo solidale né con lo Stato né con il Mercato, rifiuta sia lo statalismo che l’individualismo liberale. Aspira sia alla libertà che all’eguaglianza, ma è fondamentalmente anticapitalista, poiché capisce bene che il regno della merce liquida ogni forma di vita comune cui è legato. Mirando a una politica conforme a una morale popolare per cui la “Casta” non prova che disprezzo, si creeranno originali ambienti di espressione collettiva sulla base di una nuova contiguità e relazione sociale. La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica è più importante del gioco delle istituzioni, rendendo strutturale la nozione di sussidiarietà, dal basso verso l’alto. È per questo che si oppone esplicitamente alle èlites politico-mediatiche, manageriali e burocratiche, in ultima analisi, le oligarchie.
Offrendo la possibilità di rinvigorire la politica locale grazie ad una concezione responsabile della partecipazione e consapevole del proprio territorio, si contribuisce a realizzare un’Europa dei Popoli e delle differenze, interlocutore internazionale decisivo per un nuovo paradigma culturale sensibile alla natura e alla sostenibilità economica e sociale.

GRANDIOSO!!!

In Attualità, Attualità politica, Destra Giovanile, politica on Marzo 19, 2008 at 4:05 pm

TORINO: SUCCESSO DI AZIONE GIOVANI NELLA

MANIFESTAZIONE PRO CASA

 

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per visualizzare le altre foto dell’evento del 15 marzo a Torino, visitare: http://www.ilfronte.org

Decadenza

In Attualità, Caravella, Lettere on Marzo 18, 2008 at 2:46 pm

L’Università torni ad essere ciò che fu nella sua ora migliore: il principio motore della Storia europea. (Ortega y Gasset)

Arrivismo, baronie, demagogia: questa l’Università italiana di oggi. Pregna di politica partitica, di servilismo e burocrazia.

I migliori propositi di apprendimento e approfondimento si arenano di fronte ad un sistema educativo inadeguato a sfornare la classe dirigente del domani.

Marc Bloch, padre della storia contemporanea, nella sua opera maggiore Apologia della Storia, sostiene che la Storia in quanto tale è scienza poichè come la scienza si pone il proposito di conoscere la Verità. Un richiamo forte al dovere di docente e discente di perseguire la via della ricerca oggettiva, imparziale, cristallina. Palese è che ciò nel Nostro Paese non avvenga. Ogni ramo, settore, dipartimento di studio/ricerca, dalla scuola primaria alla laurea è sottoposto ad un monopolio culturale vero e proprio, scellerato e bieco, il cui unico fine è di fornire una memoria o un insegnamento collettivo prestampato, prodotto in serie per la massa. Già la massa, il popolo, quello strumento indispensabile ad alcune forme di potere per mantenere inalterato lo status quo. Negli atenei vige la regola della sopravvivenza: non conta imparare o approfondire qualcosa, contano voti, media, giudizio dei professori, idea che il docente possa farsi dello studente il quale, logoro da anni di studio, mira esclusivamente ad ottenere un pezzo di carta, (più comunemente detto laurea), per potersi velocemente inserire nel mondo del lavoro. Che puntualmente non trova. Sacrifici economici, tasse, studio, poi? Sapere di essere disoccupati dopo tanta fatica. Meritocrazia zero, non conta quella. Una parola usata retoricamente a scopo di enfasi per il discorso di apertura dell’anno accademico.

L’Italia vanta menti geniali, eccellenti ricercatori sfornati dai propri istituti, che infatti prediligono carriere più stimolanti (ed economicamente proficue) oltreoceano: meri interessi carrieristici e di partito di una oligarchia responsabili della dilapidazione di risorse umane e materiali, sulle quali sono stati investiti soldi, tempo, per poi essere così facilmente cedute ad altre nazioni.

 Splendide le parole di Gasset. Ma per il momento restano relegate nell’armadio storico del XX secolo.

