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STARE IN GUARDIA
Tanto clamore ha suscitato il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.
E’ la prima volta in oltre trent’anni che un’organizzazione armata colpisce un alto esponente del potere parlamentare.
Finora era stata colpita solo la magistratura. E’ dunque comprensibile la agitazione che questa azione di guerriglia ha provocato nel paese.
Con sentimenti diversi, tutti si attendono nuove mosse dei brigatisti.
E non c’è calma da parte degli esponenti del potere che si scoprono vulnerabili e mal protetti.
D’altronde il momento è delicato. O il potere consolida spaventosamente le sue posizioni e sbaraglia o imbavaglia il terrorismo, oppure la guerriglia degenera definitivamente coinvolgendo tutti i santoni della politica e le frange più esasperate dell’opposizione. In questa situazione delicata, dai cui effetti si dovrebbe poter comprendere senza dubbio se le Br sono realmente autonome o legate a centrali di potere, molte cose stanno accadendo.
E’ nostro compito in simili frangenti lasciare agli ingenui e ai presuntuosi prendere posizioni sull’accaduto e spergiurare che le Br sono il braccio armalo del Pci, o che sono strumento della Dc, o che sono provocatori di Almirante, o che sono al soldo di servizi segreti (russo, cecoslovacco, tedesco occidentale) o che sono il prodotto spontaneo e naturale di una protesta generalizzata.
E’ inutile cercare di stabilire con sicurezza chi siano e di giudicare cosa esattamente vogliano i brigatisti. E’ sterile e stupido perdersi in discussioni da salotto scordando le cose più importanti. Scordando cioè che se esistono gruppi di guerriglia c’è una ragione a monte, siano essi completamente liberi o pagati. Scordando che se nel paese esiste chi spara ai governanti con il risultato di spaccare in due l’opinione pubblica, vuol dire che gran parte del paese è esasperata. Scordando che se si arriva ai ferri corti è perché necessariamente un fuoco cova sotto la cenere. Scordando che se lo scontro politico si cristallizza è anche perché questo scontro è rabbia. Scordando che se vi è rabbia è perché tanti, troppi, tutti, sono stanchi. Stanchi di vivere in formicai di cemento, senza un lavoro, senza una prospettiva, senza un avvenire, e soprattutto senza un senso, senza una dignità, senza un fine, senza un valore. Senza la gioia di essere e di vivere in una società. E stanchi di essere angariati, vilipesi, oppressi dallo strapotere di una burocrazia così salda e imperturbabile che vive e spadroneggia da anni senza che se ne veda mai una alternativa concreta, fattibile, prossima se non immediata.
Il nostro compito non è dunque giudicare ma costruire nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, nei quartieri, nelle città, ed ovunque, delle realtà emergenti che si esprimano politicamente e formino da sé l’alternativa automatica, viva, indistruttibile, al potere gestito dal democristiani, dai comunisti e da tutti gli alleati che costoro hanno in parlamento, nei sindacati e ovunque nei posti che contano. E nostro compito è stare in guardia e smascherare l’obiettivo del «caso Moro».
Non l’obiettivo delie BR ma quello della DC, del Pci e dei lori simili.
Si è approfittato dell’azione dei brigatisti per instaurare una serie di leggi repressive che aumentano il potere della polizia e diminuiscono la libertà, già troppo esigua, dei cittadini.
Per porre per la prima volta il ministro degli interni a capo anche di corpi militari, per varare un sistema poliziesco che poco ha da invidiare al Cile o ai paesi dell’est, tranne la serietà.
E l’obiettivo, è palese a tutti, non possono essere le BR che non vengono certo infastidite dalle misure eccezionali, ma è il popolo. Si vuole che il popolo non si organizzi e non trovi un’identità politica che nel rifiuto del fronte rosso e della reazione, (sempre più a braccetto tra i banchi del parlamento) sappia affermare le sue esigenze. E per prevenire tale inevitabile processo si cercano la repressione delle avanguardie, la mobilitazione mentale, la spaccatura teorica del paese. Spaccatura fomentata per sfruttarne la reazione, per accelerare la «criminalizzazione» e giustificare di diritto un potere che si è affermato solamente con le manovre di sottobanco.
Il tutto per scaricare su pochi, deformata e criminalizzata, la speranza di tutti.
Per sconfiggere mentre deve ancora formarsi, prima che compia i suoi primi decisivi passi, l’unità del popolo che è il vero fantasma che terrorizza le notti dei «nostri» ministri e del loro sostenitori. Molto più delle Brigate Rosse.
FUORI DAI PARTITI, OLTRE GLI SCHEMI, CONTRO IL POTERE LA NOSTRA LOTTA
Militare nell’area della Terza Posizione vuol dire combattere l’imperialismo russo-americano, osteggiare e scardinare i due schieramenti politici, commerciali, militari, legati al Cremlino e alla Casa Bianca.
Significa agire perché quest’area si allarghi e si qualifichi sempre più.
Significa agire all’interno ed al fianco di quei movimenti, di quei governi che stanno cercando e trovando la propria via d’indipendenza nazionale e realizzando nella teoria e nella pratica la giustizia sociale.
Significa liberare gli schieramenti potenziali ed emergenti da tutte quelle figure chiaramente controrivoluzionarie, come Castro e Tito, che cercano di fuorviarli dai reali obiettivi.
