Come in ogni agglomerato umano,come in ogni momento di confronto politico-elettorale,non possono mancare (tradizione tutta mediterranea) sobillatori e spie. I così detti “infami” popolano facoltà,luoghi di ritrovo, associazioni e gruppi. La militanza di facoltà mi ha dato occasione di imparare ma anche di identificare alcuni di questi soggetti. Naturalmente non farò nomi,potrò al massimo dire che V.A. ,per esempio, è un noto doppiogiochista,più volte resonsabile della ’svendita’ di “compagni” e “camerati” per ottenere favori che vi lascio immaginare. A differenza di quanto si possa credere,le oganizzazioni come l’ ”ONDA” pullulano di questi soggetti e a Firenze (vedi sopra) non mancano ‘galantuomini’,pronti a scatenare bagarre o accusare persone innocenti di cose non leggere. Il tutto per un rendiconto misero,che rispecchia peraltro la miseria umana di tali soggetti. ATTENZIONE ALLORA!
Di seguito alcuni articoli che la dicono lunga su quei ‘democratici’ che chiamano fascista anche uno iscritto alle ACLI. Menzonieri come sempre,prima provocano disordini e risse,poi scappano e denunciano chi hanno aggredito. Bella prova di responsabilità e di coraggio! Ringraziamo,per il materiale,i camerati de “La Voce della Fogna” – Redazione Ternana (http://vocedellafogna.wordpress.com)
NAPOLI: BLOCCO STUDENTESCO, 7 MILITANTI AGGREDITI DA COLLETTIVI ALL’UNIVERSITA’
‘’ERANO 60-70 PERSONE, LI HANNO PRESI A CINGHIATE E LANCIATO OGGETTI’’
Napoli, 18 mar. (Adnkronos) – Sette militanti del Blocco studentesco ‘’alle ore 13:00 circa sono stati aggrediti verbalmente e fisicamente da circa 60-70 persone probabilmente appartenenti a centri sociali e collettivi universitari di estrema sinistra’’. Lo denuncia il responsabile del Blocco studentesco di Napoli, Antonio Mollo, spiegando che i militanti dell’associazione studentesca di Casapound Italia, ‘’regolarmente riconosciuta dal rettorato della università ‘Federico II’ di Napoli, si erano recati alla facoltà di giurisprudenza di Via Porta di Massa’’, per affiggere nuovamente, dopo che quelli affissi ieri erano stati divelti, i volantini relativi alla conferenza sugli incidenti avvenuti a Piazza Navona lo scorso 29 ottobre, conferenza, precisa Mollo, in programma per il 26 marzo e ‘’autorizzata dal Preside di Facoltà’’.A un certo punto, secondo quanto riferisce Bs, queste 60-70 persone ‘’hanno caricato e tentato di forzare l’ingresso della Facoltà a suon di cinghiate e lancio di oggetti contundenti verso i ragazzi del Blocco Studentesco Napoli che, fermi dinanzi l’ingresso della Facoltà, si sono legittimamente difesi dalla violenta e gratuita aggressione, garantendo così il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero’’.
Altri incidenti a Palazzo Nuovo
Asserragliati gli studenti Fuan Un’altra mattinata di tensione a Palazzo Nuovo. Per diverse ore si sono fronteggiati gli studenti del Fuan e i ragazzi dei collettivi di sinistra. Il Fuan aveva allestito un banchetto all’esterno, decisione contestata dagli studenti di sinistra. In tarda mattina la polizia ha effettuato una carica per permettere l’accesso all’atrio dei ragazzi di destra che sono adesso asserragliati in un’aula.
I fatti che stanno accadendo in questi giorni ripropongono un drammatico interrogativo. Qualcuno vuole tornare indietro di 30 anni, agl’anni di piombo? Messa così sembra tetra e anche malaugurante. Ma riflettiamo un attimo. Da Piazza Navona ad oggi si è verificato un crescendo di violenze da parte del così detto antifascismo militante che lascia poco spazio all’immaginazione. Abbiamo pubblicato il video di Napoli, dove si dimostra come a sinistra si giochi un calcio a più punte,circa 70. Abbiamo registrato l’attacco al Fuan di Torino..Solo per citarne alcune..Qual’è il denominatore comune di queste azioni? Semplicemente la dimostrazione di ciò che è il comunismo: la negazione degli spazi che non vengano decisi ed accordati dalla Nomenklatura. Ora che non si abbiano argomenti và bene, ma che il solito e unico motore sia l’antifà ci indica che si raschia la botte. Quando il Blocco Studentesco e Casa Pound, che giustamente,non vanno alle elezioni perché si rappresentano da soli, propongono ed ospitano convegni,manifestazioni dove chiunque può intervenire,rappresentano un’avventura meta politica che ai più sfugge. E quando la risposta è quella dell’aggressione fisica ne abbiamo la conferma! Ma perché questi illuminati di sinistra rifiutano un confronto che sia sulle idee,sui problemi pratici della gente comune di cui per anni hanno ritenuto di essere gli alfieri ed i portavoce? Semplicemente perché non c’è più un elaborazione culturale valida e seria nei loro argomenti .I tempi dei Quaderni Piacentini sono finiti da un pezzo, ora rimane solo lo slogan. Se volete una sorta di libro e moschetto,ecc trasformato in tozzo e militante,parole poche sprangate tante! Ma così a parte qualche possibile lutto (e non ce lo auguriamo proprio!) non arriveranno al cuore delle persone. A quelle persone che hanno bisogno di una casa, di dover lavorare, e di avere il diritto di poter avere dei figli, e soprattutto seguirli. Vedremo se arriveranno proposte e non slogan, qualcuno..e non gli antifà, è già oltre!..Se son rose..[...]
“Israele è come il Fronte della Gioventù”. Con questi vocalizzi emessi tra la saliva, il più mediocre dei ministri in carica ha preteso di equiparare i giovanissimi Caduti per la libertà, che non esitarono a mettere in gioco le loro vite contro una prepotenza diffusa e un nemico impari, a chi la libertà e la dignità altrui le calpesta ogni giorno. Non si vede proprio cosa possa accomunare i sedicenni, diciassettenni, ventenni, immolati per fierezza e dignità a una potenza che occupa, taglia viveri e medicinali, blocca l’acqua, fa morire le puerpere, massacra vecchi e bambini. Forse il ministro confonde e voleva parlare non dei militanti ma dei vertici, di quelli che prima ancora di lui fecero una carriera sul sangue di quei Ragazzi e che non esitarono a compiere cinici mercimoni. Allora farebbe bene a chiarirlo per non insultare la memoria dei Caduti. Ma, così facendo, a pensarci bene insulterebbe gli israeliani. Infatti se un Olmert si vedesse paragonato a un Ronchi, o un Barak a un Fini non è che lo prenderebbero proprio come un complimento coloro che tanto al ministro preme compiacere.
Shoccante. Non Esistono altre parole per definire questo bieco e squallido comportamento di Ronchi che,chiunque non conti molto in un contesto socio-politico,quale ad esempio il Governo,non esita ad emergere colpendo e gettando merda anche su chi,nel nome di una Idea,è morto sotto i colpi delle spranghe. Tralasciamo subito i discorsi vari sulla questione mediorientale e focalizziamo l’attenzione su questo improprio paragone tra Israele e il FdG. Cos’hanno in comune ?Nulla. A cosa serve il paragone? A nulla…se non forse,ad una cricca di ripuliti,a cercare consenso all’estero e in Italia per emergere in una coalizione in cui,si sono resi conto,valgono meno di zero e non (per fortuna!!!)comanderanno mai.Fatto sta che la frittata è fatta.Recchioni,Ciavatta,Bigonzetti e molti altri (ci metto anche Vale,Anselmi e Alibrandi,non sono un tipo giustizialista)sono stati messi sullo stesso piano di un Paese che,sarà pure sotto assedio,ma ha agganci,soldi e mezzi per sopravvivere e ribaltare la situazione a suo piacimento. Il Fronte degli anni ‘70 non aveva mezzi e nemmeno agganci,visto che sovente il MSI lo abbandonava a se stesso,non comprendendo le ragioni delle nuove generazioni di militanti,relegandolo con sprezzo in un angolino,servendosene s0l0 quando il Partito ne aveva bisogno.Le sedi fasciste erano chiuse col fuoco,scondo dettami e slogan orripilanti della sinistra estrema,i Nostri ‘padri’ e ‘fratelli’ politici erano sprangati,presi a pistolettate,accoltellati.Avessero avuto le armi di Tel Aviv oggi Telese non avrebbe scritto ?Cuori Neri’ e probabilmente Lollo e Panzieri avrebbero pagato i propri delitti. Non voglio aggiungere altro,tranne che sono disgustato. Se questa è l’ AN che avrebbe dovuto portare i valori di una ‘certa destra’ nel PdL siamo veramente alla frutta. Onore ai Caduti. Vergogna per Ronchi,Fini e Gasparri.
Diamoci un taglio con questa storia della ‘Destra d’Ordine’.Un’etichetta squallida e fasulla che trova la sua origine nella politica ‘doppiopettista’ del MSI e nelle campagne antifasciste e colpevoliste della sinistra dell’Hazet 36 e della P38. Certo,i tempi sono cambiati e non volano più (o quasi) bottiglie molotov e colpi di semiautomatica, ma molte idee maturate allora reggono ancora oggi come pregiudizi e luoghi comuni,per la gioia di chi vuole i camerati amici degli ’sbirri’,per il conforto delle redazioni di partitito di smaccata tendenza finiana e per il tacito assenso dell’opinione pubblica,che ama soffermarsi al livello epiteliale delle cose,causa la mancanza di voglia e tempo per approfondire ed aumentare le personali conoscenze. Primo punto: cerchiamo di non fare più confusione tra ‘destra’ e ‘fascismo’. Non sono affatto la stessa cosa: la destra indica il ‘conservatorismo’,la reazione in termini spiccioli e non l’ha inventata Mussolini. Quella classe liberale di ‘cavouriana’ e ‘giolittiana’ memoria era di destra. Quella classe liberale che non comprende l’impeto della rivoluzione fascista e finisce per essere spazzata via,etichettata e ricordata come fautrice della poco considerata ‘Italietta’ borghese. Il Fascismo è rivoluzione,novità,ardimento,coraggio,audacia,socializzazione,avanguardia. Basta leggere il Manifesto di San Sepolcro, per capirlo: i contenuti del programma dei Fasci di Combattimento (23 marzo 1919) si richiamano alla corrente interventista del PSI,a Filippo Corridoni e ai sindacalisti rivoluzionari,all’antilcericalismo e al giacobinismo,’padre’ politico quest’ultimo del fascismo stesso (cfr. De Felice). Non vi scomodate a cercarlo,lo ‘linkiamo noi’:
Giusto uno stralcio del programma,per farvi un’idea. La Redazione,poi, riproporrà un vecchio articolo a riguardo.
Giovane di AG,di Fiamma,di Gioventù Italiana ci rivolgiamo a te. Fin da piccoli siamo tutti stati educati al concetto di: “essere di destra significa amare ordine,legge,polizia,etc.” ,concetto che ci ha portati ad avere rimorsi o ad essere confusi ogniqualvolta abbiamo pensato dentro di noi qualcosa che potesse intaccare i parolai degli ‘illustri’ oratori che periodicamente popolavano le sezioni,sovente spinti più dalla ricerca di consenso che non dal desiderio di essere bravi maestri. L’eredità che ci hanno lasciato è deludente e scadente,eredità che ci bolla come ‘conservatori’ e ‘tradizionalisti’,reprimendo l’idea rivoluzionaria che cova in noi. Tutto è stato costruito per confonderci: le escursioni a Predappio a comprare souvenir, motti e mottetti,retorica e indottrinamento,autori messi all’indice,le fottute correnti di movimento/partito. E’ giunto il momento di dire basta. E’ giunto il momento di rompere con queste ‘nostalgiche’ illusioni e lanciarci a costruire il futuro partendo da noi,non dai nostri dirigenti, ma da noi e da quella che consideriamo nostra Identità. Non si può credere di cambiare le cose senza l’Identità,senza l”humus’ culturale-politico. Ragazzo che ti chiami di destra inizia a leggere,capire,vedere le cose in modo più critico e introspettivo. Vedrai il mondo sotto una nuova ottica. E sceglierai allora,ma solo allora ciò che vorrai essere. Perchè ricorda che chi è privo di interesse,cultura,curiosità è soggiogabile e schiavo di chiunque.
Contributo alla discussione interna.. Marco lo ricordavo perfettamente: un ragazzo tenace e dignitoso che passò qualche tempo con noi a Terza Posizione. Ci era venuto insieme a Claudio, il quale in seguito divenne uno dei nostri quadri migliori. Entrambi erano al Prenestino, due anni prima, quella sera di novembre in cui Mario Zicchieri morì dissanguato, a sedici anni, per un’esecuzione attuata con fucili a pompa. Claudio rimase miracolosamente incolume e Marco invece fu leso al ginocchio e alla mano e intraprese un vero, interminabile, calvario di riabilitazione. L’ho rivisto trentadue anni dopo, ieri sera, a Casa Pound ad ascoltare colui che ha sempre ritenuto essere il suo attentatore e l’assassino del suo giovanissimo amico. Il covo dell’intolleranza Casa Pound, che un pugno di idioti e di ignoranti continua a definire “covo d’intolleranza” era gremita di gente d’ogni età e colore. Relatori a tutto campo (Gramazio, Mellone, Tassinari, Mughini e Morucci coordinati dal caporedattore de l’Occidentale, Carlomanno Adinolfi), avevano richiamato spettatori di ogni generazione. Nella sala principale, riservata ai giornalisti e alle persone che avevano il diritto, per l’età, di assistere in prima fila al dibattito che verteva sì sulle carceri ma avrebbe sicuramente affrontato gli “anni di piombo”, c’erano rappresentanti di ogni ambiente politico, da tutte le destre a Rifondazione e Sinistra democratica. Il megaschermo era stato installato in un altro paio di aule e in più c’era la gente sulle scale; ci saranno state quattro o cinquecento persone. E quasi tutte le tesate e le agenzie giornalistiche circondavano il tavolo delle conferenze. Qual era l’aspettativa? Cosa aveva radunato tutta questa gente, quale aspettativa? Per alcuni di sicuro il gusto del proibito o la morbosa curiosità; per i più la sensazione che si stesse compiendo qualcosa di significativo. Ma che cosa? Semplicemente che un diavolo rosso in un inferno nero veniva per dire – e per sentirsi dire – quello che in tanti attendevamo da secoli. Non per porgere le scuse e per dolersi dell’averci odiato, non perché alla fine ci si abbracciasse tutti, lascivi e flaccidi, nell’inciucio grigio e buonista che tanto piacerebbe ai peggiori individui del nostro Paese. Per dirci, invece, gli uni e gli altri, da combattenti a combattenti, che non solo si può ma si deve essere diversi. Che nell’essere diversi si può essere nemici. E che, nell’essere nemici, non si deve assumere quella logica abominevole che fa del proprio nemico un subumano, un individuo eliminabile di per sé. Qualcuno che non ha diritto di vivere e che non si deve nemmeno ascoltare. Qualcuno sul quale l’ingiustizia è tollerabile. Qualcuno la cui vita vale quale quella di una mosca. “Una forma – ha detto giustamente Morucci – di cannibalismo pervertito perché il cannibale nel mangiare il fegato del suo nemico lo onora e invece, rispondendo a quella concezione (che, nota mia, è partigiana) che imperversò negli anni settanta si è approdati ad un cannibalismo senza onore. Sono oggi venuto a rendervi onore da nemico che vi rispetta e che si confronta con voi.”
Per questo, più che per il resto, Morucci ha strappato gli applausi. Nulla a che vedere con l’immagine che qualche geloso beccamorto, mestierante scribacchino, ha voluto offrire insieme ad altre porcherie nella speranza di rompere – a destra – la solidarietà con chi avrebbe applaudito il carnefice.
I fascisti della mia generazione
Quello che la gente, quantomeno la gente fascista della mia generazione, ha apprezzato è stata proprio questa affermazione di dignità, ancor più del motivo stesso dell’incontro che, a prescidere dal tema, verteva sull’invito, fatto, di abbandonare la categoria imbecille e pericolosa dell’antifascismo, gabbia per sciocchi. Questo doveva essere l’evento clou della serata ma è stato superato in corsa; non solo dal finale in cui, con un intervento dal pubblico, si allargava il messaggio alla categoria di “ogni anti” (solo i deboli e i vuoti si manifestano per negazione, chi è afferma) ma soprattutto dalla rilettura delle categorie. Fino a ieri sembrava che chi si era scontrato dovesse ignorarsi o chiedere scusa di tutte le sue emozioni e di tutto il suo pathos. Invece la serata di Casa Pound è servita a restituire una concezione romana, e poi sacroromana, di combattimento.
A quel punto neppure contava più il fatto che la mia parte non fu la prima a spargere sangue, non fu la prima a odiare, non fu la prima a uccidere e che fu quella più discriminata e ferita. E’ un fatto, ma non importa, non se si ragiona da stoici, in quel caso conta come si agisce e non perché. Conta il nostro stile e non le ragioni che si possono addurre a giustificazione del suo abbandono.
L’insegnamento di Marco
Marco lo ricordavo perfettamente: un ragazzo tenace e dignitoso che passò qualche tempo con noi a Terza Posizione. L’ho rivisto trentadue anni dopo, ieri sera, a Casa Pound ad ascoltare colui che ha sempre ritenuto essere il suo attentatore e l’assassino del suo giovanissimo amico. E quello che è avvenuto dopo è stato notevolissimo e sono stato tra i pochissimi e fortunatissimi testimoni. Marco è davvero convinto che Morucci sia uno dei suoi attentatori, degli assassini di Mario. Sostiene che il processo non sia andato come doveva. Morucci al contrario giura di non entrarci per nulla. Lo ha ripetuto per mesi, guardando le persone negli occhi, infinitamente. Aggiungendo che questo non sminusce le sue responsabilità oggettive e che egli si sente colpevole anche per Mario, pur non avendo partecipato al suo vile assassinio. Difficile, io direi impossibile, che una persona riesca a mentire così, vieppiù se poi è stato assolto è inconcepibile condannarlo noi per partito preso. Marco ha chiesto di guardarlo da uomo a uomo e gli ha chiesto che gli parlasse di quel massacro. Morucci ha ribadito, punto per punto, parola per parola, quello che pensa della sua responsabilità in quella follia e Marco gli ha detto: “mi basta questo; sono passati trentaquattro anni e io combatto ancora. Sono passati trentaquattro anni e cerco ancora di incontrarvi ma siete sempre scappati. Sono stato allontanato anche dal processo. Ora volevo vedere uno di voi negli occhi e già questo mi basta. Tutto il resto, tutto quello che hai detto, mi va bene. Mi stava bene anche allora, figurati oggi”. Marco è un grande, anzi Marco è grandissimo. Ma anche Morucci ha avuto coraggio.
Noi e la guerra
Demagoghi, agit-prop, combattenti simulati e beccamorti non capiranno. Non hanno gli strumenti (e in certi casi non hanno la purezza d’animo) per capire. Quello che ci è piaciuto, quello per cui molti di noi hanno detto “sono stato felice di essere presente” è l’aver sentito il riconoscimento della dignità del combattimento. Noi fummo qualcosa di più che non una fazione di tribù urbana, fummo i cultori della metafisica della guerra, come via esistenziale dell’uomo in lotta con se stesso, ed è stato notevole assistere al recupero della sua essenziale, virile, nudità, una volta che nel confronto il velo bipartisan dell’idiozia è caduto. E forse (m’illudo) i trentenni mangiacomunisti che s’indignano quando lancio appelli per la giustizia a favore di ricercati rossi inizieranno a capire che non è per innamoramenti trasversali che lo faccio ma per adesione ad un’essenzialità che a loro sfugge. Così capiranno perché a quegli appelli partecipano persone che hanno ancora in corpo le pallottole sparategli da commandos omicidi comunisti, come è il caso di Miro Renzaglia, o militanti esemplari come Maurizio Murelli che, più volte, in carcere dovettero farsi largo a colpi di caffettiera bollente per evitare il linciaggio cui li avevano condannati compagni di prigionia perché i fascisti non dovevano vivere, neanche dietro le sbarre. Se i combattenti simulati, se gli aspiranti eredi di anni di cui non hanno che un’idea astratta, provassero a capirli, comprenderebbero anche il valore del messaggio di Marco che è di Vittoria mentre la loro ripetizione all’infinito dell’angoscia non è neppure una vendetta (che è una categoria importante) ma cecità mediocre.
