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Facoltà di Lettere di Firenze: sobillatori e vigliacchi

In Attualità politica, Bargello on Marzo 20, 2009 at 12:34 pm

Come in ogni agglomerato umano,come in ogni momento di confronto politico-elettorale,non possono mancare (tradizione tutta mediterranea) sobillatori e spie. I così detti “infami” popolano facoltà,luoghi di ritrovo, associazioni e gruppi. La militanza di facoltà mi ha dato occasione di imparare ma anche di identificare alcuni di questi soggetti. Naturalmente non farò nomi,potrò al massimo dire che V.A. ,per esempio, è un noto doppiogiochista,più volte resonsabile della ’svendita’ di “compagni” e “camerati”  per ottenere favori che vi lascio immaginare. A differenza di quanto si possa credere,le oganizzazioni come l’  ”ONDA” pullulano di questi soggetti e a Firenze (vedi sopra) non mancano ‘galantuomini’,pronti a scatenare bagarre o accusare persone innocenti di cose non leggere. Il tutto per un rendiconto misero,che rispecchia peraltro la miseria umana di tali soggetti. ATTENZIONE ALLORA!

Antifascismo delirante

In Attualità, Attualità politica, Bargello, destra firenze, violenza on Marzo 20, 2009 at 12:11 pm

Di seguito alcuni articoli che la dicono lunga su quei ‘democratici’ che chiamano fascista anche uno iscritto alle ACLI. Menzonieri come sempre,prima provocano disordini e risse,poi scappano e denunciano chi hanno aggredito. Bella prova di responsabilità e di coraggio! Ringraziamo,per il materiale,i camerati de “La Voce della Fogna” – Redazione Ternana (http://vocedellafogna.wordpress.com)  

NAPOLI: BLOCCO STUDENTESCO, 7 MILITANTI AGGREDITI DA COLLETTIVI ALL’UNIVERSITA’
‘’ERANO 60-70 PERSONE, LI HANNO PRESI A CINGHIATE E LANCIATO OGGETTI’’

Napoli, 18 mar. (Adnkronos) – Sette militanti del Blocco studentesco ‘’alle ore 13:00 circa sono stati aggrediti verbalmente e fisicamente da circa 60-70 persone probabilmente appartenenti a centri sociali e collettivi universitari di estrema sinistra’’. Lo denuncia il responsabile del Blocco studentesco di Napoli, Antonio Mollo, spiegando che i militanti dell’associazione studentesca di Casapound Italia, ‘’regolarmente riconosciuta dal rettorato della università ‘Federico II’ di Napoli, si erano recati alla facoltà di giurisprudenza di Via Porta di Massa’’, per affiggere nuovamente, dopo che quelli affissi ieri erano stati divelti, i volantini relativi alla conferenza sugli incidenti avvenuti a Piazza Navona lo scorso 29 ottobre, conferenza, precisa Mollo, in programma per il 26 marzo e ‘’autorizzata dal Preside di Facoltà’’.A un certo punto, secondo quanto riferisce Bs, queste 60-70 persone ‘’hanno caricato e tentato di forzare l’ingresso della Facoltà a suon di cinghiate e lancio di oggetti contundenti verso i ragazzi del Blocco Studentesco Napoli che, fermi dinanzi l’ingresso della Facoltà, si sono legittimamente difesi dalla violenta e gratuita aggressione, garantendo così il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero’’.

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Venghino, Signori venghino…che si replica anche a Torino!Viva la (loro) Libertà..

 

Altri incidenti a Palazzo Nuovo
Asserragliati gli studenti Fuan
Un’altra mattinata di tensione a Palazzo Nuovo. Per diverse ore si sono fronteggiati gli studenti del Fuan e i ragazzi dei collettivi di sinistra. Il Fuan aveva allestito un banchetto all’esterno, decisione contestata dagli studenti di sinistra. In tarda mattina la polizia ha effettuato una carica per permettere l’accesso all’atrio dei ragazzi di destra che sono adesso asserragliati in un’aula.

Fonte: http://vocedellafogna.wordpress.com

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Pensierino della sera

I  fatti che stanno accadendo in questi giorni ripropongono un drammatico interrogativo. Qualcuno vuole tornare indietro di 30 anni, agl’anni di piombo? Messa così sembra tetra e anche malaugurante. Ma riflettiamo un attimo. Da Piazza Navona ad oggi si è verificato un crescendo di violenze da parte del così detto antifascismo militante che lascia poco spazio all’immaginazione. Abbiamo pubblicato il video di Napoli, dove si dimostra come a sinistra si giochi un calcio a più punte,circa 70. Abbiamo registrato l’attacco al Fuan di Torino..Solo per citarne alcune..Qual’è il denominatore comune di queste azioni? Semplicemente la dimostrazione di ciò che è il comunismo: la negazione degli spazi che non vengano decisi ed accordati dalla Nomenklatura. Ora che non si abbiano argomenti và bene, ma che il solito e unico motore sia l’antifà ci indica che si raschia la botte. Quando il Blocco Studentesco e Casa Pound, che giustamente,non vanno alle elezioni perché si rappresentano da soli, propongono ed ospitano convegni,manifestazioni dove chiunque può intervenire,rappresentano un’avventura meta politica che ai più sfugge. E quando la risposta è quella dell’aggressione fisica ne abbiamo la conferma! Ma perché questi illuminati di sinistra rifiutano un confronto che sia sulle idee,sui problemi pratici della gente comune di cui per anni hanno ritenuto di essere gli alfieri ed i portavoce? Semplicemente perché non c’è più un elaborazione culturale valida e seria nei loro argomenti .I tempi dei Quaderni Piacentini sono finiti da un pezzo, ora rimane solo lo slogan. Se volete una sorta di libro e moschetto,ecc trasformato in tozzo e militante,parole poche sprangate tante! Ma così a parte qualche possibile lutto (e non ce lo auguriamo proprio!) non arriveranno al cuore delle persone. A quelle persone che hanno bisogno di una casa, di dover lavorare, e di avere il diritto di poter avere dei figli, e soprattutto seguirli. Vedremo se arriveranno proposte e non slogan, qualcuno..e non gli antifà, è già oltre!..Se son rose..[...]

Fonte: http://vocedellafogna.wordpress.com

 

 

Ma come? Non era un loro slogan “Guerra no,Guerriglia sì”?

In Bargello on Marzo 20, 2009 at 11:59 am

Roma – A la guerre comme à la guerre. Gli studenti dell’Onda sono dei “guerriglieri e verranno trattati come guerriglieri”. Lo ha detto il ministro della Pubblica amministrazione e l’innovazione Renato Brunetta, al termine di una conferenza stampa a Palazzo Chigi tenuta insieme alla collega della scuola, Mariastella Gelmini. A chi faceva notare al ministro che nella scuola la protesta sta montando, il ministro ha risposto: “Non vedo molta protesta, vedo ogni tanto delle azioni di guerriglia da parte della associazione Onda. Ma vedo – ha aggiunto – che nelle votazioni degli organi di rappresentanza degli studenti l’Onda non esiste. Sono un democratico e quindi credo molto più al voto che alle azioni azioni di guerriglia. L’Onda non l’ho vista nelle recenti elezioni degli studenti – ha insistito Brunetta – quindi sono dei guerriglieri e verranno trattati come guerriglieri”.

Poi la rettifica “Mi sono sbagliato” rettifica qualche ora dopo il ministro. “Non hanno la dignità di guerriglieri, che sono una cosa seria: sono solo quattro ragazzotti in cerca di sensazioni”. Ma su eventuali ripensamenti sulle sue frasi, Brunetta ha chiarito: “Ma quale passo indietro? Ieri a Roma ci sono state cariche e scontri perché un gruppo di giovani un po’ estremisti hanno infranto delle regole che la città si era data nel definire le manifestazioni. Come si definisce chi infrange le regole, chi fa violenza sulle strade e costringe la polizia a scontri che ha altro da fare?. Io sto dalla parte dei poliziotti, dell’ordine pubblico, delle regole, di chi vuole manifestare legalmente e democraticamente, dalla parte dei rappresentanti degli studenti, non di questi signori che per avere una qualche visibilità usano la violenza. Sto dalla parte della democrazia, non della violenza”.