Marco Petrelli

Parola di militante

In Attualità politica, Cuori Neri on Marzo 18, 2008 at 2:09 pm

Tratto da: www.ilfronte.org  sito ufficiale di Azione Giovani Torino

Ritratto di un camerata moderno di Azione Giovani Torino PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico M.   
martedì 11 marzo 2008
Chi siamo? Da dove veniamo? In cosa crediamo? Qual è il nostro scopo? Queste sono domande a cui ognuno di noi dovrebbe rispondere, poiché sono strettamente personali.
Vi posso solo dire chi sono io, ciò in cui credo io e ciò per cui lotto ogni giorno all’interno di un movimento di cui sono orgoglioso di far parte: Azione Giovani Torino.
Io sono un ragazzo di 20 anni, di origini meridionali, nato e vissuto a Torino. Provengo da una famiglia benestante che ha cercato sempre di aiutarmi in qualsiasi momento per qualsiasi cosa.
Mi avvicinai alla politica all’età di 12-13 anni grazie a mio nonno, che, essendo nato nel ventennio fascista, mi raccontava un po’ come viveva ai “suoi” tempi e la cosa attirò la mia attenzione.
Le parole che più mi colpirono di ciò che diceva riguardavano soprattutto il tema della sicurezza: ai tempi suoi la gente dormiva con la porta aperta e nessuno entrava in casa per rubare… E la legge prevedeva pene molto severe per chi delinqueva. Il tutto ruotava intorno agli ideali capisaldi di quel periodo: il rispetto per la famiglia e per le altre persone, la fratellanza, la solidarietà, la voglia di lavorare e la volontà di rendere grande il nostro Paese. Questi ideali mi colpirono profondamente.
Col tempo mi informai sulla politica leggendo testi storici di ogni fazione (la Storia è sempre stata la mia materia preferita) e condividevo di più su quasi tutti i fronti gli ideali del Fascismo rispetto a quelli del Comunismo: dal punto di vista storico e culturale, dal punto di vista filosofico e dal punto di vista identitario.
Non avevo mai pensato di “fare politica”, ma nella mia adolescenza mi è sempre piaciuto confrontarmi civilmente con gli altri e con chi non era delle mie idee: io penso che il dialogo sia la migliore forma di confronto, nonché reale causa del cambiamento, poiché strettamente legato al modo di pensare e di conseguenza al modo di agire e di fare politica.
Non ero neanche maggiorenne quando scoprii la realtà di Azione Giovani qui a Torino: un movimento politico, nonchè strumento di connessione tra i miei ideali e la nostra attuale società. Le prime persone che incontrai furono Maurizio ed Augusta: due splendidi amici a cui devo tutto ciò che ho fatto e tutto ciò che sono. Mi hanno molto impressionato in questo gruppo la capacità di essere una vera comunità (come una sorta di grande famiglia) e la determinazione nell’agire, anche contro tutto e contro tutti: non esitai ad iscrivermi per mettermi in gioco, avere nuovi amici che condividessero le mie idee e cominciare a fare politica.
Attualmente è da quasi 2 anni e mezzo che sono all’interno di questo movimento e non ho nulla da rimpiangere. Più passa il tempo e più sento questo movimento mio a tutti gli effetti. Come dice Stallone nel film Rocky Balboa “Io credo che quando hai vissuto tanto tempo in un posto, tu sei quel posto”. Con gli anni cambio il mio modo di pensare, di parlare (come è giusto che sia), ma lo faccio tenendo saldi gli ideali in cui credo e continuando a militare all’interno di un movimento in cui mi rispecchio profondamente in quasi tutto.
Perché AG Torino e non un altro movimento? I motivi sono molteplici.
AG Torino innanzi tutto è composto da ragazzi (e non da devastati) che hanno voglia di sbattersi e di “sacrificarsi” per i nostri ideali in maniera civile e democratica ed è legato alla tradizione del proprio movimento, che risale al vecchio Fronte della Gioventù, ma ovviamente senza ridursi ad una mera nostalgia del passato, bensì cercando di attuare ciò in cui abbiamo sempre creduto a favore della gente della nostra attuale società.
Questo movimento, e le persone che ne fanno parte, mi hanno insegnato tanto. Mi hanno fatto capire che essere dei “camerati” va al di là dei semplici ideali comuni: vuol dire essere proprio come in una famiglia, in cui bisogna essere tutti uniti, fidarsi l’uno dell’altro ed essere leali (con se stessi e con gli altri “fratelli”). Grazie al mio movimento, non ho mai avuto nulla da nascondere. Qui nessuno ha nulla da nascondere e nessuno sfrutta i nostri ideali per arrivare alle “poltrone”.
E tutto questo è volontariato: nessuno ci paga!
Ciò che ci accusa la sinistra radicale è di essere razzisti. Un’accusa infondata e fatta con la consapevolezza di mentire pur di mettere in cattiva luce gli avversari politici. Di certo siamo intolleranti nei confronti di chi non rispetta le nostre leggi, nei confronti di chi spaccia droga e nei confronti dell’immigrazione clandestina, ma la parola “razzismo” è tutt’altra cosa. Per quanto riguarda me, un mio carissimo amico (a cui voglio davvero un gran bene) è nato in un altro Paese, è di colore ed è di ideali comunisti… Ergo chi mi definisce razzista (oltre ad essere un ignorante) è un idiota!
Stando in perfetta sintonia con la presa di posizione del mio movimento, anch’io sono contro la droga. Ritengo giusto dover distinguere le droghe leggere da quelle pesanti, ma solo dal punto di vista formale: io ritengo che entrambe facciano male, seppur in maniera diversa. Personalmente non ho mai fatto neanche un “tiro” di una canna e non me ne vergogno.
Ricordo sempre alcune scene nell’ultima gita di classe a Barcellona che mi hanno lasciato scosso: un gruppo di 5-6 amici si sono fumati in un giorno 27 canne dalle appariscenti dimensioni. Ricordo che alla sera, in nave, uno di loro a malapena si reggeva in piedi… Era talmente pallido che sembrava un fantasma. Un altro di quel gruppo dormiva con me nella stessa cabina: si accasciò sul letto e mi disse: “Enri… Vedo le stelline… Sto malissimo…”. Io mi limitai a rispondergli con un “Bravo, coglione!”
Un’altra immagine che ho in mente è quella di un ragazzo con una siringa in mano accasciato sul volante della propria auto, vicino casa mia. In quel momento ero con la mia ragazza e la distrassi per non farle vedere quella raccapricciante scena.
A seguito di questi piccoli episodi, sono sempre più convinto che l’amore per la vita sia importante e che non dobbiamo farci ingannare dal desiderio di farsi accettare/ammirare dagli amici o dal farsi trascinare dalla depressione ricorrendo alle droghe. Esistono tanti altri modi per “sballarsi” in modo molto più naturale e soddisfacente, come per esempio (dal punto di vista di un uomo) andare a letto con una ragazza.
Cosa è cambiato in me negli ultimi tre anni?
Probabilmente sono migliorato nel modo di pensare e nella dialettica… Ma il modo di apparire è sempre lo stesso, cioè caratterizzato da una moda assolutamente mia: jeans prettamente Levi’s (che mi son sempre piaciuti), alcuni modelli di scarpe da ginnastica Nike, qualunque tipo di maglia di qualunque marca purchè mi piaccia ed i miei “fedeli” capelli lunghi, che hanno caratterizzato la mia adolescenza tra le polemiche all’interno di un liceo privato retrograde.
Non vado in giro conciato da pagliaccio come un devastato estremista: Che senso ha fare di un estremismo una moda? Che senso ha apparire un duro e puro per intimorire gli altri e poi non si ha carattere? Che senso ha avere una celtica sul giubbotto se non la porti realmente nel cuore?
Ecco quello che il MIO movimento mi ha insegnato. Ecco quello che IO devo al MIO movimento.
Cos’è che mi dà la forza di andare avanti? La voglia di sfida che ho dentro di me. La voglia di non mollare mai. La voglia di affermare la mia individualità facendo sentire la mia voce. La voglia di lottare per qualcosa di spiritualmente immortale e più grande della razza umana: gli ideali.
Concludo con una citazione presa dal film John Rambo.
Non c’è nessuno di noi che non vorrebbe essere altrove. Ma questo è quello che facciamo. E’ quello che siamo. Vivere per niente o morire per qualcosa?
Scegliete voi

