bargello

Archivio per 17 Marzo 2008

TIBET: A FIRENZE IN CONSIGLIO COMUNALE PER PROVOCAZIONE SI INNEGGIA AL COMUNISMO

In Uncategorized on Marzo 17, 2008 at 4:56 pm
"In consiglio comunale si parla di Tibet e dalla Giunta di Firenze provocatoriamente spuntano saluti a pugno chiuso e la falce e martello."
"Tutti bravi a parole a condannare la repressione in Tibet, ma non appena ho ricordato loro che dal 1949 in Cina è in atto un regime comunista, l'Assessore Coggiola e l'Assessore Biagi hanno iniziato provocatoriamente a ineggiare al comunismo, salutare con il pugno chiuso e sfoggiare il simbolo comunista della falce e martello. Non solo ma esponenti della maggioranza in consiglio hanno definito una vergogna la mia presenza in consiglio" Racconta Giovanni Donzelli, consigliere comunale di AN e presidente nazionale di Azione Universitaria.
"Nonostante gli sforzi di Veltroni di mascherare come liberale il PD, il lupo perde il pelo ma non il vizio- commenta Donzelli- Purtroppo il percorso della sinistra verso una democrazia matura e moderna è ancora lungo,i quadri territoriali non hanno ancora fatto i conti con il proprio passato, restano radicati a logiche del novecento, ancora ancorati ad ideologie ormai morte e sepolte"
"I consiglieri del PD pur di non ammettere, attraverso il voto della mia mozione, che in Cina è in atto una dittatura di stampo comunista sono stati disposti addirittura a ritirare la condanna della repressione in Tibet. Per la sinistra a Firenze è giusto condannare la repressione in Tibet solo se si tace sulla matrice comunista dei carnefici" Conclude Giovanni Donzelli
 
Per INFO:339 8620341
 
 

Cultura

In Storia, Storia politica, destra fiorentina on Marzo 17, 2008 at 4:28 pm
Per il contributo ringraziamo il sempre attivissimo amico “Capitan Harlock”. Visitate il suo blog: http://accapitanharlock.blogspot.com o accedetevi attraverso il Blogroll (in basso a destra).                        
N.B. per le parti di testo mancanti evidenziate con il mouse

 

1938-1968-2008: ovvero il “nero” d’Annunzio, il “rosso” Sessantotto e la memoria negata

Cosa hanno in comune Gabriele  dAnnunzio (principe di Montenevoso), e il Sessantotto?

 

A prima vista niente. Il luogo comune, uno dei più acerrimi nemici della Verità, li vorrebbe in posizioni diametralmente opposte.

Ma noi amiamo i “tipi” che fanno la storia, non gli “stereo-tipi” che la distruggono!

Ed è per questo che non ci piace fermarci né alle apparenze, né ai sensazionalismi che una cultura superficiale e approssimativa tramanda ad uso e consumo di ignoranti pseudoacculturati da strapazzo.

Tanto per cominciare hanno una data in comune: oggi.

Nel giorno odierno si commemora l’anniversario della morte del Duca Minimo, nonché quello della così detta “Battaglia di Valle Giulia”. Ma quest’anno, inoltre, la ricorrenza è piena: rispettivamente 70.o & 40.o dei due avvenimenti.

Non è nostra intenzione in questa sede parlare né, in particolare, dell’evento summenzionato, né, in generale, del fenomeno della Contestazione giovanile, che vide elevare l’anno ‘68 a simbolo del rinnovamento dei sistemi valoriali e delle strutture sociali tradizionali: per ciò ci riserviamo un’altra occasione.

E’ in realtà nostra intenzione porre l’accento su come la partigianeria e il settarismo possano alterare la realtà, e indirizzare la storia da magistra vitae ad ancilla ideologiae.