Il riflusso dell’Onda “Questo governo ha sempre di più una vocazione a utilizzare mezzi e parole di carattere militare come dimostrano le dichiarazioni del ministro Brunetta”. Così Francesco Brancaccio, esponente dell’Onda romana, risponde al ministro. Brancaccio intravede nelle parole del ministro “il segnale di una volontà generale di dare risposte militari e repressive alle nostre istanze legittime”. E, a nome degli studenti della Sapienza, promette: “Senza avere paura continueremo a mobilitarci contro questo che è il governo della paura per antonomasia: l’esecutivo dimostra di non essere capace di gestire la crisi economica, di avere paura che il malcontento esploda e, per questo, vogliono incutere timore nei cittadini. Per quanto riguarda Brunetta, lui si definisce democratico. Evidentemente, per il ministro la democrazia equivale a blindare le università e a prendere a manganellate gli studenti”.

Polemico il Pd “Il ministro dell’Istruzione chieda scusa, per conto del governo, per le parole dissennate pronunciate dal suo collega Brunetta: il ministro Gelmini, che conosco come persona moderata, sa bene che gli studenti rappresentano il futuro di questo Paese e che ascoltarli e dare risposte anche quando protestano, senza mai giustificare le violenze, è un dovere”. Lo dice il responsabile educazione del Pd, ed ex ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, che aggiunge: “Ma additare genericamente come guerriglieri gli studenti, soffiando sul fuoco e fomentando gli animi, è un atteggiamento irresponsabile del quale il ministro Gelmini non può rendersi spettatrice passiva”.

 

Fonte: www.ilgiornale.it

Abbasso la destra d’ordine

In Attualità politica, Bargello on Febbraio 13, 2009 at 2:09 am

Diamoci un taglio con questa storia della ‘Destra d’Ordine’.Un’etichetta squallida e fasulla che trova la sua origine nella politica ‘doppiopettista’ del MSI e nelle campagne antifasciste e colpevoliste della sinistra dell’Hazet 36 e della P38. Certo,i tempi sono cambiati e non volano più (o quasi) bottiglie molotov e colpi di semiautomatica, ma molte idee maturate allora reggono  ancora oggi come pregiudizi e luoghi comuni,per la gioia di chi vuole i camerati amici degli ’sbirri’,per il conforto delle redazioni di partitito di smaccata tendenza finiana e per il tacito assenso dell’opinione pubblica,che ama soffermarsi al livello epiteliale delle cose,causa la mancanza di voglia e tempo per approfondire ed aumentare le personali conoscenze. Primo punto: cerchiamo di non fare più confusione tra ‘destra’ e ‘fascismo’. Non sono affatto la stessa cosa: la destra indica il ‘conservatorismo’,la reazione in termini spiccioli e non l’ha inventata Mussolini. Quella classe liberale di ‘cavouriana’ e ‘giolittiana’  memoria era di destra. Quella classe liberale che non comprende l’impeto della rivoluzione fascista e finisce per essere spazzata via,etichettata e ricordata come fautrice della poco considerata ‘Italietta’ borghese. Il Fascismo è rivoluzione,novità,ardimento,coraggio,audacia,socializzazione,avanguardia. Basta leggere il Manifesto di San Sepolcro, per capirlo: i contenuti del programma dei Fasci di Combattimento (23 marzo 1919) si richiamano alla corrente interventista del PSI,a Filippo Corridoni e ai sindacalisti rivoluzionari,all’antilcericalismo e al giacobinismo,’padre’ politico quest’ultimo del fascismo stesso (cfr. De Felice). Non vi scomodate  a cercarlo,lo ‘linkiamo noi’:

http://it.wikipedia.org/wiki/Programma_di_San_Sepolcro#Il_programma_di_San_Sepolcro

Giusto uno stralcio del programma,per farvi un’idea. La Redazione,poi, riproporrà un vecchio articolo a riguardo.

Giovane di AG,di Fiamma,di Gioventù Italiana ci rivolgiamo a te. Fin da piccoli siamo tutti stati educati al concetto di: “essere di destra significa amare ordine,legge,polizia,etc.” ,concetto che ci ha portati ad avere rimorsi o ad essere confusi ogniqualvolta abbiamo pensato dentro di noi qualcosa che potesse intaccare i parolai degli ‘illustri’ oratori che periodicamente popolavano le sezioni,sovente spinti più dalla ricerca di consenso che non dal desiderio di essere bravi maestri. L’eredità che ci hanno lasciato è deludente e scadente,eredità che ci bolla come ‘conservatori’ e ‘tradizionalisti’,reprimendo l’idea rivoluzionaria che cova in noi. Tutto è stato costruito per confonderci: le escursioni a Predappio a comprare souvenir, motti e mottetti,retorica e indottrinamento,autori messi all’indice,le fottute correnti di movimento/partito. E’ giunto il momento di dire basta. E’ giunto il momento di rompere con queste ‘nostalgiche’ illusioni e lanciarci a costruire il futuro partendo da noi,non dai nostri dirigenti, ma da noi e da quella che consideriamo nostra Identità. Non si può credere di cambiare le cose senza l’Identità,senza l”humus’ culturale-politico. Ragazzo che ti chiami di destra inizia a leggere,capire,vedere le cose in modo più critico e introspettivo. Vedrai il mondo sotto una nuova ottica. E sceglierai allora,ma solo allora ciò che vorrai essere. Perchè ricorda che chi è privo di interesse,cultura,curiosità è soggiogabile e schiavo di chiunque.

La Caravella

Le interviste di Niccolai

In Bargello, Storia politica on Febbraio 11, 2009 at 2:58 am

Pubblichiamo di seguito la I parte di una serie di interviste di carattere storico-culturale reperite sul sito di Beppe Niccolai: www.beppeniccolai.it . La controversa figura di Berto Ricci è l’oggetto dell’interessante pezzo che segue. Buona lettura!

 

CONFERENZE

 

 

 

Berto Ricci (Firenze 1905 – Bir Gandula 1941) Professore di matematica a Prato, Palermo e Firenze, da giovane si interessò di occultismo ed ebbe simpatie anarchiche.
Aderì al fascismo nel ‘27. Collaborò a diverse riviste del regime e nel ‘31 fondò “L’Universale”. Oltre a “Il Rosai” (‘30), “Poesie” (‘30) e a “Corona ferrea” (‘33), pubblicò “Lo scrittore italiano” (‘31), “Errori del nazionalismo italico (‘31) e diede il suo contributo a “Processo alla borghesia” (‘39). Combattè in Etiopia nel ‘37 e, partito volontario allo scoppio della IIª Guerra Mondiale, fu uno dei primi a cadere.
Gli amici pubblicarono postumi gli “Avvisi” tratti da “L’Universale”

BEPPE  e  BERTO


la lezione di due «eretici»

 

La figura di Beppe Niccolai, spirito eretico ed inquieto, assume oggi più di ieri, una valenza politica notevole: perchè la nostra è una comunità «eretica», non certo «allineata e coperta», alla stessa maniera in cui si collocava Berto Ricci in seno al fascismo.

Chi è e che cosa ha rappresentato Beppe Niccolai all’interno del nostro mondo umano? È stato senz’altro un esempio, un maestro di vita per noi uomini di questi momenti storici e politici attraversati da basse tensioni e da infime passioni.

Ripensando a quanto Beppe Niccolai ha fatto, viene «di dentro» una sorta d’invidia, di quel sentimento in positivo che pervade i giovani e i giovanissimi che, per evidenti condizioni anagrafiche, non hanno potuto vivere quegli entusiasmi e anche quelle amarezze che Beppe Niccolai ha vissuto.

