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Archivio per 11 Febbraio 2009

Le interviste di Niccolai

In Bargello, Storia politica on Febbraio 11, 2009 at 2:58 am

Pubblichiamo di seguito la I parte di una serie di interviste di carattere storico-culturale reperite sul sito di Beppe Niccolai: www.beppeniccolai.it . La controversa figura di Berto Ricci è l’oggetto dell’interessante pezzo che segue. Buona lettura!

 

CONFERENZE

 

 

 

Berto Ricci (Firenze 1905 – Bir Gandula 1941) Professore di matematica a Prato, Palermo e Firenze, da giovane si interessò di occultismo ed ebbe simpatie anarchiche.
Aderì al fascismo nel ‘27. Collaborò a diverse riviste del regime e nel ‘31 fondò “L’Universale”. Oltre a “Il Rosai” (‘30), “Poesie” (‘30) e a “Corona ferrea” (‘33), pubblicò “Lo scrittore italiano” (‘31), “Errori del nazionalismo italico (‘31) e diede il suo contributo a “Processo alla borghesia” (‘39). Combattè in Etiopia nel ‘37 e, partito volontario allo scoppio della IIª Guerra Mondiale, fu uno dei primi a cadere.
Gli amici pubblicarono postumi gli “Avvisi” tratti da “L’Universale”

BEPPE  e  BERTO


la lezione di due «eretici»

 

La figura di Beppe Niccolai, spirito eretico ed inquieto, assume oggi più di ieri, una valenza politica notevole: perchè la nostra è una comunità «eretica», non certo «allineata e coperta», alla stessa maniera in cui si collocava Berto Ricci in seno al fascismo.

Chi è e che cosa ha rappresentato Beppe Niccolai all’interno del nostro mondo umano? È stato senz’altro un esempio, un maestro di vita per noi uomini di questi momenti storici e politici attraversati da basse tensioni e da infime passioni.

Ripensando a quanto Beppe Niccolai ha fatto, viene «di dentro» una sorta d’invidia, di quel sentimento in positivo che pervade i giovani e i giovanissimi che, per evidenti condizioni anagrafiche, non hanno potuto vivere quegli entusiasmi e anche quelle amarezze che Beppe Niccolai ha vissuto.

A diciannove anni, ancora studente universitario, egli s’arruola volontario (siamo in guerra, badate, è il ‘41), ed è fra i primissimi, uno dei primi tre, a correre a Tarquinia dov’è in formazione la divisione Folgore. Quella che è stata l’epopea della Folgore, quello che è stato l’eroismo dei «ragazzi» di El Alamein, che finanche Churchill non esitò ad appellare «i leoni della Folgore» è consegnato alla storia. E Beppe Niccolai fu uno di loro. Dopo tutte le traversie, le sofferenze, i patimenti di «quelli» dell’Africa Settentrionale.

Come per Berto Ricci, volontario anch’egli in Africa Settentrionale, a combattere contro gli Inglesi «di fuori», e in attesa di cimentarsi contro gli inglesi «di dentro», com’ebbe a scrivere in una delle sue ultime lettere alla moglie Mafalda.

Berto Ricci cade a Bir Gandula colpito dal piombo inglese e Beppe Niccolai finisce prigioniero nel 1° Campo di Hereford in mani americane. A Hereford, nel deserto devastato dai tornados del Texas, furono raccolti tutti quei prigionieri che si erano rifiutati di collaborare con gli Alleati. Con Beppe Niccolai, a Hereford, anche se in campi diversi, finiscono Giuseppe Berto (che il scriverà “Il cielo è rosso”), lo scrittore Dante Troisi, il compianto Roberto Mieville che sarà uno dei primi cinque deputati del MSI.

Per sapere cos’è stato Hereford per uomini come Beppe Niccolai, basta leggere una pagina di “Prigionieri nel Texas” scritto da Gaetano Tumiati, giornalista socialista.

«Dagli ultimi di maggio, dopo la fine della guerra in Europa, gli americani hanno cominciato gradualmente a diminuire le razioni. Prima hanno chiuso lo spaccio, poi hanno abolito le salse, il burro, ogni tipo di carne, fresca, congelata o in scatola. Un’altra nuovissima forma di pressione sono le adunate senza scopo. (…) Hanno cominciato in giugno e hanno proseguito per tutta l’estate, di tanto in tanto, senza preavviso e senza senso. Ci radunano tutti là di primo mattino, chiudono il cancello di filo spinato, ci lasciano due sentinelle di guardia e se ne vanno senza dir niente. Di solito ci lasciano quattro o cinque ore, dalle dieci alle tre dei pomeriggio, sotto un sole «africano» che picchia inesorabile sulla pianura. Una volta siamo rimasti tutta la giornata.