Significa opporsi al blocco occidentale e a quello sovietico, al fronte rosso ed alla frastagliata e articolata reazione, nella consapevolezza che questi due poli, propagandisticamente contrapposti, sono i due volti di un solo monolite, le due teorie di una stessa mentalità, di una medesima logica.
La doppia garanzia degli interessi del colosso multinazionale che agisce alle spalle o a fianco del governi delle superpotenze.
Significa permeare sempre più profondamente quest’area di un ideale, di una concezione del mondo comune e sviluppare insieme le affinità contingenti, teoriche, politiche.
Significa guardare agli avvenimenti politici mondiali con interesse e spregiudicatezza sapendo che, qualora si esista come forza ideale e come blocco strategico, si può beneficiare dell’azione di movimenti e di stati a noi profondamente estranei ma che hanno, nell’immediato, intenti comuni. Nella consapevolezza che la indubbia concordanza di interessi tra la Cina, il reazionario Brasile, taluni paesi dell’Africa e del Medio Oriente, possono rappresentare ottime garanzie per trasformazioni nelle quali inserirsi. Trasformazioni favorite ancora più nettamente dal probabile riavvicinamento graduale delle «due» Germanie, dal possibile affrancamento del Giappone.
Significa sapere tutto questo, lottare per esistere come forza influente e decisiva nelle vicende mondiali. E lottare vuol dire essere consci della propria funzione di avanguardia rivoluzionaria. Avanguardia che, come tale, deve ancora trovare un rapporto compiuto con il popolo che cerca l’identità, la dignità, l’indipendenza. E quindi vuol dire impegnarsi a stabilire questo rapporto complesso e articolato ma vivace e schietto. Senza scoraggiarsi a dover ripetere più volte e in più maniere il tentativo. E senza giustificare la propria incapacità con l’alibi di essere migliori e, come tali, incomprensibili.
Significa quindi non concepire idee astruse che portano ad agire nell’ombra, a ideare azioni dietro le quinte.
Significa immergersi nei tessuti sociali, nei luoghi di lavoro, nei quartieri.
Significa partecipare a tutti gli incontri possibili con la gente arrabbiata e in protesta che, in-formata, ri-educata, organizzata, acquisterà personalità e diventerà popolo.
Significa battersi nelle fabbriche, nelle campagne, in ogni angolo delle città per propagandare le nostre idee e le nostre tesi, per sconfiggere gli scherani del potere, per realizzare direttamente la giustizia sociale, il sistema politico, i rapporti comunitari, le relazioni ambientali che sono congeniali all’uomo e al nostro popolo.
Obiettivo rivoluzionario
Le tappe neccessarie al movimento per raggiungere l’obiettivo rivoluzionario sono essenzialmente due: organizzazione e costituzione dello Stato di popolo.
PRIMA FASE: ORGANIZZAZIONE
La fisionomia del sistema borghese presenta oggi un compatto schieramento di partiti, forze industriali, nazionali e multinazionali, ecc. ecc.. Ciò non esclude che all’interno dello stesso sistema operino potenzialità positive inserite in strutture negative.
E’ sintomatico che oggi in movimenti sia di destra che di sinistra come persino in forze collocate al centro, ci sia un’ansia di cambiamento anche se generica e parziale.
Obiettivo nostro è dunque potenziare la sensibilizzazione degli strati popolari e coagulare quei numerosi giovani che non hanno ancora fatto il salto da posizioni riformiste e ribelli a posizioni rivoluzionarie.
Costruire quindi di conseguenza uno schieramento di lotta al sistema isolando definitivamente tutte le forze di pseudo-opposizione.
L’adesione va fatta sempre su basi di omogeneità e mai di eterogeneità: sarà perciò impossibile che a un tale disegno aderisca un individuo che abbia in sé tare reazionarie, marxiste o democratico-borghesi.
Altro fattore indispensabile per la conquista dello spazio politico è che il movimento abbia un trampolino di lancio per sostituirsi al sistema, e quindi abbia concretamente in mano realtà organizzate in senso rivoluzionario.
A questo proposito è necessario coinvolgere più strati possibili di popolazione anche se a livelli diversi. Il militante e il dirigente politico creeranno all’interno di scuole, quartieri, fabbriche e campagne, le strutture necessarie affinchè un discorso di opposizione si trasformi in affermazione integrale.
Per affermazione integrale si intende trasportare valori e rapporti in quel contesto: dei veri e propri piccoli stati. Con questi strumenti si inizia l’opera di rivoluzione culturale e politica del popolo il cui motore rimane l’avanguardia.
Costruito ciò sarà impossibile da parte del sistema annientare quest’isola rivoluzionaria per lo spontaneo ricambio che si creerà.
Più isole organizzate fra loro formeranno un polo organizzato che avrà a quel punto un’ampia risonanza a livello nazionale. Ognuno è tenuto a contribuire al massimo delle proprie capacità, al conseguimento di tale obiettivo.