A diciannove anni, ancora studente universitario, egli s’arruola volontario (siamo in guerra, badate, è il ‘41), ed è fra i primissimi, uno dei primi tre, a correre a Tarquinia dov’è in formazione la divisione Folgore. Quella che è stata l’epopea della Folgore, quello che è stato l’eroismo dei «ragazzi» di El Alamein, che finanche Churchill non esitò ad appellare «i leoni della Folgore» è consegnato alla storia. E Beppe Niccolai fu uno di loro. Dopo tutte le traversie, le sofferenze, i patimenti di «quelli» dell’Africa Settentrionale.

Come per Berto Ricci, volontario anch’egli in Africa Settentrionale, a combattere contro gli Inglesi «di fuori», e in attesa di cimentarsi contro gli inglesi «di dentro», com’ebbe a scrivere in una delle sue ultime lettere alla moglie Mafalda.

Berto Ricci cade a Bir Gandula colpito dal piombo inglese e Beppe Niccolai finisce prigioniero nel 1° Campo di Hereford in mani americane. A Hereford, nel deserto devastato dai tornados del Texas, furono raccolti tutti quei prigionieri che si erano rifiutati di collaborare con gli Alleati. Con Beppe Niccolai, a Hereford, anche se in campi diversi, finiscono Giuseppe Berto (che il scriverà “Il cielo è rosso”), lo scrittore Dante Troisi, il compianto Roberto Mieville che sarà uno dei primi cinque deputati del MSI.

Per sapere cos’è stato Hereford per uomini come Beppe Niccolai, basta leggere una pagina di “Prigionieri nel Texas” scritto da Gaetano Tumiati, giornalista socialista.

«Dagli ultimi di maggio, dopo la fine della guerra in Europa, gli americani hanno cominciato gradualmente a diminuire le razioni. Prima hanno chiuso lo spaccio, poi hanno abolito le salse, il burro, ogni tipo di carne, fresca, congelata o in scatola. Un’altra nuovissima forma di pressione sono le adunate senza scopo. (…) Hanno cominciato in giugno e hanno proseguito per tutta l’estate, di tanto in tanto, senza preavviso e senza senso. Ci radunano tutti là di primo mattino, chiudono il cancello di filo spinato, ci lasciano due sentinelle di guardia e se ne vanno senza dir niente. Di solito ci lasciano quattro o cinque ore, dalle dieci alle tre dei pomeriggio, sotto un sole «africano» che picchia inesorabile sulla pianura. Una volta siamo rimasti tutta la giornata.

Questa era la civiltà d’oltreoceano, di coloro che ci avevano portato la libertà dell’Occidente, la democrazia, che ci avevano liberato. E continuano a farlo con films di Dallas e Dynasty che Beppe Niccolai riteneva distruttivi per l’identità nazionale e indice di omologazione di questo mondo trasformato in «villaggio globale». L’omologazione, per Niccolai, era appunto la cancellazione della memoria. E quando un popolo perde la memoria. cioè perde il senso del passato, non sa più cos’è. Ed è allora che spuntano i due idoli che oggi sono predominanti: il dio danaro e l’economia come destino.

Questa è una delle tesi che sosteneva Niccolai, sfidando le fustigazioni e i roghi di quanti ancora perseguono tesi «miglioriste» di questo sistema. Tesi sostenute con la stessa determinazione con cui, prima di lui, le sostenne Berto Ricci, insieme a tanti altri che, in pieno regime fascista, sfidarono la protervia e la decadenza culturale di molti federali in orbace e stivaloni, usi a pavoneggiarsi con le 643 divise disegnate da Starace e, dopo, a balzare sul carro del vincitore di turno.

C’è un filo che collega Berlo Ricci con Beppe Niccolai. Ricci, coscienza critica del fascismo, Niccolai, coscienza critica del MSI. Eretico l’uno, eretico l’altro, trasgressivi ambedue.

Trasgressivi in che cosa? Eretici perchè? La risposta potrebbe riassumersi in una frase di Marcello Veneziani: «Il Fascismo fu un fascio di eresie».

Eresie non classificabili «di destra» e «di sinistra»: importantissimo quest’assunto nel momento in cui ci si affanna a definirsi «di destra» aggettivata in variegata maniera.

Zeev Sthernell, professore israelita, docente di Scienze Politiche a Gerusalemme e a Parigi, nel suo “Né destra né sinistra” afferma che il Fascismo nasce dall’incontro di due eresie: un radicalismo «di destra», eretico rispetto alla destra moderata e conservatrice che tassa il macinato, fucila i cafoni, cannoneggia il popolo e decora Bava Beccaris; e un radicalismo «di sinistra», eretico rispetto alla sinistra riformista e progressista, pacifista e codarda, che troverà il suo massimo «orgoglio» in Misiano, disertore e perciò deputato socialista, cacciato dal parlamento dai reduci della Trincea delle Frasche e di Doberdò.

Dall’unione di queste eresie nasce il Fascismo. E Beppe Niccolai cosa sosteneva, a proposito di «destra e sinistra»? Che «sono termini che possono servire nella polemica spicciola ma nella sostanza non hanno più significato. (…) Sul tema dell’ecologia la sinistra intellettuale porta avanti argomenti che sono tipici della destra. In politica internazionale c’è quella che il filosofo Augusto Del Noce chiama l’eterogenesi dei fini, la Russia, la Cina, Cuba stessa che sono partite da una ideologia marxista che negava la patria e la nazione sono diventate espressione di nazionalismo, che è addirittura imperialismo».

E Berto Ricci non credeva alla funzione imperiale dell’Italia e del Fascismo? «Io sono convinto -scriveva nel “Manifesto realista”, parlando del Gandhismo e della Rivoluzione bolscevica che riteneva il contraccolpo locale e temporaneo della rapida rovina d’un feudalismo mitigato- che tutte queste energie variamente modificate e incanalate dagli eventi e dalle necessità dovranno far capo all’Italia e alla Rivoluzione fascista, rivoluzione imperiale, centro d’una imminente civiltà non più caratteristica d’un continente o d’una famiglia di popoli, ma universale».

Quello di Berto Ricci era un mondo in crisi di civiltà. Una crisi che attraversava la società in cui era scemato il senso del peccato e s’era ridotto al lumicino il concetto di Trascendenza. Come oggi. Beppe Niccolai, fra i pochi ad essere convinti della bontà di certe tesi, affermava che c’era bisogno di nuovi valori su cui basare la costruzione di un progetto prima culturale e poi politico. Egli li indicava questi valori:

La sacralità della vita, il ritorno al Sacro sul quale bisogna approfondire i discorsi perchè -diceva- «ho l’impressione che con tutti gli sforzi encomiabili che sta facendo, nemmeno Papa Wojtila pare che ce la faccia».

La Patria, che per Niccolai non andava assolutamente confusa con il concetto di sessanta. o settant’anni fa. La patria non è sopraffazione delle patrie altrui, ma è la difesa delle identità minacciate, la Patria è difendere le proprie differenze, cioè i centri storici, le cattedrali, lo stesso fiume, il mare, l’aria.

E non fu Berto Ricci a condannare il Vaticano costretto a «seminare di smorte lampadine elettriche le facciate delle Chiese del bel Rinascimento?»