Questa era la civiltà d’oltreoceano, di coloro che ci avevano portato la libertà dell’Occidente, la democrazia, che ci avevano liberato. E continuano a farlo con films di Dallas e Dynasty che Beppe Niccolai riteneva distruttivi per l’identità nazionale e indice di omologazione di questo mondo trasformato in «villaggio globale». L’omologazione, per Niccolai, era appunto la cancellazione della memoria. E quando un popolo perde la memoria. cioè perde il senso del passato, non sa più cos’è. Ed è allora che spuntano i due idoli che oggi sono predominanti: il dio danaro e l’economia come destino.

Questa è una delle tesi che sosteneva Niccolai, sfidando le fustigazioni e i roghi di quanti ancora perseguono tesi «miglioriste» di questo sistema. Tesi sostenute con la stessa determinazione con cui, prima di lui, le sostenne Berto Ricci, insieme a tanti altri che, in pieno regime fascista, sfidarono la protervia e la decadenza culturale di molti federali in orbace e stivaloni, usi a pavoneggiarsi con le 643 divise disegnate da Starace e, dopo, a balzare sul carro del vincitore di turno.

C’è un filo che collega Berlo Ricci con Beppe Niccolai. Ricci, coscienza critica del fascismo, Niccolai, coscienza critica del MSI. Eretico l’uno, eretico l’altro, trasgressivi ambedue.

Trasgressivi in che cosa? Eretici perchè? La risposta potrebbe riassumersi in una frase di Marcello Veneziani: «Il Fascismo fu un fascio di eresie».

Eresie non classificabili «di destra» e «di sinistra»: importantissimo quest’assunto nel momento in cui ci si affanna a definirsi «di destra» aggettivata in variegata maniera.

Zeev Sthernell, professore israelita, docente di Scienze Politiche a Gerusalemme e a Parigi, nel suo “Né destra né sinistra” afferma che il Fascismo nasce dall’incontro di due eresie: un radicalismo «di destra», eretico rispetto alla destra moderata e conservatrice che tassa il macinato, fucila i cafoni, cannoneggia il popolo e decora Bava Beccaris; e un radicalismo «di sinistra», eretico rispetto alla sinistra riformista e progressista, pacifista e codarda, che troverà il suo massimo «orgoglio» in Misiano, disertore e perciò deputato socialista, cacciato dal parlamento dai reduci della Trincea delle Frasche e di Doberdò.

Dall’unione di queste eresie nasce il Fascismo. E Beppe Niccolai cosa sosteneva, a proposito di «destra e sinistra»? Che «sono termini che possono servire nella polemica spicciola ma nella sostanza non hanno più significato. (…) Sul tema dell’ecologia la sinistra intellettuale porta avanti argomenti che sono tipici della destra. In politica internazionale c’è quella che il filosofo Augusto Del Noce chiama l’eterogenesi dei fini, la Russia, la Cina, Cuba stessa che sono partite da una ideologia marxista che negava la patria e la nazione sono diventate espressione di nazionalismo, che è addirittura imperialismo».

E Berto Ricci non credeva alla funzione imperiale dell’Italia e del Fascismo? «Io sono convinto -scriveva nel “Manifesto realista”, parlando del Gandhismo e della Rivoluzione bolscevica che riteneva il contraccolpo locale e temporaneo della rapida rovina d’un feudalismo mitigato- che tutte queste energie variamente modificate e incanalate dagli eventi e dalle necessità dovranno far capo all’Italia e alla Rivoluzione fascista, rivoluzione imperiale, centro d’una imminente civiltà non più caratteristica d’un continente o d’una famiglia di popoli, ma universale».

Quello di Berto Ricci era un mondo in crisi di civiltà. Una crisi che attraversava la società in cui era scemato il senso del peccato e s’era ridotto al lumicino il concetto di Trascendenza. Come oggi. Beppe Niccolai, fra i pochi ad essere convinti della bontà di certe tesi, affermava che c’era bisogno di nuovi valori su cui basare la costruzione di un progetto prima culturale e poi politico. Egli li indicava questi valori:

La sacralità della vita, il ritorno al Sacro sul quale bisogna approfondire i discorsi perchè -diceva- «ho l’impressione che con tutti gli sforzi encomiabili che sta facendo, nemmeno Papa Wojtila pare che ce la faccia».