Il fatto stesso che non sia stata pubblicizzata nella giusta modalità mediatica nessuna iniziativa atta a commemorare un uomo che non fu solo scrittore, drammaturgo, poeta, nonché disegnatore dei costumi dei propri drammi, ma anche combattente (di terra, di mare e di cielo!), uomo politico, ideatore, artefice e comandante di spedizione militare (l’Impresa di FIUME), nonché capo di Stato (!), è indice di come sia caduta in basso la cultura nella nostra nazione.

L’esperienza vissuta da coloro che ebbero la ventura di vivere gli anni della Reggenza Italiana del Carnaro (prima) e dello Stato Libero di FIUME (dopo), quegli anni sì diciamo noi “formidabili”, come ebbe a dire, riferendosi invece agli anni contestatari qualche tempo fa Mario CAPANNA, animatore sessantottino della scena studentesca milanese, nonché capo storico di un movimento extra-parlamentare in seguito confluito nel parlamentarismo, di nome Democrazia Proletaria, fu un’esperienza che a ben conoscerla farebbe a dir poco impallidire quella dei giovani contestatori di più recente memoria.

La “fantasia al potere” non fu una novità richiesta circa 40 anni or sono da un gruppo, seppur numeroso, di giovani sfaticati, capelloni, drogati, fancazzisti, ignoranti, sporchi, trasandati, vuoti, proletari (nelle parole, ma schifosamente borghesi nella realtà), pacifisti (sempre nelle parole, ma ancora una volta schifosamente violenti nella realtà) [e per queste due ultime caratteristiche si veda quello che scrisse Pier Paolo PASOLINI proprio in occasione della Battaglia di Valle Giulia!], ma una novità attuata circa 90 anni fa, non certo da uomini (e donne) di basso profilo!

Lo Stato corporativo teorizzato dalla Carta del Carnaro, vera e propria costituzione dettata dal sindacalista rivoluzionario Alceste DE AMBRIS e curata nello stile dal Comandante, che incarnando l’ideale di bellezza la fa uscire dai canoni dei testi costituzionali, rappresenta ancora oggi una delle esperienze più ardite di autogoverno che nulla ha che invidiare alle esperienze di autogestione di sapore sessantottino.

La libertà, la democrazia, la giustizia non furono solo parole: divennero fatti!

Dall’equidistanza dai due materialismi dell’individualismo liberista e del collettivismo socialista, al riconoscimento di lingue diverse da quella maggioritaria per le minoranze etniche; dall‘istruzione primaria obbligatoria, al salario minimo per il lavoratore, sufficiente per una vita dignitosa; dall’assistenza in caso di malattia o di disoccupazione involontaria, alla pensione di vecchiaia; dall’uso dei beni privati, all’inviolabilità domiciliare; dall’inviolabilità personale, al risarcimento dei danni per errore giudiziario o per abuso di potere; dall’introduzione del sistema referendario, sia in chiave propositiva che abrogativa, all’incompatibilità di funzioni diverse; fino a teorizzare lo Stato come una vera repubblica fondata sul lavoro, che garantisse le autonomie locali e riconoscesse la sovranità collettiva senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione (!!!).

Per il giorno della sua dipartita l’almanacco “Barbanera” aveva vaticinato la “morte di una personalità”: fosca previsione che il Vate aveva sottolineato con una matita rossa.

Strano destino il suo: nel passato se ne sarebbe conosciuta anche la morte, nel futuro se ne sarebbe dimenticata pure la vita!

Per approfondimenti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Gabriele_d%27Annunzio http://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Nevoso http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Sessantotto http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Valle_Giulia http://it.wikipedia.org/wiki/Contestazione http://it.wikipedia.org/wiki/Impresa_di_Fiume http://it.wikipedia.org/wiki/Reggenza_Italiana_del_Carnaro http://it.wikipedia.org/wiki/Stato_libero_di_Fiume http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Capanna http://it.wikipedia.org/wiki/Democrazia_Proletaria http://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini http://it.wikipedia.org/wiki/Carta_del_Carnaro http://www.politicaonline.net/costituzioni/italia/carnaro.htm http://it.wikipedia.org/wiki/Alceste_De_Ambris http://www.barbanera.it/

La Giustizia ingiusta. Il Caso Brasillach

In Recensioni, Storia politica on Marzo 17, 2008 at 12:15 am

Su indicazione di Francesca Romana, cara amica e integerrimo camerata umbro, riporto di seguito un articolo di Linea datato 14 marzo 2008.