Eresie d’allora, eresie d’oggi in cui si concepisce da qualche parte del nostro mondo la Nazione e la Patria come qualcosa che sta nell’Occidente. Anche da noi, purtroppo, ci sono gli ammiratori di Rambo, i mallevadori di Bush, coloro i quali si scambiano «amorosi sensi» con quel colonnello North dell’Irangate. In questo «nostro» mondo non s’è compreso il valore delle tesi sostenute da Edgardo Sulis in “Processo alla borghesia” e di Berto Ricci, che tuonavano contro il capitalismo, l’occidente, l’americanismo, anche allora molto in voga. Un anticapitalismo, un anti-occidentalismo, un anti-americanismo «di sinistra» che s’incrociava, con l’anticapitalismo e l’anti-americanismo «di destra» di Evola; autore di “Rivolta contro il mondo moderno”. Quell’anti-americanismo che cresceva in Europa e che trovava i vessilliferi in Drieu La Rochelle, ma anche nella reazione cattolica di Bernanos, nell’anarchico «di destra» Jünger, nell’esistenzialismo di Heidegger, nel pensiero liberal-riformista di Ortega. E che, nel momento in cui l’Italia è scaduta a un ruolo di dominio americano, era condiviso da Beppe Niccolai che sosteneva che l’appiattirsi dell’Europa sull’America era un errore. La massificazione della vita italiana (e della vita europea) che si è avuta con il passaggio da una cultura all’altra è la fuga in occidente. Entrare nel protestantesimo americano ha significato lo sradicamento. Cioè siamo cambiati, siamo mutati, anche dal punto di vista antropologico. Non sappiamo più chi siamo. Questo trapasso nella fuga in Occidente è stato operato dal democratismo cristiano il quale, per avere la legittimazione dell’impero che ha vinto la 2ª guerra mondiale a poter governare il paese permanentemente, ha dovuto rendere, per esempio, il paese il meno cristiano d’Europa. Cioè scristianizzarlo e, in cambio, ha fatto passare questa cultura del protestantesimo che è cultura estranea alla vita degli italiani. Abbiamo avuto così una scuola senza educazione, perchè la prima operazione che il potere ha fatto è stata quella di cancellare il concetto di patria.

Sono, queste, tesi che si rifanno a quelle sostenute dagli «eretici» del Fascismo. Per dirla ancora con Marcello Veneziani «c’è un tempo per le istanze di destra e uno per quelle di sinistra ma la fine è la sintesi, la, composizione; rifiutando tuttavia la mediazione, ovvero il centro. Ritorna l’essenza del fascismo come incontro di due radicalismi di destra e di sinistra coalizzati  contro i moderatismi delle rispettive aree che convergono verso il centro».

A sentire siffatte asserzioni, qualche prudente -il termine piaceva a Beppe Niccolai- si sentirà sconvolgere. Anche questo è un segno dei tempi, questo sì diverso da ciò che accadeva durante il Fascismo quando gli eretici professavano le loro idee non nel chiuso delle catacombe ma all’aperto, sui giornali e sulle riviste.

Nell’Italia di Mussolini, del bieco affossatore di ogni libertà, del nero «fustigatore dei sacri princìpi dell’89», c’era chi apertamente dissentiva e accusava quanti sbarravano, dall’interno, il cammino d’una Rivoluzione che s’era impantanata nelle trappole dell’Ordine Costituito.

E se lo facevano, era perchè potevano farlo. Perchè Mussolini voleva che lo facessero. Perchè Mussolini li amò tutti, gli eretici. Anche il non-fascista Prezzolini, odiato da molti perchè ritenuto transfuga in America.

Chi era in alto, ma proprio in alto, amava gli eretici.

Oggi è un po’ diverso. Oggi certi eretici sono amati dal basso, da tutti quelli che pensano a quanto scrisse Berto Ricci:

«Viene, dopo le finte battaglie, il giorno in cui c’è da fare sul serio, e si ristabiliscono di colpo le gerarchie naturali: avanti gli ultimi, i dimenticati, i malvisti, i derisi. Essi ebbero la fortuna di non fare carriera, anzi di non volerla fare, di non smarrire le proprie virtù nel frastuono degli elogi mentiti e dei battimano convenzionali. Essi ebbero la fortuna di assaporare amarezze sane, ire sane, conoscere lunghi silenzi, sacrifici ostinati e senza lacrime, solitudini di pietra, amicizie non sottoposte all’utile e non imperniate sull’intrigo»

 

Vito Errico

 

Beppe Niccolai

 

 

BERTO  RICCI
il fascismo come trasgressione

 

Quello che segue è il testo della conferenza che Beppe Niccolai tenne a Modugno, per il Centro culturale “La Quercia” il 10 dicembre 1988.

Niccolai venne in Terra dì Bari quando già aveva subito una prima, grave avvisaglia dei male che lo avrebbe stroncato appena undici mesi dopo quel nostro indimenticabile incontro.

Il primo desiderio di Beppe, appena giunto a Bari, fu quello di voler recarsi al Sacrario dei Caduti d’Oltremare, ove sono raccolte le spoglie dei nostri soldati morti nel corso dell’ultimo conflitto. Tra esse, vi sono anche quelle del sottotenente di artiglieria Roberto Ricci, caduto in Libia il 2 febbraio 1940.

Con i camerati di Modugno ed i nostri figli accompagnammo Beppe in quel luogo santo, custodito dalla pace degli eroi.

Davanti al piccolo loculo di Berto Ricci, restammo tutti immobili per un minuto che era un’eternità. Beppe Niccolai fissò intensamente, profondamente, quella lapide che celava i resti di Berto.

Fu quello il loro muto, aristocratico arrivederci. Quel “Dio sereno cantato negli anni più forti, ne’ giorni più buoni”, supplicato da Berto in una sua incomparabile preghiera, attendeva ora anche Beppe Niccolai. E, vicino a quel Dio, lo attendeva Berto Ricci.

 

Pino Tosca

 

 

Adriatico orientale tra latini e slavi

In Bargello, EROI, Storia on Febbraio 11, 2009 at 2:41 am

 