La Patria, che per Niccolai non andava assolutamente confusa con il concetto di sessanta. o settant’anni fa. La patria non è sopraffazione delle patrie altrui, ma è la difesa delle identità minacciate, la Patria è difendere le proprie differenze, cioè i centri storici, le cattedrali, lo stesso fiume, il mare, l’aria.

E non fu Berto Ricci a condannare il Vaticano costretto a «seminare di smorte lampadine elettriche le facciate delle Chiese del bel Rinascimento?»

Eresie d’allora, eresie d’oggi in cui si concepisce da qualche parte del nostro mondo la Nazione e la Patria come qualcosa che sta nell’Occidente. Anche da noi, purtroppo, ci sono gli ammiratori di Rambo, i mallevadori di Bush, coloro i quali si scambiano «amorosi sensi» con quel colonnello North dell’Irangate. In questo «nostro» mondo non s’è compreso il valore delle tesi sostenute da Edgardo Sulis in “Processo alla borghesia” e di Berto Ricci, che tuonavano contro il capitalismo, l’occidente, l’americanismo, anche allora molto in voga. Un anticapitalismo, un anti-occidentalismo, un anti-americanismo «di sinistra» che s’incrociava, con l’anticapitalismo e l’anti-americanismo «di destra» di Evola; autore di “Rivolta contro il mondo moderno”. Quell’anti-americanismo che cresceva in Europa e che trovava i vessilliferi in Drieu La Rochelle, ma anche nella reazione cattolica di Bernanos, nell’anarchico «di destra» Jünger, nell’esistenzialismo di Heidegger, nel pensiero liberal-riformista di Ortega. E che, nel momento in cui l’Italia è scaduta a un ruolo di dominio americano, era condiviso da Beppe Niccolai che sosteneva che l’appiattirsi dell’Europa sull’America era un errore. La massificazione della vita italiana (e della vita europea) che si è avuta con il passaggio da una cultura all’altra è la fuga in occidente. Entrare nel protestantesimo americano ha significato lo sradicamento. Cioè siamo cambiati, siamo mutati, anche dal punto di vista antropologico. Non sappiamo più chi siamo. Questo trapasso nella fuga in Occidente è stato operato dal democratismo cristiano il quale, per avere la legittimazione dell’impero che ha vinto la 2ª guerra mondiale a poter governare il paese permanentemente, ha dovuto rendere, per esempio, il paese il meno cristiano d’Europa. Cioè scristianizzarlo e, in cambio, ha fatto passare questa cultura del protestantesimo che è cultura estranea alla vita degli italiani. Abbiamo avuto così una scuola senza educazione, perchè la prima operazione che il potere ha fatto è stata quella di cancellare il concetto di patria.

Sono, queste, tesi che si rifanno a quelle sostenute dagli «eretici» del Fascismo. Per dirla ancora con Marcello Veneziani «c’è un tempo per le istanze di destra e uno per quelle di sinistra ma la fine è la sintesi, la, composizione; rifiutando tuttavia la mediazione, ovvero il centro. Ritorna l’essenza del fascismo come incontro di due radicalismi di destra e di sinistra coalizzati  contro i moderatismi delle rispettive aree che convergono verso il centro».

A sentire siffatte asserzioni, qualche prudente -il termine piaceva a Beppe Niccolai- si sentirà sconvolgere. Anche questo è un segno dei tempi, questo sì diverso da ciò che accadeva durante il Fascismo quando gli eretici professavano le loro idee non nel chiuso delle catacombe ma all’aperto, sui giornali e sulle riviste.

Nell’Italia di Mussolini, del bieco affossatore di ogni libertà, del nero «fustigatore dei sacri princìpi dell’89», c’era chi apertamente dissentiva e accusava quanti sbarravano, dall’interno, il cammino d’una Rivoluzione che s’era impantanata nelle trappole dell’Ordine Costituito.

E se lo facevano, era perchè potevano farlo. Perchè Mussolini voleva che lo facessero. Perchè Mussolini li amò tutti, gli eretici. Anche il non-fascista Prezzolini, odiato da molti perchè ritenuto transfuga in America.

Chi era in alto, ma proprio in alto, amava gli eretici.