Ringrazio Francesca e vi auguro buona lettura.

Marco

Jacques Isorni, Il processo Brasillach. Traduzione di Franco G. Freda. Prefazione di Maurice Bardéche. Edizioni di Ar, pp. 144, euro 15,00

Linea, 14 marzo 2008

Luca Leonello Rimbotti

LA GIUSTIZIA INGIUSTA. IL CASO BRASILLACH

La vantata “superiorità morale” della liberaldemocrazia sul Fascismo è un pregiudizio che va in pezzi non appena si esamini il comportamento dei vincitori del 1945. Lungi dal rappresentare l’ideologia della tolleranza e del rispetto per le idee altrui, il cartello antifascista non è stato sovente che scatenamento dell’odio e della vendetta, sotto mantello moralistico. Il caso di Robert Brasillach è sintomatico per comprendere che questa attitudine non fu legata a un particolare momento storico, ma era ed è strutturale ai nemici giurati del “male assoluto”. Vendicativi e impietosi nel 1945, lo sono ancora oggi. Allora come oggi, repressori della libertà d’opinione politica, non appena questa osi alzare i toni e non torni comoda al potere.

Brasillach venne messo a morte per aver scritto articoli di giornale favorevoli alla collaborazione con la Germania. Condannato per il suo pensiero e non per le sue azioni, secondo le logiche di un giacobinismo liberale che ancora oggi gode ottima salute. Venne fucilato per aver dato sostegno alla politica ufficiale del governo legittimo, l’unico che allora avesse la Francia, quello del generale Pétain a Vichy. Poiché De Gaulle, rifugiatosi in Inghilterra e di lì datosi a organizzare la resistenza contro i tedeschi, non ebbe mai dalla sua parte né la legittimità né la legalità. E neppure la forza, per la quale dovette attendere le iniziative di altri governi. Nel 1940-44, De Gaulle rappresentava un fuoriuscitismo privo di base, illegittimo e illegale. Un potere di per sé impotente, che poté presentarsi con prospettive di riuscita unicamente grazie alle armi straniere. Come tutti all’epoca sapevano e anche oggi sanno, l’Assemblea Nazionale francese riunita il 10 luglio 1940 – e presieduta da Jules Jeanneney, che come niente fosse cinque anni più tardi diventò ministro gaullista - investì a maggioranza assoluta il Capo dello Stato, maresciallo Pétain, di tutti i poteri costituzionalmente legittimi. E Pétain, in un famoso discorso dell’ottobre seguente, ingiunse ai francesi di seguirlo «sulla strada della collaborazione» con i tedeschi, che occupavano metà del Paese. Era quello lo “spirito di Montoire”, dalla località in cui Hitler e Pétain si incontrarono nel 1940 e dalla quale era spirata quella ventata di ripresa morale che portò la maggioranza dei francesi, nel momento della sconfitta militare, a stringersi attorno al loro vecchio Capo di Stato. Ma Brasillach fu accusato egualmente di tradimento. Anche se non poteva esistere in quel momento in Francia altra politica legittima, se non quella espressa dal governo di Vichy.