La sponda orientale dell’Adriatico da Fiume a Cattaro, oltre 700 chilometri di costa, fu romana fin dal II secolo a. C.
Dante nella Divina Commedia fissava gli antichi confini: “Si come Pola presso del Quarnaro, che ltalia chiude, e i suoi termini bagna”. In pieno clima bellico nel 1915, d’Annunzio chiamando a testimonianza il sommo poeta e Virgilio sosteneva la necessità del possesso dell’Adriatico “che ci appartiene per diritto divino e per diritto umano”.
I letterati hanno sempre avuto una forte sensibilità nei confronti della Patria, ispirandosi alla grandezza di Roma. E proprio nell’area istriano-dalmata sono ancor oggi presenti le vestigia imperiali, a Pola con la grande arena (22 mila posti) costruita sotto Augusto e con l’Arco dei Sergi; a Fiume con bellissimi mosaici e l’Arco Romano in ottimo stato di conservazione, a Spalato dove sono ancora in piedi le strutture del palazzo di Diocleziano, l’imperatore romano originario di quei luoghi.
Dopo la caduta dell’Impero, l’Istria e la Dalmazia passano a Bisanzio. A questo periodo risalgono le invasioni barbariche di visigoti, ostrogoti, unni, avari, ma gli insediamenti latino-veneti sulla costa e sulle isole, relativamente defilati, rimangono protetti. Ciò anche perchè le primitive tribù che dalla steppa asiatica dilagavano verso l’Europa, non avevano mai visto il mare, ne avevano paura e se ne tenevano a debita distanza.
Solo più tardi tra VI e VII secolo compaiono sulla scena della storia, pare a seguito degli avari, i primi nuclei di slavi. Essi vivevano allora ai confini settentrionali e orientali dell’Impero bizantino raggruppati in sklavine, sorta di “riserve” in cui bulgari e bizantini potevano senza alcun rischio, razziare schiavi. Per sottrarsi a queste incursioni gli slavi si spostarono ad ovest raggiungendo l’Adriatico. Alla prima ondata ne seguono altre. Il flusso migratorio, seppur disordinato, diventa inarrestabile nei secoli successivi e aumenta quando, per sottrarsi alle vessazioni dei turchi ormai padroni (XIV sec.) di quasi tutta la penisola balcanica, molti slavi scelgono di rifugiarsi nei domini della Serenissima. Questi nuovi profughi si ritengono già fortunati per aver salvata la pelle e trovato un lavoro, non creano problemi e vanno ad affiancare gli immigrati precedenti, dei quali assumono anche lo status sociale. Uno status ricordato anche dall’etimologia, basti pensare al termine triestino sciavo, al toponimo veneziano Riva degli Schiavoni e persino all’inglese slavery (schiavitù).
Il dominio dell’etnia latino-veneta non subisce scosse sostanziali fino all’epoca moderna. Venezia per secoli dominò l’Adriatico, i suoi possedimenti si estendevano oltre che sull’Istria e la Dalmazia, anche sulle isole jonie di Corfù, Cefalonia, Zante e ancora più a sud sulla Morea, l’attuale Peloponneso. Gli uomini della Serenissima governarono il mare e le città lasciando testimonianze del loro igegno, tant’è che ancora oggi, quando da ormai 200 anni il vessillo con il Leone d’oro ha cessato di sventolare, la lingua veneta è compresa in tutto il litorale.
Venezia, che nel corso della sua lunga storia non era mai caduta sotto la dominazione straniera, viene travolta dalla bufera della Rivoluzione Francese. Nell’ottobre del 1797, col trattato di Campoformio, Napoleone la cede all’Austria, successivamente dopo la vittoria di Wagram, luglio 1809, torna nelle mani di Napoleone, ma con la Restaurazione del 1815, passa di nuovo all’Austria. Stesso destino tocca in quel frangente anche all’Istria e alla Dalmazia, cosicchè le relazioni umane e culturali tra il Veneto e l’altra sponda dell’Adriatico rimangono pressochè invariate.
Soltanto nel 1866 con la poco decorosa sconfitta di Lissa inflitta dagli austriaci alla flotta italiana, veneti e istriano-dalmati sono divisi per la prima volta in sudditi di due Stati diversi. Venezia e il Veneto passano al Regno d’Italia in modo poco onorevole, cioè ceduti dagli austriaci ai francesi, come già nel 1859 la Lombardia, e poi girati agli italiani; mentre Istria e Dalmazia a seguito della sconfitta rimasero all’Austria.
Il dato che emerge è che nel giro di un decennio gli italiani avevano sottratto all’Austria, seppur con scarso merito, una volta servendosi dei francesi, l’altra dei prussiani, il Lombardo-Veneto, la regione più ricca dell’Impero, che provvedeva ogni anno a fornire all’erario austriaco il 25% dell’entrate. Per questo, colti da sentimenti di vendetta, gli austriaci nei territori istriano-dalmati cominciarono ad assumere nelle amminisrazioni pubbliche (scuole, poste, ferrovie,) sempre più slavi a scapito degli italiani. In questo frangente di espansione demografica e culturale da parte slava, l’Italia sembra rinunciare alla costa orientale adriatica, alleandosi addirittura nel 1882 con gli Imperi ausriaco e germanico. Sappiamo come la Triplice Alleanza non reggerà alla prova del fuoco della Grande Guerra e come per l’Italia sembrava arrivato il momento del riscatto.
La nostra Nazione prima di entrare in guerra a fianco dell’Intesa, stipulò il Patto di Londra (26 aprile 1915) che prevedeva il passaggio all’Italia di Trento, Trieste e della Dalmazia. Ma nel 1919, a guerra ultimata, vennero frustrate le speranze italiane di ottenere la Dalmazia, mentre Francia e Inghilterra, venendo meno agli accordi, facevano incetta delle colonie tedesche in Africa e in Asia, nonchè con l’istituzione dei “protettorati” si appropriavano degli immensi territori nel Vicino e Medio Oriente appartenuti all’Impero Ottomano.
All’attuazione del Patto di Londra si opponeva anche il presidente americano Wilson, che introdusse il principio di autodeterminazione di nazionalità riconoscibili e sulla base del dato demografico assegnava l’intera costa dalmata (ad eccezione di Zara) alla nascente Jugoslavia.
Però lo stesso principio non veniva applicato per Fiume, che il governo italiano si era “dimenticato” di inserire nel Patto di Londra. In questa città si era mantenuto intatto il carattere latino, non soltanto per i suoi orientamenti simili a quelli dei liberi Comuni italici, ma in particolare per l’uso della lingua volgare italiana. A ciò bisogna aggiungere che l’italinità di Fiume, a differenza della Dalmazia, dove Venezia nel corso del suo dominio secolare, aveva diffuso accanto alla parlata neolatina la lingua italiana, poteva essere considerata autoctona, dal momento che il potere sulla città da parte della Serenissima poteva essere quantificabile in pochi mesi.
Il governo italiano, con a capo Nitti, non voleva inimicarsi Wilson che riforniva di materie prime, grano e aiuti economici il nostro Paese, perciò rifiutava di battersi per la città adriatica, da tempo in fibrillazione per unirsi alla Madrepatria. Le tensioni politiche a Fiume ebbero un lungo periodo di gestazione e si concretizzaro con l’occupazione della città il 12 settembre 1919 da parte di Gabriele d’Annunzio, disposto a non lasciarsi sfuggire l’occasione per stabilire la sovranità italiana su quei territori che per lingua, cultura e precedenti storici le appartenevano. Oltretutto il gesto dannunziano contribuì a garantire che la città rimanesse italiana per i venticinque anni seguenti, diventandola a tutti gli effetti nel 1924 con il Trattato di Roma voluto da Mussolini. Mentre con la vittoria, seppur “mutilata”, nella Grande Guerra, era tornata l’amministrazione italiana nella sponda orientale dell’Adriatico, in Istria, a Zara e nelle isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa. Invece nel territorio circostante si costituiva il Regno Jugoslavo, formato da serbi, croati, sloveni e macedoni, popoli che avevano alfabeti diversi e religioni diverse, destinati a non poter vivere se non divisi l’uno dall’altro, come la storia successiva ha ampliamente dimostrato.
Ma purtroppo prima che lo stato “arlecchino” si sfaldasse riuscì, a seguito della sciagurata guerra che condusse Mussolini al fianco di Hitler, a occupare i territori italiani e le nostre popolazioni costrette all’esodo. Si calcola che circa 350 mila nostri connazionali lasciarono le proprie case, per sfuggire alle armate titine che attuarono un genocidio sistematico. Senza nessuna distinzione fascisti, antifascisti (persino partigiani), cattolici, ebrei, donne, vecchi e bambini vennero spogliati, legati a catena, mitragliati e precipitati sull’orlo delle foibe. La barbarie slava ci regalava un nuovo verbo, “infoibare”, il verbo della carneficina senza giudizio, dell’assassinio collettivo e indiscriminato. A tutto questo dolore va aggiunto l’odio politico-ideologico dei comunisti italiani nei loro confronti, che li accolsero a Venezia con fischi e sputi e che a Bologna minacciarono lo sciopero se il treno coi profughi si sarebbe fermato per far consumare ai suoi passeggeri un pasto caldo, offerto dalla Pontificia Opera di assistenza. Il convoglio ripartì e i profughi provenienti da Pola piangendo in silenzio scomparirono verso La Spezia, dove li attendevano i cameroni della Caserma “Ugo Botti”.
Il ricordo del loro dramma e loro terre saranno sacrificate alla realpolitik del dopoguerra, alla logica del mondo bipolare che vedeva Tito non più come un nemico perchè uscito dall’orbita staliniana. Gli stessi politici italiani santificarono il boia: “Tito l’ho conosciuto – affermava Cossiga – e dico che era un grand’uomo. Bisognerebbe ricordare agli italiani di Trieste che fu il IX Corpus dell’armata jugoslava che li liberò dal terrore tedesco”. Forse il presidente emerito ignorava che nella motivazione della medaglia d’oro concessa alla città di Trieste si dice, tra l’altro: “Sottoposta a durissima occupazione straniera subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe”. Ceccovini, già sindaco di Trieste, ricordava: “La rabbia slava si accanì spietatamente. Si seppe di uccisioni di donne gravide, di estirpazioni di occhi, di evirazioni. Le torture erano all’ordine del giorno, la spaventosa realtà delle foibe era di comune dominio”.