TIBET: A FIRENZE IN CONSIGLIO COMUNALE PER PROVOCAZIONE SI INNEGGIA AL COMUNISMO

In Uncategorized on Marzo 17, 2008 at 4:56 pm
"In consiglio comunale si parla di Tibet e dalla Giunta di Firenze provocatoriamente spuntano saluti a pugno chiuso e la falce e martello."
"Tutti bravi a parole a condannare la repressione in Tibet, ma non appena ho ricordato loro che dal 1949 in Cina è in atto un regime comunista, l'Assessore Coggiola e l'Assessore Biagi hanno iniziato provocatoriamente a ineggiare al comunismo, salutare con il pugno chiuso e sfoggiare il simbolo comunista della falce e martello. Non solo ma esponenti della maggioranza in consiglio hanno definito una vergogna la mia presenza in consiglio" Racconta Giovanni Donzelli, consigliere comunale di AN e presidente nazionale di Azione Universitaria.
"Nonostante gli sforzi di Veltroni di mascherare come liberale il PD, il lupo perde il pelo ma non il vizio- commenta Donzelli- Purtroppo il percorso della sinistra verso una democrazia matura e moderna è ancora lungo,i quadri territoriali non hanno ancora fatto i conti con il proprio passato, restano radicati a logiche del novecento, ancora ancorati ad ideologie ormai morte e sepolte"
"I consiglieri del PD pur di non ammettere, attraverso il voto della mia mozione, che in Cina è in atto una dittatura di stampo comunista sono stati disposti addirittura a ritirare la condanna della repressione in Tibet. Per la sinistra a Firenze è giusto condannare la repressione in Tibet solo se si tace sulla matrice comunista dei carnefici" Conclude Giovanni Donzelli
 