“Siamo nati in un tempo sbagliato ma siamo nati per davvero”
E se osservasse bene questi comportamenti, forse Angelo Mellone rivedrebbe il suo giudizio così negativo sugli anni settanta e capirebbe cosa intendeva Ugo Maria Tassinari dicendo che almeno quella violenza aveva un senso mentre qualla quotidiana di oggi (da Guidonia a Nettuno) è priva di qualsiasi significato. Da quella violenza sono nate anche persone serenamente pacificate, magnanime (ossia di grande animo) che nessun beccamorto di scribacchino riesce a comprendere dalla sua bassa prospettiva. Il che non dico, sia ben chiaro, per riproporre la logica di quegli anni. Da tempo sto cercando d’impedire che ciò si ripeta, malgrado i vari Di Pietro o Ferrero per interessi partitici meschini niente facciano per ostacolarla. Ma ritengo giusto, più ancora che necessario, cogliere le altezze e le profondità esistenziali che quei tempi hanno prodotto, le grandezze dei Marco, che sono[...]
di Gabriele Adinolfi
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Ripulendo la memoria del PC da vecchi file ormai inutilizzati è saltata fuori una perla che sarebbe stato un vero peccato cestinare. Inguaribile idealista : così si firma l’autore di questo articolo che pongo alla vostra attenzione.
di Redazione
Alle “vecchie guardie” e alle “nuove leve” del movimento chiedo: cosa significa Azione Giovani per voi? Cosa cercate e cosa offrite al movimento? Perché siete qui?Credo che chiunque di noi dovrebbe fermarsi ogni tanto e porsi queste domande, cercar di rispondere onestamente per direzionare la propria azione verso i migliori risultati raggiungibili, per dare un senso a quello che fa e che vorrebbe continuare a fare.Cosa significa Azione Giovani per me? Essere. Partecipare. Scegliere.Essere una persona, differenziata attraverso la qualità, con un volto ed una natura propria tali da farla se stessa e distinguerla da ogni altro e non già un individuo, semplice elemento di una massa o di un agglomerato sociale più o meno ampio.E per questo, essere liberi “per fare qualcosa” : attuare cioè le proprie possibilità e cercar di raggiungere la propria particolare perfezione, una perfezione pretesa da sé ed in sé, per proprio onore.Essere contro. Leali invece che ambiziosi, audaci invece che polemici [...], assetati di onore invece che di effimeri incarichi e cariche, appassionati di destino invece che di labile fama. [1]Partecipare alla ” vita di gruppo”, nella consapevolezza che la misura che si può esigere dagli altri è data da ciò che si sa esigere da se stessi[2], partecipare alla volontà di determinare, di cambiare, anche radicalmente, per voler essere “un’aristocrazia di pensiero” che esalti in primo luogo la lealtà, il coraggio, la lucidità, la cultura intesa come tensione alla perfezione di ciò che si fa; un’aristocrazia tale che possa distruggere quell’imposizione pseudo-democratica che raccoglie tutto nell’essere di destra e di sinistra.Scegliere di esercitare il proprio spirito critico, per non dire sempre e comunque va tutto bene, madamalamarchesa, scegliere di favorire la formazione di una coscienza comune per riuscire a” rimanere in piedi in questo mondo di rovine” e per essere immuni da sgradite forme di bieca propaganda.Scegliere di dire ” disobbedisco”, se necessario, perché l’oltraggio più offensivo che si può perpetrare contro noi stessi è il tradimento, il tradire la nostra coerenza e i nostri Valori nonché il nostro passato, un passato fatto di abnegazione e di rispetto, di onore e di dignità, di coraggio e di forza d’animo.Dovrebbe essere una palestra di vita il nostro movimento, in cui ” forgiare” gli uomini e le donne di domani che si affacciano ora, con la freschezza e la purezza della loro giovinezza, al mondo, in cui lavorare per riuscire ad annientare ogni superficialità, in cui ricercare l’essenza e la sostanza vera di ciò che ci circonda. Per innestare il moto di una ” Rivoluzione interiore” capace, perché radicale ( e qui voglio di nuovo ricordare le parole – tratte da ” Gli Uomini e le Rovine” - del Maestro Evola: l’avvenire non sarà di chi indulge alle idee ibride e sfaldate oggi predominanti [...], bensì di chi avrà, appunto, il coraggio del radicalismo – quello delle ” negazioni assolute” e delle ” affermazioni sovrane”, per usare le parole di Donoso Cortès ), di creare “montagne che coprono Soli.”Semplici considerazioni, le mie, forse poco ” moderne” agli occhi di tanti, ma che sono il frutto di una riflessione che vorrei fosse motivo di confronto, perché a partir da un dato punto [...] unito ti potrai sentire solo con chi è sulla tua stessa via. [3]
Un’inguaribile idealista.
[1] Da: ” Che cosa significa essere antimoderni ?” a cura di Anna K.Valerio, dal sito www.cultrura.net
Sabato 17 gennaio si terrà a Roma,Casa d’Italia Prati, la prima Assemblea Nazionale dell’area identitaria di Azione Giovani. Un momento importante e un’occasione da non perdere. Per maggiori informazioni e per visualizzare il programma dell’assemblea visitare il sito www.areaidentitaria.org/ oppure contattare il
Una storia interrotta riprende da Torino. Intervista a Domenico Carratelli, storico del calcio
di Giovanni Casa
Le cicatrici della storia possono, almeno in parte,
essere sanate dalla rinascita di una squadra di
calcio? È questo il progetto di chi punta alla
resurrezione della Fiumana, cancellata dalle
vicende del dopoguerra. L’esodo degli italiani che
dovettero lasciare Fiume, l’Istria e la Dalmazia
ebbe, tra i molti effetti, anche quello di veder
svanire la propria squadra. Quelle regioni, infatti,
divennero parte di un altro Paese, la Jugoslavia
(oggi Croazia, dopo il collasso della Federazione).
Fondata nel 1926 dalla fusione delle preesistenti
Fiume, Gloria e Olympia, poi approdata al
campionato di Divisione nazionale, la Fiumana fu
l’orgoglio di una città e la fucina di molti campioni.
Un gruppo di esuli ora chiede l’iscrizione al
campionato di Prima divisione (l’ex C1) per la
stagione 2009/10, con sede a Torino, dove vive
una parte importante degli espatriati, per
riprendere una storia dal punto in cui si era
forzatamente interrotta.
Televideo ha intervistato sul tema Domenico
Carratelli, giornalista e scrittore, autore di
numerosi saggi sulla storia del calcio.
Come giudica questa decisione?
“È un’iniziativa magnifica. A parte il fatto che ci lega a una terra che ha subìto torti e ferite gravissimi, la Fiumana è un ricordo molto bello, almeno per chi ha una certa età. Ed è giusto che questa squadra rinasca proprio a Torino, perché i suoi calciatori più famosi finirono per giocare nelle squadre di questa città, i fratelli Varglien nella Juventus e Loik nel ‘Grande Torino’”.
Crede che l’iniziativa possa avere successo?
“Non penso che ci siano grandi difficoltà, anche perché non c’è premura. Non si chiede di far rinascere questa squadra dall’oggi al domani. Inoltre, Sergio Vatta, che mi sembra sia il capofila della resurrezione della Fiumana, è un personaggio molto conosciuto, un uomo di calcio, generoso. Il suo nome è già una garanzia per gli organi competenti che devono procedere a questa iscrizione. Sarebbe bello rivedere la Fiumana con le maglie amaranto e con il club che avrà la sua sede a Torino”.
Può ricordare qualche particolare dei suoi giocatori più famosi?
“In primo luogo, Ezio Loik, perché da bambino ero tifosissimo del ‘Grande Torino’. Forse uno dei pochi pianti delle mia vita è stato quando arrivò la notizia della sciagura di Superga. La radiocronaca di Niccolò Carosio fu una cosa molto emozionante. Loik è stato un po’ il ‘torello’ di quella squadra, che aveva delle coppie capaci di unire la grinta di uno alla classe dell’altro. Ecco quindi Loik e Mazzola, Grezar e Castigliano, Ballarin e Maroso. Inoltre, non posso dimenticare quel gol che Loik segnò all’ultimo minuto contro l’Ungheria. Era un’amichevole a Torino, nel maggio del ’47. L’Italia vinse 3-2 contro lo squadra di Puskas. Quel Toro metteva in Nazionale quasi tutti i suoi uomini.
Ricordo inoltre con affetto, anche se l’ho conosciuto solo attraverso le cronache e i racconti dei vecchi giornalisti napoletani, Marcello Mihalich. Giocò nel Napoli, fece una trentina di gol ed era uno dei tre attaccanti della squadra guidata da Garbutt negli anni Trenta, con Sallustro e Vojak. Aggiungo anche i Varglien, juventini, e Volk, capocannoniere della Roma di Testaccio. Sono giocatori che hanno fatto la storia del calcio in Italia”.
Pensa che ci saranno ostacoli finanziari per far decollare questo progetto?
“Se l’iniziativa è partita, vuol dire che qualche base solida c’è. Non è che si deve mettere su lo squadrone. Si deve riportare sui campi di calcio, e quindi alla memoria degli italiani e all’affetto dei tifosi, questo nome che è Fiumana. Se in Italia il cuore non si è inaridito del tutto, credo che sia un’avventura possibile”.
(Nella foto in alto: cartolina della Fiumana degli anni ‘30. In basso: Loik con Mazzola, dal Grande Torino alla Nazionale)
Ebbene sì,apologia della merda.Un termine più azzeccato non lo potevamo usare dopo avere letto un articolo apparso su www.libero-news.it che vi riportiamo di seguito. BUONA LETTURA!
“SIAMO TUTTI ANTIFASCISTI”. SCONTRI AI CORTEI STUDENTESCHI
Universitari in corteo per dire “siamo tutti antifascisti”. Che cosa c’entri con i tagli all’università non lo capisce nessuno. Ogni occasione ormai è buona per buttarla in politica e per tirare quattro ceffoni alle forze dell’ordine. Il corteo degli universitari, a Roma, è degenerato: tra i manifestanti e le forze dell’ordine «c’è stato un contatto» per evitare il blocco della circolazione ferroviaria nella stazione Ostiense. Un ragazzo è in ospedale, vari contusi tra i poliziotti. La città è paralizzata.
A Firenze, oggi pomeriggio gli studenti universitari e i medi compieranno alcune azioni dimostrative, avverte l’Unione degli studenti: “Questo movimento non si ferma e scenderà ancora in piazza il 14 novembre, in occasione dello sciopero generale dell’Università e della Ricerca; il messaggio che gli studenti stanno mandando al ministro dell’Istruzione Gelmini e a tutto il Governo è chiaro e preciso: la legge 169 e la 133 devono essere ritirate immediatamente, per il libero accesso ai saperi, per tutti”.
Sull’attentato di Bologna si è detto e scritto tanto finchè,di recente,le accuse infamanti di strage nei confronti di Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti sono decadute,anche grazie alle importanti,ma tardive,rivelazioni del senatore a vita Francesco Cossiga,che scagionano definitivamente i due ex Nar dall’episodio più agghiacciante degli anni di piombo.
Vi segnaliamo a Firenze un dibattito interessante,presso la Federazione Provinciale di Alleanza Nazionale,il giorno di sabato 29 novembre 2008.
Occhio Veltroni! Non fare confusione! Stai attento. Il Partito Democratico che tu, demiurgo del centro sinistra, hai modellato su immagine del Democratic Party americano, non ha nulla a che vedere con Obama e con i suoi predecessori. Perchè? Cominciamo con uno dei tuoi ‘riferimenti’ politici d’oltreoceano, che poi è anche il mio: John Fitzgerald Kennedy. Ricordi JFK per una linea politica, quella concernente i diritti civili, assolutamente apprezzabile e doverosa in quella America scossa dalle violenze del Klan negli stati del sud e segnata dalla segregazione razziale. Ma non dimenticare che Kennedy non è il pacifista, antimilitarista, progressista (nell’accezione nostrana del termine) che tu credi.
Kennedy detestava i comunisti che l’FBI teneva sotto controllo,malgrado il periodo maccartista fosse finito; inviò anticastristi a Cuba nella ardita, seppure sfortunata azione alla baia dei Porci. Inviò i primi consiglieri militari in Viet Nam gettando le basi di quello che sarà uno dei conflitti più lunghi del ‘900. Il suo vice, poi successore Johnson spedirà mezzo milione di soldati nel sud est asiatico, definitivo inizio del carnaio. Non ti basta? Bene Walter parliamo di Clinton,se preferisci. Ricordi le proteste dei collettivi studenteschi quando il I Ministro Massimo D’Alema (siamo nel ‘99) lasciò che gli USA usassero le basi NATO in territorio italiano senza battere ciglio per bombardare Belgrado? Un regime che, come ben saprai, fu uno degli ultimi comunisti in Europa e che non fu assolutamente risparmiato dalle incursioni aeree statunitensi. Il fatto, cher amie, è che la diversità sociale, politica, culturale tra USA e Italia fa sì che i loro progressisti non avranno mai le posizioni dei nostri, perchè diverso è l’humus politico. La nostra sinistra ha una grande tradizione socialista e comunista che gli USA non hanno avuto. Pensa, durante la Guerra di Secessione il Democratic Party era un partito filo schiavista… Pesnare così, di punto in bianco, di creare nel Bel Paese ciò che a nove ore di aereo da Roma esiste da 200 anni è pura utopia. Inizia a ragionare allora come ragionerebbe Obama: non ritirare le truppe da tutti i fronti ma affrontare la lotta al terrorismo con un nuovo (secondo lui) spirito e una nuova strategia; non lasciarsi andare al disfattismo più esasperato e alla opposizione poco costruttiva ma impara da un americano come il bene nazionale sia di fronte e un miglio avanti all’interesse politico. Impara questo nel frattempo. Ciò è la base per costruire quel Partito Democratico che realmente avresti voluto. Non sconvolgerti se queste parole vengono da destra: un’opposizione irresponsabile e incapace non è per me motivo di soddisfazione, ma di tristezza e sconcerto. Gli interessi patri devono essere ‘custoditi’ con costante attenzione, non messi alla berlina in talk show o carnevalesche parate di piazza.
Piazza Navona, ecco il dossier della polizia: “Le violenze scatenate dagli studenti rossi”
articolo tratto da: http://www.ilgiornale.it
Roma. Nessuna «infiltrazione» da parte delle forze dell’ordine, nessun misterioso retroscena: gli incidenti in piazza Navona tra studenti sono stati innescati dalla sinistra antagonista, e la polizia ha gestito la situazione «seguendo criteri di equilibrio e prudenza».
A dirlo ieri in Aula a Montecitorio è stato il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma, durante l’informativa urgente del governo sugli incidenti di mercoledì. A innescare il violento confronto, aggiunge il sottosegretario, sono stati i giovani di sinistra, anche se i ragazzi di destra del «Blocco studentesco» erano armati di bastoni, occultati in un furgone. La dinamica viene ricostruita passo passo. Dall’arrivo in piazza dei due furgoni, quello degli studenti di sinistra e quello del «Blocco», cosa «consueta» nelle manifestazioni, dice l’esponente del governo. Verso le 11 di mattina, spiega Nitto Palma, «c’è stato un primo momento di tensione tra i ragazzi di Blocco studentesco e gli altri, che si lanciavano reciproche accuse di aggressione. Quelli del Blocco asserivano di essere stati circondati per essere estromessi dalla manifestazione, mentre quelli di estrema sinistra lamentavano l’aggressione di un ragazzo che sarebbe stato colpito alla testa da una cinghiata». E su questo episodio, riferisce ancora l’esponente del governo, «risulta che all’ospedale Santo Spirito sono stati soccorsi un esponente della sinistra antagonista di 37 anni e un altro ragazzo di 25 che hanno riferito genericamente di essere stati aggrediti da parte di esponenti del Blocco e hanno evitato di sporgere denuncia». Lo scontro vero e proprio, poi, è avvenuto quando il camioncino con gli studenti del «blocco» si era rifiutato di abbandonare la piazza «nonostante i ripetuti inviti della polizia ad allontanarsi», continua Nitto Palma. E a quel punto sono arrivate «da corso Vittorio Emanuele II 4-500 persone dei collettivi universitari e della sinistra antagonista, alcuni dei quali indossanti caschi da motociclista, che invece che attestarsi nella piazza sono arrivati fin dove si trovava il gruppo di giovani di estrema destra». Prima i «cori antifascisti», poi dal fronte della sinistra antagonista comincia un lancio di oggetti, «tra cui sedie, tavolini e bicchieri» contro i ragazzi del Blocco che, «in numero molto minore, si sono schierati con bastoni, mentre gli aderenti ai collettivi universitari avanzavano». E il presunto «poliziotto infiltrato» nelle fila dei ragazzi di destra, quello filmato mentre parla con gli agenti? Un bluff, spiega il sottosegretario: «Quel ragazzo è di Blocco studentesco, è stato portato in questura e identificato, e la sua posizione è ancora al vaglio degli inquirenti». Infine, quanto alla mancata presenza della polizia al momento dell’inizio degli scontri, per Nitto Palma era dovuta alla scelta strategica di non farsi vedere in piazza, dove gli studenti scandivano slogan contro le forze dell’ordine, proprio per evitare tensioni ulteriori. La ricostruzione, però, solleva critiche sia nell’opposizione sia nella sinistra extraparlamentare, e anche tra i Collettivi studenteschi della Sapienza che annunciano una controinchiesta. Eppure la dinamica illustrata dal sottosegretario al Viminale ricalca quella raccontata ieri su Repubblica in un pezzo di retroscena sulle informative della questura. Dove si dà conto di quanto «documentato dai video degli scontri» con la carica che «parte dal settore degli studenti di sinistra coinvolgendo almeno 300 ragazzi». Niente da fare però. La rissa tra chi ha attaccato e chi si era portato dietro mazze e bastoni diventa, ovviamente, oggetto di polemica politica. E la ricostruzione del governo, per gli esponenti di Pd, Rifondazione e Pdci, non solo è «inaccettabile» ma anche «scandalosa». Una «bassezza mediatica», sibila Di Pietro. Di altro avviso Francesco Storace, segretario della Destra, che chiede ora alle tv di scusarsi con i «giovani di destra che si sono difesi dall’aggressione».
Ora è tutto merito suo. Se Alitalia è salva, è perché Walter Veltroni ci ha messo la zampino. In queste ore concitate che hanno visto anche la Cgil firmare l’accordo con Cai, il segretario del Partito democratico ha rivendicato un ruolo fondamentale nella trattativa: “Quarantotto ore fa si è sbloccata la situazione perché, mettendo insieme Colaninno ed Epifani, ho cercato di favorire il fatto che si trovasse un punto di intesa”. Ovviamente, arriva la frecciatina contro il presidente del Consiglio: “Berlusconi non è qui, è partito per una destinazione che non conosciamo”. “Non avrei replicato a Berlusconi se lui non mi avesse attaccato a freddo”, ha poi aggiunto nel corso della registrazione della puntata di Porta a porta. “Di fronte ad un’opposizione che collabora, in un Paese civile un presidente del Consiglio non insulta, ma rispetta. Basta con gli spot, i fuochi d’artificio, il bullismo al governo”.
Gli spot. Veltroni li snocciola uno ad uno: “Ha cambiato idea su tutto, su Air France, sulla cordata, ha parlato del coinvolgimento dei figli, di Aereoflot, delle ferrovie dello stato. È stato uno show, che dimostra la confusione con cui Berlusconi ha affrontato il problema. Io non ho mai cambiato idea”. Gli unici complimenti arrivano per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta: “Si è sempre speso per cercare una soluzione positiva per Alitalia”. Veltroni si autoincensa, dice di essersi comportato come un leader dell’opposizione anglosassone: “Nonostante il giudizio fortemente negativo su come è stata gestita dal governo la vicenda, tuttavia ho cercato di dare una mano nelle relazioni con Colaninno e i sindacati e ho sempre informato Gianni Letta. Io e lui apparteniamo alla stessa cultura istituzionale”.