Per questo oggi vogliamo solo restituire ai nostri fratelli giuliani, istriani, dalmati e fiumani la dignità del ricordo, negato per lunghi anni da tanti complici silenzi.

di Edonico Morsa

Casa Pound incontra Morucci

In Attualità politica, Bargello, Cuori Neri, Destra Giovanile, destra fiorentina on Febbraio 10, 2009 at 3:12 am

Contributo alla discussione interna.. Marco lo ricordavo perfettamente: un ragazzo tenace e dignitoso che passò qualche tempo con noi a Terza Posizione. Ci era venuto insieme a Claudio, il quale in seguito divenne uno dei nostri quadri migliori. Entrambi erano al Prenestino, due anni prima, quella sera di novembre in cui Mario Zicchieri morì dissanguato, a sedici anni, per un’esecuzione attuata con fucili a pompa. Claudio rimase miracolosamente incolume e Marco invece fu leso al ginocchio e alla mano e intraprese un vero, interminabile, calvario di riabilitazione. L’ho rivisto trentadue anni dopo, ieri sera, a Casa Pound ad ascoltare colui che ha sempre ritenuto essere il suo attentatore e l’assassino del suo giovanissimo amico. Il covo dell’intolleranza Casa Pound, che un pugno di idioti e di ignoranti continua a definire “covo d’intolleranza” era gremita di gente d’ogni età e colore. Relatori a tutto campo (Gramazio, Mellone, Tassinari, Mughini e Morucci coordinati dal caporedattore de l’Occidentale, Carlomanno Adinolfi), avevano richiamato spettatori di ogni generazione. Nella sala principale, riservata ai giornalisti e alle persone che avevano il diritto, per l’età, di assistere in prima fila al dibattito che verteva sì sulle carceri ma avrebbe sicuramente affrontato gli “anni di piombo”, c’erano rappresentanti di ogni ambiente politico, da tutte le destre a Rifondazione e Sinistra democratica. Il megaschermo era stato installato in un altro paio di aule e in più c’era la gente sulle scale; ci saranno state quattro o cinquecento persone. E quasi tutte le tesate e le agenzie giornalistiche circondavano il tavolo delle conferenze. Qual era l’aspettativa? Cosa aveva radunato tutta questa gente, quale aspettativa? Per alcuni di sicuro il gusto del proibito o la morbosa curiosità; per i più la sensazione che si stesse compiendo qualcosa di significativo. Ma che cosa? Semplicemente che un diavolo rosso in un inferno nero veniva per dire – e per sentirsi dire – quello che in tanti attendevamo da secoli. Non per porgere le scuse e per dolersi dell’averci odiato, non perché alla fine ci si abbracciasse tutti, lascivi e flaccidi, nell’inciucio grigio e buonista che tanto piacerebbe ai peggiori individui del nostro Paese. Per dirci, invece, gli uni e gli altri, da combattenti a combattenti, che non solo si può ma si deve essere diversi. Che nell’essere diversi si può essere nemici. E che, nell’essere nemici, non si deve assumere quella logica abominevole che fa del proprio nemico un subumano, un individuo eliminabile di per sé. Qualcuno che non ha diritto di vivere e che non si deve nemmeno ascoltare. Qualcuno sul quale l’ingiustizia è tollerabile. Qualcuno la cui vita vale quale quella di una mosca. “Una forma – ha detto giustamente Morucci – di cannibalismo pervertito perché il cannibale nel mangiare il fegato del suo nemico lo onora e invece, rispondendo a quella concezione (che, nota mia, è partigiana) che imperversò negli anni settanta si è approdati ad un cannibalismo senza onore. Sono oggi venuto a rendervi onore da nemico che vi rispetta e che si confronta con voi.”

Per questo, più che per il resto, Morucci ha strappato gli applausi. Nulla a che vedere con l’immagine che qualche geloso beccamorto, mestierante scribacchino, ha voluto offrire insieme ad altre porcherie nella speranza di rompere – a destra – la solidarietà con chi avrebbe applaudito il carnefice.

I fascisti della mia generazione

Quello che la gente, quantomeno la gente fascista della mia generazione, ha apprezzato è stata proprio questa affermazione di dignità, ancor più del motivo stesso dell’incontro che, a prescidere dal tema, verteva sull’invito, fatto, di abbandonare la categoria imbecille e pericolosa dell’antifascismo, gabbia per sciocchi. Questo doveva essere l’evento clou della serata ma è stato superato in corsa; non solo dal finale in cui, con un intervento dal pubblico, si allargava il messaggio alla categoria di “ogni anti” (solo i deboli e i vuoti si manifestano per negazione, chi è afferma) ma soprattutto dalla rilettura delle categorie. Fino a ieri sembrava che chi si era scontrato dovesse ignorarsi o chiedere scusa di tutte le sue emozioni e di tutto il suo pathos. Invece la serata di Casa Pound è servita a restituire una concezione romana, e poi sacroromana, di combattimento.

A quel punto neppure contava più il fatto che la mia parte non fu la prima a spargere sangue, non fu la prima a odiare, non fu la prima a uccidere e che fu quella più discriminata e ferita. E’ un fatto, ma non importa, non se si ragiona da stoici, in quel caso conta come si agisce e non perché. Conta il nostro stile e non le ragioni che si possono addurre a giustificazione del suo abbandono.

L’insegnamento di Marco

Marco lo ricordavo perfettamente: un ragazzo tenace e dignitoso che passò qualche tempo con noi a Terza Posizione. L’ho rivisto trentadue anni dopo, ieri sera, a Casa Pound ad ascoltare colui che ha sempre ritenuto essere il suo attentatore e l’assassino del suo giovanissimo amico. E quello che è avvenuto dopo è stato notevolissimo e sono stato tra i pochissimi e fortunatissimi testimoni. Marco è davvero convinto che Morucci sia uno dei suoi attentatori, degli assassini di Mario. Sostiene che il processo non sia andato come doveva. Morucci al contrario giura di non entrarci per nulla. Lo ha ripetuto per mesi, guardando le persone negli occhi, infinitamente. Aggiungendo che questo non sminusce le sue responsabilità oggettive e che egli si sente colpevole anche per Mario, pur non avendo partecipato al suo vile assassinio. Difficile, io direi impossibile, che una persona riesca a mentire così, vieppiù se poi è stato assolto è inconcepibile condannarlo noi per partito preso. Marco ha chiesto di guardarlo da uomo a uomo e gli ha chiesto che gli parlasse di quel massacro. Morucci ha ribadito, punto per punto, parola per parola, quello che pensa della sua responsabilità in quella follia e Marco gli ha detto: “mi basta questo; sono passati trentaquattro anni e io combatto ancora. Sono passati trentaquattro anni e cerco ancora di incontrarvi ma siete sempre scappati. Sono stato allontanato anche dal processo. Ora volevo vedere uno di voi negli occhi e già questo mi basta. Tutto il resto, tutto quello che hai detto, mi va bene. Mi stava bene anche allora, figurati oggi”. Marco è un grande, anzi Marco è grandissimo. Ma anche Morucci ha avuto coraggio.

Noi e la guerra

Demagoghi, agit-prop, combattenti simulati e beccamorti non capiranno. Non hanno gli strumenti (e in certi casi non hanno la purezza d’animo) per capire. Quello che ci è piaciuto, quello per cui molti di noi hanno detto “sono stato felice di essere presente” è l’aver sentito il riconoscimento della dignità del combattimento. Noi fummo qualcosa di più che non una fazione di tribù urbana, fummo i cultori della metafisica della guerra, come via esistenziale dell’uomo in lotta con se stesso, ed è stato notevole assistere al recupero della sua essenziale, virile, nudità, una volta che nel confronto il velo bipartisan dell’idiozia è caduto. E forse (m’illudo) i trentenni mangiacomunisti che s’indignano quando lancio appelli per la giustizia a favore di ricercati rossi inizieranno a capire che non è per innamoramenti trasversali che lo faccio ma per adesione ad un’essenzialità che a loro sfugge. Così capiranno perché a quegli appelli partecipano persone che hanno ancora in corpo le pallottole sparategli da commandos omicidi comunisti, come è il caso di Miro Renzaglia, o militanti esemplari come Maurizio Murelli che, più volte, in carcere dovettero farsi largo a colpi di caffettiera bollente per evitare il linciaggio cui li avevano condannati compagni di prigionia perché i fascisti non dovevano vivere, neanche dietro le sbarre. Se i combattenti simulati, se gli aspiranti eredi di anni di cui non hanno che un’idea astratta, provassero a capirli, comprenderebbero anche il valore del messaggio di Marco che è di Vittoria mentre la loro ripetizione all’infinito dell’angoscia non è neppure una vendetta (che è una categoria importante) ma cecità mediocre.