Oggi è un po’ diverso. Oggi certi eretici sono amati dal basso, da tutti quelli che pensano a quanto scrisse Berto Ricci:

«Viene, dopo le finte battaglie, il giorno in cui c’è da fare sul serio, e si ristabiliscono di colpo le gerarchie naturali: avanti gli ultimi, i dimenticati, i malvisti, i derisi. Essi ebbero la fortuna di non fare carriera, anzi di non volerla fare, di non smarrire le proprie virtù nel frastuono degli elogi mentiti e dei battimano convenzionali. Essi ebbero la fortuna di assaporare amarezze sane, ire sane, conoscere lunghi silenzi, sacrifici ostinati e senza lacrime, solitudini di pietra, amicizie non sottoposte all’utile e non imperniate sull’intrigo»

 

Vito Errico

 

Beppe Niccolai

 

 

BERTO  RICCI
il fascismo come trasgressione

 

Quello che segue è il testo della conferenza che Beppe Niccolai tenne a Modugno, per il Centro culturale “La Quercia” il 10 dicembre 1988.

Niccolai venne in Terra dì Bari quando già aveva subito una prima, grave avvisaglia dei male che lo avrebbe stroncato appena undici mesi dopo quel nostro indimenticabile incontro.

Il primo desiderio di Beppe, appena giunto a Bari, fu quello di voler recarsi al Sacrario dei Caduti d’Oltremare, ove sono raccolte le spoglie dei nostri soldati morti nel corso dell’ultimo conflitto. Tra esse, vi sono anche quelle del sottotenente di artiglieria Roberto Ricci, caduto in Libia il 2 febbraio 1940.

Con i camerati di Modugno ed i nostri figli accompagnammo Beppe in quel luogo santo, custodito dalla pace degli eroi.

Davanti al piccolo loculo di Berto Ricci, restammo tutti immobili per un minuto che era un’eternità. Beppe Niccolai fissò intensamente, profondamente, quella lapide che celava i resti di Berto.

Fu quello il loro muto, aristocratico arrivederci. Quel “Dio sereno cantato negli anni più forti, ne’ giorni più buoni”, supplicato da Berto in una sua incomparabile preghiera, attendeva ora anche Beppe Niccolai. E, vicino a quel Dio, lo attendeva Berto Ricci.

 

Pino Tosca

 

 

Adriatico orientale tra latini e slavi

In Bargello, EROI, Storia on Febbraio 11, 2009 at 2:41 am

 

