Pubblichiamo di seguito la I parte di una serie di interviste di carattere storico-culturale reperite sul sito di Beppe Niccolai: www.beppeniccolai.it . La controversa figura di Berto Ricci è l’oggetto dell’interessante pezzo che segue. Buona lettura!
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Beppe Niccolai
BERTO RICCI
il fascismo come trasgressione
Quello che segue è il testo della conferenza che Beppe Niccolai tenne a Modugno, per il Centro culturale “La Quercia” il 10 dicembre 1988.
Niccolai venne in Terra dì Bari quando già aveva subito una prima, grave avvisaglia dei male che lo avrebbe stroncato appena undici mesi dopo quel nostro indimenticabile incontro.
Il primo desiderio di Beppe, appena giunto a Bari, fu quello di voler recarsi al Sacrario dei Caduti d’Oltremare, ove sono raccolte le spoglie dei nostri soldati morti nel corso dell’ultimo conflitto. Tra esse, vi sono anche quelle del sottotenente di artiglieria Roberto Ricci, caduto in Libia il 2 febbraio 1940.
Con i camerati di Modugno ed i nostri figli accompagnammo Beppe in quel luogo santo, custodito dalla pace degli eroi.
Davanti al piccolo loculo di Berto Ricci, restammo tutti immobili per un minuto che era un’eternità. Beppe Niccolai fissò intensamente, profondamente, quella lapide che celava i resti di Berto.
Fu quello il loro muto, aristocratico arrivederci. Quel “Dio sereno cantato negli anni più forti, ne’ giorni più buoni”, supplicato da Berto in una sua incomparabile preghiera, attendeva ora anche Beppe Niccolai. E, vicino a quel Dio, lo attendeva Berto Ricci.
Pino Tosca

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BEPPE e BERTO
la lezione di due «eretici»
La figura di Beppe Niccolai, spirito eretico ed inquieto, assume oggi più di ieri, una valenza politica notevole: perchè la nostra è una comunità «eretica», non certo «allineata e coperta», alla stessa maniera in cui si collocava Berto Ricci in seno al fascismo.
Chi è e che cosa ha rappresentato Beppe Niccolai all’interno del nostro mondo umano? È stato senz’altro un esempio, un maestro di vita per noi uomini di questi momenti storici e politici attraversati da basse tensioni e da infime passioni.
Ripensando a quanto Beppe Niccolai ha fatto, viene «di dentro» una sorta d’invidia, di quel sentimento in positivo che pervade i giovani e i giovanissimi che, per evidenti condizioni anagrafiche, non hanno potuto vivere quegli entusiasmi e anche quelle amarezze che Beppe Niccolai ha vissuto.
A diciannove anni, ancora studente universitario, egli s’arruola volontario (siamo in guerra, badate, è il ‘41), ed è fra i primissimi, uno dei primi tre, a correre a Tarquinia dov’è in formazione la divisione Folgore. Quella che è stata l’epopea della Folgore, quello che è stato l’eroismo dei «ragazzi» di El Alamein, che finanche Churchill non esitò ad appellare «i leoni della Folgore» è consegnato alla storia. E Beppe Niccolai fu uno di loro. Dopo tutte le traversie, le sofferenze, i patimenti di «quelli» dell’Africa Settentrionale.
Come per Berto Ricci, volontario anch’egli in Africa Settentrionale, a combattere contro gli Inglesi «di fuori», e in attesa di cimentarsi contro gli inglesi «di dentro», com’ebbe a scrivere in una delle sue ultime lettere alla moglie Mafalda.
Berto Ricci cade a Bir Gandula colpito dal piombo inglese e Beppe Niccolai finisce prigioniero nel 1° Campo di Hereford in mani americane. A Hereford, nel deserto devastato dai tornados del Texas, furono raccolti tutti quei prigionieri che si erano rifiutati di collaborare con gli Alleati. Con Beppe Niccolai, a Hereford, anche se in campi diversi, finiscono Giuseppe Berto (che il scriverà “Il cielo è rosso”), lo scrittore Dante Troisi, il compianto Roberto Mieville che sarà uno dei primi cinque deputati del MSI.
Per sapere cos’è stato Hereford per uomini come Beppe Niccolai, basta leggere una pagina di “Prigionieri nel Texas” scritto da Gaetano Tumiati, giornalista socialista.
«Dagli ultimi di maggio, dopo la fine della guerra in Europa, gli americani hanno cominciato gradualmente a diminuire le razioni. Prima hanno chiuso lo spaccio, poi hanno abolito le salse, il burro, ogni tipo di carne, fresca, congelata o in scatola. Un’altra nuovissima forma di pressione sono le adunate senza scopo. (…) Hanno cominciato in giugno e hanno proseguito per tutta l’estate, di tanto in tanto, senza preavviso e senza senso. Ci radunano tutti là di primo mattino, chiudono il cancello di filo spinato, ci lasciano due sentinelle di guardia e se ne vanno senza dir niente. Di solito ci lasciano quattro o cinque ore, dalle dieci alle tre dei pomeriggio, sotto un sole «africano» che picchia inesorabile sulla pianura. Una volta siamo rimasti tutta la giornata.