La risposta alle parole del leader del Pd arriva dal ministro dei Trasporti, Altero Matteoli: “Figurarsi se può intestarsi il merito dell’accordo Veltroni che lo ha ostacolato fino a poche ore fa”, ha detto sempre nel corso della registrazione di Porta a porta. Ha colto anche l’occasione per precisare quanto accaduto nelle ultime ore: “Non è cambiato sostanzialmente nulla, è stato sottoscritto l’accordo di sette giorni fa, erano solo rimasti in sospeso alcuni chiarimenti che sono stati dati questa mattina e questo ha portato anche la Cgil a firmare”. Lo attacca pure l’ormai ex alleato Antonio Di Pietro: “Veltroni senza aver fatto nessuna manifestazione con gli operai dice che grazie a lui gli operai ce l’hanno fatta. Ma gli operai non ce l’hanno fatta, hanno solo subito”.
A Walter però non importa. Dalle comode poltrone bianche del salotto di Bruno Vespa sente di essere stato risolutivo.
Giorni fa ho ricevuto la mail del Presidente Nazionale di Azione Giovani, in merito alle tanto discusse parole di Gianfranco Fini (e a ciò che ne è seguito) pronunciate durante la kermesse di Atreju.
Ho apprezzato quella mail, ovvero ne ho lodato il contenuto. Tentare di risolvere una situazione spinosa, di superare acredini il più delle volte generate e sviluppate da propaganda mendace è ciò che ogni capo, ogni presidente di un movimento si sente in dovere di fare. E sarà qui che mi soffermerò Onorevole.
Dicevamo un dovere da capo. Ruolo che, sappiamo tutti, essere impegnativo, duro, carico di oneri e quasi privo di onori.
Andare avanti è sacrosanto: lasciare cadere alle spalle quell’accusa infamante che da mezzo secolo una falsa categoria di intellettuali ti lancia addosso, che ha l’effetto di una marchiatura a fuoco come se essere quello che loro dicono significhi appartenere alla peggiore razza di criminali che abbia camminato su questa terra. E che brucia più di una marchiatura da bestiame, specialmente se l’accusa proviene da persone capaci di ragionare solo con una pertica in mano e una lama nella tasca.
Ma da che mondo è mondo nascondere la polvere sotto il tappeto non porta a buoni frutti. Chiudere lo scrigno dei ricordi, belli e brutti, non serve a cancellare ciò che si è stati, ciò che si è vissuto e si ha visto con gli occhi del giovane adulto in sezione e del ragazzino fisso di fronte a un manifesto.
Si Onorevole! Che oggi si abbia cinquant’anni o se ne abbia venticinque nessuno sa dimenticare la fiamma tricolore stampata sui manifesti e sui volantini, le croci cerchiate con la sigla del Fronte e del FUAN sul muro di scuola e di casa, i comizi, i raduni e le manifestazioni che, i ventenni e i bambini di allora, hanno ancora nella mente.
E’ vero, il nostalgismo è sbagliato. Ma qui non si tratta di dire ’si stava meglio quando si stava peggio’, si tratta di affrontare una volta per tutte la questione mediante il dibattito interno, la discussione tra e con la base militante. Un comunicato dell’ufficio stampa, una intervista non sortiscono lo stesso effetto.
Lo ammetto, purtroppo il dibattito manca nel Movimento. Forse si dice di sì per convenienza o per paura di non essere ascoltati. Tuttavia interloquire è il solo mezzo per concludere realmente la faccenda. Ed è anche il modo migliore per maturare tutti, dal militante al dirigente nazionale. La maturazione è come l’evoluzione della specie. Un processo inarrestabile, per nostra fortuna.
Ma non voglio annoiarLa oltremodo. Nel salutarLa e nell’augurarLe serenità e successo nel Suo lavoro istituzionale auspico questo mio appello al dialogo venga tenuto in considerazione.
Credo che oggi parlerò di lei
Di com’è bella mentre mi sorride
Delle parole che io le direi
Quando il silenzio piano ci divide
Credo che oggi parlerò di lei
Delle sue mani e dei suoi occhi neri
E non sapete quanto la vorrei
Quando si chiude dentro i suoi pensieri
Però va be’ mi sento un po’ un coglione
Che questo non è un disco di Battisti
Dovrei parlare di Rivoluzione
Fare canzoni dure da fascisti
Però scusate oggi mi sento strano
Ho quel sorriso fisso nella mente
E ve lo dico con il cuore in mano
Oggi del Duce non mi frega niente
Credo che oggi parlerò di lei
Di quando ride poi di quando è stanca
Credo che oggi parlerò di lei
Che sono solo e sento che mi manca
Credo che oggi parlerò di lei
Dei suoi capelli poi della sua voce
Credo che oggi parlerò di lei
Di lei che corre via così veloce
Però va be’ mi sento un po’ un coglione
Con quel sorriso fisso nella mente
E ora parliamo di Rivoluzione
Che tanto a lei non gliene frega niente
Delle parole di questa canzone
E delle notti che io sono sveglio
E ora parliamo di Rivoluzione
Che forse poi mi sentirò un po’ meglio
Però va be’ mi sento un po’ un coglione
Con quel sorriso fisso nella mente
E ora parliamo di Rivoluzione
Che tanto a lei non gliene frega niente
Delle parole di questa canzone
E delle notti che io sono sveglio
E ora parliamo di Rivoluzione
Che forse poi mi sentirò un po’ meglio
PS: Anche i "fascisti" si possono innamorare...
Il Bargello approda anche sulle frequenze medie. Uno spazio radio per il quale cerchiamo collaboratori. File audio, politici e non, per trasmettere idee, opinioni, gusti. Ancora in stato “embrionale” speriamo, con il vostro aiuto.
Mussolini il rivoluzionario è il primo solido pilastro di un’opera in quattro volumi che ha in cantiere il giovane storico Renzo De Felice. Essa abbraccia la vita di Mussolini dalla nascita al 1920 e descrive la formazione e le battaglie del futuro Capo del Fascismo dagli anni della giovinezza socialista a quelli del primo squadrismo. Un fascio di luce gettato su di un periodo decisivo della vita di Mussolini e un contributo prezioso ad intendere la sostanza profonda di questa genuina natura di ribelle e di lottatore.
Purtroppo, a distanza di vent’anni dalla morte, un discorso serio su Mussolini aspetta ancora di essere fatto. Da una parte ci sono la ingiuria, la diffamazione, la calunnia contro un avversario la cui ombra non dà pace e tregua. Dall’altra la patetica e casalinga rievocazione dei fedeli che rischia di deformare in una oleografia borghese la personalità del più spregiudicato rivoluzionario della storia d’Italia. Questo libro del De Felice può essere la prima pietra per la ricostruzione della viva immagine di Mussolini. Un libro serio, documentato, ponderato, scritto, per quanto possibile, senza pregiudizio. È, diciamolo subito, una sorpresa, perché l’editore del volume è il famigerato Einaudi e il prefatore il viscido, sfuggente, Delio Cantimori. Evidentemente qualcosa si sta muovendo nel complesso fazioso e retrivo della storiografia antifascista e, dopo l’orgia di banalità e di calunnie, qualcuno tra i più seri e tra i più colti sente il bisogno di incominciare ad usare un linguaggio più onesto e più pulito.
Non sappiamo se nei prossimi volumi dell’opera (“Il fascista”, “Il duce”, “L’alleato”) De Felice riuscirà a conservare la misura e l’equilibrio di cui fa sfoggio in questo primo libro, ma l’inizio è senza dubbio soddisfacente.
Mussolini il rivoluzionario è un’opera che pone le basi della ricostruzione della personalità di Mussolini. Perché Mussolini è stato soprattutto, innanzitutto, una figura di rivoluzionario. Un rivoluzionario: cioè un uomo dotato della istintiva capacità di agire in modo profondo ed incisivo sulle situazioni e sugli stati d’animo, non subendoli ma trasformandoli con un azione violenta, sconvolgitrice, imprevedibile. Un rivoluzionario: ossia una personalità capace di estrarre l’essenziale da un’idea, da una realtà, da un sentimento, e di rendere visibile a tutti, in un momento, ciò che è vecchio e ciò che è nuovo, ciò che è vivo e ciò che è morto, quel che va abbandonato e quel che va conquistato.
Non un politicante, un mercanteggiatore di voti e di consensi, ma un creatore di fatti irrevocabili, un suscitatore di miti, l’evocatore di tutte le energie sane di un popolo e di una società.
Questa fondamentale natura rivoluzionaria di Mussolini spiega tutte le sue scelte. Egli ha militato nel socialismo nella speranza di poter sconvolgere con la violenza delle masse proletarie l’assetto di una meschina società borghese. Coerentemente, all’interno del partito socialista ha esecrato e combattuto il riformismo, cioè la tendenza ad inserire il socialismo nel “sistema”. Successivamente, accortosi che il pacifismo socialista confluiva nella grande palude democratica e umanitaria, ha salutato nella guerra lo strumento capace di indirizzare la storia verso la rivoluzione totale. Da questa scelta deriva l’ulteriore rifiuto del socialismo. In questa scelta ne era già contenuta un’altra: fallito il socialismo come strumento di rottura rivoluzionaria, occorreva cercare in un’altra direzione, quella in cui si muoveva la gioventù in armi delle nazioni europee: il fascismo. Nell’apparente contraddizione delle ideologie e degli atteggiamenti c’è una perfetta logica dell’azione.
La lettura del libro del De Felice ci fa scorrere davanti agli occhi questa coerente successione. Esso si pone più come un racconto obiettivo che come un’interpretazione generale, ma le conseguenze che si traggono si impongono da sole. Innanzitutto in che cosa consisteva essenzialmente il famoso “socialismo” si Mussolini? Esso era eminentemente rivoluzionarismo. Era la lotta spietata, aggressiva, violenta contro l’ordine costituito della borghesia per la creazione di una nuova realtà storica, di un nuovo ordine eroico. In questo Mussolini è discepolo di Sorel, il padre del sindacalismo rivoluzionario, che malediceva il mito del progresso, inveiva contro la “platitude” umanitaria, predicava lo sciopero generale e la violenza come elementi di un mito totale destinato a preparare l’avvento di una umanità eroica.
Come ognuno può vedere si tratta di prospettive lontanissime da quelle del socialcomunismo contemporaneo il cui fine altro non è che il graduale imborghesimento delle masse con la pace e la bistecca, il burro e le riforme, la coesistenza e la televisione. È un socialismo passato al vaglio di Nietzsche, di cui Mussolini fu attento lettore e che fu, si può dire, l’unico filosofo che studiò veramente. C’è un importante saggio giovanile di Mussolini su Nietzsche apparso su Il Pensiero Romagnolo nel 1905 che De Felice riporta ampiamente. Non è inutile citarlo per comprendere gli orizzonti mentali di questo strano “socialista”.
Scrive Mussolini: “Il superuomo, ecco la grande creazione nietzscheana. Quale impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche dell’università di Basilea questa superba nozione? Forse il taedium vitae, della vita quale si svolge nelle odierne società civili dove irrimediabile mediocrità trionfa a danno della pianta-uomo. E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno all’ideale. Ma un ideale diverso fondamentalmente da quello in cui hanno creduto le generazioni passate. Per comprenderlo verrà una nuova specie di spiriti liberi fortificati nella guerra, nella solitudine, nel grande pericolo, spiriti che conosceranno il ghiaccio e i venti, le nevi dell’alta montagna e sapranno misurare con occhio sereno tutta la profondità degli abissi, spiriti dotati di un genere sublime di perversità, spiriti che ci libereranno dall’amore del prossimo della volontà del nulla ridonando alla terra il suo scopo e agli uomini le loro speranze – spiriti nuovi, liberi, molto liberi che trionferanno su Dio e sul Nulla!”
È, lo vede ognuno, la profezia del fascismo. Del resto, della eterogeneità di Mussolini alla mentalità del socialismo corrente si era accorta la Kuliscioff che in quel tempo diceva di lui: “non è un marxista e neppure un socialista. È un poetino, un poetino che ha letto Nietzsche”. Una definizione che si potrebbe accettare se si sostituisse quel “poetino” col termine più appropriato di “rivoluzionario”. Purtroppo esigenze di spazio non ci consentono di discutere i molti temi affrontati dal De Felice in questo libro. Ci limitiamo a lodarne lo sforzo verso un’autentica obbiettività. Esso mette in chiaro le grandi qualità umane, morali, intellettuali di un uomo di cui vent’anni di storiografia antifascista si voleva liberare etichettandolo come “avventuriero” o “demagogo”.
Soprattutto, quel che traspare dalle righe scarne ed asciutte del De Felice è la superiorità personale di Mussolini, la sua chiarezza intellettuale, la maggiore energia, la capacità lavorativa, l’alta, lungimirante praticità. Mussolini il rivoluzionario è e resta il libro di un antifascista, ma di un antifascista che, cercando, ha trovato le prove e le testimonianze della sua fede e del suo disinteresse e non le ha occultate o nascoste.
Per noi, per cui Mussolini non è solo un oggetto di studio ma un maestro d’azione politica, esso rappresenta un invito a liberarsi del feticcio del “duce” che dovrebbe avallare certo conformismo borghese e patriottardo da epigoni e da rassegnati e un invito a ritrovare il vero Mussolini: il ribelle, lo spregiudicato, l’anticonformista, l’uomo che ha disperso e bastonato i pavidi e i buffoni di casa nostra per diventare, per oltre vent’anni il terrore e lo spauracchio dell’Europa dei socialisti, dei democratici, dei vigliacchi.
* * *
Tratto da Il Secolo d’Italia, (data sconosciuta), 1965.
Torna “DEDALO”, Campo Nazionale di Azione Universitaria in Versilia, nei giorni 16, 17, 18 di Luglio.
Ormai alla terza edizione “DEDALO” rappresenta una importante occasione di confronto, dibattito e socializzazione per i militanti di Azione Universitaria e Azione Giovani invitati a partecipare alla kermesse.
Militanti e dirigenti di tutte le comunità italiane parteciperanno a corsi di formazione curati dalla dirigenza nazionale, presenteranno progetti futuri pianificati per le aree universitarie e metropolitane di appartenenza, esporranno i punti focali della attività dell’ultimo anno. Non mancheranno i momenti ludici e ricreativi, cene comunitarie e l’immancabile serata alla “Capannina di Franceschi” storica ed elegante discoteca di Forte dei Marmi.
Durata tre giorni. Il terzo e ultimo giorno vedrà intervenire parlamentari e ministri di Alleanza Nazionale in un dibattito aperto con i giovani.
Per maggiori informazioni rivolgersi al proprio presidente provinciale o visitare il sito www.sfida.org
Un appuntamento da non perdere.
Marco Petrelli
di sotto un video realizzato da un nostro collaboratore
BOGOTA’ – Con una operazione militare basata sull’inganno e l’intelligence, l’esercito colombiano ha liberato oggi a Ingrid Bentacourt e altri 14 ostaggi in mano alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc), prelevandoli dalla giungla nel sud del paese senza sparare un solo colpo, e riportandoli alla capitale sani e salvi.L’”Operazione Scacco”, come è stata spiegata dal ministro della Difesa Juan Manuel Santos e confermata dalla testimonianza della stessa Betancourt, è partita da una infiltrazione del vertice delle Farc, grazie alla quale è stato inviato un falso messaggio al gruppo di guerriglieri che detenevano il gruppo di ostaggi. Nel messaggio, come ha raccontato il generale Jaime Padilla, si comunicava che gli ostaggi dovevano essere trasportati a una nuova località, per passare sotto il controllo del comandante delle Farc, Alfonso Cano. Così è stato inviato un elicottero per raccogliere gli ostaggi, guidato da militari colombiani.
La stessa Betancourt ha raccontato che solo quando, salita sull’elicottero con gli altri ostaggi, si è sentita dire dai militari “siamo dell’esercito nazionale, siete liberi” ha capito quello che era successo, ed è scoppiata in lacrime. L’ex candidata presidenziale ha definito “impeccabile” e “perfetta” l’operazione militare, sottolineando che “non c’é stato un solo sparo” e chiedendo perfino ai comandanti delle Farc di non prendere misure di rappresaglia contro i guerriglieri che hanno consegnato gli ostaggi all’esercito: “sono innocenti, non sapevano quello che facevano”. Mentre i tre ostaggi americani ripartivano verso il loro paese, gli altri ostaggi sono stati portati alla base militare di Catam, nei dintorni di Bogotà: Ingrid Betancourt è stata la prima a scendere dall’aereo, e ai piedi della scaletta ha abbracciato la madre, Yolanda Pulecio.
Apparentemente in buona forma – lei stessa ha chiarito che le immagini diffuse nel febbraio scorso la mostravano mentre era convalescente – e visibilmente emozionata, indossando una uniforme mimetica (“sono solo un piccolo soldato”) e coi capelli raccolti in trecce, la Betancourt ha parlato a lungo, sulla pista della base militare di Catam.
“Prima di tutto – ha detto – voglio ringraziare Dio e i soldati della Colombia”. “Credo – ha aggiunto – che la liberazione degli ostaggi “sia un segnale di pace per la Colombia”. La Betancourt ha anche espresso la sua gratitudine per l’appoggio datole dai media internazionali: “Devo molto ai mezzi di comunicazione, se non fosse per loro, forse adesso non sarei viva”, ha detto alternando frasi in francese ad altre in spagnolo. La Betancourt ha voluto ricordare anche la sorte degli altri ostaggi in mano alle Farc ed a altri gruppi armati colombiani, vivi o morti. Agli ostaggi in mano alle Farc, ha promesso che “vi porteremo tutti fuori”, aggiungendo che “dobbiamo ricordare anche chi non è tornato, chi non potrà più tornare”, ha aggiunto, includendo nel suo pensiero tanto i sequestrati in mano a gruppi guerriglieri, che li usano come moneta di scambio per accordi umanitari, come quelli “sequestrati per profitto” Ingrid ha avuto anche un pensiero particolare per la Francia, la sua seconda patria, nelle sue dichiarazioni dopo la liberazione: ha usato varie volte il francese, ringraziato il presidente Nicolas Sarkozy e ricordato come all’alba di oggi, quando era ancora prigioniera, dopo aver recitato il rosario ha ascoltato alla radio un messaggio del suo ex marito, Fabrice Delloye nel quale le raccontava della sua immagine eretta in cima al Monte Bianco.
Pubblichiamo un articolo (datato 19 maggio 2008) segnalatoci dal web master del blog: http://faber2008.blogspot.com/ .In occasione del 20^ anniversario della morte di Giorgio Almirante proponiamo una riflessione sulla eredità del MSI e sui "prosecutori" dei progetti almirantiani.
Tra pochi giorni, esattamente il 22 maggio, sarà il ventennale della morte di Giorgio Almirante. In tanti si apprestano a ricordarlo, ad inneggiare alla sua memoria, a farsene legittimi successori, a rivendicare il proseguimento di un cammino nel solco da lui tracciato. Questa corsa all’eredità non mi convince, soprattutto perché lui non può confermare la legittimità.
Per valutare se queste appropriazioni (soprattutto alla luce di alcune sconcertanti dichiarazioni, più o meno recenti degli ‘auto-eredi’) siano o meno indebite, utilizzo un sistema infallibile: mi affido alle sue parole.
Non quelle di uno dei tanti mirabolanti discorsi da lui pronunciati e scritti, facilmente accusabili di enfasi retorica.
Meglio ancora: una lettera che Almirante scrisse nel 1986 (a meno di due anni dalla morte) alla deputata missina milanese Cristiana Muscardini, riferendosi a tentativi di avventato ’superamento storico’.
Lettera pubblicata dal settimanale “Lo Stato” il 2 giugno 1998 e dalla quale mi pregio di stralciare questo passo: «Puoi stare certa che il mio ultimo respiro sarà fascista, nel nostro senso del termine. Perché, per me, per noi, si tratta della battaglia di tutta la nostra vita.»