La sponda orientale dell’Adriatico da Fiume a Cattaro, oltre 700 chilometri di costa, fu romana fin dal II secolo a. C.
Dante nella Divina Commedia fissava gli antichi confini: “Si come Pola presso del Quarnaro, che ltalia chiude, e i suoi termini bagna”. In pieno clima bellico nel 1915, d’Annunzio chiamando a testimonianza il sommo poeta e Virgilio sosteneva la necessità del possesso dell’Adriatico “che ci appartiene per diritto divino e per diritto umano”.
I letterati hanno sempre avuto una forte sensibilità nei confronti della Patria, ispirandosi alla grandezza di Roma. E proprio nell’area istriano-dalmata sono ancor oggi presenti le vestigia imperiali, a Pola con la grande arena (22 mila posti) costruita sotto Augusto e con l’Arco dei Sergi; a Fiume con bellissimi mosaici e l’Arco Romano in ottimo stato di conservazione, a Spalato dove sono ancora in piedi le strutture del palazzo di Diocleziano, l’imperatore romano originario di quei luoghi.
Dopo la caduta dell’Impero, l’Istria e la Dalmazia passano a Bisanzio. A questo periodo risalgono le invasioni barbariche di visigoti, ostrogoti, unni, avari, ma gli insediamenti latino-veneti sulla costa e sulle isole, relativamente defilati, rimangono protetti. Ciò anche perchè le primitive tribù che dalla steppa asiatica dilagavano verso l’Europa, non avevano mai visto il mare, ne avevano paura e se ne tenevano a debita distanza.
Solo più tardi tra VI e VII secolo compaiono sulla scena della storia, pare a seguito degli avari, i primi nuclei di slavi. Essi vivevano allora ai confini settentrionali e orientali dell’Impero bizantino raggruppati in sklavine, sorta di “riserve” in cui bulgari e bizantini potevano senza alcun rischio, razziare schiavi. Per sottrarsi a queste incursioni gli slavi si spostarono ad ovest raggiungendo l’Adriatico. Alla prima ondata ne seguono altre. Il flusso migratorio, seppur disordinato, diventa inarrestabile nei secoli successivi e aumenta quando, per sottrarsi alle vessazioni dei turchi ormai padroni (XIV sec.) di quasi tutta la penisola balcanica, molti slavi scelgono di rifugiarsi nei domini della Serenissima. Questi nuovi profughi si ritengono già fortunati per aver salvata la pelle e trovato un lavoro, non creano problemi e vanno ad affiancare gli immigrati precedenti, dei quali assumono anche lo status sociale. Uno status ricordato anche dall’etimologia, basti pensare al termine triestino sciavo, al toponimo veneziano Riva degli Schiavoni e persino all’inglese slavery (schiavitù).
Il dominio dell’etnia latino-veneta non subisce scosse sostanziali fino all’epoca moderna. Venezia per secoli dominò l’Adriatico, i suoi possedimenti si estendevano oltre che sull’Istria e la Dalmazia, anche sulle isole jonie di Corfù, Cefalonia, Zante e ancora più a sud sulla Morea, l’attuale Peloponneso. Gli uomini della Serenissima governarono il mare e le città lasciando testimonianze del loro igegno, tant’è che ancora oggi, quando da ormai 200 anni il vessillo con il Leone d’oro ha cessato di sventolare, la lingua veneta è compresa in tutto il litorale.
Venezia, che nel corso della sua lunga storia non era mai caduta sotto la dominazione straniera, viene travolta dalla bufera della Rivoluzione Francese. Nell’ottobre del 1797, col trattato di Campoformio, Napoleone la cede all’Austria, successivamente dopo la vittoria di Wagram, luglio 1809, torna nelle mani di Napoleone, ma con la Restaurazione del 1815, passa di nuovo all’Austria. Stesso destino tocca in quel frangente anche all’Istria e alla Dalmazia, cosicchè le relazioni umane e culturali tra il Veneto e l’altra sponda dell’Adriatico rimangono pressochè invariate.
Soltanto nel 1866 con la poco decorosa sconfitta di Lissa inflitta dagli austriaci alla flotta italiana, veneti e istriano-dalmati sono divisi per la prima volta in sudditi di due Stati diversi. Venezia e il Veneto passano al Regno d’Italia in modo poco onorevole, cioè ceduti dagli austriaci ai francesi, come già nel 1859 la Lombardia, e poi girati agli italiani; mentre Istria e Dalmazia a seguito della sconfitta rimasero all’Austria.
Il dato che emerge è che nel giro di un decennio gli italiani avevano sottratto all’Austria, seppur con scarso merito, una volta servendosi dei francesi, l’altra dei prussiani, il Lombardo-Veneto, la regione più ricca dell’Impero, che provvedeva ogni anno a fornire all’erario austriaco il 25% dell’entrate. Per questo, colti da sentimenti di vendetta, gli austriaci nei territori istriano-dalmati cominciarono ad assumere nelle amminisrazioni pubbliche (scuole, poste, ferrovie,) sempre più slavi a scapito degli italiani. In questo frangente di espansione demografica e culturale da parte slava, l’Italia sembra rinunciare alla costa orientale adriatica, alleandosi addirittura nel 1882 con gli Imperi ausriaco e germanico. Sappiamo come la Triplice Alleanza non reggerà alla prova del fuoco della Grande Guerra e come per l’Italia sembrava arrivato il momento del riscatto.