Questi, tra parentesi, sono gli stessi argomenti utilizzati da quanti – e sono parecchi ancora oggi perdurano nel dichiarare la Repubblica Sociale Italiana uno Stato illegittimo, conferendo al solo Regno del Sud il sigillo di continuità legittima con gli ordinamenti statali italiani. Allora gli storici antifascisti, così affezionati al legalismo formale, bisognerà che si decidano. O De Gaulle aveva i titoli legittimi per auto-dichiararsi Capo dello Stato non appena mise piede in Francia dietro l’esercito americano: e in questo caso anche Mussolini li ebbe. Oppure fu, come si ìmputa al Mussolini della RSI, il capo di uno Stato solo di fatto, eversivo e giunto al potere per via armata e grazie a una potenza alleata, contro i poteri sovrani preesistenti. In ogni caso, non c’è né logica né giustizia nel concedere a De Gaulle quella patente di legittimità che si toglie a Mussolini, in presenza di due situazioni perfettamente equiparabili. E unicamente diverse nel fatto occasionale, e poco democraticamente decisivo, che uno ha vinto e l’altro ha perso. A questo, noi possiamo aggiungere l’interessante parallelo che mentre a De Gaulle, per aver parlato alla radio di un Paese straniero contro il proprio governo legittimo, vengono dai suoi biografi attribuiti meriti di esemplare idealismo, per la medesima cosa Ezra Pound, ad esempio, venne condannato, infamato e rinchiuso in manicomio.

Addirittura, a proposito del caso francese, si può ricordare che il governo di Pétain venne subito riconosciuto sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Sovietica, che accreditarono a Vichy i loro rispettivi ambasciatori. Per dirne una, l’ambasciatore sovietico a Vichy con Pétain, rimase ambasciatore sovietico anche a Parigi con De Gaulle. E, per dirne un’altra, il giudice Mornet, pubblico ministero al processo Laval, era stato, nella magistratura vichysta, attivo presidente della commissione di denaturalizzazione degli ebrei francesi. Per dirne un’altra ancora, Marcel Reboul, procuratore di Stato e commissario del governo provvisorio che chiese e ottenne la condanna a morte di Brasillach, fino a poco tempo prima era stato solerte esecutore della repressione giudiziaria del governo Pétain nei confronti del Maquis, la “resistenza” anti-tedesca. O infine, tra i mille casi di comportamento eticamente degradante dell’antifascismo, si può ricordare quello del generale de Lattre de Tassigny, di stanza nelle colonie francesi: risoluto repressore di quelli che chiamò “traditori gaullisti”, quando questi tentarono in Siria nel 1941 un’insurrezione contro Vichy, lo ritroviamo nel 1944 braccio destro di De Gaulle sotto bandiera americana…Questi imbrogli antifascisti a noi italiani fanno immediatamente venire in mente qualcosa, e con un vivo senso di nausea. Ad esempio, quell’oscena bassura morale che spinse un magistrato italiano, attivo durante la RSI, ad essere lo stesso che, a guerra appena terminata, non ebbe remore nel comminare le più severe condanne ai fascisti che gli capitarono tra le mani. Fu questo innominabile, poi diventato intrigante presidente di non sappiamo più quale repubblica, a infliggere – con squisito senso di cristiana pietà - la condanna a morte ad Enrico Vezzalini, federale fascista di Novara tra i più moderati.