Infine, autorizzava a sbattere la lettera «in faccia a chicchessia». Chissà se qualcuno dalle parti di via della Scrofa l’ha mai letta e meditata…
Il triste gesto di un gruppo di squinternati di Verona nei giorni scorsi ha ridato linfa vitale alla retorica anti fascista.
L’estrema sinistra, tagliata fuori dal Parlamento, tenta di restare a galla, di non affogare, cercando appigli in una cultura di violenza e degenero umano e intellettuale che in passato, nel plumbeo periodo della lotta armata, troppi morti ha lasciato sul selciato.
I veronesi responsabili dell’insano gesto sono stati inseriti a forza dai quotidiani dell’opposizione di Governo nell’area della destra radicale, nel duplice tentativo di screditare quest’ultima e di colpire la città di Verona e il Primo cittadino, reo di appartenere ad un partito politico che mira esclusivamente ad una regolamentazione del flusso migratorio e ad arginare l’attività criminosa.
Verona è il capro espiatorio della suddetta vicenda: una città di destra, retta da un sindaco integerrimo e con una tifoseria di “parte”, pittoresca in occasione di manifestazioni sportive forse più di altre, ma non per questo ricettacolo di delinquenti.
Se alle critiche e agli oltraggi de il manifesto e di Liberazione eravamo da tempo abituati, riuscendo talvolta a sorridere ad editoriali paradossali, più in linea con Lotta continua che non con la dialettica politica attuale, restiamo basiti di fronte al comportamento de l’Unità,voce del Partito Democratico. L’organo del PD non lesina accuse prive di fondamento al PdL pur di riottenere un consenso e una visibilità perso (ma mai accettato) il 14 aprile.
IL 5 maggio l’agenzia ANSA ha raccolto una intervista a Franco “Giorgio” Freda nel quale l’intellettuale di destra pone l’accento sul movente, non ideologico, del gesto. Ve ne proponiamo uno stralcio:
Il recente fatto di cronaca non è un episodio di estremismo politico, né di estremismo in genere, ma di insania. E la pazzia non è di destra né di sinistra: non la si può ideologizzare. Così come la schiuma umana è schiuma e basta. I teppisti di Verona li ha generati questa società, sono conformi a essa. Anche sotto il profilo escrementizio: più che dell’efferatezza nazifascista, sono scarti della vuotezza patologica della società odierna. Volete una terapia? Lavori coatti. Pare che il Veneto manchi di autostrade…
Le parole di Freda centrano il bersaglio: non si è trattato di una azione politica. La politica, semmai, può essere il contorno della vicenda, non il movente. L’appartenza ad un gruppo o ad una sigla non è pregiudiziale di crudeltà e violenza. L’onesta e la rettitudine umana appartiene al singolo e solo al singolo. Si è brave persone a prescindere dal colore scelto o dalla tessera che si ha in tasca. I simboli e la retorica ideologica sono scenografia o pretesto. Non sono essi a fare l’uomo.
L’aspetto più crudele di tutto questo è che “qualcuno” abbia ancora una volta scelto di strumentalizzare l’accaduto. Quel ragazzo è morto sotto i colpi di tre pazzi, poi è diventato l’icona ad uso e consumo della propaganda no global e dei centri sociali.
Manca il rispetto per l’uomo e manca la dignità di fronte alla morte.
Anche ieri, proprio come il giorno passato, destrasociale.org ha fatto il pieno di accessi eguagliando il record del giorno precedente di 270.000 accessi. Questa seconda giornata di record per destrasociale.org permetterà al portale di oltreppasare, per la prima volta, la barriera dei 2 milioni di accessi in un solo mese.
UN PASSO AVANTI NELLA STORIA – Gianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. Gianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. Lo ripeto per ben due volte, perché onestamente ancora non ci credo. E quanti altri come me? Una marea. Perché -sappiate- se c’è una cosa che più di altre mi ha colpito della vittoria di Alemanno, è stato il coinvolgimento spontaneo di una miriade di persone neppure residenti nell’Urbe. Molte delle mail che ci arrivavano erano di volenterosi sostenitori che pur non potendo votare (in quanto non residenti nella Capitale) hanno sostenuto -ognuno con i propri mezzi, piccoli o grandi che fossero- l’elezione del candidato del Pdl, a dimostrazione di quanto questa vittoria sia stata voluta, cercata e trovata da tutta Italia e non solo da Roma.
ADERISCI: APPELLO AL POPOLO DI ALLEANZA NAZIONALE PER IL DIRITTO ALLA VITA
RACCOLTA ADESIONI
Per aderire invia una mail specificando
NOME – COGNOME – CITTA’ – NUMERO DI TELEFONO – CIRCOLO ADERISCI
La moratoria per la vita proposta da Giuliano Ferrara, l’invito alla riflessione sulla legge 194 formulato dal Cardinale Camillo Ruini e il bilancio obiettivo di decenni di aborto “legalizzato” in Italia, in Europa e nel mondo, impongono a chiunque abbia responsabilità politiche approfondimento e azione coerente.
1. Perché l’aborto “legale” è diventato aborto “banale”. Quando in Italia, a partire dall’inizio degli anni 1970, iniziò la propaganda per introdurre una legislazione abortista, l’intento dei sostenitori era di rendere la gestante libera di ottenere l’intervento abortivo senza ostacoli. Era arduo far passare…
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Roma, 28 apr. – (Adnkronos) – Gianni Alemanno e’ stato eletto sindaco di Roma con il 53,66 % dei voti al secondo turno delle elezioni comunali della Capitale, secondo i dati definitivi forniti dal Campidoglio. Il candidato del centrosinistra, Francesco Rutelli, ha ottenuto il 46,34 % dei voti.
CAMPIDOGLIO; FINI DA ALEMANNO, “E’ UNA GIORNATA STORICA”
Roma, 28 apr. (Apcom) – Gianfranco Fini è tra i primi a festeggiare con Gianni Alemanno la vittoria per la corsa al Campidoglio. “E’ una giornata storica”, ha commentato il presidente di An, giunto raggiante in via Salandra. Insieme a lui anche Ignazio La Russa e il portavoce del partito, Andrea Ronchi. L’arrivo di Fini è stato salutato con cori da stadio dalla piccola folla che attende l’uscita di Alemanno.
BERLUSCONI: ALEMANNO VITTORIA STORICA
ROMA – Silvio Berlusconi è entusiasta del risultato del ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma. ”Il mio primo pensiero – ha detto – di fronte alla storica vittoria di Alemanno, che per la prima volta porta il Popolo della Libertà alla guida della capitale d’Italia, è un grazie commosso ed entusiasta per gli elettori di Romà’. (Agr)
Nella giornata di ieri, sono stati 270.000 gli utenti che hanno visitato destrasociale.org, stabilendo così un record assoluto per il portale. Nella giornata di oggi, alle ore 12.00, gli utenti che avevano già visitato il sito sono stati 90.000.
UN PASSO AVANTI NELLA STORIA – Gianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. Gianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. Lo ripeto per ben due volte, perché onestamente ancora non ci credo. E quanti altri come me? Una marea. Perché -sappiate- se c’è una cosa che più di altre mi ha colpito della vittoria di Alemanno, è stato il coinvolgimento spontaneo di una miriade di persone neppure residenti nell’Urbe. Molte delle mail che ci arrivavano erano di volenterosi sostenitori che pur non potendo votare (in quanto non residenti nella Capitale) hanno sostenuto -ognuno con i propri mezzi, piccoli o grandi che fossero- l’elezione del candidato del Pdl, a dimostrazione di quanto questa vittoria sia stata voluta, cercata e trovata da tutta Italia e non solo da Roma.
Proponiamo un breve passo tratto da Militia di Leon Degrelle, libro che mantiene la sua forza e bellezza ogni volta che viene riaperto. Indispensabile.
La facilita’ addormenta l’ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura: essa ci permette di cogliere la profondita’ dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni.
Il resto non conta.
La salute non ha alcuna iportanza.
Non si e’ sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre.
Tutto questo e’ vano e sciocco.
Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a se’ felicita’ ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro.
Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi?
Che si rialzi ancora, malgrado tutto!
Essa e’ la’ per donare la sua forza sino al logoramento.
Brano tratto da Militia,
pag. 21, ed. Ar, Salerno 2003
Trentacinque anni fa la casa del segretario della sezione del MSI di Primavalle veniva data alle fiamme. Nell’incendio due dei suoi figli, Virgilio di ventidue anni e Stefano di otto muoiono bruciati vivi. Onore e giustizia alle vittime del rogo di Primavalle!
Negli utlimi anni molti sono stati i volumi editi sul tema della destra neofascista: Cuori Neri, La Fiamma e la Celtica, Il Passo delle Oche per citarne alcuni.
Fascisteria, dopo una prima edizione del 2001, si ripropone in forma più aggiornata come approfondimento del mondo, variegato e non privo di contraddizioni, dell’ambiente della Destra radicale e del fascismo da Ordine Nuovo ai centri sociali di destra.
Evoliani, sansepolcristi, post missini, atlantisti, Lefebrviani,cattolici oltranzisti, atei; le numerose organizzazioni: dal FUAN al FULAS, dai FAR a Fare Verde.
Un lavoro storico rilevante, dal lessico scorrevole, contornato di decine di interviste ai “protagonisti” aperto a chiunque, per vezzo o per studio, voglia conoscere ancora più a fondo le striature e i crismi dell’ideologia fascista post seconda guerra mondiale e post Fiuggi.
Non che questo blog condivida apertamente la linea politica del Cile durante la reggenza Pinochet, tuttavia vale la pena riportare questo articolo tratto da www.ilfronte.org
Buona lettura.
La verità su Pinochet
Mi è capitato di recarmi in Cile a trovare dei parenti. Ne ho approfittato chiedendo loro cosa fosse realmente accaduto prima, dopo e durante la fatidica notte dell’11 settembre 1973 in Cile.
L’ impressione che si ricava qui, nella sinistrorsa e politicamente correttissima Europa, è che il generale Augusto Pinochet abbia ordito un complotto e abbia scatenato la guerra civile nella pacifica atmosfera creata dall’elezione del candidato comunista Salvador Allende, strozzando così la vitale democrazia di uno sviluppato e ridente paese sudamericano. Insomma Allende sarebbe un martire della democrazia mondiale e Pinochet uno spietato e sanguinario dittatore venuto a guastare la festa rossa. Fatto e preconfezionato ad uso e consumo degli ignoranti. Non tutto ciò che si crede è giusto e non tutto è sbagliato, ma prima di buttarci in un simile giudizio vediamo quello che successe prima di quella data e perché è scorretto parlare di golpe.
E’ necessario ricordare, a questo punto, che il Cile ha una antica tradizione democratica fin dal 1813, anno della cacciata degli Spagnoli. Il 4 settembre 1970 il candidato filocubano (e non “socialista moderato” come ho sentito dire da certuni in Europa, ad esempio in una vecchia intervista di Nenni) Allende vince le elezioni politiche in Cile. Egli ottenne solo un terzo delle preferenze, ma prese il potere grazie alla dispersione del suffragio moderato, al dispetto suicida che i democristiani (sempre a far danni…) vollero fare al candidato della destra. Questi geniacci, tali laggiù e qui in Italia, lo issarono al potere e iniziarono a combatterlo il giorno dopo, con il supporto della Cia. Tornando agli anni ‘70 Allende, già amico del Che Guevara, molto vicino a Castro e in buoni rapporti con Ho Chi Min, era sostenuto dal partito Unidad Popular (U.P.), raggruppamento che unisce socialisti, comunisti, anarchici, radicali e movimenti d’estrema sinistra.
Una volta preso il potere questo partito comincia a fare quello che vediamo da quasi sessanta anni in Italia e cioè occupare tutti i posti di potere politico ed economico, però in Cile fanno sul serio: va peggio, quasi come in Russia. Gli operai o i delegati dell’Unidad Popular prendono il possesso delle fabbriche dei principali centri di produzione che si affrettano a fermare subito. Si appropriano anche delle miniere di rame, queste ultime, prima risorsa economica del Cile. Il rame stesso, era venduto agli Stati Uniti per più dell’ 80%; commercio, questo, che viene interrotto subito. I granai e le riserve di cereali vengono immediatamente requisiti da esponenti del partito. Primo risultato: sovrapproduzione di rame, disoccupazione, miniere abbandonate peggioramento delle relazioni con gli USA che non esportano più nulla in Cile.
I comunisti invitano i soldati alla diserzione. Ma questo è niente: le fabbriche cessano del tutto di lavorare anche perché manca il carbone (che era importato dagli USA, quello cileno ha un potere calorico così basso da essere inutilizzabile), non c’è più lavoro quasi per nessuno, a meno che non si sia iscritti all’ U.P., incomincia qui la guerra civile con migliaia di disoccupati, in più ridotti alla fame dalla scarsità di beni alimentari. Ci si riduce a dover fare la coda davanti alle panetterie fin dal giorno prima per aver un po’ di pane. Iniziano le “marce delle pentole vuote” ove le donne, che non avevano più nulla da mettere nelle loro pentole, scandivano slogan percuotendo i loro risonanti cucchiai sul fondo delle pignatte vuote. Ma lo scempio continua: campi vengono confiscati dal partito ai loro proprietari e distribuiti in maniera abnorme ai contadini e ai braccianti che ne possono coltivare solo un piccola parte, il resto che non si riesce a sfruttare si trasforma presto in deserto, poiché il Cile è un paese semiarido ad alto rischio di desertificazione. Tutte le case dei benestanti vengono segnate con una croce e alcune assaltate durante le notti.
A Santiago, come in tutto il Cile, scarseggia il cibo: non c’è pane perché manca la farina, ma non si trova il grano che è tutto confiscato dall’ U.P., ma anche perché i contadini e i braccianti, nuovi proprietari dei campi non riescono a coltivare che per il loro consumo e oltre non possono andare se non di poco, come accadeva nel Medioevo; si importava grano dagli Stati Uniti, ma ora non è più possibile. Fidel Castro si reca in visita in Cile, doveva restare una settimana, ma si trattiene oltre un mese, regala ad Allende una mitraglietta, gli disse:’Usala bene’ e vedremo che la userà proprio bene, ma procediamo con ordine: calpestando senza alcun problema la Costituzione cilena Allende mette a tacere subito l’ opposizione che non può più far nulla.
La gente non aveva più pane, lavoro, e sicurezza, poichè la polizia era stata ridotta all’impotenza, e, quel che è peggio (dal punto di vista storico e della civiltà), dopo più d’un secolo e mezzo la democrazia era tramontata, il Cile, in pochi mesi, s’ era trasformato in un’ altra arretratissima e affamata Cuba. Il popolo cileno aveva solo più da sperare in un intervento dell’ esercito: durante le parate militari la folla lanciava il miglio sui soldati gridando: ‘Galline, siete delle galline! E’ così che ci proteggete?’ e frasi simili.
Dopo tre anni d’autentico inferno, dove manca tutto, peggio che in Russia, da più parti si capisce che il Cile sta pericolosamente retrocedendo e che è necessario fare qualcosa finchè è possibile. Allende non sa o non vuole tirarsi fuori dal disastro che ha volutamente combinato. Il 22 agosto del 1973 la Camera approvò su iniziativa degli stessi democristiani (sempre loro…) una risoluzione, che ovviamente nessuno dei ‘democratici nostrani’ ricorda, nella quale si denunciano gli “attentati allo Stato di diritto e ai diritti umani compiuti sistematicamente dal governo marxista” che dichiarava Allende e la sua cricca “fuori dalla costituzione” (ed ora questo criminale ha una statua nella Piazza della Costituzione…). Medesima risoluzione faceva appello alle forze Armate perché ristabilissero la legalità. Dunque la presa del potere da parte dei militari avviene in maniera del tutto legale. Il capo dell’Esercito era allora Augusto Pinochet e viene convocato segretamente per una riunione con il comandante in capo della Marina e il generale capo dell’Aviazione. Qui gli viene chiesto l’appoggio dei suoi soldati per cacciare Allende e la sua masnada, ma inizialmente egli rifiuta. In un secondo tempo accetterà ad una condizione: sarà lui ad avere il controllo del paese dopo il colpo di Stato, condizione che viene accettata. Il tutto avviene in circa venti giorni. Così l’ 11 settembre del 1973 viene fatta bombardare la Moneda (il palazzo del Governo) dall’aviazione, la Marina prende il controllo dei porti del Cile.
Salvador Allende è coscio d’ aver perso e, quando i primi soldati entrano nella Moneda ormai danneggiata, si punta la famosa mitraglietta di Castro al mento e preme il grilletto, ponendo fine all’ Unidad Popular. I dirigenti di sinistra e gli iscritti all’ U. P. vengono rinchiusi negli stadi. Contro la sinistra si scatenò una repressione dura e rapida, sopportata di buon grado dalla popolazione che aveva voglia di farla finita con le prepotenze e le violenze comuniste. La stragrande maggioranza dei comunisti, socialisti, anarchici e estremisti rossi cileni riuscirà a riparare in Bolivia o in Argentina e, molti di coloro che non hanno più fatto ritorno in Cile, figurano erroneamente tra i desaparecidos. Alcuni di quelli che non sono fuggiti spariranno, questa volta per davvero, e si cercano ancora oggi. Il loro numero ammonta circa ad un migliaio (e non tremila come si dice…). Sono i famosi desaparecidos.
Il generale non perse tempo e impose al Paese un liberismo economico sfrenato accompagnato da una ripresa degli affari con gli USA che gradirono molto. Pinochet fu lucido nel riconoscere la sua incompetenza in campo economico e delegò la guida economica del Paese ai giovani economisti cileni che avevano studiato all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman. Il Cile si riprese rapidamente, e anche se il costo umano di tale rinascita fu elevato, fu certo inferiore al prezzo pagato per sprofondare nel baratro comunista. Il Generale, ben lungi dall’avere solo le armi per imporsi, contava sul supporto internazionale dell’America e sull’appoggio interno di un’ampia maggioranza dei cileni che preferivano la prosperità del governo militare alla fame comunista, e della stragrande maggioranza delle cilene, memori della miseria, del caos, e dei negozi vuoti che avevano contraddistinto il regime di Allende. Pinochet rimase al governo fino al 1990 quando sottoposto a pressioni dall’ opposizione fece indire un referendum dove venne messo in minoranza, così lasciò il potere e si ritirò a vita privata. Il resto è storia di oggi. Ecco ciò che qualcuno vuol nascondere, la vera storia dell’ Unidad Popular e di Allende, non un partito di “sinistra moderata” e un uomo da adottare come simbolo, ma una cricca filosovietici irresponsabili al limite della criminalità che stavano per rovinare un Paese per sempre. Per fortuna, qualcuno non ha voluto. Ora il Cile è un gran bel Paese e se non è il più avanzato del Sudamerica è sicuramente tra i primi, e non una arretratissima e poverissima riedizione di Cuba o uno stato gemello della Corea del Nord, come avrebbe voluto Allende.
Esemplare, infine, è stato per me, sentire nei ricordi di un anziano signore il grido di gioia del figlio allora bambino in quella famosa notte del 1973: ‘Evviva, evviva, finalmente potremo tornare a mangiare pane e burro!!
La necessità della rivoluzione nasce dal rifiuto sia del sistema capitalistico che di quello marxista, governati, secondo TERZA POSIZIONE, da ideologie massificanti che soffocano gli impulsi creativi individuali corrompendo l’uomo e allontanandolo da se stesso.
L’obiettivo di Terza Posizione sul piano internazionale è la lotta contro gli imperialismi degli USA e dell’URSS, contro il mercantilismo e il sionismo: “Né Usa, né URSS: Terza Posizione”.
Ne consegue il pieno appoggio a tutti i movimenti di liberazione nazionale, che si battono per la salvaguardia delle proprie tradizioni e contro le aggressioni militari e le infiltrazioni economiche delle superpotenze: è il caso dei Baschi, degli Irlandesi, degli Afgani, degli Iraniani, dei nazionalisti Libici di Gheddafi, dei Sandinisti del Nicaragua, ecc.