La nostra Nazione prima di entrare in guerra a fianco dell’Intesa, stipulò il Patto di Londra (26 aprile 1915) che prevedeva il passaggio all’Italia di Trento, Trieste e della Dalmazia. Ma nel 1919, a guerra ultimata, vennero frustrate le speranze italiane di ottenere la Dalmazia, mentre Francia e Inghilterra, venendo meno agli accordi, facevano incetta delle colonie tedesche in Africa e in Asia, nonchè con l’istituzione dei “protettorati” si appropriavano degli immensi territori nel Vicino e Medio Oriente appartenuti all’Impero Ottomano.
All’attuazione del Patto di Londra si opponeva anche il presidente americano Wilson, che introdusse il principio di autodeterminazione di nazionalità riconoscibili e sulla base del dato demografico assegnava l’intera costa dalmata (ad eccezione di Zara) alla nascente Jugoslavia.
Però lo stesso principio non veniva applicato per Fiume, che il governo italiano si era “dimenticato” di inserire nel Patto di Londra. In questa città si era mantenuto intatto il carattere latino, non soltanto per i suoi orientamenti simili a quelli dei liberi Comuni italici, ma in particolare per l’uso della lingua volgare italiana. A ciò bisogna aggiungere che l’italinità di Fiume, a differenza della Dalmazia, dove Venezia nel corso del suo dominio secolare, aveva diffuso accanto alla parlata neolatina la lingua italiana, poteva essere considerata autoctona, dal momento che il potere sulla città da parte della Serenissima poteva essere quantificabile in pochi mesi.
Il governo italiano, con a capo Nitti, non voleva inimicarsi Wilson che riforniva di materie prime, grano e aiuti economici il nostro Paese, perciò rifiutava di battersi per la città adriatica, da tempo in fibrillazione per unirsi alla Madrepatria. Le tensioni politiche a Fiume ebbero un lungo periodo di gestazione e si concretizzaro con l’occupazione della città il 12 settembre 1919 da parte di Gabriele d’Annunzio, disposto a non lasciarsi sfuggire l’occasione per stabilire la sovranità italiana su quei territori che per lingua, cultura e precedenti storici le appartenevano. Oltretutto il gesto dannunziano contribuì a garantire che la città rimanesse italiana per i venticinque anni seguenti, diventandola a tutti gli effetti nel 1924 con il Trattato di Roma voluto da Mussolini. Mentre con la vittoria, seppur “mutilata”, nella Grande Guerra, era tornata l’amministrazione italiana nella sponda orientale dell’Adriatico, in Istria, a Zara e nelle isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa. Invece nel territorio circostante si costituiva il Regno Jugoslavo, formato da serbi, croati, sloveni e macedoni, popoli che avevano alfabeti diversi e religioni diverse, destinati a non poter vivere se non divisi l’uno dall’altro, come la storia successiva ha ampliamente dimostrato.
Ma purtroppo prima che lo stato “arlecchino” si sfaldasse riuscì, a seguito della sciagurata guerra che condusse Mussolini al fianco di Hitler, a occupare i territori italiani e le nostre popolazioni costrette all’esodo. Si calcola che circa 350 mila nostri connazionali lasciarono le proprie case, per sfuggire alle armate titine che attuarono un genocidio sistematico. Senza nessuna distinzione fascisti, antifascisti (persino partigiani), cattolici, ebrei, donne, vecchi e bambini vennero spogliati, legati a catena, mitragliati e precipitati sull’orlo delle foibe. La barbarie slava ci regalava un nuovo verbo, “infoibare”, il verbo della carneficina senza giudizio, dell’assassinio collettivo e indiscriminato. A tutto questo dolore va aggiunto l’odio politico-ideologico dei comunisti italiani nei loro confronti, che li accolsero a Venezia con fischi e sputi e che a Bologna minacciarono lo sciopero se il treno coi profughi si sarebbe fermato per far consumare ai suoi passeggeri un pasto caldo, offerto dalla Pontificia Opera di assistenza. Il convoglio ripartì e i profughi provenienti da Pola piangendo in silenzio scomparirono verso La Spezia, dove li attendevano i cameroni della Caserma “Ugo Botti”.
Il ricordo del loro dramma e loro terre saranno sacrificate alla realpolitik del dopoguerra, alla logica del mondo bipolare che vedeva Tito non più come un nemico perchè uscito dall’orbita staliniana. Gli stessi politici italiani santificarono il boia: “Tito l’ho conosciuto – affermava Cossiga – e dico che era un grand’uomo. Bisognerebbe ricordare agli italiani di Trieste che fu il IX Corpus dell’armata jugoslava che li liberò dal terrore tedesco”. Forse il presidente emerito ignorava che nella motivazione della medaglia d’oro concessa alla città di Trieste si dice, tra l’altro: “Sottoposta a durissima occupazione straniera subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe”. Ceccovini, già sindaco di Trieste, ricordava: “La rabbia slava si accanì spietatamente. Si seppe di uccisioni di donne gravide, di estirpazioni di occhi, di evirazioni. Le torture erano all’ordine del giorno, la spaventosa realtà delle foibe era di comune dominio”.

Per questo oggi vogliamo solo restituire ai nostri fratelli giuliani, istriani, dalmati e fiumani la dignità del ricordo, negato per lunghi anni da tanti complici silenzi.

di Edonico Morsa