OLTRE GLI SCHEMI
Ci hanno divisi in partiti per poterci dominare meglio. Ci hanno suddivisi in classi per poterci distogliere dai nostri comuni problemi. Ci hanno schierati a destra, a sinistra, al centro, inventando teorie a compartimenti stagni, assicurando l’assurda inconciliabilità del nazionale e del sociale, del personale e del comunitario. Ci hanno spinti l’uno contro l’altro in nome di falsi miti, infettandoci con le ideologie. Hanno fatto in modo che il sangue della migliore gioventù bagnasse il selciato e loro, i mandanti, hanno portato a braccia le bare.
E mentre tutto questo accadeva, l’oligarchia mercantile che detiene il potere in accordo con l’ imperialismo straniero ingrassava distruggendo la nostra economia, le nostre libertà, la nostra dignità nazionale.
Ma il meccanismo si è inceppato. Il referendum, le elezioni amministrative, l’azione svolta da forze autonome in campo sindacale, l’azione intrapresa in quartieri, scuole, campagne, dalle avanguardie rivoluzionarie, dimostrano oggi inequivocabilmente la volontà di rigetto da parte del popolo di coloro che pretenderebbero di rappresentarlo.
I grandi mezzi di informazione, ciechi o in mala fede, hanno minimizzato e minimizzano i fatti, non collegano l’emergere di tante situazioni, di tante realtà.
Ma il popolo deve conquistare l’autonomia, la libertà, l’indipendenza. Dobbiamo rifiutare gli schemi. Tutti gli schemi che il potere ci impone.
Fuggire le classificazioni artificiali, le divisioni inesistenti.
Non più di destra, non più di centro. Non più di sinistra. Fuori dalle sedi dei partiti.
Disertando le loro iniziative. Non più borghesi, non più proletari. Ma uomini. Uomini liberi che, organizzandosi e battendosi nelle fabbriche, negli uffici, sui mercati, nelle città, scoprono un senso nuovo, da tempo smarrito. Il senso di unità, il senso di creatività che farà e che già sta facendo di questi uomini liberi un popolo.
E questo popolo, isolati e travolti i rappresentanti dell’odierno potere, porrà se stesso alla guida dei propri destini.
Realizzerà una diversa qualità della vita.
Darà corpo ad una cultura propria, schietta, genuina.
Renderà la nostra una nazione libera e ben governata alla quale saremo lieti di appartenere.
Una nazione che sarà di esempio per i popoli mediterranei ed europei in lotta, anch’essi, per riscattare un vergognoso presente.
FARE FRONTE
Nell’epoca in cui l’automa che uno Stato esprime non si riferisce a principi che superino il piano materiale della vita – le leggi non interpretano la verità e la giustizia della logica naturale della vita, nella quale tutti gli uomini possano identificarsi – le istituzioni non danno modo agli uomini di realizzare la più intima e sincera personalità nello svolgersi del proprio ruolo sociale ed esistenziale quotidiano – la rivolta diviene DOVEROSA.
Nell’epoca in cui la politica italiana si è appiattita in forme tanto vuote e monotone quanto false e violente nei confronti delle reali esigenze del popolo, assoggettate ad avidi poteri di anonime società economìche o a interessi di centri di potere tesi a imporre le proprie disumane ideologie, molti sono coloro che non condizionati dalla logica del sistema, né tantomeno corrotti da teorie pseudo rivoluzionarie irrigidite in schemi ormai privi di significato, volgono i propri nobili intenti a una lucida lotta che si inserisce nell’ambito della Terza Posizione.
Questa forza, dapprima quasi impalpabile, prende forma e si fa movimento politico, privo di dogmi ideologici, estraneo a fazioni e partiti. La sua voce sprezzante va dilagando, il suo aspetto prende organicità, il fenomeno da isolato si estende in tutta Italia.
E’ un fronte che si è costituito. Né rosso, né reazionario!
L’identità comune è la lotta, non fondata sull’ossessione di distruggere con odio e criticare con animosità ma dettata dalla serena chiarezza di quella parte sana del popolo che sente l’esigenza e ha la volontà di creare i valori etici della società, il suo giusto equilibrio sociale ed economico, la sua integrità di nazione.
E soprattutto di dare un significato alla vita, nel rapporto con gli uomini, col mestiere, con la natura. Si va avanti nelle scuole, nelle piazze, nei quartieri, nelle città, nelle campagne, si affrontano le difficoltà, si superano gli ostacoli con la fredda fermezza e la spietata decisione di chi lotta per amore del giusto.
Il nostro è un invito a unirsi a questo fronte che si sta aggregando per affinità intorno a quanti, prendendo coscienza delle evidenti disfunzioni sociali, culturali, spirituali, si sono accorti della superficialità o addirittura della falsità di molte prese di posizione, create dalla violenta massificazione che il sistema attua nel campo umano, in tutto il popolo.
E quindi anche in coloro che gli si oppongono.
Un fronte che contrappone ai compromessi, alle sottomissioni, ai metodi occulti e oscuri, al rinchiudersi in forme intellettualistiche e dialettiche la chiara e responsabile scelta politica dell’azione.
Una scelta che ha un solo esito finale: la vittoria!
LOTTA E VITTORIA
Aumenti indiscriminati di generi alimentari, della benzina e dei beni di consumo primario.
Quasi un morto al giorno causato dalla droga.
Due sintomi questi di una situazione politica, sociale e spirituale che non perdona alcuno, dal giovane alla massaia al cittadino qualsiasi.
Una realtà che richiederebbe un’adeguata risposta dalle opposizioni.