Nel settembre del 1980 la magistratura romana ordina un blitz contro Terza Posizione, assestandole un colpo quasi mortale. Risultato: 150 perquisizioni, 10 arresti, otto ordini di cattura notificati in carcere.
Il 25 aprile come ogni anno l’Italia si raccoglierà attorno alle più alte cariche dello Stato per la celebrazione della resistenza.
E più che mai quest’anno i discorsi commemorativi saranno un momento in cui si inviterà il popolo italiano all’unità nella libertà e nella democrazia, e a respingere l’attacco « fascista » continuamente portato alle istituzioni.
Ma coloro che realmente RESISTONO da anni a prezzo del proprio sangue e della propria libertà all’ingiustizia del sistema, sanno bene che la celebrazione della caduta del fascismo e gli appelli contro il «persistente pericoloso eversivo» spesso rappresentano solo il pretesto grazie al quale le forze del fronte rosso e della reazione ogni anno consolidano il potere.
Ma il gioco degli equilibristi «democratici» e «antifascisti» si fa sempre più difficile se si pensa all’insoddisfazione presente in tutti gli strati sociali, alle continue esplosioni di rivolte, agli scandali, sintomo di un governo corrotto che tutti sono stanchi di avallare.
Lo stesso fronte rosso che aveva in questi trent’anni dato prova di monoliticità, di saldezza e di unità, evidenzia oggi la spaccatura di un mondo in continua contraddizione che vuole stare al potere e all’opposizione o che perlomeno tenta di raccogliere i frutti del potere e dell’opposizione.
Lama è contestato, il P.C.I. viene ormai identificato nella corruzione del potere, gli extraparlamentari sono definiti infantili, gli autonomi provocatori. In questa lotta intestina il fronte rosso si sta disgregando ed emerge inequivocabile che se il potere comunista si farà ancora più palese, lo scontro fra P.C.I. e forze ribelli sarà inevitabile.
La reazione tenta disperatamente di non cedere alla violenza dei tempi; ma è in ogni momento costretta a venire a patti.
Tenta di difendere i Rumor, i Gui e i Tanassi ma viene battuta; riesce a dilaniare l’estrema appendice di destra per poter avere quei venti voti in più al parlamento che le consentano di tenere alla meno peggio.
Ma, come una barca che sta per essere sommersa dalle onde, spostandosi ora a sinistra ora a destra, non riesce a salvarsi dalla furia che la investe. E quei patetici politicanti che ci appaiono sorridenti al televisore per dirci che la situazione, in fondo, non è disperata, ma “occorrono sacrifici”, non incantano più nessuno, e appaiono il segno più tangibile della cancrena del potere. Una cancrena che le forze migliori del popolo, le avanguardie di un futuro che incomincia a delinearsi, hanno la volontà di combattere fino in fondo. Noi, che a trent’anni dalla resistenza che ancora si celebra, oggi resistiamo compatti contro tutto ciò che ci circonda, abbiamo la presunzione di dire che la loro epoca è ormai morta e noi saremo gli artefici del domani.
La profonda notte in cui è stato immerso il mondo mostra già i primi segni dell’aurora; e la nostra sarà quanto mai bella.
IL DOMANI CI APPARTIENE!
AUTONOMIA TOTALE
A meno di un anno dal patto governativo PCI-DC, le università italiane sono esplose in una protesta rabbiosa che ha avuto come obiettivi non solo i consueti gruppi politici della reazione ma anche la classe dirigente del fronte rosso da Berlinguer a Lama.
La protesta si è poi estesa sanguinosamente nelle piazze ma è risultata inconcludente per mancanza di contenuti.
Gli studenti proclamatisi autonomi, eluso il tentativo di totale recupero agli schemi della sinistra perpetuato da Lotta Continua, hanno urlato e manifestato la propria rabbia contro coloro che da nove anni ipocritamente strumentalizzano in larga parte la rabbia giovanile.
Ma da una ribellione che è risultata nichilista e apparentemente senza sbocchi si ricava una necessità vitale sentita dall’intero mondo studentesco: la necessità dell’autonomia. Ma l’autonomia si costruisce intorno ad un centro ideale e politico.
Si è autonomi se si posseggono idee chiare e valori precisi da difendere ed affermare in una società che tende alla disintegrazione. Si è autonomi quando la protesta possiede contenuti reali, quando si hanno programmi politici.
Dunque se si vuole attualizzare una reale autonomia, bisogna che questa autonomia si definisca. Ottenere l’autonomia dallo strapotere dei partiti da sempre volto in funzione e a vantaggio dei gruppi dirigenti degli stessi, significa opporre una partecipazione diretta. Significa organizzarsi nei quartieri, nelle circoscrizioni, nei paesi, isolando i politicanti ed esprìmendo realtà unitarie alla faccia delle divisioni artificiali (dogmatiche, partitiche). Significa fare dei consigli di quartiere e di circoscrizione, delle giunte comunali, un’espressione diretta di ogni realtà locale protesa verso la realizzazione delle proprie necessità civiche, urbanistiche, ecologiche, in perfetta armonia con le realtà delle altre circoscrizioni, degli altri quartieri, delle altre giunte. Significa lottare perché queste realtà influiscono direttamente sulle scelte del paese insieme a quelle espresse dalle categorie sindacali, dalle cooperative aziendali, dalle rappresentanze militari. Significa svuotare la «triplice» che vive in funzione del proprio apparato dirigente sulle spalle dei lavoratori e rilanciare un’alternativa sindacale che esprima globalmente le rivendicazioni e dirima già nel seno stesso del sindacato le contraddizioni delle varie categorie del mondo del lavoro e delle singole cooperative di azienda. Significa possedere il controllo diretto sull’operato delle industrie perché non esista mai più un’altra Seveso. Significa avere il controllo sull’impostazione della nostra economia, perché non si debbano più distruggere i pomodori e le arancie del meridione, per importare gli agrumi di Israele ed esportare Italiani sotto la voce: mano d’opera. Signifìca permettere ad ogni campagna italiana di essere autonoma e produttiva. Significa concedere ad ogni famiglia l’opportunità di possedere una casa e non di vivere in un formicaio con il cancro sempre in agguato. Significa specializzare e volontarizzare l’esercito. Significa costruire una scuola educativa e non addestrativa, perché ne escano degli uomini e non solo dei tecnici, peraltro spesso squalificati.
Significa essere padroni di un’etica con la quale vivere e da insegnare e sulla quale rieducare e non emarginare. E, dunque, significa anche rivoluzionare i concetti detentivi e penali che, cosi strutturati, sono assurdi.
E perché tutto questo si attui bisogna essere autonomi dalle ingerenze economiche, politiche, militari.
Dobbiamo, dunque, affermare l’autonomia esterna insieme a quella interna. Dare all’Italia un suo ruolo autonomo nell’Europa e nel Mediterraneo e all’Europa la sua autonomia respingendo ogni tentativo imperialista sovietico, americano, o di qualunque tipo.
Tutto questo si chiama autonomia. Perché l’autonomia, per definizione, o è totale, o non è.
LA FINE DI UN’ERA
La nuova struttura del potere conseguente all’accordo a sei ha già dato i propri frutti.
La repressione camuffata in depenalizzazione, il confino allargato ai reati politici, la nuova strategia della tensione con allegata la teoria degli opposti estremismi periodicamente emergente, sono le ultime trovate del sistema borghese.
Il potere non nasconde più il suo volto di dittatura, di oligarchia, di stato poliziesco, manovrato da pochi uomini che saltando continuamente dalla sinistra alla destra del proprio schieramento, contraddicendo oggi ciò che dicevano ieri, dimostrano di essere solamente obbedienti agli ordini del Cremlino e della Casa Bianca.
L’opposizione, quella libertaria e superficiale dei radicali, quella sempre più perdente dei missini, quella confusa delle frange autonome, a noi non interessa.
Esiste per noi l’opposizione politica, sociale, ideologica ed esistenziale, quindi totale, al sistema, che nella ristrettezza dei movimenti concessi e nella dura lotta di conquista di spazio dà i suoi tangibili segni di vita.
Non solo in Italia e nell’occidente, ma anche nell’oriente tanto forte nella sua struttura poliziesca e repressiva, nascono i focolai delle rivolte di popolo.
Berlino, città che per posizione geografica e significato storico è il cuore d’Europa, ha mostrato nella sua parte più martoriata, volontà di esistere ed anche di combattere per la propria libertà.
La Berlino del muro, dei «vopos», della schiavitù all’URSS, è stata per un giorno la città che ha lottato per sé e per l’Europa. Ma il suo grido è destinato a perdersi nella notte se non saremo tutti noi Europei a raccoglierlo.
Siano perciò spezzate le vecchie contraddizioni, le antiche incertezze, le perenni attese; agire, sia ben chiaro, non significa agitarsi né distruggere; non significa nemmeno fingere adesioni e continuare a vivere chiusi nel fango del proprio egoismo.
L’azione è lotta perenne ai di là dei partiti, nella più assoluta mancanza di mezzi; è forza di continuare quando la repressione non ti permette di esistere; è esempio militante, coraggio e abnegazione, volontà di resistere e vincere.
Il confronto sarà decisivo solo se di fronte all’attuale tradimento dì tutte le forze politiche mostreremo la volontà di stare ancora una volta avanti a tutti.
L’angoscia dei popoli in schiavitù, la disperazione degli uomini sfruttati, le grida di rabbia di tante illusioni ferite, finalmente si scateneranno.
La Berlino che a ottobre ha fatto tremare l’est è il presagio di un’Europa che combatterà per il futuro, di un terzo mondo e di un’America latina che lotteranno per il proprio ruolo, di una umanità che non sarà più in ginocchio.
Solo allora quel fantasma che oggi turba le notti di chi governa il mondo e che gira braccato e combattuto nelle città della terra, trovata finalmente la strada, prenderà forma e sarà protagonista del nostro domani.
Quel fantasma è il nostro ideale.
Alternativa di popolo
Da anni la «triplice» sindacale rappresenta un’entità uniforme. Da mesi la DC e il PCI hanno raggiunto un’intesa di collaborazione che si manifesta negli interventi unitari nella vita pubblica. Anche gli enti parastatali, stanno gradualmente diventando un unico massiccio organismo.
In pratica è in atto, favorito dalle leggi per la sicurezza interna, il consolidamento di un unico colosso articolato, amministratore del potere multinazionale, garante dei privilegi e delle lottizzazioni. Ma mentre il potere va amalgamandosi ed organizzandosi si evidenziano sempre più l’estraneità dei suoi detentori alle aspirazioni del paese, e l’ostilità nutrita ogni giorno di più nei loro confronti da tutti.
Dovunque nelle scuole si allarga l’area dell’opposizione e del rifiuto sempre più qualificati idealmente e politicamente. E su quest’area non attecchisce il recupero intellettuale ai filoni filosofici interni alla logica del sistema. Recupero intellettuale che riuscì a sconfiggere il 68. Contemporaneamente l’opposizione dilaga nelle campagne dove solo la difficoltà d’organizzazione ha permesso la neutralizzazione degli effetti.
Nel mondo del lavoro dove la «triplice» perde sempre più colpi e vede le sue tessere strappate a migliaia, avanzano le ali libere e spregiudicate dei sindacati autonomi, dei CUB, della Cisnal. E talvolta combattono fianco a fianco. Da questa pedana di lancio è vitale sviluppare un vero e proprio sindacalismo rivoluzionario che combatta il monopolio filocapitalista di CGIL-CISL-UIL e la «tregua sociale» basata sulle sperequazioni e sull’ingiustizia. E bisogna integrare questo processo rivoluzionario alla crescita politica nelle scuole, nelle università, nei quartieri, nelle campagne. Così da imporre definitivamente la nostra alternativa.
Quest’alternativa cresce giorno dopo giorno con l’allargamento della lotta in ogni angolo del paese, nel suo coordinamento, nelle sue vittorie. E in questo processo incalzante si forma il popolo che trova coscienza di sé, identità, unità. E ognuno da e darà sempre più il suo contributo nel ruolo che ogni istante riveste. Lo da e lo darà come studente, come operaio, come contadino, come soldato, in relazione alle sue capacità, alle sue competenze, alla sua esperienza, al suo valore, alle sue molteplici condizioni contingenti. Così prendono organicamente forma la Nazione e lo Stato. Così prende forma il nostro futuro. Noi ne saremo i protagonisti!
IL DOMANI CI APPARTIENE!
Due anni or sono le avanguardie rivoluzionarie sostennero, sole contro tutti, che fronte rosso e reazione si sarebbero di lì a poco tempo trovati in crisi profondissima e avrebbero scelto come ultima possibilità di salvezza l’alleanza oggi comunemente definita compromesso storico.
Non si poteva sospettare però che anche le potenziali opposizioni al sistema, e cioè MSI ed extraparlamentari di sinistra, già da allora legati alla logica della reazione e del fronte rosso, avrebbero esaurito il loro ruolo e sarebbero rimasti coinvolti in un declino di strutture e di ideali che ne avrebbero minato definitivamente unità e forza. Gli avvenimenti di questi ultimi tempi hanno quindi chiarito ma reso contemporaneamente più arduo il nostro compito, in quanto se allora la situazione concedeva lo spazio anche alla riflessione e alla maturazione, oggi l’impetuoso volgere degli eventi porta ognuno di noi a conoscere duramente la vastità della lotta al sistema borghese.
La trasformazione dell’assetto politico ha posto lo steccato (che prima si trovava tra fascismo e antifascismo) fra sistema borghese retto da DC e PCI e forze d’opposizione.
E se 36 soli voti in parlamento si sono opposti al compromesso nascosto sotto il velo dell’emergenza, oggi è quanto mai chiaro che l’opposizione è ovunque: nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle zone povere, ovunque i partiti con le loro strutture non arrivano con false promesse e clientelismi a mutare la logica della lotta politica.
La divisione netta fra interessi del paese ed interessi del potere apre oggi uno spazio enorme ad un’opposizione di popolo al sistema.
Noi che siamo coscienti di come la crisi non sia un fatto momentaneo o dovuto solo a scelte politiche errate, ma sia conseguente ad un modo di pensare in termini politici e di Intendere la vita, che impera da trent’anni trasformeremo quello che oggi è ridotto a semplice gioco di formule in una battaglia fra concezioni del mondo.
Le lotte che le forze rivoluzionarie hanno sostenuto ovunque sotto diversi nomi ma con un’unica ferma volontà sono prova di questo: l’essersi opposte in tante occasioni agli estremisti di sinistra, ai partiti del sistema, agli sgherri della reazione, il sacrificio di militanti, sconfitte e vittorie rappresentano il preludio a quella che sarà la fase successiva e decisiva dell’azione. La Terza Posizione ne sarà lo strumento ed il polo intorno a cui si raccoglieranno le forze antimarxiste e anticapitaliste, socialiste nazionali e rivoluzionarie; Terza Posizione sarà volontà di liberazione dei popoli dall’ imperialismo Usa-Urss per un nuovo ordine europeo; sarà parola d’ordine per coloro che vorranno la morte dello sfruttamento e delle dittature borghesi e marxiste in nome della lotta per la vita e per la riconquista del nostro domani.
E’ infine già oggi il veicolo con il quale si fa largo una rivoluzione culturale, politica e sociale che trasforma lentamente ma decisamente le masse di uomini chiuse nell’egoismo personale e nella logica del profitto in un popolo compatto, consapevole della propria missione nell’Europa e nel mondo.
La potenza di questi ideali spinge oggi i militanti per la Terza Posizione a combattere nelle situazioni più disperate con un ardore che può apparire fanatico; ma ben presto ai loro fianco marceranno tutti i popoli in lotta. Allora a Roma, a Londra, a Mosca, a Berlino, in ogni piazza d’Europa dove prima regnava la schiavitù splenderà il sole di una nuova era.
Riportiamo di seguito un articolo pubblicato dalla rivista ITALICVM, periodico dell’omonimo centro culturale. Potete visitare il sito dell’associazione: http://www.centroitalicum.it/
Accordo raggiunto al Consiglio Europeo riunito a Lisbona. L’Italia avrà 73 seggi al Parlamento Europeo, come la Gran Bretagna. “Risultato ottimo” è il commento che filtra da Palazzo Chigi. In realtà l’Italia si opponeva alla perdita della parità anche con la Francia, che avrà 74 rappresentanti. Ma nel 2014 dovrebbe esserci un’altra “redistribuzione” (prevista dal nuovo trattato) basata sul criterio della cittadinanza e non su quello della residenza. E l’Italia ne sarebbe largamente avvantaggiata…».
Così recitano le agenzie di stampa in un opaco scorcio d’inverno, a dimostrazione ennesima di come la famigerata “casta” sia un fenomeno ben più ampio degli angusti confini nazionali. Mentre in Italia si traccheggia come ubriachi sul precipizio in merito a presunte riduzioni del numero dei parlamentari, in Europa si proietta la foga inibita dal nostrano disgusto popolare, fino all’ultimo scranno parlamentare. Insomma, non molleranno mai l’osso, sono impermeabili a qualsivoglia spirito di servizio per il bene comune. Siamo in presenza di un ceto politico pervasivo e rapace, compromissorio e clientelare, conseguentemente parte della deriva oligarchica e tecnocratica delle società occidentali. In Europa o in Italia, la rappresentanza politica non riformerà mai se stessa perché, di fondo, non decidere nulla è funzionale alla conservazione dello status quo economico, sociale e culturale.
Quell’entità burocratica chiamata Europa
Questo significa distrarsi dal contesto europeo in un minimalistico qualunquismo provinciale? No. Una concezione europea è realistica e necessaria, a patto che non sia statalista però. Attualmente l’Europa è prigioniera di una contraddizione: ovunque si proclama di voler superare gli Stati, ma – poiché le classi politiche sono interessatamente ultra-stataliste, sia a Bruxelles sia nei singoli Stati – si finisce per privare l’idea dell’Europa dei mezzi politici necessari a superare gli Stati stessi. Infatti l’Unione Europea si manifesta come una anonima entità burocratica nemica della libertà dei singoli popoli e delle identità. A questo rischio si potrebbe ovviare scegliendo un modello rigorosamente federalista, che parta dalle autonomie. Attualmente, invece, l’Unione Europea propone soltanto di esportare il centralismo su scala europea. Vogliono solo sostituire Bruxelles a Roma, Parigi o Berlino. Noi non abbiamo nulla da guadagnare nel cambiare dei burocrati romani con altri di Bruxelles, o nel trasferirli dalle vecchie capitali a Bruxelles. Attualmente, siamo giunti al paradosso che l’Europa è presente dove dovrebbe essere assente, cioè nella vita dei popoli che hanno bisogno di autonomia, ed è invece assente dove dovrebbe essere presente, cioè sulla scena internazionale come soggetto politico capace e indipendente, per un multilateralismo che inibisca la volontà egemonica degli Stati Uniti, e del suo prossimo reale competitore che sarà presumibilmente la Cina, in una corsa scriteriata a superarsi in un modello di sviluppo industriale devastante la natura e la pluralità etnoculturale.
Ripartire dalla partecipazione
Non sono gli slogan a realizzare le idee, ma, nella sua semplicità, ci richiamiamo ad una Europa dei popoli, cioè Europa della sovranità popolare dal basso contro le oligarchie, a partire da quelle finanziarie. La Banca Centrale Europea ripropone, con la sua proprietà anonima e privata, un problema fondante la sovranità democratica. Senza furori ideologici, le banche devono essere ridotte a semplice strumento economico che risponda al mandato delle comunità e delle loro economie. Lo strumento diventa egemone quando prevalgono la rapacità del profitto egoistico e la logica del mercato finanziario: una visione del mondo dove tutto ha un prezzo ma niente ha più valore; un “pensiero unico” che oggi inaridisce ogni ideale, fagocitando ogni movimento sociale.