Questa era la civiltà d’oltreoceano, di coloro che ci avevano portato la libertà dell’Occidente, la democrazia, che ci avevano liberato. E continuano a farlo con films di Dallas e Dynasty che Beppe Niccolai riteneva distruttivi per l’identità nazionale e indice di omologazione di questo mondo trasformato in «villaggio globale». L’omologazione, per Niccolai, era appunto la cancellazione della memoria. E quando un popolo perde la memoria. cioè perde il senso del passato, non sa più cos’è. Ed è allora che spuntano i due idoli che oggi sono predominanti: il dio danaro e l’economia come destino.
Questa è una delle tesi che sosteneva Niccolai, sfidando le fustigazioni e i roghi di quanti ancora perseguono tesi «miglioriste» di questo sistema. Tesi sostenute con la stessa determinazione con cui, prima di lui, le sostenne Berto Ricci, insieme a tanti altri che, in pieno regime fascista, sfidarono la protervia e la decadenza culturale di molti federali in orbace e stivaloni, usi a pavoneggiarsi con le 643 divise disegnate da Starace e, dopo, a balzare sul carro del vincitore di turno.
C’è un filo che collega Berlo Ricci con Beppe Niccolai. Ricci, coscienza critica del fascismo, Niccolai, coscienza critica del MSI. Eretico l’uno, eretico l’altro, trasgressivi ambedue.
Trasgressivi in che cosa? Eretici perchè? La risposta potrebbe riassumersi in una frase di Marcello Veneziani: «Il Fascismo fu un fascio di eresie».
Eresie non classificabili «di destra» e «di sinistra»: importantissimo quest’assunto nel momento in cui ci si affanna a definirsi «di destra» aggettivata in variegata maniera.
Zeev Sthernell, professore israelita, docente di Scienze Politiche a Gerusalemme e a Parigi, nel suo “Né destra né sinistra” afferma che il Fascismo nasce dall’incontro di due eresie: un radicalismo «di destra», eretico rispetto alla destra moderata e conservatrice che tassa il macinato, fucila i cafoni, cannoneggia il popolo e decora Bava Beccaris; e un radicalismo «di sinistra», eretico rispetto alla sinistra riformista e progressista, pacifista e codarda, che troverà il suo massimo «orgoglio» in Misiano, disertore e perciò deputato socialista, cacciato dal parlamento dai reduci della Trincea delle Frasche e di Doberdò.
Dall’unione di queste eresie nasce il Fascismo. E Beppe Niccolai cosa sosteneva, a proposito di «destra e sinistra»? Che «sono termini che possono servire nella polemica spicciola ma nella sostanza non hanno più significato. (…) Sul tema dell’ecologia la sinistra intellettuale porta avanti argomenti che sono tipici della destra. In politica internazionale c’è quella che il filosofo Augusto Del Noce chiama l’eterogenesi dei fini, la Russia, la Cina, Cuba stessa che sono partite da una ideologia marxista che negava la patria e la nazione sono diventate espressione di nazionalismo, che è addirittura imperialismo».
E Berto Ricci non credeva alla funzione imperiale dell’Italia e del Fascismo? «Io sono convinto -scriveva nel “Manifesto realista”, parlando del Gandhismo e della Rivoluzione bolscevica che riteneva il contraccolpo locale e temporaneo della rapida rovina d’un feudalismo mitigato- che tutte queste energie variamente modificate e incanalate dagli eventi e dalle necessità dovranno far capo all’Italia e alla Rivoluzione fascista, rivoluzione imperiale, centro d’una imminente civiltà non più caratteristica d’un continente o d’una famiglia di popoli, ma universale».
Quello di Berto Ricci era un mondo in crisi di civiltà. Una crisi che attraversava la società in cui era scemato il senso del peccato e s’era ridotto al lumicino il concetto di Trascendenza. Come oggi. Beppe Niccolai, fra i pochi ad essere convinti della bontà di certe tesi, affermava che c’era bisogno di nuovi valori su cui basare la costruzione di un progetto prima culturale e poi politico. Egli li indicava questi valori:
La sacralità della vita, il ritorno al Sacro sul quale bisogna approfondire i discorsi perchè -diceva- «ho l’impressione che con tutti gli sforzi encomiabili che sta facendo, nemmeno Papa Wojtila pare che ce la faccia».