Per INFO:339 8620341
 
 

Cultura

In Storia, Storia politica, destra fiorentina on Marzo 17, 2008 at 4:28 pm
Per il contributo ringraziamo il sempre attivissimo amico “Capitan Harlock”. Visitate il suo blog: http://accapitanharlock.blogspot.com o accedetevi attraverso il Blogroll (in basso a destra).                        
N.B. per le parti di testo mancanti evidenziate con il mouse

 

1938-1968-2008: ovvero il “nero” d’Annunzio, il “rosso” Sessantotto e la memoria negata

Cosa hanno in comune Gabriele  dAnnunzio (principe di Montenevoso), e il Sessantotto?

 

A prima vista niente. Il luogo comune, uno dei più acerrimi nemici della Verità, li vorrebbe in posizioni diametralmente opposte.

Ma noi amiamo i “tipi” che fanno la storia, non gli “stereo-tipi” che la distruggono!

Ed è per questo che non ci piace fermarci né alle apparenze, né ai sensazionalismi che una cultura superficiale e approssimativa tramanda ad uso e consumo di ignoranti pseudoacculturati da strapazzo.

Tanto per cominciare hanno una data in comune: oggi.

Nel giorno odierno si commemora l’anniversario della morte del Duca Minimo, nonché quello della così detta “Battaglia di Valle Giulia”. Ma quest’anno, inoltre, la ricorrenza è piena: rispettivamente 70.o & 40.o dei due avvenimenti.

Non è nostra intenzione in questa sede parlare né, in particolare, dell’evento summenzionato, né, in generale, del fenomeno della Contestazione giovanile, che vide elevare l’anno ‘68 a simbolo del rinnovamento dei sistemi valoriali e delle strutture sociali tradizionali: per ciò ci riserviamo un’altra occasione.

E’ in realtà nostra intenzione porre l’accento su come la partigianeria e il settarismo possano alterare la realtà, e indirizzare la storia da magistra vitae ad ancilla ideologiae.

Il fatto stesso che non sia stata pubblicizzata nella giusta modalità mediatica nessuna iniziativa atta a commemorare un uomo che non fu solo scrittore, drammaturgo, poeta, nonché disegnatore dei costumi dei propri drammi, ma anche combattente (di terra, di mare e di cielo!), uomo politico, ideatore, artefice e comandante di spedizione militare (l’Impresa di FIUME), nonché capo di Stato (!), è indice di come sia caduta in basso la cultura nella nostra nazione.

L’esperienza vissuta da coloro che ebbero la ventura di vivere gli anni della Reggenza Italiana del Carnaro (prima) e dello Stato Libero di FIUME (dopo), quegli anni sì diciamo noi “formidabili”, come ebbe a dire, riferendosi invece agli anni contestatari qualche tempo fa Mario CAPANNA, animatore sessantottino della scena studentesca milanese, nonché capo storico di un movimento extra-parlamentare in seguito confluito nel parlamentarismo, di nome Democrazia Proletaria, fu un’esperienza che a ben conoscerla farebbe a dir poco impallidire quella dei giovani contestatori di più recente memoria.

La “fantasia al potere” non fu una novità richiesta circa 40 anni or sono da un gruppo, seppur numeroso, di giovani sfaticati, capelloni, drogati, fancazzisti, ignoranti, sporchi, trasandati, vuoti, proletari (nelle parole, ma schifosamente borghesi nella realtà), pacifisti (sempre nelle parole, ma ancora una volta schifosamente violenti nella realtà) [e per queste due ultime caratteristiche si veda quello che scrisse Pier Paolo PASOLINI proprio in occasione della Battaglia di Valle Giulia!], ma una novità attuata circa 90 anni fa, non certo da uomini (e donne) di basso profilo!