In controtendenza, l’organizzazione del “contropotere” sociale deve partire dalla base e deve essere impostato su quattro pilastri: identità, volontarietà, autonomia e partecipazione. L’autorità, infine, deve fluire dalla base verso l’alto. Per difendersi i popoli d’Europa devono proprio ripartire dalla base, dalla democrazia diretta. In fondo, anche gli Stati nazionali sono burocrazie come quella di Bruxelles: per questo nessuno Stato contrasta veramente Bruxelles. È quindi necessario estendere la partecipazione e interessare la gente alla vita politica ovunque sia possibile. È necessario sviluppare la dimensione pubblica del sociale, quindi lo Stato non deve essere il monopolizzatore della vita politica. Solo così essa potrà essere davvero autentica, specchio fedele della vita di un popolo, ed efficace strumento di sovranità. A partire dal luogo di vita, dal proprio territorio, in cui sviluppare modelli di sovranità monetaria locale e reciprocità sociale comunitaria, unica base su cui costruire economie sostenibili ed ecologicamente coerenti.
Oligarchie Vs populismo
Le oligarchie temano forme non usuali di aggregazione politica, sempre più trasversali e insofferenti alle appartenenze partitiche o identitarie acquisite. La denuncia del “populismo” – la “minaccia populista”, la “deriva populista”, la “tentazione populista” – ne fanno parte con ogni evidenza. Dall’inizio degli anni ottanta, questo termine, una volta poco usato, è entrato prepotentemente a far parte del discorso pubblico. Ormai funziona come un insulto politico, fingendo di apparire, contraddittoriamente, una categoria di analisi. È vero che oggi il populismo è soprattutto uno stile o un atteggiamento. Come tale, può accostarsi a qualunque ideologia: nazional-populismo, populismo ultraliberale, populismo di sinistra, populismo operaio, e via discorrendo. Il populismo può essere democratico o reazionario, solidale o xenofobo. È un camaleonte, una “parola passepartout” che il discorso mediatico o pseudocompetente può demonizzare tanto più facilmente in quanto il termine, non avendo un contenuto reale, può essere applicato a qualunque cosa. I loro capi, tribuni dalle mascelle serrate o dal sorriso telegenico, dai media dominanti sfruttano miserie e rancori, capitalizzano paure, miserie e angosce sociali, indicando spesso capri espiatori senza mai, beninteso, mettere in causa la logica del capitale. Il loro atteggiamento più frequente è rivolgersi al popolo contro il sistema in vigore. Questo “appello al popolo” con ogni evidenza equivoco, proprio per il fatto che la nozione di popolo può essere intesa in molti modi. Il populismo manifesta il suo lato “ingenuo” quando si limita incensare le “virtù innate” del popolo, la sicurezza “spontanea” dei suoi giudizi, che renderebbe inutile ogni mediazione. Tuttavia, per quanto criticabile possa essere, questo populismo assume valore di simbolo. Reazione “da un basso” verso un “alto” in cui l’esperienza del potere si confonde con il godimento dei privilegi, rappresenta prima di tutto il rifiuto di una democrazia rappresentativa che non rappresenta più nulla. Protesta contro l’edificio tarlato di istituzioni fatiscenti separate dal Paese reale, rivelatore delle disfunzioni di un sistema politico che non risponde più alle attese dei cittadini e si rivela incapace di assicurare la permanenza di un legame sociale, testimonia un malessere in continua crescita in seno alla vita pubblica, un disprezzo sempre crescente per il degrado oligarchico delle classi dirigenti e l’inconsistente passerella di vanità mediatica che le caratterizza. Esso mette in evidenza una crisi della democrazia, una perdita di fede nelle ideologie globali, la convergenza nella gestione del potere dei partiti, il sentimento diffuso che le forze economiche e finanziarie sono le più potenti e inafferrabili ai più. Questo populismo sorge quando i cittadini si allontanano dalle urne per il semplice motivo che da esse non si aspettano più niente. In tali condizioni la denuncia del “populismo” mira evidentemente a disarmare la protesta sociale, sia all’interno di una destra essenzialmente preoccupata dei suoi interessi, sia in seno ad una sinistra divenuta massicciamente conservatrice, elitaria e lontana dal popolo. Questa scomunica all’eresia popolare è il latrato di una “casta” venale e corrotta che guarda al popolo con disprezzo, come un mezzo, non come il fine del governo della cosa pubblica. Che il “ricorso al popolo” possa essere denunciato come una patologia politica, per esempio una minaccia per la democrazia, è a questo riguardo rivelatore. È dimenticare che in democrazia, il popolo è l’unico depositario della sovranità. Soprattutto quando questa è confiscata. Ridotto a semplice atteggiamento, il populismo diventa sinonimo di demagogia, cioè di mistificazione. Ma il populismo può anche esistere come forma politica sostanziale, per esempio con un impegno verso le comunità locali piuttosto che verso la “grande società” cosmopolita. Non essendo solidale né con lo Stato né con il Mercato, esso rifiuta sia lo statalismo che l’individualismo liberale. Aspira sia alla libertà che all’eguaglianza, ma è fondamentalmente anticapitalista, poiché capisce bene che il regno della merce liquida ogni forma di vita comune cui è legato. Mirando a una politica conforme alle aspirazioni popolari, fondata su questa morale comunitaria per cui la “casta” non prova che disprezzo, esso cerca di creare nuovi ambienti di espressione collettiva sulla base di una idea inconscia di società fatta di contiguità e reciprocità. Esso postula che la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica è più importante del gioco delle istituzioni. Infine dà importanza centrale alla nozione di sussidiarietà. È per questo che si oppone esplicitamente alle èlites politico-mediatiche, manageriali e burocratiche.
Anti-elitario, il vero populismo è dunque incompatibile con tutti i sistemi autoritari cui troppo facilmente si tende ad assimilarlo. È altrettanto incompatibile con i discorsi roboanti di leader autoproclamatisi che pretendono di parlare in nome del popolo, ma si guardano bene dal dargli la parola. Quando l’impulso viene dall’alto, quando è il prodotto di un tribuno demagogo che si affida alla protesta sociale o al malcontento popolare senza mai lasciare che il popolo stesso si esprima, si esce dal populismo propriamente detto. Ricollocato nella giusta prospettiva, il populismo ha un futuro sempre più ampio, usufruendo anche di media decentrati e reticolari, mentre la politica istituzionale ne ha sempre di meno. È la richiesta popolare ad essere già ora oltre le ideologie della modernità e sintetizzare nella frattura tra giustizia sociale e decisione politica rivendicazioni che sostituiscono l’asse conflittuale sinistra-destra di una società centrifugata nelle sue identità di appartenenza culturale o di classe. È proprio questa l’alternativa che offre il populismo paragonato all’egemonia neoliberale, fondata sulla politica professionalizzata del proceduralismo rappresentativo e del consenso ipnotico-mediatico.
Oltre lo Stato e il Mercato: la comunità
Non si dà politica senza partecipazione e indipendenza dagli interessi organizzati, solo da qui si può partire per riprendere in mano il nostro destino, con un impegno verso le comunità locali e il loro territorio, piuttosto che verso la “grande società” e la sua crescita economica “illimitata”. Vi è un sentimento diffuso – denigrato volutamente come antipolitica – che non essendo solidale né con lo Stato né con il Mercato, rifiuta sia lo statalismo che l’individualismo liberale. Aspira sia alla libertà che all’eguaglianza, ma è fondamentalmente anticapitalista, poiché capisce bene che il regno della merce liquida ogni forma di vita comune cui è legato. Mirando a una politica conforme a una morale popolare per cui la “Casta” non prova che disprezzo, si creeranno originali ambienti di espressione collettiva sulla base di una nuova contiguità e relazione sociale. La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica è più importante del gioco delle istituzioni, rendendo strutturale la nozione di sussidiarietà, dal basso verso l’alto. È per questo che si oppone esplicitamente alle èlites politico-mediatiche, manageriali e burocratiche, in ultima analisi, le oligarchie.
Offrendo la possibilità di rinvigorire la politica locale grazie ad una concezione responsabile della partecipazione e consapevole del proprio territorio, si contribuisce a realizzare un’Europa dei Popoli e delle differenze, interlocutore internazionale decisivo per un nuovo paradigma culturale sensibile alla natura e alla sostenibilità economica e sociale.
Tratto da: www.ilfronte.org sito ufficiale di Azione Giovani Torino
Ritratto di un camerata moderno di Azione Giovani Torino
Scritto da Enrico M.
martedì 11 marzo 2008
Chi siamo? Da dove veniamo? In cosa crediamo? Qual è il nostro scopo? Queste sono domande a cui ognuno di noi dovrebbe rispondere, poiché sono strettamente personali.
Vi posso solo dire chi sono io, ciò in cui credo io e ciò per cui lotto ogni giorno all’interno di un movimento di cui sono orgoglioso di far parte: Azione Giovani Torino.
Io sono un ragazzo di 20 anni, di origini meridionali, nato e vissuto a Torino. Provengo da una famiglia benestante che ha cercato sempre di aiutarmi in qualsiasi momento per qualsiasi cosa.
Mi avvicinai alla politica all’età di 12-13 anni grazie a mio nonno, che, essendo nato nel ventennio fascista, mi raccontava un po’ come viveva ai “suoi” tempi e la cosa attirò la mia attenzione.
Le parole che più mi colpirono di ciò che diceva riguardavano soprattutto il tema della sicurezza: ai tempi suoi la gente dormiva con la porta aperta e nessuno entrava in casa per rubare… E la legge prevedeva pene molto severe per chi delinqueva. Il tutto ruotava intorno agli ideali capisaldi di quel periodo: il rispetto per la famiglia e per le altre persone, la fratellanza, la solidarietà, la voglia di lavorare e la volontà di rendere grande il nostro Paese. Questi ideali mi colpirono profondamente.
Col tempo mi informai sulla politica leggendo testi storici di ogni fazione (la Storia è sempre stata la mia materia preferita) e condividevo di più su quasi tutti i fronti gli ideali del Fascismo rispetto a quelli del Comunismo: dal punto di vista storico e culturale, dal punto di vista filosofico e dal punto di vista identitario.
Non avevo mai pensato di “fare politica”, ma nella mia adolescenza mi è sempre piaciuto confrontarmi civilmente con gli altri e con chi non era delle mie idee: io penso che il dialogo sia la migliore forma di confronto, nonché reale causa del cambiamento, poiché strettamente legato al modo di pensare e di conseguenza al modo di agire e di fare politica.
Non ero neanche maggiorenne quando scoprii la realtà di Azione Giovani qui a Torino: un movimento politico, nonchè strumento di connessione tra i miei ideali e la nostra attuale società. Le prime persone che incontrai furono Maurizio ed Augusta: due splendidi amici a cui devo tutto ciò che ho fatto e tutto ciò che sono. Mi hanno molto impressionato in questo gruppo la capacità di essere una vera comunità (come una sorta di grande famiglia) e la determinazione nell’agire, anche contro tutto e contro tutti: non esitai ad iscrivermi per mettermi in gioco, avere nuovi amici che condividessero le mie idee e cominciare a fare politica.
Attualmente è da quasi 2 anni e mezzo che sono all’interno di questo movimento e non ho nulla da rimpiangere. Più passa il tempo e più sento questo movimento mio a tutti gli effetti. Come dice Stallone nel film Rocky Balboa “Io credo che quando hai vissuto tanto tempo in un posto, tu sei quel posto”. Con gli anni cambio il mio modo di pensare, di parlare (come è giusto che sia), ma lo faccio tenendo saldi gli ideali in cui credo e continuando a militare all’interno di un movimento in cui mi rispecchio profondamente in quasi tutto.
Perché AG Torino e non un altro movimento? I motivi sono molteplici.
AG Torino innanzi tutto è composto da ragazzi (e non da devastati) che hanno voglia di sbattersi e di “sacrificarsi” per i nostri ideali in maniera civile e democratica ed è legato alla tradizione del proprio movimento, che risale al vecchio Fronte della Gioventù, ma ovviamente senza ridursi ad una mera nostalgia del passato, bensì cercando di attuare ciò in cui abbiamo sempre creduto a favore della gente della nostra attuale società.
Questo movimento, e le persone che ne fanno parte, mi hanno insegnato tanto. Mi hanno fatto capire che essere dei “camerati” va al di là dei semplici ideali comuni: vuol dire essere proprio come in una famiglia, in cui bisogna essere tutti uniti, fidarsi l’uno dell’altro ed essere leali (con se stessi e con gli altri “fratelli”). Grazie al mio movimento, non ho mai avuto nulla da nascondere. Qui nessuno ha nulla da nascondere e nessuno sfrutta i nostri ideali per arrivare alle “poltrone”.
E tutto questo è volontariato: nessuno ci paga!
Ciò che ci accusa la sinistra radicale è di essere razzisti. Un’accusa infondata e fatta con la consapevolezza di mentire pur di mettere in cattiva luce gli avversari politici. Di certo siamo intolleranti nei confronti di chi non rispetta le nostre leggi, nei confronti di chi spaccia droga e nei confronti dell’immigrazione clandestina, ma la parola “razzismo” è tutt’altra cosa. Per quanto riguarda me, un mio carissimo amico (a cui voglio davvero un gran bene) è nato in un altro Paese, è di colore ed è di ideali comunisti… Ergo chi mi definisce razzista (oltre ad essere un ignorante) è un idiota!
Stando in perfetta sintonia con la presa di posizione del mio movimento, anch’io sono contro la droga. Ritengo giusto dover distinguere le droghe leggere da quelle pesanti, ma solo dal punto di vista formale: io ritengo che entrambe facciano male, seppur in maniera diversa. Personalmente non ho mai fatto neanche un “tiro” di una canna e non me ne vergogno.
Ricordo sempre alcune scene nell’ultima gita di classe a Barcellona che mi hanno lasciato scosso: un gruppo di 5-6 amici si sono fumati in un giorno 27 canne dalle appariscenti dimensioni. Ricordo che alla sera, in nave, uno di loro a malapena si reggeva in piedi… Era talmente pallido che sembrava un fantasma. Un altro di quel gruppo dormiva con me nella stessa cabina: si accasciò sul letto e mi disse: “Enri… Vedo le stelline… Sto malissimo…”. Io mi limitai a rispondergli con un “Bravo, coglione!”
Un’altra immagine che ho in mente è quella di un ragazzo con una siringa in mano accasciato sul volante della propria auto, vicino casa mia. In quel momento ero con la mia ragazza e la distrassi per non farle vedere quella raccapricciante scena.
A seguito di questi piccoli episodi, sono sempre più convinto che l’amore per la vita sia importante e che non dobbiamo farci ingannare dal desiderio di farsi accettare/ammirare dagli amici o dal farsi trascinare dalla depressione ricorrendo alle droghe. Esistono tanti altri modi per “sballarsi” in modo molto più naturale e soddisfacente, come per esempio (dal punto di vista di un uomo) andare a letto con una ragazza.
Cosa è cambiato in me negli ultimi tre anni?
Probabilmente sono migliorato nel modo di pensare e nella dialettica… Ma il modo di apparire è sempre lo stesso, cioè caratterizzato da una moda assolutamente mia: jeans prettamente Levi’s (che mi son sempre piaciuti), alcuni modelli di scarpe da ginnastica Nike, qualunque tipo di maglia di qualunque marca purchè mi piaccia ed i miei “fedeli” capelli lunghi, che hanno caratterizzato la mia adolescenza tra le polemiche all’interno di un liceo privato retrograde.
Non vado in giro conciato da pagliaccio come un devastato estremista: Che senso ha fare di un estremismo una moda? Che senso ha apparire un duro e puro per intimorire gli altri e poi non si ha carattere? Che senso ha avere una celtica sul giubbotto se non la porti realmente nel cuore?
Ecco quello che il MIO movimento mi ha insegnato. Ecco quello che IO devo al MIO movimento.
Cos’è che mi dà la forza di andare avanti? La voglia di sfida che ho dentro di me. La voglia di non mollare mai. La voglia di affermare la mia individualità facendo sentire la mia voce. La voglia di lottare per qualcosa di spiritualmente immortale e più grande della razza umana: gli ideali.
Concludo con una citazione presa dal film John Rambo.
Non c’è nessuno di noi che non vorrebbe essere altrove. Ma questo è quello che facciamo. E’ quello che siamo. Vivere per niente o morire per qualcosa?
(ANSA) – BELGRADO, 22 FEB – Calma oggi a Belgrado dopo i disordini che hanno causato un morto (forse un manifestante) e 132 feriti, di cui una cinquantina di agenti. La polizia ha arrestato 192 persone. Sono in corso lavori per riparare le otto ambasciate danneggiate in misura piu’ o meno e i circa 90 esercizi commerciali devastati. Dopo la condanna espressa dal ministro Jeremic, e’ giunta quella del premier, Kostunica. La Russia ha escluso ‘totalmente la presenza di componenti militari russe’ vicenda.
La Storia è realmente maestra di vita.
Il passato dei Balcani è lo specchio degli avvenimenti futuri.
Kossovo indipendente e Serbia, nazione più forte della confederazione jugoslava, con (dati 2001) il IV esercito più potente d’Europa, rifiuta ogni possibilità di dialogo e non accetta di perdere la sua area più meridionale. Si ripropone il sogno balcanico (soprattutto serbo) della Grande Serbia: dal 1941 a oggi, saccheggi, morte, crimini contro l’umanità. E una potenza, la Russia, che per rinverdire antichi fasti, si pone alle spalle di Belgrado con il suo imponente (per quanto antiquato) apparato militare. Una voluttà, null’altro. Gli statisti orientali dovrebbero leggere ADELCHI: come i franchi anche Mosca non scenderà in campo per logica ideale, ma probabilmente per fare della Serbia un protettorato. Occupazione militare, estensione dei propri confini, sbocco sull’ Adriatico. C’è tutto, interesse strategico, economico e politico. Chissà se qualcuno riuscirà a capirlo, a Oriente e Occidente. Le speranze sono poche. Ma certo, in un mondo dominato da internet play station il tempo per leggere l’ ADELCHI non c’è mai. Peccato.
Nella sua opera maggiore Il Capitale Karl Marx affermava: “la violenza è la levatrice di ogni vecchia Società, gravida di una società nuova”. La levatrice presa in considerazione è la tanto sbandierata rivoluzione che doveva portare il paradiso in terra, fatto di gioia, pace e uguaglianza. Al contrario ha portato soltanto morte, dolore, apatia e durante i primi anni del bolscevismo in Russia la disumana antropofagia, che ha creato la leggenda dei comunisti “mangia bambini”. In realtà in Italia hanno sem’pre mangiato al tavolo del potere, dapprima spartendosi con la DC le amministrazioni locali, poi con le varie lottizzazioni delle televisioni. Oggi dopo decenni di doppiezza hanno completamente abbandonato le velleità rivoluzionarie e hanno addirittura sposato un pacifismo assoluto di chiaro sapore strumentale. Scordando che il terrorismo è sempre alle porte e che nel passato persino stati che si dichiaravano neutrali sono stati invasi. Ne è un caso il Belgio durante la Prima Guerra Mondiale, invaso dai tedeschi, fatto che provocò il passaggio da parte di molti anarchici e socialisti sul fronte interventista. Ci accorgiamo che se da un lato la sinistra marxista, neo marxista e post marxista ha abbandonato la violenza, dall’altro non ha sicuramente abbandonato la demagogia. Questa sinistra scaricata da Veltroni è l’ultima “cosa” in ordine cronologico, composta da Rifondazione, PdCI e Sinistra Democratica, tutte schegge prodotte attraverso le ripetute scissioni della diaspora del PCI. Insieme ai Verdi hanno dato vita al cartello Sinistra Arcobaleno, che si presenterà alle prossime elezioni politiche con candidato premier l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. L’intento è quello, sulla scia del PD di dare vita a un grande partito con un nuovo simbolo condiviso. Per il momento e per logiche elettorali sono stati mantenuti i vecchi simboli, sormontati da un grande mare colorato. Così, seppure in piccolo, è rimasto il vecchio logo con la falce e martello, motivo di discordia tra chi lo ritiene intoccabile e chi no. Pare che a mettere tutti d’accordo per il futuro sia stata la proposta di Pecoraro Scanio di sostituire il vecchio simbolo con uno nuovo che rispecchi l’anima ambientalista di tutti: “Felce e Rastrello”. Magari per poi andare a rastrellare la monnezza a Napoli e in tutta Italia.