Ma le opposizioni storiche di destra e di sinistra hanno esaurito la carica e piangono sui loro errori, sulle loro beghe interne, sul disfacimento politico evidenziato da chiusure di giornali, calo elettorale, assenza di militanza.
A tanta debolezza dei partiti d’opposizione corrisponde una grande forza d’opposizione nel paese.
Una spinta che nessuno raccoglie ma che investe chiaramente tutti gli aspetti del sistema borghese.
Terza Posizione rimuove le stagnanti acque della rassegnazione e si manifesta come polo per tutti coloro che vogliano disegnare con noi il futuro del nostro popolo.
Dalle scuole, dai quartieri, dalle borgate, dalle campagne, si delineano rapidamente e decisamente le caratteristiche dell’opposizione rivoluzionaria.
Rifiuto dei partiti, delle ideologie marxiste e capitaliste, del mondo borghese che ha come simboli discoteche e droga; rifiuto delle metropoli soffocanti e della «civiltà» senza volto.
Affermazione di un nuovo popolo che ritrovi la volontà di essere unito e di avere degli obiettivi non solo economici ma di civiltà; di una nuova legione che sia avanguardia ed esempio nella militanza e nella vita e che marci con un unico fine rivoluzionario.
Affermazione infine di giustizia che non vede più né parassiti né sfruttatori, non più abili parlatori o ideologhi al potere ma piuttosto, una schiera di uomini migliori a guidare il popolo verso la libertà.
Le scelte isolate e lo spontaneismo possono avere tutt’oggi il fascino dell’ultima battaglia ma costituiscono indubbiamente una perdita di tempo per la rivoluzione.
Si abbia il coraggio dunque di abbandonare personalismi e particolarismi e di raggiungere e integrarsi a chi sta avanti, conquistandosi il proprio ruolo giorno per giorno attraverso la lotta.
D’altronde sappiamo che in questo sistema non crede più nessuno.
Nemmeno il borghese che vede naufragare nella noia e nell’inconsistenza la propria vita.
Nemmeno il seguace del partito che attende dai suoi dirigenti impossibili ritorni di fiamma.
Da loro non ci attendiamo nulla; forse il ripensamento dell’ultima ora.
Dagli uomini che amano lottare ci attendiamo invece una scelta di azione.
Solo dall’assoluta radicalità di questa scelta può nascere la possibilità di forgiare i tempi e di marciare verso la vittoria.
CONTROMETROPOLI
Sulle nostre pagine ci siamo più volte definiti rivoluzionari, e più volte nei quartieri e nelle scuole lo abbiamo dimostrato e lo dimostriamo con la pratica e la militanza politica. Ma l’auto definirci rivoluzionari non si ferma solo sul piano strettamente politico o sociale. Rivoluzionare non significa infatti ribaltare solamente la struttura sociale e instaurare un nuovo ordinamento politico; rivoluzionare significa innanzitutto ribaltare l’attuale mentalità. Noi, che abbiamo la presunzione di sentirci avanguardia rivoluzionaria, ci dobbiamo assumere coerentemente la responsabilità di esserlo. E’ per questo che dobbiamo proporre un diverso modello mentale, un diverso modo di entrare in relazione con chi ci sta intorno, con le istituzioni politiche, con l’ambiente in cui viviamo.
Proporre un modello mentale significa fornire nella pratica strumenti ed esempi affinchè l’uomo-massa, l’individuo che oggi ragiona e vive in termini egoistici, si annulli e si trasformi in uomo-membro del popolo che deve nascere e forgiarsi nella rivoluzione.
Noi col nostro esempio di milizia politica intendiamo fornire tale modello. Quando infatti denunciamo e prendiamo posizione contro le ingiustizie che governano l’attuale società, sappiamo e affermiamo che queste ingiustizie sono la manifestazione di quella maniera di pensare che noi dobbiamo e vogliamo sradicare.
I temi che ci danno l’esatta misura di quanto scriviamo sono innumerevoli. Uno dei più eclatanti è quello della casa-formicaio. L’ideologia che ha potuto concepire questa mostruosità è quella mercantilistica del dare e avere, è quella che si è concretata storicamente nella città intesa e vissuta come mercato economico, in cui gli unici rapporti considerati fra gli uomini sono quelli basati su valori che degradano l’uomo.
La casa-formicaio, cioè i grattacieli, i «casermoni» fatti solo per razionalizzare lo sfruttamento dello spazio evidenziano il disprezzo di tutti quei valori che costituiscono la nervatura della persona; se oltre a ciò consideriamo il fatto che tali costruzioni vengono patrocinate e compiute per un fine economico si intuisce quale sia la stima che nell’attuale ordinamento politico si ha dell’uomo. Questi edifici iniziano a trovare la loro collocazione anche in ambienti rurali: anche là, in spregio al formativo e qualificante contatto con la natura, si tenta di sradicare sempre di più l’uomo dal suo «paesaggio» originario; e questo viene salutato come l’arrivo del «progresso».