Lo Stato corporativo teorizzato dalla Carta del Carnaro, vera e propria costituzione dettata dal sindacalista rivoluzionario Alceste DE AMBRIS e curata nello stile dal Comandante, che incarnando l’ideale di bellezza la fa uscire dai canoni dei testi costituzionali, rappresenta ancora oggi una delle esperienze più ardite di autogoverno che nulla ha che invidiare alle esperienze di autogestione di sapore sessantottino.

La libertà, la democrazia, la giustizia non furono solo parole: divennero fatti!

Dall’equidistanza dai due materialismi dell’individualismo liberista e del collettivismo socialista, al riconoscimento di lingue diverse da quella maggioritaria per le minoranze etniche; dall‘istruzione primaria obbligatoria, al salario minimo per il lavoratore, sufficiente per una vita dignitosa; dall’assistenza in caso di malattia o di disoccupazione involontaria, alla pensione di vecchiaia; dall’uso dei beni privati, all’inviolabilità domiciliare; dall’inviolabilità personale, al risarcimento dei danni per errore giudiziario o per abuso di potere; dall’introduzione del sistema referendario, sia in chiave propositiva che abrogativa, all’incompatibilità di funzioni diverse; fino a teorizzare lo Stato come una vera repubblica fondata sul lavoro, che garantisse le autonomie locali e riconoscesse la sovranità collettiva senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione (!!!).

Per il giorno della sua dipartita l’almanacco “Barbanera” aveva vaticinato la “morte di una personalità”: fosca previsione che il Vate aveva sottolineato con una matita rossa.

Strano destino il suo: nel passato se ne sarebbe conosciuta anche la morte, nel futuro se ne sarebbe dimenticata pure la vita!

Per approfondimenti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Gabriele_d%27Annunzio http://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Nevoso http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Sessantotto http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Valle_Giulia http://it.wikipedia.org/wiki/Contestazione http://it.wikipedia.org/wiki/Impresa_di_Fiume http://it.wikipedia.org/wiki/Reggenza_Italiana_del_Carnaro http://it.wikipedia.org/wiki/Stato_libero_di_Fiume http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Capanna http://it.wikipedia.org/wiki/Democrazia_Proletaria http://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini http://it.wikipedia.org/wiki/Carta_del_Carnaro http://www.politicaonline.net/costituzioni/italia/carnaro.htm http://it.wikipedia.org/wiki/Alceste_De_Ambris http://www.barbanera.it/

La Giustizia ingiusta. Il Caso Brasillach

In Recensioni, Storia politica on Marzo 17, 2008 at 12:15 am

Su indicazione di Francesca Romana, cara amica e integerrimo camerata umbro, riporto di seguito un articolo di Linea datato 14 marzo 2008.

Ringrazio Francesca e vi auguro buona lettura.

Marco

Jacques Isorni, Il processo Brasillach. Traduzione di Franco G. Freda. Prefazione di Maurice Bardéche. Edizioni di Ar, pp. 144, euro 15,00

Linea, 14 marzo 2008

Luca Leonello Rimbotti

LA GIUSTIZIA INGIUSTA. IL CASO BRASILLACH

La vantata “superiorità morale” della liberaldemocrazia sul Fascismo è un pregiudizio che va in pezzi non appena si esamini il comportamento dei vincitori del 1945. Lungi dal rappresentare l’ideologia della tolleranza e del rispetto per le idee altrui, il cartello antifascista non è stato sovente che scatenamento dell’odio e della vendetta, sotto mantello moralistico. Il caso di Robert Brasillach è sintomatico per comprendere che questa attitudine non fu legata a un particolare momento storico, ma era ed è strutturale ai nemici giurati del “male assoluto”. Vendicativi e impietosi nel 1945, lo sono ancora oggi. Allora come oggi, repressori della libertà d’opinione politica, non appena questa osi alzare i toni e non torni comoda al potere.