Ma l’omologo francese di quella bella figura di giudice italiano, a questo tipo di comportamento volle aggiungere anche il sermone. Se leggiamo il testo della requisitoria di Reboul – che compare nel libro Il processo Brasillach, scritto dall’avvocato difensore dello scrittore, Jacques Isorni, e da poco ripubblicato dalle Edizioni di Ar -, c’è di che restare di stucco. Epicentro dell’accusa non era tanto la collaborazione di Brasillach con i tedeschi (di cui appoggiò, e con qualche critica, le ragioni della guerra e la politica d’occupazione, ma con cui ebbe solo sporadici rapporti e nessun legame di interesse se non ideologico), quanto la messa in valore della differenza morale tra l’essere fascista e l’essere antifascista. Quel giovane scrittore aveva potuto diventare fascista, si diceva, grazie alla liberalità degli ordinamenti della Repubblica democratica. Ciò che – affermava Reboul - Brasillach non intendeva concedere ai suoi avversari politici, cioè la libertà, gli era stato invece concesso dalla democrazia: «E così, Brasillach – inveiva il magistrato ex-vichysta in questo paese dalle tradizioni di libertà intellettuale…ecco sopraggiungere voi…ad abbracciare l’ideologia obbligatoria sul modello tedesco…credo sia questo il crimine più grave per un intellettuale…voi siete quello che siete solo perché a diciott’anni non avete incontrato un aguzzino che coartasse le vostre libere opinioni…». In effetti, non lo incontrò. Ne incontrò invece uno a trentacinque, che lo fece mettere al muro…ma questo è uno di quei dettagli che la logica antifascista volentieri trascura. Il sottobosco psicologico di questo genere di democraticismo è alle volte così intricato da non far filtrare quel po’ di luce necessaria a distinguere la realtà dalla propaganda delle buone intenzioni. Tra le pieghe di questi lontani avvenimenti, noi ritroviamo, sia pure su altra scala, l’origine della malattia morale “buonista” oggi in gran voga. Si tratta di un particolare tipo di umanesimo, specialista nell’alzare la forca del vincitore dando alla vendetta il nome di giustizia, nei modi che a Norimberga divennero impresentabili…Questo atteggiarsi a giusti tra le nazioni, il cui crimine è sempre migliore di quello degli altri, se guardato da vicino, fa acqua da tutte le parti. E ci sono storici che, privi di complessi, ogni tanto lo segnalano. Ad esempio, Alice Kaplan, che pure ne ha da vendere contro il Fascismo, nel suo Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach (Il Mulino), ha avuto modo di dirlo con chiarezza: «L’esecuzione capitale fu tanto più sorprendente in quanto Brasillach era stato condannato per un crimine ideologico…». E lascia capire che i giudici non avevano i necessari titoli morali per giudicare, riportando che «Isorni fece notare che sia il pubblico ministero sia il presidente della corte avevano lavorato, appena pochi mesi prima, per Vichy…», tanto più che «per Isorni Brasillach era un poeta, non un propagandista». E tutto questo mentre illustri intellettuali come gli storici Carcopino o Gaxotte, come il Nobel per la medicina Carrel, come il romanziere Giono, come il drammaturgo Cocteau, come l’editore Gallimard, come l’industriale Renault, come il funzionario Mitterand…collaborarono come e più di Brasillach con i tedeschi. E proprio negli anni in cui un Sartre poteva rappresentare liberamente le sue piéces teatrali nella Parigi occupata, oppure starsene seduto ai caffè dei boulevards, perfettamente indisturbato…

Singolare spietatezza, quella che ha dimostrato l’antifascismo europeo nei confronti degli intellettuali collaborazionisti che non si nascosero e non abiurarono. E in Francia, poi…Reboul accusò Brasillach di aver partecipato persino a un convegno di scrittori fascisti europei, e per di più recandosi nel 1941 in Germania…suprema prova di tradimento…accusa al vetriolo…in Italia il coup de théatre non gli sarebbe riuscito altrettanto bene: avrebbe dovuto prendersela, tra l’altro, con quanti parteciparono al congresso culturale indetto a Weimar nel 1942, cioè il fior fiore – da Vittorini a Pintor di quelli che diventeranno antifascisti a cose fatte. Brasillach, a differenza di molti collabo che se la cavarono, si presentò spontaneamente alle autorità e non rinnegò mai nulla. Anzi, alla lettura della sentenza di morte, mentre qualcuno dal pubblico gridò «È una vergogna!», lui replicò «È un onore…!». Si direbbe roba d’altri tempi, uno stoico, un alieno nell’èra e nella società dei grandi camaleonti e del riciclaggio di massa. Come ha scritto la Kaplan facendo un paradosso, Brasillach era «uno scrittore che credeva che il nazismo fosse poesia». Un’ingenuità imperdonabile? Il mondo liberale non perdona gli ingenui. Eppure, se qualcuno ci chiedesse chi preferiamo tra l’ingenuo e il suo contrario, cioè il furbo, non avremmo esitazioni nella scelta. Luca Leonello Rimbotti