Il tema di cui stiamo trattando a mo’ di esempio diventa un vero e proprio problema sociale quando la domanda e l’offerta dell’alloggio – imprescindibile necessità e punto di riferimento dell’uomo – creano la situazione che permette manovre speculative; si viene cioè ad assistere ad una delle più macroscopiche ingiustizie, quella del lucro su un bene di prima necessità: la casa. Ma, si dirà, l’esperienza comune ci fa notare oltre agli squallidi dormitori di borgata anche gli splendidi e impeccabili grattacieli di lusso con moquette e tripli servizi. Ebbene questi ultimi, in sostanza, non differiscono affatto dai primi, in quanto la concezione, ossia il modello mentale che li ha partoriti è lo stesso: i primi costituiscono la merce scadente, i secondi quella di prima qualità, entrambi restano merce.
Inoltre i «casermoni» di lusso acuiscono l’edonismo, la vanità dell’uomo-individuo che trova la sua possibilità di vita solo in questo sistema. L’adesione a valori come la frivolezza, l’edonismo si esprime in quei villaggi residenziali pieni di tutti i comfort: cioè in grattacieli tagliati a fette e disposti in pianura.
Quindi riassumendo, noi notiamo che dall’osservazione di un’ingiustizia sociale perveniamo a considerazioni che la superano di gran lunga. Giungiamo così a capire che i problemi generati e irrisolti da questa società sono il riflesso se non la conseguenza della maniera con cui la stessa si pone di fronte alla vita.
E’ dalla radicale opposizione di vedute con l’attuale sistema che nasce lo scontro con questo ultimo. Proprio per il fatto che non si vuole vivere da automi o peggio ancora senza una propria dignità si arriva alla determinazione di lottare e contrastare, fin dove è possibile, l’attuale modo di vivere e pensare. Questo scontro, o antiteticità di valori, si esplica esteriormente e in modo lampante come ribellione, insofferenza, sciopero, rivolta.
Quindi attraverso la lotta nasce l’uomo-membro del popolo e la cultura di cui esso è portatore. E’ ovvio che l’essere pervenuti a tali considerazioni ci allarga l’orizzonte, il senso e il peso dei vari fatti che intervengono nel rifiuto dell’attuale società. Infatti rileviamo ad esempio che il lottare solamente contro l’ingiustizia sociale è un’azione inconcludente, dispersiva, che possiamo definire controrivoluzionaria e questo per il fatto che la coscienza di lotta ci impegna in un’opera radicale, che abbisogna quindi del puntello di una vera e propria rivoluzione culturale.
Ma tutto questo appartiene al livello più appariscente e in un certo senso meno essenziale e più inconcludente quando – ed è l’esperienza comune a rilevarlo – reagendo in questo modo si viene facilmente riassorbiti e reinseriti nel sistema. Infatti il linguaggio con il quale in questi casi sì risponde è dialettico proprio rispetto all’ordinamento contro cui in quel momento ci si pone. Tuttavia questi momenti di scontro celano anche altre possibilità che emergono in particolare quando attraverso la lotta si viene a manifestare la volontà dì cambiare la situazione esistente e si realizza che il cambiarla radicalmente significa possedere una prassi la quale è originata da un modello mentale irriducibile a quello della base del sistema che si vuoi abbattere.
Se civiltà altissime, ivi compresa quella romana, hanno trovato pane per i loro denti quando si sono scontrate con l’afflusso alle città e con lo squilibrio tra vita rurale e vita urbana, è immaginabile quali disastrose conseguenze un simile fenomeno possa provocare in un agglomerato quale quello in cui oggi viviamo, agglomerato che, ben lontano da una qualsiasi forma di civiltà, necessita già di una notevole forzatura per vedersi attribuito l’appellativo di società.
In primo luogo in altre epoche l’esodo verso la città è dipeso o da carestie o da condizioni improvvisamente divenute impossibili per il lavoro agrario, o dal fascino che esercitava non tanto la città quanto l’essere cittadino, un titolo più che ambito.
Oggi l’urbanesimo è generato da cause diverse.
La non convenienza di lavorare la terra, considerato il pressoché inesistente guadagno nel rivendere i prodotti. Il miraggio d’un lavoro sicuro con una paga fissa e con una fatica minore. Un continuo richiamo pubblicitario effettuato tramite simboli, miti, luoghi comuni.
In pratica mentre l’urbanesimo in passato era generalmente effetto di cause non generate volontariamente. oggi non è così.
Non si può parlare di sola inettitudine di fronte al problema agricolo e all’intermediariato. Si deve invece parlare di volontà criminale che costringe l’Italia a un ruolo preciso nell’economia occidentale. Ruolo nel quale l’agricoltura non trova posto.
A questo va aggiunto anche lo svilupparsi spontaneo di un modello di vita imposto dalla natura e dalla mentalità del mercante che è il dominatore o per lo meno il cardine della vita moderna.
In secondo luogo va detto che mentre le civiltà, proprio in quanto tali, avevano la forza di reagire agli squilibri, l’Italia contemporanea li patisce oltre ogni ragionevole limite.
E dunque la metropoli. confuso crogiuolo di tipi, di culture, di razze, di costumi, soffoca, succhia, sterilizza, uccide l’uomo e la donna, l’anziano e l’adolescente. Offre pigramente e maliziosamente lussuose voluttà nei quartieri residenziali dove il ricco, passando dal tennis alla piscina, dall’amichetta allo spinello, si isola sempre di più e sempre più si inaridisce in un’esistenza che i più fortunati sopportano con semplici sbalzi d’umore, solo perché non dotati di una buona intelligenza.