“Siamo nati in un tempo sbagliato ma siamo nati per davvero”

E se osservasse bene questi comportamenti, forse Angelo Mellone rivedrebbe il suo giudizio così negativo sugli anni settanta e capirebbe cosa intendeva Ugo Maria Tassinari dicendo che almeno quella violenza aveva un senso mentre qualla quotidiana di oggi (da Guidonia a Nettuno) è priva di qualsiasi significato. Da quella violenza sono nate anche persone serenamente pacificate, magnanime (ossia di grande animo) che nessun beccamorto di scribacchino riesce a comprendere dalla sua bassa prospettiva. Il che non dico, sia ben chiaro, per riproporre la logica di quegli anni. Da tempo sto cercando d’impedire che ciò si ripeta, malgrado i vari Di Pietro o Ferrero per interessi partitici meschini niente facciano per ostacolarla. Ma ritengo giusto, più ancora che necessario, cogliere le altezze e le profondità esistenziali che quei tempi hanno prodotto, le grandezze dei Marco, che sono[...]

di Gabriele Adinolfi

 

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Sufficit animus!

In Alleanza Nazionale Firenze, Attualità, Bargello, befanata sindaco, degrado firenze, destra fiorentina, destra firenze on Gennaio 31, 2009 at 1:55 pm

E’ proprio il caso di dirlo: sufficit animus . Basta il coraggio,oltre ad un buon video operatore,per rendere visibile a quella Firenze che,ingenuamente,si fida troppo del proprio Sindaco,in quale modo bieco e insensato vengano spesi i danari della cittadinanza.Il video di seguito riportato,realizzato dal battagliero consigliere di Forza Italia Jacopo Bianchi (nella foto),è un documento emblematico di denuncia contro un’amministrazione che ha trattato Firenze,perla e cuore della cultura mondiale,quasi al pari della Palermo di Ciancimino. Il Bargello,sin dai tempi delle iniziative a Lettere,è stato sempre attento alla problematica dello sperpero di fondi pubblici e a quella del degrado. Non poteva pertanto mancare all’appello la testimonianza del’amico Jacopo. Buona visione! Jacopo: MEMENTO AUDERE SEMPER!

http://www.facebook.com/v/1077073053955

Firenze ricorda i martiri delle foibe

In Attualità politica, Bargello, Caravella on Gennaio 30, 2009 at 12:33 pm

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SULLA TUA STESSA VIA

In Attualità politica, Bargello, Tradizione, Valori on Gennaio 24, 2009 at 12:23 pm

Ripulendo la memoria del PC da vecchi file ormai inutilizzati è saltata fuori una perla che sarebbe stato un vero peccato cestinare. Inguaribile idealista : così si firma l’autore di questo articolo che pongo alla vostra attenzione.

di Redazione

 

 Alle “vecchie guardie” e alle “nuove leve” del movimento chiedo: cosa significa Azione Giovani per voi? Cosa cercate e cosa offrite al movimento? Perché siete qui?Credo che chiunque di noi dovrebbe fermarsi ogni tanto e porsi queste domande, cercar di rispondere onestamente per direzionare la propria azione verso i migliori risultati raggiungibili, per dare un senso a quello che fa e che vorrebbe continuare a fare.Cosa significa Azione Giovani per me? Essere. Partecipare. Scegliere.Essere una persona, differenziata attraverso la qualità, con un volto ed una natura propria tali da farla se stessa e distinguerla da ogni altro e non già un individuo, semplice elemento di una massa o di un agglomerato sociale più o meno ampio.E per questo, essere liberi “per fare qualcosa” : attuare cioè le proprie possibilità e cercar di raggiungere la propria particolare perfezione, una perfezione pretesa da sé ed in sé, per proprio onore.Essere contro. Leali invece che ambiziosi, audaci invece che polemici [...], assetati di onore invece che di effimeri incarichi e cariche, appassionati di destino invece che di labile fama. [1]Partecipare alla ” vita di gruppo”, nella consapevolezza che la misura che si può esigere dagli altri è data da ciò che si sa esigere da se stessi[2], partecipare alla volontà di determinare, di cambiare, anche radicalmente, per voler essere “un’aristocrazia di pensiero” che esalti in primo luogo la lealtà, il coraggio, la lucidità, la cultura intesa come tensione alla perfezione di ciò che si fa; un’aristocrazia tale che possa distruggere quell’imposizione pseudo-democratica che raccoglie tutto nell’essere di destra e di sinistra.Scegliere di esercitare il proprio spirito critico, per non dire sempre e comunque va tutto bene, madamalamarchesa, scegliere di favorire la formazione di una coscienza comune per riuscire a” rimanere in piedi in questo mondo di rovine” e per essere immuni da sgradite forme di bieca propaganda.Scegliere di dire ” disobbedisco”, se necessario, perché l’oltraggio più offensivo che si può perpetrare contro noi stessi è  il tradimento,  il tradire la nostra coerenza e i nostri Valori nonché il nostro passato, un passato fatto di abnegazione e di rispetto, di onore e di dignità, di coraggio e di forza d’animo.Dovrebbe essere una palestra di vita il nostro movimento, in cui ” forgiare” gli uomini e le donne di domani che si affacciano ora, con la freschezza e la purezza della loro giovinezza, al mondo, in cui lavorare per riuscire ad annientare ogni superficialità, in cui ricercare l’essenza e la sostanza vera di ciò che ci circonda. Per innestare il moto di una ” Rivoluzione interiore” capace, perché radicale ( e qui voglio di nuovo ricordare le parole – tratte da ” Gli Uomini e le Rovine” -  del Maestro Evola: l’avvenire non sarà di chi indulge alle idee ibride e sfaldate oggi predominanti [...], bensì di chi avrà, appunto, il coraggio del radicalismo – quello delle ” negazioni assolute” e delle ” affermazioni sovrane”, per usare le parole di Donoso Cortès ), di creare “montagne che coprono Soli.”Semplici considerazioni, le mie, forse poco ” moderne” agli occhi di tanti, ma che sono il frutto di una riflessione che vorrei fosse motivo di confronto, perché a partir da un dato punto [...] unito ti potrai sentire solo con chi è sulla tua stessa via. [3]    

                                                                                     

                                                                                                             Un’inguaribile idealista.

 

 


[1] Da: ” Che cosa significa essere antimoderni ?” a cura di Anna K.Valerio, dal sito www.cultrura.net 

 

[2] J.Evola, ” Gli uomini e le rovine”, 1953

[3] J. Evola, ” Introduzione alla Magia quale scienza dell’Io”, 1927.

Sabato 17 gennaio – Roma

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Canzoni alternative, Caravella, Corneliu Zelea Codreanu, Destra Giovanile, Destra in radio, Miscellanea, destra fiorentina on Gennaio 15, 2009 at 2:50 pm

Area Identitaria RomanaSabato 17 gennaio si terrà a Roma,Casa d’Italia Prati, la prima Assemblea Nazionale dell’area identitaria di Azione Giovani. Un momento importante e un’occasione da non perdere. Per maggiori informazioni e per visualizzare il programma dell’assemblea visitare il sito www.areaidentitaria.org/  oppure contattare il

COORDINAMENTO NAZIONALE
giulianocastellino@gmail.com


Giuliano – 3483947875
via Valadier, 37 – Roma

La rinascita della Fiumana

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Destra in radio, Eventi, Firenze, Recensioni, Società, Storia, Storia politica, Tradizione, destra fiorentina, destra firenze on Dicembre 20, 2008 at 12:38 pm

Una storia interrotta riprende da Torino. Intervista a Domenico Carratelli, storico del calcio

 

 di Giovanni Casa

 Le cicatrici della storia possono, almeno in parte, 

 essere sanate dalla rinascita di una squadra di 

 calcio? È questo il progetto di chi punta alla

 resurrezione della Fiumana, cancellata dalle

 vicende del dopoguerra. L’esodo degli italiani che

 dovettero lasciare Fiume, l’Istria e la Dalmazia

 ebbe, tra i molti effetti, anche quello di veder

 svanire la propria squadra. Quelle regioni, infatti,

 divennero parte di un altro Paese, la Jugoslavia

 (oggi Croazia, dopo il collasso della Federazione).