Brasillach venne messo a morte per aver scritto articoli di giornale favorevoli alla collaborazione con la Germania. Condannato per il suo pensiero e non per le sue azioni, secondo le logiche di un giacobinismo liberale che ancora oggi gode ottima salute. Venne fucilato per aver dato sostegno alla politica ufficiale del governo legittimo, l’unico che allora avesse la Francia, quello del generale Pétain a Vichy. Poiché De Gaulle, rifugiatosi in Inghilterra e di lì datosi a organizzare la resistenza contro i tedeschi, non ebbe mai dalla sua parte né la legittimità né la legalità. E neppure la forza, per la quale dovette attendere le iniziative di altri governi. Nel 1940-44, De Gaulle rappresentava un fuoriuscitismo privo di base, illegittimo e illegale. Un potere di per sé impotente, che poté presentarsi con prospettive di riuscita unicamente grazie alle armi straniere. Come tutti all’epoca sapevano e anche oggi sanno, l’Assemblea Nazionale francese riunita il 10 luglio 1940 – e presieduta da Jules Jeanneney, che come niente fosse cinque anni più tardi diventò ministro gaullista - investì a maggioranza assoluta il Capo dello Stato, maresciallo Pétain, di tutti i poteri costituzionalmente legittimi. E Pétain, in un famoso discorso dell’ottobre seguente, ingiunse ai francesi di seguirlo «sulla strada della collaborazione» con i tedeschi, che occupavano metà del Paese. Era quello lo “spirito di Montoire”, dalla località in cui Hitler e Pétain si incontrarono nel 1940 e dalla quale era spirata quella ventata di ripresa morale che portò la maggioranza dei francesi, nel momento della sconfitta militare, a stringersi attorno al loro vecchio Capo di Stato. Ma Brasillach fu accusato egualmente di tradimento. Anche se non poteva esistere in quel momento in Francia altra politica legittima, se non quella espressa dal governo di Vichy.

Questi, tra parentesi, sono gli stessi argomenti utilizzati da quanti – e sono parecchi ancora oggi perdurano nel dichiarare la Repubblica Sociale Italiana uno Stato illegittimo, conferendo al solo Regno del Sud il sigillo di continuità legittima con gli ordinamenti statali italiani. Allora gli storici antifascisti, così affezionati al legalismo formale, bisognerà che si decidano. O De Gaulle aveva i titoli legittimi per auto-dichiararsi Capo dello Stato non appena mise piede in Francia dietro l’esercito americano: e in questo caso anche Mussolini li ebbe. Oppure fu, come si ìmputa al Mussolini della RSI, il capo di uno Stato solo di fatto, eversivo e giunto al potere per via armata e grazie a una potenza alleata, contro i poteri sovrani preesistenti. In ogni caso, non c’è né logica né giustizia nel concedere a De Gaulle quella patente di legittimità che si toglie a Mussolini, in presenza di due situazioni perfettamente equiparabili. E unicamente diverse nel fatto occasionale, e poco democraticamente decisivo, che uno ha vinto e l’altro ha perso. A questo, noi possiamo aggiungere l’interessante parallelo che mentre a De Gaulle, per aver parlato alla radio di un Paese straniero contro il proprio governo legittimo, vengono dai suoi biografi attribuiti meriti di esemplare idealismo, per la medesima cosa Ezra Pound, ad esempio, venne condannato, infamato e rinchiuso in manicomio.

Addirittura, a proposito del caso francese, si può ricordare che il governo di Pétain venne subito riconosciuto sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Sovietica, che accreditarono a Vichy i loro rispettivi ambasciatori. Per dirne una, l’ambasciatore sovietico a Vichy con Pétain, rimase ambasciatore sovietico anche a Parigi con De Gaulle. E, per dirne un’altra, il giudice Mornet, pubblico ministero al processo Laval, era stato, nella magistratura vichysta, attivo presidente della commissione di denaturalizzazione degli ebrei francesi. Per dirne un’altra ancora, Marcel Reboul, procuratore di Stato e commissario del governo provvisorio che chiese e ottenne la condanna a morte di Brasillach, fino a poco tempo prima era stato solerte esecutore della repressione giudiziaria del governo Pétain nei confronti del Maquis, la “resistenza” anti-tedesca. O infine, tra i mille casi di comportamento eticamente degradante dell’antifascismo, si può ricordare quello del generale de Lattre de Tassigny, di stanza nelle colonie francesi: risoluto repressore di quelli che chiamò “traditori gaullisti”, quando questi tentarono in Siria nel 1941 un’insurrezione contro Vichy, lo ritroviamo nel 1944 braccio destro di De Gaulle sotto bandiera americana…Questi imbrogli antifascisti a noi italiani fanno immediatamente venire in mente qualcosa, e con un vivo senso di nausea. Ad esempio, quell’oscena bassura morale che spinse un magistrato italiano, attivo durante la RSI, ad essere lo stesso che, a guerra appena terminata, non ebbe remore nel comminare le più severe condanne ai fascisti che gli capitarono tra le mani. Fu questo innominabile, poi diventato intrigante presidente di non sappiamo più quale repubblica, a infliggere – con squisito senso di cristiana pietà - la condanna a morte ad Enrico Vezzalini, federale fascista di Novara tra i più moderati.