Confonde e disperde nell’ibridismo del quartiere popolare dei benestanti, nel quale il collettivo e l’individuale sono sfumati, ma regna sovrana l’ipocrisia ad uccidere ogni slancio umano e le fa corona la poca disponibilità economica per potersi organizzare una vita sensata.
Compie poi il suo ultimo crimine nei quartieri della periferia.
Nelle borgate romane, nell’interland milanese, nei bassi napoletani, nei cosiddetti quartieri-dormitorio, negli anelli suburbani delle città industriali e portuali.
Qui il disagio è grande e il senso di ribellione cova sotto la cenere. E unito a rapporti umani ben più sinceri che nelle altre componenti il tessuto metropolitano, tutto ciò potrebbe essere pericoloso per il potere.
Ma qui esso interviene con il veleno del mito propagandato. E il ghetto si sfoga in rapine, in scippi per procurarsi i mezzi da quartiere residenziale. In droga per sentirsi più forti ed ingannare le delusioni. In galera ripetuta. In impotenza.
Questa è la realtà della metropoli.
A questa realtà noi opponiamo il mito della vita naturale, della civiltà.
Di una realtà organizzata in borghi e villaggi di campagna, di montagna, di mare. In borghi e villaggi dove la vita si svolge serenamente senza l’ipocrisia e l’ostilità che accompagnano la folle esistenza metropolitana.
Di una realtà nella quale le città trovano un’altra dimensione e un altro valore.
Siano porti, siano centri industriali, siano punti di riferimento politico ed amministrativo, esse dovranno essere organici centri di vita. Ristrutturate secondo concetti urbanistici ed ecologici radicalmente diversi, sviluppate intorno ad un centro spirituale e politico, caratterizzate culturalmente, abitate da un numero di abitanti di parecchio inferiore alle cifre odierne, le città saranno organizzate secondo criteri diversi.
Non più caotiche jungle di asfalto e cemento in cui si muore vivendo e si è sempre soli. In cui il nucleo familiare è disperso e disintegrato. Ma insieme di comunità organizzate e legate spontaneamente.
Ed a questa realtà opponiamo anche e soprattutto la gioia della lotta, che è sinonimo di vita.
Essere esempio!
«Non si può voltare il capo dinanzi al marasma di iniquità che sommerge la nostra terra. E’ dunque tempo di dare una radicale soluzione. Ognuno è tenuto a non tirarsi indietro»E’ compito di tutti coloro che non sono vigliacchi o corrotti e posseggono il senso della dignità, unire gli intenti per costituire una grande forza rivoluzionaria in Italia.
Siamo giunti al punto di apparire banali quando si elencano i sintomi dell incurabile male della repubblica.
Malcostume, corruzione, iniquità, clientelismo sono i pilastri sui quali il sistema politico oggi si regge.
Droga, abbrutimento, nihilismo, individualismo esasperato, infamia, isterismo, rabbia, crudeltà emergono dai tessuti dilacerati di una collettività senza orizzonti e senza speranze.
C’è chi, stanco di ogni angheria e di ogni ingiustizia, prova un’amara soddisfazione dicendosi che intorno affonda la barca con i suoi timonieri.
Ma sono atteggiamenti errati, sintomi di impotenza.
Non si giustifica la propria resa con un «cosa ci vuoi fare?».
Ne c’è da essere soddisfatti della misera condizione dell’Italia dei Tanassi, degli Andreotti, dei Berlinguer.
Essi stanno a galla e sono sempre più forti mentre quel che rimane di un popolo asservito e diviso va in disperata decomposizione.
E’ dunque tempo di dare una radicale soluzione.
Un esempio che con la sola forza dell’esempio evochi un nuovo credere ed un nuovo agire, che non è frutto di agguati alle spalle, di rabbia e di vendetta.
Che è un’azione di vita e dunque di lotta e di civiltà. Una rivoluzione che si dispiega e si esaurisce in poche ma significative parole: responsabilità, chiarezza, onestà, sacrificio, giustizia.
In questa rivoluzione fatta da uomini e non da fogli di carta, da combattenti e non da sicari o agenti degli interessi senza volto, si formerà la nuova Italia, dalla quale le infezioni che ci affliggono, ideologie o interessi di parte, saranno definitivamente messe al bando. Ognuno è tenuto a non tirarsi indietro.
CONTRO TUTTI I PARTITI CONTRO TUTTI I CORROTTI
Oggi non ci si riconosce più. Non ci si riconosce nel governo delle supertasse e delle leggi speciali, nei dirigenti politici degli scandali e delle corruzioni, nelle opposizioni partitiche e sindacali che mal hanno agito in profondità proponendo un diverso modello di vita.
Non ci si riconosce nelle culture importate: nel jazz, nella disco-music, nei modelli dei “guerrieri della notte” e dei borghesi annoiati.
Non ci si riconosce nella gioventù che si buca ed è già vecchia a quindici anni. Non ci si riconosce nelle teste di cuoio di Cossiga e Dalla Chiesa ne’ nei brigatisti rossi di ieri, di oggi, di domani.
Non ci si riconosce in un governo di schiavi che accetta supinamente di servire la Casa Bianca nel Braccio di ferro con il popolo iraniano.