A 40ennale Casini e Aznar sparano a zero e lui fa mea culpa
(ANSA) – ROMA, 2 FEB -Fini riscopre il ‘68. Il centrodestra, ammonisce il leader di An, non commetta l’errore di 40 fa quando lascio’ alla sinistra la contestazione. Errore che determino’ una frattura insanabile con il mondo giovanile. Fini ha spiazzato cosi’ gli altri due ospiti al convegno della fondazione Liberal, Aznar e Casini che si erano lanciati invece in un duro atto di accusa. ‘Piu’ che di ‘68 -ha detto Fini- dovremmo parlare di contestazione giovanile, movimento che aveva uno spirito tutt’altro che negativo’.
Uno spirito tutt’altro che negativo. Beh, Presidentissimo questa dovrà spiegarcela. Quale spirito? Quello dell’abbattimento del sistema meritocratico nella scuola e nel lavoro? Quello del pacifismo a oltranza e del monopolio culturale? O magari quella dell’annientamento del rispetto per le Istituzioni in cui la Destra, con alti e bassi, ha sempre creduto?
Presidentissimo (mi perdoni, da qualche tempo a questa parte amo chiamarla così) Lei ha avuto la fortuna (che poi è stata anche dei nostri genitori) di essere educato fino alla maggiore età in una scuola, quella italiana, ancora pregna dei precetti gentiliani i quali, come mi insegna, sono frutto di una evoluzione della dottrina haegeliana, fondata su dovere, disciplina del corpo e della mente, sana e gagliarda ambizione; una scuola figlia di un filosofo brutalmente assassinato, odiato dalla sciatta sinistra massimalista, osannato dal MSI prima e da Alleanza Nazionale poi. Non vorrà che il grande Ministro siculo ora si rivolti nella tomba!?
1968. Lei iniziava la sua militanza nella Giovane Italia, presumo senza essere a conoscenza dei fermenti ideologici e culturali che scuotevano (uso il termine con accezione positiva) il mondo della destra giovanile. Qualcuno aveva ben compreso il senso di quel moto “rivoluzionario”che due anni prima aveva infiammato i College americani ed ora si propagava in Europa; qualcuno aveva saputo “drenare” dalla piena sessantottina novità ideali che, sapute sfruttare con impegno e onestà intellettuale, potevano opporsi ai dementi slogan del Movimento studentesco e alla sua capacità (questo lo riconosco) di aggregazione.
Di chi sto parlando mi chiederà. Sto parlando del Fuan Caravella e di Primula goliardica, quei leggendari gruppi giovanili che, stanchi del nostalgismo delle sedi del MSI, volenterosi di rendersi partecipi di un momento della Storia italiana da non tramandare solo a “sinistra” hanno partecipato alla battaglia di Villa Giulia. Peccato che la loro esperienza fu distrutta da quei volontari nazionali, guidati proprio da Giorgio Almirante. Almirante, mi pare ricordare essere stato il Suo padre poliotico, che Le diede il ” La” per guidare la transizione del MSI ad AN e per portare il Partito al rapido dissolvimento in questo A.D. MMVIII che non dimenticheremo facilmente.
Che dirLe ancora Presidentissimo: i conti vanno fatti non solo in termini di voti ma anche di coscienza, soprattutto di coscienza. Non è mai troppo tardi. Ci pensi!
“Ce l’abbiamo fatta!” Questa la prima cosa che ho pensato passando innanzi al cantiere di piazza Brunelleschi, storico atrio della facoltà di Lettere di Firenze.
Due anni fa Azione Universitaria Firenze dava inizio ad una battaglia dura e difficile per restituire alla dignità storica e alla cittadinanza un luogo devastato da spacciatori, vagabondi e Collettivo.
Provo quasi nostalgia a ripensare ai nostri primi interventi, alla reazione degli anarchici asserragliati nel Bar Autogestito, locale ricavato da un vecchio caffè e divenuto in breve ricettacolo di tossicodipendenti e attivisti dei Centri Sociali.
Volantini strappati, aggressioni, ronde sotto casa dei militanti, aggressioni alle nostre ragazze… Eppure tutto questo a qualcosa è servito. Se il bar fu murato nell’ ottobre 2006, il 2008 ha regalato la speranza di tornare a vivere un angolo di storia del centro fiorentino.
L’azione coordinata di AU e del Consiglio Comunale di AN ha pressato e spinto il rettore e la presidenza a rispettare l’accordo datato autunno 2006 che impegnava il Comune a cedere la piazza all’ Università e quest’ultima a provvederne la ristrutturazione.
Una vittoria non solo fiorentina ma italiana: una vittoria simbolo di come la volontà e la caparbietà possano superare gli ostacoli più duri.
LONDRA – Benazir Bhutto, leader dell’opposizione pachistana, è morta. L’ex premier era rimasta coinvolta in un grave attentato a Rawalpindi e quindi trasferita ricoverata in ospedale per un intervento di emergenza. Il bilancio dell’attacco e’ di almeno 35 morti, e tra loro potrebbero esserci
anche altri tre leader del Partito del Popolo Pakistano (Ppp), Zumarad Khan, Shert Rehman e Rehman Malik.Benazir Bhutto e’ stata colpita anche da spari alla testa. Secondo la ricostruzione della televisione di stato pachistana, sarebbe stato un cecchino a spararle alla nuca. Un’ipotesi quest’ultima che non coincide con la versione della polizia, secondo cui un attentatore suicida ha aperto il fuoco contro Bhutto mentre l’ex premier stava lasciando il comizio in un parco, e poi si è fatto saltare in aria. “Prima l’uomo ha sparato contro il veicolo di Bhutto. Lei si è chinata e lui si è fatto esplodere”, ha detto l’ufficiale di polizia Mohammad Shahid. Bhutto, che aveva 54 anni, è morta all’ospedale di Rawalpindi. La sua morte è stata confermata anche da un esponente del suo partito, Rehman Malik. “E’ stata martirizzata”, ha detto. Secondo la polizia, 16 persone sono rimaste uccise nell’attentato. Secondo la televisione pachistana il leader taleban Bailtullah Masood sarebbe sospettato di essere il responsabile dell’attentato che ha causato la morte della Bhutto.
SCONTRI E MANIFESTAZIONI IN PAKISTAN
NEW DELHI – Alla notizia della morte di Benazir Bhutto si sono registrati scontri e manifestazioni di protesta in tutto il Pakistan. A Peshawar (Nord ovest) la polizia è dovuta intervenire per sedare le rivolte. Diversi negozi sono stati chiusi, altri sono stati saccheggiati e auto date alle fiamme in ogni parte del Paese. A scendere in piazza soprattutto i seguaci del Partito del Popolo Pakistano (Ppp) che aveva la Bhutto come leader, i quali si stanno rendendo responsabili di devastazioni.
SHARIF PROMETTE CONTINUARE ‘GUERRA’ DEI PACHISTANI
ISLAMABAD – Il leader dell’opposizione pachistana Nawaz Sharif ha promesso ai pachistani di “portare avanti la loro guerra”, dopo l’assassinio, della leader dell’opposizione Benazir Bhutto.
USA, DIP.STATO CONDANNA ASSASSINIO – Gli Stati Uniti condannano l’ assassinio dell’ex primo ministro pachistano Benazir Bhutto, sottolineando che si tratta di un gesto che mina la riconciliazione nel paese: lo ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato. Il presidente George W.Bush è stato informato dell’accaduto nel ranch texano di Crawford, dove trascorre le festività.
FOREIGN OFFICE CONDANNA ‘ATTACCO INSENSATO’
LONDRA – Il capo del Foreign Office britannico David Miliband si è detto “profondamente scioccato” dall’uccisione di Benazir Bhutto, vittima oggi di un “attacco insensato”. “Conosceva – ha detto il ministro degli esteri britannico – i rischi connessi al suo ritorno per la campagna elettorale ma era convinta che il suo paese avesse bisogno di lei”. Miliband ha auspicato che il Pakistan dia adesso prova di “moderazione e unità”. “Colpendo Benazir Buttho – ha sottolineato – gli estremisti hanno colpito tutti quanti sono impegnati nel processo democratico. Non possono e non devono spuntarla”.
VATICANO; NOTIZIA TERRIBILE, PARTECIPIAMO DOLORE
CITTA’ DEL VATICANO – “Una notizia tragica, terribile… partecipiamo al dolore della popolazione pakistana”: così padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, ha commentato l’uccisione di Benazir Bhutto, ex premier del Pakistan e leader dell’opposizione. “L’attuale attentato di oggi mostra quanto sia estremamente difficile pacificare una Nazione così travagliata dalla violenza”, ha spiegato all’Ansa il portavoce della Santa Sede. “Così si allontana la pace”, ha aggiunto ancora, riferendo che lil Vaticano “partecipa al dolore del popolo pakistano”. Come avviene in casi di notizie così gravi, ha detto ancora il religioso il Papa è stato “immediatamente informato”.
Il 19 dicembre alle ore 15.00, in Piazza Montecitorio si terrà una tombolata organizzata da Azione Giovani contro questo governo ormai alla frutta (secca, direi, dato che siamo a Natale). Riprendendo Rivolta Generazionale, faremo Rivolta di Natale e sarà una fantastica tombolata che, usando le figure tipiche della smorfia, darà luogo ad una satira politica molto divertente su Prodi & Co. Ti aspettiamo!
Nella tradizione della destra, da sempre, esiste la figura dell’intellettuale militante: uomo di pensiero e di azione, politico e filosofo,(di Marco Cimmino) – Nella tradizione della destra, da sempre, esiste la figura dell’intellettuale militante: uomo di pensiero e di azione, politico e filosofo, che, con il suo impegno e le sue intuizioni, contribuisce attivamente al cambiamento sociale e al bene comune. Da qualche tempo, purtroppo, la destra italiana ha assunto, viceversa, un costume culturale statico, privo di impatto sulla gente, con una classe intellettuale più tesa ad autoanalizzarsi e ad interrogarsi sul proprio destino che a preoccuparsi di costruirlo. Noi, invece, crediamo che sia venuto il tempo di rendere attivi i nostri pensieri: di abbandonare le torri d’avorio o i pensatoi conventuali, per tornare tra la gente, assumendoci la responsabilità e l’onore di indicarle la strada. Lo strumento di questa rivoluzione possono essere i Circoli della Nuova Italia, attraverso i quali vogliamo restituire alla politica la sua dimensione popolare, troppe volte eclissata da quella semplicemente populista. Per farlo, c’è bisogno di idee e di opere: bisogna che i nostri intellettuali escano dall’ombra, tolgano dagli armadi le insegne del loro grado e partecipino a questa battaglia di civiltà e di cultura: prima che sia troppo tardi, prima che passi il momento buono e si risprofondi nel torpore e nell’ignavia. Quel momento è adesso: il grande fermento che circonda il centrodestra e la percezione evidente di un possibile e, speriamo, vicino successo elettorale, ci impongono di programmare seriamente e attentamente il nostro futuro politico. Per questa ragione, oggi, chiamiamo sotto la nostra bandiera tutti coloro che sentano di avere ancora qualcosa da dare e da dire alla nostra gente: promettiamo loro fatica e soddisfazione, impegno ed aiuto. E’ venuto il momento di riprendere a pensare in grande: di prendere in mano il timone e di tracciare la rotta. Noi crediamo che sia il dovere di un intellettuale che si dica di destra farsi avanti e partecipare: assumersi, insomma, gli impegni e le responsabilità che la nostra gente si aspetta da lui. Molte cose ci sono da fare: l’identità e la partecipazione, certo, ma anche il territorio, la scuola, la comunità e la comunicazione, l’economia, sono tutti campi ove la latitanza di una classe intellettuale preparata e decisa si è fatta sentire per troppo tempo. Sta, ora, agli intellettuali e ai politici fare la propria parte: i primi organizzando e coltivando le realtà locali, i secondi impegnandosi a non lasciare più queste realtà abbandonate a loro stesse, facendo sentire tutto il peso del loro appoggio. Insomma, qui si tratta di tornare a lavorare, uniti, per il bene dell’Italia. Chiunque abbia la volontà e la fiducia per partecipare a questo progetto sarà accolto a braccia aperte. Non appena avremo ottenuto un numero di adesioni qualitativamente e quantitativamente adeguato, partiremo con l’organizzazione delle strutture e delle attività: non c’è tempo da perdere. Attraverso tutti i canali correnti (Associazione Nuova Italia, Area, Destrasociale.org eccetera) è possibile aderire a questa nostra chiamata: a gennaio ci conteremo e, se Dio vuole, partiremo per questa traversata. Ne varrà comunque la pena, perché, sull’altra sponda, ci aspetta una nuova Italia. L’Italia che vogliamo. che, con il suo impegno e le sue intuizioni, contribuisce attivamente al cambiamento sociale e al bene comune. Da qualche tempo, purtroppo, la destra italiana ha assunto, viceversa, un costume culturale statico, privo di impatto sulla gente, con una classe intellettuale più tesa ad autoanalizzarsi e ad interrogarsi sul proprio destino che a preoccuparsi di costruirlo. Noi, invece, crediamo che sia venuto il tempo di rendere attivi i nostri pensieri: di abbandonare le torri d’avorio o i pensatoi conventuali, per tornare tra la gente, assumendoci la responsabilità e l’onore di indicarle la strada. Lo strumento di questa rivoluzione possono essere i Circoli della Nuova Italia, attraverso i quali vogliamo restituire alla politica la sua dimensione popolare, troppe volte eclissata da quella semplicemente populista. Per farlo, c’è bisogno di idee e di opere: bisogna che i nostri intellettuali escano dall’ombra, tolgano dagli armadi le insegne del loro grado e partecipino a questa battaglia di civiltà e di cultura: prima che sia troppo tardi, prima che passi il momento buono e si risprofondi nel torpore e nell’ignavia. Quel momento è adesso: il grande fermento che circonda il centrodestra e la percezione evidente di un possibile e, speriamo, vicino successo elettorale, ci impongono di programmare seriamente e attentamente il nostro futuro politico. Per questa ragione, oggi, chiamiamo sotto la nostra bandiera tutti coloro che sentano di avere ancora qualcosa da dare e da dire alla nostra gente: promettiamo loro fatica e soddisfazione, impegno ed aiuto. E’ venuto il momento di riprendere a pensare in grande: di prendere in mano il timone e di tracciare la rotta. Noi crediamo che sia il dovere di un intellettuale che si dica di destra farsi avanti e partecipare: assumersi, insomma, gli impegni e le responsabilità che la nostra gente si aspetta da lui. Molte cose ci sono da fare: l’identità e la partecipazione, certo, ma anche il territorio, la scuola, la comunità e la comunicazione, l’economia, sono tutti campi ove la latitanza di una classe intellettuale preparata e decisa si è fatta sentire per troppo tempo. Sta, ora, agli intellettuali e ai politici fare la propria parte: i primi organizzando e coltivando le realtà locali, i secondi impegnandosi a non lasciare più queste realtà abbandonate a loro stesse, facendo sentire tutto il peso del loro appoggio. Insomma, qui si tratta di tornare a lavorare, uniti, per il bene dell’Italia. Chiunque abbia la volontà e la fiducia per partecipare a questo progetto sarà accolto a braccia aperte. Non appena avremo ottenuto un numero di adesioni qualitativamente e quantitativamente adeguato, partiremo con l’organizzazione delle strutture e delle attività: non c’è tempo da perdere. Attraverso tutti i canali correnti (Associazione Nuova Italia, Area, Destrasociale.org eccetera) è possibile aderire a questa nostra chiamata: a gennaio ci conteremo e, se Dio vuole, partiremo per questa traversata. Ne varrà comunque la pena, perché, sull’altra sponda, ci aspetta una nuova Italia. L’Italia che vogliamo.
per la Conferenza nazionale di Alleanza Nazionale per il Mezzogiorno
Bari 2/3 marzo
“Intervenendo direttamente e sottraendo alla società le sue responsabilità, lo Stato assistenziale porta ad uno spreco di energie umane e a una sovrabbondanza di enti pubblici, che sono dominati più da un modo di pensare burocratico che dall’interesse per i loro utenti, e che sono accompagnati da enormi aumenti della spesa pubblica. In realtà, a quanto sembra, i bisogni sono compresi e soddisfatti meglio da coloro che si trovano a più stretto contatto con chi è in difficoltà e possono comportarsi da buoni vicini di casa rispetto a questi ultimi”. GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Centesimus Annus.
PREMESSA:
RIPARTIRE DAL SUD PER RICONQUISTARE IL PAESE
Il Mezzogiorno è essenziale non solo per lo sviluppo del nostro Paese e per il ruolo geo-politico dell’Italia nel Mediterraneo, ma è fondamentale per il riscatto della Destra e delle genti del Sud, già deluse di avere affidato i propri sogni e le proprie aspirazioni ad una sinistra massimalista e contraddittoria.
Il Sud, non è stato considerato per troppo tempo, specie al governo, una priorità politica e An ha pagato dazio in termini di consensi elettorali.
Proprio dal Sud dovrebbe ripartire la Destra, anche tramite l’opera della sua organizzazione giovanile, per frenare la resistibile fuga dei giovani da quest’area del paese.
Il Mezzogiorno non può e non deve essere considerato l’eterna emergenza, l’atavico e irrisolvibile problema della Nazione.
Nella terra dove sono state costruite le “cattedrali nel deserto”, dove il binario unico ferroviario è più una regola che un’eccezione e dove la legalità non è ancora un valore riconosciuto da tutti, i numeri ed i fatti dicono che la “questione meridionale” resta inesorabilmente aperta e diventa inequivocabilmente una questione nazionale.
Nè la sinistra, che ha varato una manovra economica contro il sud, evitando di distribuire le risorse per il Fas (Fondo Aree Sottoutilizzate) in modo uniforme, tanto da essere un mero annuncio, una beffa ulteriore ai danni del sud, è in grado di risolvere la situazione.
An deve tornare a parlare al cuore dei meridionali, dialogando con le categorie e con tutto quanto di buono e positivo esprime il sud, ritornando a dare ai giovani un sogno, una reale motivazione per restarci.
Solo riconquistando il sud e la sua gente la Destra sarà credibile cerniera politica e sociale tra due aree del paese e rappresentarle nel nome dell’interesse nazionale.
Solo se la Destra saprà essere capace di ripartire da questa sfida potrà tornare a vincere.
Non ci vuole molto: questa gente, che raramente ha fatto venire meno il suo affetto e il suo consenso alla Destra politica, aspetta solo un segnale.
IL SUD DIMENTICATO:
TRA FALLIMENTI E CLIENTELISMO
Nei primi anni ‘50, gli anni che avrebbero preparato il boom della piccola Italia, il Mezzogiorno, contadino e latifondista, rischiava di allontanarsi ulteriormente dal resto del Paese e di trasformarsi solo in terra di emigrazione.
Allora nessuno pensava alla vendita delle spiagge, ai casinò o ai campi da golf. I problemi da affrontare e gli interventi da produrre riguardavano la quotidianità. Il Sud aveva bisogno di tutto: strade e ferrovie, ma anche luce e acqua.
È proprio in quegli anni che si assiste alla più intensa infrastrutturazione del Sud. Con il passare del tempo aumentò anche l’appetito e nei primi anni ‘70 la classe politica, che prima aveva sostanzialmente lasciato mano libera agli ingegneri, decise di attuare sulle grandi opere una serie di ingerenze sempre più pressanti. Qui nasce il più grande deficit del meridione: non avere una classe politica adeguata.
Nel frattempo era partita la seconda scommessa: l’industrializzazione forzata del Sud attraverso le partecipazioni statali con Iri ed Eni in prima fila, ma la distribuzione degli incentivi alle imprese è spesso discrezionale e a beneficio soprattutto del Nord, anche perchè le banche sono pronte ad adeguarsi alle richieste. Così l’intervento straordinario invece di essere un sostegno aggiuntivo, in grado di favorire lo sviluppo di imprese al Sud, era diventato sostitutivo della spesa ordinaria. Il Mezzogiorno restava privo di infrastrutture, di industrie proprie, di prodotti propri, era solo un mercato di consumo sostenuto dalla mano pubblica con pensioni di invalidità e assunzioni clientelari.