Ma l’omologo francese di quella bella figura di giudice italiano, a questo tipo di comportamento volle aggiungere anche il sermone. Se leggiamo il testo della requisitoria di Reboul – che compare nel libro Il processo Brasillach, scritto dall’avvocato difensore dello scrittore, Jacques Isorni, e da poco ripubblicato dalle Edizioni di Ar -, c’è di che restare di stucco. Epicentro dell’accusa non era tanto la collaborazione di Brasillach con i tedeschi (di cui appoggiò, e con qualche critica, le ragioni della guerra e la politica d’occupazione, ma con cui ebbe solo sporadici rapporti e nessun legame di interesse se non ideologico), quanto la messa in valore della differenza morale tra l’essere fascista e l’essere antifascista. Quel giovane scrittore aveva potuto diventare fascista, si diceva, grazie alla liberalità degli ordinamenti della Repubblica democratica. Ciò che – affermava Reboul - Brasillach non intendeva concedere ai suoi avversari politici, cioè la libertà, gli era stato invece concesso dalla democrazia: «E così, Brasillach – inveiva il magistrato ex-vichysta in questo paese dalle tradizioni di libertà intellettuale…ecco sopraggiungere voi…ad abbracciare l’ideologia obbligatoria sul modello tedesco…credo sia questo il crimine più grave per un intellettuale…voi siete quello che siete solo perché a diciott’anni non avete incontrato un aguzzino che coartasse le vostre libere opinioni…». In effetti, non lo incontrò. Ne incontrò invece uno a trentacinque, che lo fece mettere al muro…ma questo è uno di quei dettagli che la logica antifascista volentieri trascura. Il sottobosco psicologico di questo genere di democraticismo è alle volte così intricato da non far filtrare quel po’ di luce necessaria a distinguere la realtà dalla propaganda delle buone intenzioni. Tra le pieghe di questi lontani avvenimenti, noi ritroviamo, sia pure su altra scala, l’origine della malattia morale “buonista” oggi in gran voga. Si tratta di un particolare tipo di umanesimo, specialista nell’alzare la forca del vincitore dando alla vendetta il nome di giustizia, nei modi che a Norimberga divennero impresentabili…Questo atteggiarsi a giusti tra le nazioni, il cui crimine è sempre migliore di quello degli altri, se guardato da vicino, fa acqua da tutte le parti. E ci sono storici che, privi di complessi, ogni tanto lo segnalano. Ad esempio, Alice Kaplan, che pure ne ha da vendere contro il Fascismo, nel suo Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach (Il Mulino), ha avuto modo di dirlo con chiarezza: «L’esecuzione capitale fu tanto più sorprendente in quanto Brasillach era stato condannato per un crimine ideologico…». E lascia capire che i giudici non avevano i necessari titoli morali per giudicare, riportando che «Isorni fece notare che sia il pubblico ministero sia il presidente della corte avevano lavorato, appena pochi mesi prima, per Vichy…», tanto più che «per Isorni Brasillach era un poeta, non un propagandista». E tutto questo mentre illustri intellettuali come gli storici Carcopino o Gaxotte, come il Nobel per la medicina Carrel, come il romanziere Giono, come il drammaturgo Cocteau, come l’editore Gallimard, come l’industriale Renault, come il funzionario Mitterand…collaborarono come e più di Brasillach con i tedeschi. E proprio negli anni in cui un Sartre poteva rappresentare liberamente le sue piéces teatrali nella Parigi occupata, oppure starsene seduto ai caffè dei boulevards, perfettamente indisturbato…

Singolare spietatezza, quella che ha dimostrato l’antifascismo europeo nei confronti degli intellettuali collaborazionisti che non si nascosero e non abiurarono. E in Francia, poi…Reboul accusò Brasillach di aver partecipato persino a un convegno di scrittori fascisti europei, e per di più recandosi nel 1941 in Germania…suprema prova di tradimento…accusa al vetriolo…in Italia il coup de théatre non gli sarebbe riuscito altrettanto bene: avrebbe dovuto prendersela, tra l’altro, con quanti parteciparono al congresso culturale indetto a Weimar nel 1942, cioè il fior fiore – da Vittorini a Pintor di quelli che diventeranno antifascisti a cose fatte. Brasillach, a differenza di molti collabo che se la cavarono, si presentò spontaneamente alle autorità e non rinnegò mai nulla. Anzi, alla lettura della sentenza di morte, mentre qualcuno dal pubblico gridò «È una vergogna!», lui replicò «È un onore…!». Si direbbe roba d’altri tempi, uno stoico, un alieno nell’èra e nella società dei grandi camaleonti e del riciclaggio di massa. Come ha scritto la Kaplan facendo un paradosso, Brasillach era «uno scrittore che credeva che il nazismo fosse poesia». Un’ingenuità imperdonabile? Il mondo liberale non perdona gli ingenui. Eppure, se qualcuno ci chiedesse chi preferiamo tra l’ingenuo e il suo contrario, cioè il furbo, non avremmo esitazioni nella scelta. Luca Leonello Rimbotti