Non ci si riconosce con chi viceversa a parole appoggia Teheran ma tace sull’oppressione sovietica contro il popolo afgano.
Non ci si riconosce in un sistema che insegna a delegare e a non partecipare creativamente alla vita sociale, in un sistema che ritualmente propone i suoi pescicani multicolori agli appuntamenti elettorali.
Non ci si riconosce nelle fiere preelettorali, nelle parole vuote, nelle figure meschine, nelle maschere e nei volti del burocrati al soldo dei mercanti che vengono ipocritamente ad elemosinare il proprio lauto stipendio.
Non ci si riconosce negli organismi amministrativi e nella logica clientelare nella quale questi agiscono.
Non ci si riconosce negli amministratori di ogni colore, di ogni fazione che sempre e comunque hanno tradito le aspirazioni del popolo.
Vi è oggi, ovunque, crisi di identità.
Noi vogliamo trovarla questa identità che è la principale tappa verso la libertà e l’autodeterminazione.
Vogliamo recuperare la nostra antica, nuova, attuale cultura, le radici che collegano le nostre genti con il passato più antico e con il futuro prossimo e lontano.
Vogliamo dare vita ad una comunità normale regolata secondo natura e quindi secondo giustizia.
Non ci rivolgiamo a sterili intellettuali in grado di schematizzare società perfette ma incapaci di educare i propri figli.
Non ci rivolgiamo a masse diseredate per affondare demagogicamente nella disperazione e stimolare gli istinti più bassi al fine di facili ma caduche vittorie.
Non ci rivolgiamo ad emarginati impotenti per offrire in cambio di manovalanza un qualsiasi inserimento sociale.
Ci rivolgiamo ad ogni uomo, ad ogni donna, ad ogni ragazzo della nostra terra e non offriamo loro promesse ma li poniamo di fronte ad una scelta, assoluta.
O spegnere i propri giorni tra comode critiche e deleghe sbiadite lasciando morire ogni speranza di risveglio di un popolo oppresso, sbandato, lacerato neIl’anima, o incendiare la propria vita in una lotta lunga, difficile, ma sacrosanta, la cui bellezza è già una vittoria.
LA RIVOLUZIONE E’ COME IL VENTO …. !
Nello scorso agosto l’oligarchia dei mercanti, dei politicanti, degli aguzzini in toga e in divisa ha sferrato la sua grande offensiva.
Massacrate ottantacinque parsone alla stazione dì Bologna, dilaniate e smembrate decine e decine di famiglie con cinica noncuranza, ha dato subito vita alla mossa seguente: la persecuzione.
Ha colpito a destra chiunque potesse alzare una voce non addomesticata dall’Msi, si è poi scagliata a sinistra contro i resti dell’Autonomia.
In capo ad un mese il potere ha preparato il suo ulteriore, più duro, massiccio, brutale attacco.
Si è scagliato contro le forze rivoluzionarie.
Ha ucciso il combattente Francesco Mangiameli, ha perseguito, arrestato, ricercato decine e decine di militanti.
Il suo attacco è proseguito capeggiato ia giudici asserviti ed intolleranti, fiancheggiato da sgherri ignobili con metodi da sbirraglia sudamericana.
I nostri migliori militanti seno stati catturati, pestati, imprigionati senza prove, senza indizi, con accuse false, vaghe e pretestuose.
II combattente Nanni de Angelis è stato sequestrato e linciato da infidi omuncoli senza onore.
A questo punto il potere ha cantato vittoria.
Si è illuso di aver sgomberato il campo.
E in effetti le avanguardie rivoluzionarle non si sono poste alla testa della popolazione nella crisi di autunno.
Mentre alla Fiat cadeva nella polvere il falso mito sindacale dei baroni Lama e Berlinguer, non boicottaggio, non sindacalismo rivoluzionario ma marcia di dissenso era la risposta.
Nessuno si ergeva a travolgere i ladri in borghese e in divisa, petrolieri e finanzieri, della banda-Moro mentre crollava il rancido mito di quest’individuo mettendo in evidenza non un martire ma un ladro tra i ladri, rinnegato, falso e traffichino.
Noi non eravamo alla testa della nostra gente martoriata, massacrata, umiliata e sfruttata a Napoli, a Potenza, ad Avellino, a dare vita ad una nuova “epopea dei briganti” contro gli eredi legittimi e reificati dei predoni e dei massacratori al soldo delle logge piemontesi.
Ma la loro vittoria è tutt’altro che definitiva, la disfatta è solo rimandata.
Le avanguardie rivoluzionarie sono state colpite ma non abbattute, incalzate ma non disperse.
Dove sapevamo di avere dieci militanti ne abbiamo trovati cento, dove sapevamo di avere cento amici ne abbiamo scoperti mille.
Ovunque le nostre idee e le nostre parole d’ordine echeggiano e sono ripetute di bocca in bocca.
Ovunque le fila si riassestano pronte alla battaglia.
Per quattro anni abbiamo attaccato e colpito zona per zona i nemici del nostro popolo.
Oggi questi hanno sferrato un attacco massiccio, sleale, spietato, ma non hanno saputo nè piegarci, nè sbaragliarci, nè metterci paura.
La fase della resistenza ad oltranza è incominciata.