La Patria, che per Niccolai non andava assolutamente confusa con il concetto di sessanta. o settant’anni fa. La patria non è sopraffazione delle patrie altrui, ma è la difesa delle identità minacciate, la Patria è difendere le proprie differenze, cioè i centri storici, le cattedrali, lo stesso fiume, il mare, l’aria.
E non fu Berto Ricci a condannare il Vaticano costretto a «seminare di smorte lampadine elettriche le facciate delle Chiese del bel Rinascimento?»
Eresie d’allora, eresie d’oggi in cui si concepisce da qualche parte del nostro mondo la Nazione e la Patria come qualcosa che sta nell’Occidente. Anche da noi, purtroppo, ci sono gli ammiratori di Rambo, i mallevadori di Bush, coloro i quali si scambiano «amorosi sensi» con quel colonnello North dell’Irangate. In questo «nostro» mondo non s’è compreso il valore delle tesi sostenute da Edgardo Sulis in “Processo alla borghesia” e di Berto Ricci, che tuonavano contro il capitalismo, l’occidente, l’americanismo, anche allora molto in voga. Un anticapitalismo, un anti-occidentalismo, un anti-americanismo «di sinistra» che s’incrociava, con l’anticapitalismo e l’anti-americanismo «di destra» di Evola; autore di “Rivolta contro il mondo moderno”. Quell’anti-americanismo che cresceva in Europa e che trovava i vessilliferi in Drieu La Rochelle, ma anche nella reazione cattolica di Bernanos, nell’anarchico «di destra» Jünger, nell’esistenzialismo di Heidegger, nel pensiero liberal-riformista di Ortega. E che, nel momento in cui l’Italia è scaduta a un ruolo di dominio americano, era condiviso da Beppe Niccolai che sosteneva che l’appiattirsi dell’Europa sull’America era un errore. La massificazione della vita italiana (e della vita europea) che si è avuta con il passaggio da una cultura all’altra è la fuga in occidente. Entrare nel protestantesimo americano ha significato lo sradicamento. Cioè siamo cambiati, siamo mutati, anche dal punto di vista antropologico. Non sappiamo più chi siamo. Questo trapasso nella fuga in Occidente è stato operato dal democratismo cristiano il quale, per avere la legittimazione dell’impero che ha vinto la 2ª guerra mondiale a poter governare il paese permanentemente, ha dovuto rendere, per esempio, il paese il meno cristiano d’Europa. Cioè scristianizzarlo e, in cambio, ha fatto passare questa cultura del protestantesimo che è cultura estranea alla vita degli italiani. Abbiamo avuto così una scuola senza educazione, perchè la prima operazione che il potere ha fatto è stata quella di cancellare il concetto di patria.
Sono, queste, tesi che si rifanno a quelle sostenute dagli «eretici» del Fascismo. Per dirla ancora con Marcello Veneziani «c’è un tempo per le istanze di destra e uno per quelle di sinistra ma la fine è la sintesi, la, composizione; rifiutando tuttavia la mediazione, ovvero il centro. Ritorna l’essenza del fascismo come incontro di due radicalismi di destra e di sinistra coalizzati contro i moderatismi delle rispettive aree che convergono verso il centro».
A sentire siffatte asserzioni, qualche prudente -il termine piaceva a Beppe Niccolai- si sentirà sconvolgere. Anche questo è un segno dei tempi, questo sì diverso da ciò che accadeva durante il Fascismo quando gli eretici professavano le loro idee non nel chiuso delle catacombe ma all’aperto, sui giornali e sulle riviste.
Nell’Italia di Mussolini, del bieco affossatore di ogni libertà, del nero «fustigatore dei sacri princìpi dell’89», c’era chi apertamente dissentiva e accusava quanti sbarravano, dall’interno, il cammino d’una Rivoluzione che s’era impantanata nelle trappole dell’Ordine Costituito.
E se lo facevano, era perchè potevano farlo. Perchè Mussolini voleva che lo facessero. Perchè Mussolini li amò tutti, gli eretici. Anche il non-fascista Prezzolini, odiato da molti perchè ritenuto transfuga in America.
Chi era in alto, ma proprio in alto, amava gli eretici.
Oggi è un po’ diverso. Oggi certi eretici sono amati dal basso, da tutti quelli che pensano a quanto scrisse Berto Ricci:
«Viene, dopo le finte battaglie, il giorno in cui c’è da fare sul serio, e si ristabiliscono di colpo le gerarchie naturali: avanti gli ultimi, i dimenticati, i malvisti, i derisi. Essi ebbero la fortuna di non fare carriera, anzi di non volerla fare, di non smarrire le proprie virtù nel frastuono degli elogi mentiti e dei battimano convenzionali. Essi ebbero la fortuna di assaporare amarezze sane, ire sane, conoscere lunghi silenzi, sacrifici ostinati e senza lacrime, solitudini di pietra, amicizie non sottoposte all’utile e non imperniate sull’intrigo»
Vito Errico