BOICOTTIAMO LE OLIMPIADI IN CINA

In Uncategorized on Marzo 15, 2008 at 10:10 pm

-DA CAGLIARI PARTE LA PETIZIONE ON LINE-


Una petizione on line per chiedere ai candidati premier italiani l'impegno, terminate le elezioni, di boicottare le olimpiadi previste nei prossimi mesi a Pechino. Questa è l'iniziativa lanciata dai promotori dei sito www.tibetlibero.org  in uno dei momenti più cruenti momenti della già tormentata vicenda tibetana. 
Il link alla petizione è http://www.firmiamo.it/noalleolimpiadiapechino2008  e la speranza dei promotori, due ragazzi cagliaritani, salvatore deidda e dario Dessì, è quella che il nostro Paese decida di usare fermezza assoluta verso la Cina, che da troppo tempo agisce impunemente ai danni del popolo tibetano. L'occidente e la comunità internazionale non possono chiudere gli occhi ancora una volta e lasciare che quella che è considerata una grande potenza, e per questo ritenuta intoccabile, proceda con il progetto di cancellare qualsiasi tipo di riferimento, culturale e sociale, tibetano.

 
 
 
 
 
 
 

 

Avanti CAMERATI!

In Uncategorized on Marzo 7, 2008 at 2:25 pm

Una grandiosa iniziativa, degna di rispetto e lode!

A NOI!

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Un movimento rivoluzionario

In Storia politica on Marzo 5, 2008 at 4:28 am

Dio Patria Famiglia. Nulla di più sbagliato. Chiunque creda che il fascismo prima e dopo Mussolini sia stato soltanto questo si sbaglia. Commette un errore storico imperdonabile.

Prima dei Patti Lateranensi del 1929, della legittimazione del Regime anche da parte della Chiesa il fascismo fu molto altro.

Per dieci anni, dal 23 marzo 1919, il fascismo fu rivoluzione e innovazione. Poi, citando la Harendt, come ogni movimento rivoluzionario che giunge al potere, cerca la sua stabilità nel riconoscimento da parte di imprenditori, agrari e potere ecclesiastico.

Il programma dei fasci di combattimento, meglio noto come programma di San Sepolcro, ha una impronta fortemente sociale, repubblicana, favorevole alla espropriazione dei possedimenti religiosi in favore dello Stato, sostenitore del sistema corporativo e del superamento della lotta di classe attraverso la cooperazione tra le parti sociali.

Secondo il programma non esistono imprenditori e dipendenti, padroni e servi, ma italiani. Ingranaggi di un meccanismo Nazione, il cui lavoro coordinato rende la Nazione più prospera e florida.

La carta del lavoro del 1927, le Opere Nazionali, la costruzione di un vasto, efficiente e radicato sistema assistenziale per famiglie, ragazze madri, indigenti il risultato di quelle idee nate e sviluppate in una sezione di Piazza San Sepolcro a Milano.

Poi, con il potere acquisito, il logico tentativo legittimarsi. Il motto Dio Patria Famiglia è figlio di una seconda fase della storia del Ventennio. I Patti Lateranensi non furono visti di buon grado da tutto l’entourage mussoliniano: il grande filosofo Giovanni Gentile, che la sinistra italiana del dopoguerra collega a un bieco “clerico – fascismo”, fu il primo dei ministri del Duce a minacciare l’uscita da P.N.F. Lo stesso Mussolini, fautore di quegli accordi, rimarcava in privato il suo anticlericalismo e, addirittura, ateismo.

Dimenticare le influenze politiche di Filippo Corridoni, di Nicola Bombacci in virtù di mera retorica politica da due soldi significa distruggere e affossare ulteriormente una Storia già troppo, ingiustamente, demonizzata dalla storiografia repubblicana.

Pensare che il fascismo sia conservatorismo e morale cristiana vuol dire non conoscere o non comprendere a pieno la propria identità e il proprio passato.

Marco Petrelli