E mentre l’impeto bestiale del nemico va scemando, la nostre fila si rinforzano e crescono ogni istante di più.
Organizziamo nel nostro paese la lotta, portiamo in ogni angolo la rivoluzione.
Rinsaldiamo l’unità con il nostro popolo.
Quando essa sarà piena e definitiva non vi sarà più nè spazio, nè tempo, nè indulgenza per gli odierni tiranni.
Articoliamo ovunque, in Europa e nel mondo la nostra battaglia.
Avanguardie ed avanguardie ci riconosciamo negli ideali, nell’azione, nella lotta per la libertà e per la dignità.
Ovunque è un fermento rivoluzionario.
La vittoria non è forse immediata e forse neppure vicina ma è sicura ed inesorabile.
Il nostro vessillo intriso nel sangue dei nostri caduti saremo alla testa del popolo: un popolo contro i tiranni.
Ogni tentativo di piegarci e di privare ancora la nostra gente della dignità, della libertà, del proprio destino è uno sforzo ultimo che merita ironia e compassione e che non riveste alcuna speranza: la rivoluzione è come il vento, non la si può fermare, le si può solo far perdere tempo… Il domani appartiene a noi.
“cadrò una volta due volte mille volte ancora, ma ogni volta mi rialzerò per tornare all’assalto! da uomo libero”
NANNI
E’ L’ORA DELL’AZIONE !
20 Marzo, Catanzaro. Processo d’appello per la strage di Piazza Fontana, 1969, Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano.
Imputato di primissimo piano, Giorgio Freda, il «pedagogo della rivoluzione» come preferisce definirsi. Verdetto : ASSOLUZIONE.
I dieci anni già scontati tra carcere, confino, domicilio coatto sembrano non averlo sconfitto.
Ha il viso di chi per dieci anni non ha cambiato una virgola alle sue affermazioni, di chi oggi vede riconoscersi la sua innocenza.
Non è un caso umano questo verdetto, è il più importante avvenimento politico dell’ultimo decennio, almeno.
Crollata la montatura di Catanzaro, si sgretola la pietra di paragone di dieci anni di storia giudiziaria italiana, la radice, la motivazione necessaria e sufficiente di 10 anni di persecuzioni politiche, fino al 28 agosto, fino al 23 settembre.
Crolla rovinosamente nel ridicolo quella «costante storica» che servì a Cossiga, la mattina stessa dopo la strage di Bologna, per parlare di «bomba fascista» ed indirizzare così le indagini dove più conveniva al delicato momento politico, che bastò a Persico & co per spiccare decine di mandati di cattura e centinaia di comunicazioni giudiziarie e di mandati di perquisizione.
Niente più giustificazioni storiche, morali, giuridiche, logiche a dieci anni di violenze, torture, vessazioni, accuse e montature.
E’ una certezza di vittoria leggere su giornali come «La Repubblica» lo sdegno e la rabbia di chi si è visto togliere da sotto al naso il più comodo dei colpevoli, il più «ben costruito» dei carnefici.
«Quanto lavoro sprecato!» possiamo leggere sul suo editoriale, e che di fatica ne era stata fatta per costruire sulla stampa, giorno per giorno, una pista nera abbastanza affascinante da tirar fuori dai guai sia Valpreda sia una sinistra che, a quel tempo, non aveva ancora scoperto le comodità del «compromesso storico» o delle «convergenze parallele».
Il «pedagogo» sarà libero. Per quelli del 28 agosto neanche un indizio, ed i termini sono ormai scaduti.
Anche per i rivoluzionari «terceristi» la libertà è tutt’altro che lontana, scadenza termini, mancanza di indizi, assoluzioni in istruttoria.
Le montature crollano sotto la spinta di un vento potente…. E la rivoluzione è come il vento, non la si può fermare, le si può solo far perdere tempo!
PASSI SICURI, PASSI PESANTI E LENTI
Ed eccoci ancora qui.
Non abbiamo mollato.
Un anno è passato da quando, con la bomba del 2 agosto, a Bologna, il potere sferrò il più deciso e spregiudicato attacco al movimento rivoluzionario.
Il potere ha innescato la bomba, come sempre d’altronde, ma chissà che questa non gli scoppi fra le mani.
Ci hanno dati per morti, ci hanno dati per spacciati, eppure siamo qui.
Ci hanno perseguitati, incarcerati, uccisi; hanno disperso le nostre famiglie.
Hanno versato su di noi fiumi di inchiostro velenoso.
«Calunniate, calunniate: qualcosa resterà…».
E qualcosa è rimasto, perché noi siamo qua.
Non un giornale, non solo carta stampata.
A Bologna, il 2 agosto, i nostri slogan erano li su muri e volantini, ed altrove ancora.
Ma quel che più conta, dietro quei fogli e quei pennelli c’erano uomini, c’erano quadri, c’erano militanti, c’eravamo noi: c’era il movimento, il movimento.
Nanni è caduto, Francesco è caduto, ma solo un momento ci siamo fermati a giurare Giustizia.
Abbiamo perduto case e famiglie, chi temporaneamente, chi forse per sempre, ma non abbiamo mollato.
Ora un anno è passato, ora l’istruttoria chiude, ora il potere è al bivio, o la libertà o il processo: in entrambi i casi il verdetto sarà nostro.
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