La ricostruzione, a seguito del terremoto in Campania e Basilicata del 1981, fallisce nonostante i 50.000 miliardi di vecchie lire distribuiti in oltre un decennio. L’ennesima scommessa perduta. Il numero dei Comuni colpiti, e quindi beneficiari degli interventi, crebbe per volontà del Parlamento di ora in ora, di giorno in giorno. A favorire lo spreco delle risorse si aggiunse la ricostruzione dissennata e priva di ogni ragionevole progettazione strategica.
A metà degli anni ‘80 si assiste ad un intervento straordinario per il Sud (legge 64) cui, sulla carta, vengono assegnati 120 mila miliardi.
Crescono le finanziarie e gli enti per il Sud e con loro i consigli di amministrazione, i posti da distribuire, gli amici da accontentare magari acquisendo aziende decotte. Crescono gli sprechi.
Il 7 settembre del 1993 a Crotone gli operai dell’Enichem messi in cassa integrazione a zero ore, danno fuoco a bidoni riempiti di fosforo e la rabbia si estende a Salerno, Manfredonia, Gioia Tauro. Per arginarla si inventano i contratti d’area, si istituisce una task force con il compito di attrarre imprese del Nord o estere. Ma non succede niente.
Il Presidente del Cnel, De Rita, assieme ad alcune associazioni imprenditoriali e sindacali e a qualche Sindaco, avvia la stagione dei patti territoriali.
Non ci sono soldi da mettere sul piatto, non ancora, ma si tratta di trovare un fronte su cui mobilitare quel che esiste già sul territorio. L’esperimento comincia a funzionare, qualcosa si muove tant’è che anche a Roma se ne accorgono.
E così com’era accaduto con i comuni del terremoto irpino, anche i patti territoriali proliferano e da 10 passano ad oltre 100.
Il Sud rumoreggia e per accontentarlo si cambia di nuovo creando un maxiente, Sviluppo Italia, che assorbe tutti i rami lasciati orfani dall’intervento straordinario. L’obiettivo è attrarre i grandi capitali che snobbano il Sud, ma passa alla storia soprattutto per la gestione dei prestiti d’onore.
I soldi sono pochi e per questo si punta ad ottimizzare l’uso delle risorse europee fino ad allora snobbate, ora utilizzate spesso in maniera irrazionale e con forti sprechi dai vari governi regionali. Ma se sul fronte della spesa arrivano negli ultimi anni risultati positivi, il gap infrastrutturale del Mezzogiorno non diminuisce.
La storia, quindi, il recente passato ed il presente ci dimostrano delle assolute verità relative al Mezzogiorno.
La prima è lo stato di abbandono delle istituzioni nazionali che le regioni del Sud hanno conosciuto per molto tempo.
La seconda è l’assoluta mancanza di criterio in tutti gli interventi che storicamente i governi nazionali hanno varato a favore del nostro territorio. Basti pensare agli sprechi legati ad investimenti sbagliati, al tentativo di impiantare strutture ed infrastrutture dello sviluppo non coerenti con le condizioni del territorio, né con la sua cultura o la sua storia, con il suo paesaggio. Cosa sarebbe successo, ad esempio, se nel Sud si fosse scommesso dall’inizio sulla macchina del turismo o sulla produzione agricola di carattere industriale, piuttosto che sull’impiantazione forzata di industrie “fuori luogo”?
E invece si è pensato all’elargizione di denari spropositata, non controllata, priva di lungimiranza e di ogni criterio di pianificazione strategica dello sviluppo economico.
Oggi la situazione è ancora più grave. Alla programmazione strategica si preferisce il clientelismo, alla formazione di una solida società civile, una classe imprenditoriale e di professionisti soggiogata alle logiche politiche e del malaffare.
L’Europa si è tramutata da opportunità in fonte di ricchezza per gli amici degli amici; con nuovi progetti, finanziati e mai realizzati, partono i corsi di formazione, si costruiscono i capannoni, ma le nuove aziende non vanno mai in marcia. Il Sud ritorna ad essere il buco nero dove si perdono miliardi di finanziamenti.
La politica del Sud, rimasta stranamente totalmente estranea al fenomeno di mani pulite, vive il suo momento peggiore, arrivano gli avvisi di garanzia. La tangente lascia il posto alla truffa nell’utilizzo dei finanziamenti comunitari.
I GIOVANI MERIDIONALI:
TRA FUGA DEI CERVELLI E RITARDO NELL’INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO
Un recente studio pubblicato dal trimestrale della Svimez, Rivista economica del mezzogiorno, n.1/2005, ha evidenziato una consistente emorragia di risorse umane qualificate dal Mezzogiorno del paese.
La cosiddetta “fuga di cervelli”essenziale per lo sviluppo del sud non accenna a diminuire.
La ricerca condotta su dati Istat, presenta i flussi migratori di ogni regione, in entrata e in uscita, per il ventennio 1980/1999, dimostrando come, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, vi è una ripresa del fenomeno dell’emigrazione in ogni regione meridionale che riguarda ampie fasce giovanili e secolarizzate.
Tutte le regioni meridionali, in particolare Calabria, Basilicata, Puglia e Campania, hanno registrato una netta perdita di laureati.
La gravità del fenomeno, sottolinea Svimez, è evidenziata dal fatto che, come ribadito dall’Ue, in particolare con la formulazione della strategia di Lisbona, la competitività nell’economia dipenderà molto dalla disponibilità del capitale umano.
Le imprese, specie quelle del Sud, denunciano le loro difficoltà nel reperire personale specializzato, quando diversi giovani con alte qualifiche lasciano i luoghi di origine perché non trovano lavoro.
Contraddizioni del Sistema Italia, ma quello che è certo è che la fuga dei giovani del sud, prima per motivi di studio e poi di lavoro, porta giovani medici, ingegneri e economisti, più degli altri, ad abbandonare le Regioni di provenienza e depauperare gravemente il Mezzogiorno.
La fuga dei cervelli si perfeziona in due diversi momenti: il primo nella scelta dell’Università, il secondo al momento dell’entrata nel mercato del lavoro.
La predetta mobilità non viene minimamente compensata da un analogo flusso dal nord verso il sud.
Ad esempio in uno stesso anno 7.110 erano i giovani del sud che avevano scelto un ateneo del Nord contro i 366 giovani settentrionali laureatisi in Università del sud. O i 2.357 laureati meridionali che hanno trovato un impiego al nord rispetto ai 293 laureati del nord che sono venuti a lavorare al Sud.
Prendendo in considerazione i due momenti della mobilità, studio e lavoro, dei giovani meridionali la perdita potenziale del capitale umano, della fuoriuscita del Mezzogiorno, arriva ad essere pari a quasi ad un quarto dei giovani con un qualificato e alto livello di istruzione e titolo di studio.
A questo scenario va aggiunto come in Italia solo il 7% dei giovani sono titolari di una ditta individuale e i più coraggiosi, a causa di mancanza di alternative, sono i giovani del Sud dove si registra, specie in alcune province come Crotone, Napoli e Reggio Calabria, un dato superiore alla media nazionale.
La precitata questione è quella del ritardo con il quale i giovani italiani entrano nel mercato del lavoro da dipendenti.
Secondo un recente studio di Unioncamere le doti personali, idee, creatività, voglia di rischiare, non mancano, mentre occorre potenziare le risorse economiche e competenze specifiche, tecniche e manageriali: ciò significa che sono necessari strumenti finanziari e di affiancamento e sostegno soprattutto nella fase di start up e di trasformazione dell’idea in impresa.
IL SUD DELLE OPPORTUNITA’:
TRA IDENTITA’ E TRADIZIONE LA FORZA DI UN TERRITORIO
Solo se un Paese lascia aperta la possibilità di sognare una vita diversa, da quella che viene socialmente assegnata, di progettare un futuro su cui investire risorse ed energie, lo stesso diventa luogo in cui vale la pena vivere, assumendo questa come una scelta cui si lega il proprio destino a quello della propria comunità di appartenenza.
Il luogo in cui si nasce diventa concretamente la propria comunità non quando nello stesso ci appare come il luogo in cui si dovrà necessariamente accontentare di quanto è ragionevolmente prevedibile, ma quando lo stesso appare come il luogo in cui è altrettanto ragionevole pensare che le proprie aspirazioni abbiano un accettabile fondamento.
L’identità di luoghi si alimenta del passato, del paesaggio, delle opere dei Santi, ma anche dello spazio che essa consente all’immaginazione ed a una progettazione che per realizzarsi non ha bisogno di un altrove.
E proprio da qui molti giovani sono in passato partiti e da qui molti ancora oggi continuano a partire, rassegnati, delusi, privi di ogni forma di speranza: un movimento migratorio sotterraneo e continuo che allontana e disperde molteplici risorse e che non può essere spiegato unicamente con la consueta inquietudine generazionale.
La sensazione di trovarsi all’interno di un ambiente fertile e innovativo, dove studiare e lavorare sia una chance di miglioramento per sé e per gli altri, deve costituire una fondamentale ricchezza di ogni luogo sociale.
DA ETERNO PROBLEMA A RISORSA DEL PAESE:
UN “NUOVO MEZZOGIORNO” PER I GIOVANI DEL SUD
Le priorità per lo sviluppo del Mezzogiorno, da troppi anni, sono sempre le stesse, ma le condizioni per costruire un “nuovo Mezzogiorno” sono legate alla volontà di mettere in moto un nuovo sistema basato su una rivoluzione culturale, un cambio di mentalità
Il Sud non ha bisogno solo di risorse pubbliche e di infrastrutture, ma a anche, e in particolare, di una maggiore legalità, intesa come conoscenza da parte di tutti delle regole che devono governare un territorio e delle occasioni di sviluppo e di crescita legate alla stesso.
Inserire il Mezzogiorno tra le priorità del Governo, più che una scelta politica, è, ormai, una necessità, a patto che non si apra un nuovo mercato di promesse elettorali e che seriamente ci si concentri su pochi punti trasparenti:
1) fiscalità di vantaggio per le imprese;
2) mano ferma a Bruxelles nella partita sui fondi UE;
3) accelerazioni di programmi per le infrastrutture;
4) riforma degli incentivi.
Il Sud merita un’attenzione vera, fatta di cultura di mercato, non sogni improponibili, ricorsi improbabili o rivoli di denaro che finanziano microinterventi di chirurgia assistenziale.
LE PROPOSTE DI AZIONE GIOVANI PER I GIOVANI DEL SUD
I GIOVANI E LA POLITICA
Il Sud ha nel proprio territorio e nella propria storia il proprio valore aggiunto, ma per poter trasformare questa potenzialità in vero sviluppo, sono necessari alcune riforme in settori chiave.
Il nemico numero uno da combattere è il trasformismo ed il trasversalismo dell’attuale classe dirigente. Troppe volte siamo costretti ad assistere non più a semplici convivenze tra politica e malavita, ma ad una vera e propria rete di interessi e affari che coinvolge sia la destra che la sinistra.
a) la politica, e in particolare la classe dirigente del sud, necessita di un codice etico di comportamento, da scrivere e far approvare a tutti i partiti, inaugurando una nuova stagione della moralizzazione della politica;
b) istituire e incentivare nuove forme di partecipazione politica che consentano ai giovani di riscoprire l’impegno civile e assumere responsabilità istituzionali (consulte giovanili, forum);
c) forme associative tra Enti locali per la gestione di risorse destinate ai giovani: il 75% dei Comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti, con limitate risorse finanziarie destinate ad interventi ed esigenze diverse da quelle delle grandi città, per questo è opportuno ipotizzare logiche concorsuali tra Comuni al fine di integrare le identiche risorse. Le politiche giovanili dovranno tradursi in una serie di interventi per i giovani inseriti nei bilanci degli Enti in capitoli ad hoc tra le spese correnti e tra gli investimenti destinati alla realizzazione di strutture per i giovani.
e) campus e comunità giovanili per i giovani nelle periferie degradate: combattere il degrado delle periferie urbane mediante la realizzazione, con l’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, di campus per gli studenti, dotati di campi sportivi, teatri, sale prove e laboratori. Veri centri culturali capaci di portare nelle periferie nuove forme di aggregazione. Creare, inoltre, le Comunità giovanili, spazi di libertà e aggregazione, per consentire ai giovani di esprimere i loro talenti artistici
I GIOVANI E LA SICUREZZA
La sicurezza è ormai una chimera per il meridione, eppure costituisce la condicio sine qua non per qualsiasi progetto di sviluppo:
a) presenza più forte dello Stato, non soltanto attraverso un maggiore radicamento delle forze dell’ordine ma anche e soprattutto tramite la riqualificazione di tutte quelle strutture pubbliche che dovrebbero rappresentare il ruolo positivo dello Stato sul territorio (es. scuole, ospedali, ecc.) e che invece troppo spesso ne rappresentano l’aspetto degenerato;
b) maggiore sicurezza per i cittadini onesti che in questi anni troppe volte sono stati abbandonati alla loro triste sorte;
c) educazione alla cittadinanza per insegnare ai giovani a combattere la mafia: educare le giovani generazioni alla legalità, partendo dalla scuola, dove inserire nei programmi didattici l’Educazione alla Legalità;
d) lotta al caporalato e al lavoro nero. L’illegalità nel Mezzogiorno è spesso identificata con la Mafia e con le altre consorterie criminose ma questa è una visione parziale. La prima piaga del Mezzogiorno è costituita dal caporalato e dal lavoro nero. E’ necessario un serio intervento legislativo per parificare il lavoro nero ed il caporalato ad una vera e propria forma di riduzione in schiavitù, con l’applicazione di un pesante sistema sanzionatorio penale. Lo stesso dicasi per tutte quelle imprese che non rispettano le norme sulla sicurezza dei cantieri, o a tutti quegli enti pubblici che nei capitolati di appalto riducono impunemente le somme per la sicurezza dei cantieri e che fingono di non vedere e magari favoriscono l’assunzione di maestranza non garantita.
I GIOVANI E LO SVILUPPO
Si deve riformulare l’approccio con cui si è agito fino ad oggi nel meridione. Lo sviluppo di queste terre non può che essere legato alla peculiarità dei singoli territori:
a) istituzione di una cabina di regia strategica unica del mezzogiorno, che non amministri fondi, ma che determini, in accordo con le regioni, lo sviluppo armonico di ogni singolo territorio secondo la sua vocazione naturale;
b) definizione dei distretti di sviluppo, realizzabili tramite la rivisitazione dei contratti d’area. I distretti di sviluppo prevedono non solo iniziative imprenditoriali tutte incanalate nello stesso settore, ma anche politiche di formazione scolastica, universitaria e professionale armonizzate alle esigenze tecniche richieste dal ogni singolo territorio;
c) riforma del sistema creditizio, il costo del denaro nel meridione è uno dei più alti d’Europa. Nel 2005 tra le prime 10 province (tutte del Nord) e le ultime 10 (tutte del Sud) si evidenziano 3,5 punti percentuali di differenza dei tassi di interesse praticati dalle banche sui prestiti a breve termine a livello provinciale (lo rileva il V Rapporto annuale sul credito provinciale, condotto da Unioncamere in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne), e si è, in tal modo, sensibilmente allargata la forbice, già esistente, tra Settentrione e Meridione.
I GIOVANI E IL MONDO DEL LAVORO
La mancanza di lavoro è il principale problema che riguarda i giovani meridionali, come dimostrato dai costanti e preoccupanti dati sulla disoccupazione giovanile al sud, spingendoli ad emigrare.
a) lavoro precario: istituzione di un fondo di garanzia che permetta l’accesso dei giovani lavoratori con contratto flessibile ai prodotti creditizi, con agevolazioni che consentano di potere progettare il proprio futuro.
b) imprenditoria giovanile: applicazione di un regime fiscale sostitutivo per coloro che intendono intraprendere nuove attività produttive. Previsione di un fondo di garanzia che garantisca gli istituti finanziari nei primi anni di attività delle nuove imprese. Questo provvedimento, insieme ad un potenziamento delle leggi agevolative esistenti per l’avvio di nuove imprese ridurrebbe drasticamente il tasso di mortalità delle nuove attività imprenditoriali, costituendo una misura concreta volta alla creazione di nuovi posti di lavoro.
c) progetti di spin-off: istituzione di un fondo statale per la realizzazione di progetti di spin-off tra scuole, università, aziende, imprese e attori operanti nel mondo del lavoro, al fine di valorizzare il processo formativo dei giovani nelle realtà educative e culturali tipiche del Meridione, favorendone l’inserimento nel mondo del lavoro.
RICOSTRUIRE IL TESSUTO URBANO
Il Sud affonda le sue radici nella Magna Grecia, e da quell’epoca fino agli anni ’60 il Sud è stato l’agorà. La piazza, il campanile sono stati i grandi e naturali luoghi di aggregazione comunitaria dove si è svolta la vita sociale nei piccoli come nei grandi aggregati urbani.
A partire dagli anni ’60, dapprima nelle grandi città e poi anche nelle piccole realtà, si è assistito ad un allargamento irrazionale del tessuto urbano: l’urbanistica marxista ha sostituito le comunità a misura d’uomo con immensi casermoni spersonalizzanti e le grandi periferie degradate costituiscono il brodo di coltura della nuova e violenta criminalità organizzata e non.
Non si può pensare ad un vero rilancio del Mezzogiorno senza un suo ripensamento urbanistico.
E’ necessario riscoprire la città a misura d’uomo. Le recrudescenze della criminalità non si combattono con le leggi speciali, né sono sufficienti straordinarie misure di sicurezza: una città diventa più vivibile quando è viva tutta la giornata, quando esistono luoghi di aggregazione dove trascorrere il tempo e vivere in tranquillità.
Da questo punto di vista bisogna agire senza infingimenti e senza retorica nella demolizione di interi quartieri periferici e nella loro sostituzione con zone più vivibili, dove sia possibile svolgere una vita comunitaria consentendo ai cittadini di interagire fra di loro.
UN MEZZOGIORNO NEL MEDITERRANEO
L’Italia intera, ma soprattutto il Mezzogiorno d’Italia, ha una sua naturale vocazione nel Mediterraneo, l’antico Mare Nostrum. Non è un caso se il Mezzogiorno ha conosciuto la sua maggiore floridità economica e sociale nel periodo in cui è stato centrale lungo l’asse mediterraneo.
Federico II, imperatore tedesco ma con un forte legame con il Sud Italia, stabilì in questo lembo d’Europa il centro ed il cuore pulsante del Sacro Romano Impero.
Il Mezzogiorno deve riuscire ad essere un autentico ponte verso la sponda meridionale del Mar Mediterraneo.
L’istituzione della Fiera del Levante a Bari, di Radio Brindisi che trasmetteva trasmissioni in arabo, della Fiera d’Oltremare a Napoli indicano una via già seguita in epoca contemporanea. Lungo quell’asse noi dobbiamo collocare le nostre linee di sviluppo e di penetrazione culturale nel bacino mediterraneo che, se non è tutto europeo, è all’Europa che si rivolge.
Oggi le linee dell’allargamento europee disegnano un’Europa sempre più rivolta verso nord-est, basta guardare una cartina dell’Europa nascente per rendersi conto che sempre più l’Italia, ed in particolar modo il suo meridione, rischiano di divenire un’estrema periferia.
Nel 2010 si apre l’area di libero scambio nel Mediterraneo: può essere questa l’opportunità per ricollocare l’Italia meridionale al centro di una vasta area geopolitica e per spostare a sud l’asse di interesse del Vecchio Continente.
Per essere pronti a questo è necessario, da un lato attrezzare le strutture del nostro Sud alla sfida che questa nuova situazione pone, dall’altro procedere ad una crescita culturale per far sì che quella che è stata la Magna Grecia possa essere davvero un nuovo ponte tra i popoli del Mediterraneo.
Questo è il nostro Sud, il Sud che vogliamo: una terra orgogliosa delle proprie radici, consapevole delle proprie difficoltà ma coraggiosa nell’affrontarle, ambiziosa e fiduciosa di poter tornare ad essere una risorsa positiva per l’Italia, per l’Europa, per il Mediterraneo.
IL BARGELLO, foglio telematico di contro informazione del Nucleo universitario CARAVELLA, della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Università di Firenze.
Anche in versione cartacea, periodico distribuito gratuitamente nella Facoltà di Lettere.
INCURSIONE IDEALE