 

 Fondata nel 1926 dalla fusione delle preesistenti

 Fiume, Gloria e Olympia, poi approdata al

 campionato di Divisione nazionale, la Fiumana fu

 l’orgoglio di una città e la fucina di molti campioni. 

 Un gruppo di esuli ora chiede l’iscrizione al

 campionato di Prima divisione (l’ex C1) per la

 stagione 2009/10, con sede a Torino, dove vive

 una parte importante degli espatriati, per

 riprendere una storia dal punto in cui si era

 forzatamente interrotta.

 Televideo ha intervistato sul tema Domenico

 Carratelli, giornalista e scrittore, autore di

 numerosi saggi sulla storia del calcio.

 Come giudica questa decisione?

 “È un’iniziativa magnifica. A parte il fatto che ci  lega a una terra che ha subìto torti e ferite gravissimi, la Fiumana è un ricordo molto bello, almeno per chi ha una certa età. Ed è giusto che questa squadra rinasca proprio a Torino, perché i suoi calciatori più famosi finirono per giocare nelle squadre di questa città, i fratelli Varglien nella Juventus e Loik nel ‘Grande Torino’”.

Crede che l’iniziativa possa avere successo?

“Non penso che ci siano grandi difficoltà, anche perché non c’è premura. Non si chiede di far rinascere questa squadra dall’oggi al domani. Inoltre, Sergio Vatta, che mi sembra sia il capofila della resurrezione della Fiumana, è un personaggio molto conosciuto, un uomo di calcio, generoso. Il suo nome è già una garanzia per gli organi competenti che devono procedere a questa iscrizione. Sarebbe bello rivedere la Fiumana con le maglie amaranto e con il club che avrà la sua sede a Torino”.

Può ricordare qualche particolare dei suoi giocatori più famosi?

“In primo luogo, Ezio Loik, perché da bambino ero tifosissimo del ‘Grande Torino’. Forse uno dei pochi pianti delle mia vita è stato quando arrivò la notizia della sciagura di Superga. La radiocronaca di Niccolò Carosio fu una cosa molto emozionante. Loik è stato un po’ il ‘torello’ di quella squadra, che aveva delle coppie capaci di unire la grinta di uno alla classe dell’altro. Ecco quindi Loik e Mazzola, Grezar e Castigliano, Ballarin e Maroso. Inoltre, non posso dimenticare quel gol che Loik segnò all’ultimo minuto contro l’Ungheria. Era un’amichevole a Torino, nel maggio del ’47. L’Italia vinse 3-2 contro lo squadra di Puskas. Quel Toro metteva in Nazionale quasi tutti i suoi uomini.

Ricordo inoltre con affetto, anche se l’ho conosciuto solo attraverso le cronache e i racconti dei vecchi giornalisti napoletani, Marcello Mihalich. Giocò nel Napoli, fece una trentina di gol ed era uno dei tre attaccanti della squadra guidata da Garbutt negli anni Trenta, con Sallustro e Vojak. Aggiungo anche i Varglien, juventini, e Volk, capocannoniere della Roma di Testaccio. Sono giocatori che hanno fatto la storia del calcio in Italia”.

Pensa che ci saranno ostacoli finanziari per far decollare questo progetto?

“Se l’iniziativa è partita, vuol dire che qualche base solida c’è. Non è che si deve mettere su lo squadrone. Si deve riportare sui campi di calcio, e quindi alla memoria degli italiani e all’affetto dei tifosi, questo nome che è Fiumana. Se in Italia il cuore non si è inaridito del tutto, credo che sia un’avventura possibile”.

(Nella foto in alto: cartolina della Fiumana degli anni ‘30. In basso: Loik con Mazzola, dal Grande Torino alla Nazionale)

DDT

In Attualità, Bargello, Caravella, DDT, destra fiorentina, musica aletrnativa on Novembre 11, 2008 at 3:00 pm

Vi offriamo di seguito una recensione effettuata da “La Fenice” ( http://www.fenice1488.eu/ ) concernente l’ultimo album della band DDT.

Un titolo scelto per caso? Non lo so, fatto sta che è vero… “Non puoi farci niente”, i DDT sono uno dei migliori gruppi sulla scena alternativa odierna.
Questo nuovo lavoro soddisfa e giustifica ogni singolo secondo che abbiamo passato aspettandone l’uscita. Pezzi nuovi, bellissime cover, canzoni del primo loro lavoro riarrangiate e ricantate. Questo è quello che stavamo aspettando e questo è ciò che ci hanno regalato, con il solito stile targato Dodicesima Disposizione Transitoria.
Un lavoro senza ombra di dubbio ottimamente prodotto, grazie, come sempre, anche alla Rupe Tarpea Produzioni che ormai è un marchio che mai si smentisce.
Lo stile rockeggiante dei DDT ci accompagna tra 11 tracce senza mai stancare.
“Non puoi farci niente”, che finisce con la frase “… sei un camerata!”, è la traccia che dà il titolo al disco, e ricorda ancora una volta che a noi ribelli manca sempre quel qualcosa, qualunque cosa facciamo, ovunque siamo, non possiamo farci niente… Siamo camerati e questa è la nostra vita.
Canzoni bellissime come “1946″, “Milano-Berlino”, intervallate da pezzi più veloci e in stile più goliardico come “A Fiume”, “Male assoluto” e “Bombacrazia”, ci accompagnano verso le ultime due canzoni, che concludono l’album come meglio non si poteva fare. “Noi non siamo uomini d’oggi”, cover di Massimino, è cantata e suonata come nessuno aveva mai fatto dopo Morsello stesso. “RSI” è la perla di questo disco, il contorno immancabile che completa il tutto con arte e stile: canzone da sempre bellissima, adesso più che perfetta, galvanizzante.
“Non puoi farci niente” è un lavoro, insomma, che non può mancare nelle vostre collezioni personali.

“Non puoi farci niente”… i DDT non deludono mai!

Apologia della merda: la sinistra risulta ancora insuperabile

In Attualità politica, Bargello, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina on Novembre 8, 2008 at 3:13 pm

Ebbene sì,apologia della merda.Un termine più azzeccato non lo potevamo usare dopo avere letto un articolo apparso su www.libero-news.it che vi riportiamo di seguito. BUONA LETTURA!

“SIAMO TUTTI ANTIFASCISTI”. SCONTRI AI CORTEI STUDENTESCHI

tratto da www.libero-news.it dell’8 novembre 2008.

Universitari in corteo per dire “siamo tutti antifascisti”. Che cosa c’entri con i tagli all’università non lo capisce nessuno. Ogni occasione ormai è buona per buttarla in politica e per tirare quattro ceffoni alle forze dell’ordine. Il corteo degli universitari, a Roma, è degenerato: tra i manifestanti e le forze dell’ordine «c’è stato un contatto» per evitare il blocco della circolazione ferroviaria nella stazione Ostiense. Un ragazzo è in ospedale, vari contusi tra i poliziotti. La città è paralizzata.

A Firenze, oggi pomeriggio gli studenti universitari e i medi compieranno alcune azioni dimostrative, avverte l’Unione degli studenti: “Questo movimento non si ferma e scenderà ancora in piazza il 14 novembre, in occasione dello sciopero generale dell’Università e della Ricerca; il messaggio che gli studenti stanno mandando al ministro dell’Istruzione Gelmini e a tutto il Governo è chiaro e preciso: la legge 169 e la 133 devono essere ritirate immediatamente, per il libero accesso ai saperi, per tutti”.

Eventi: Strage di Bologna,Strage all’italiana

In Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina on Novembre 8, 2008 at 3:04 pm

Sull’attentato di Bologna si è detto e scritto tanto finchè,di recente,le accuse infamanti di strage nei confronti di Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti sono decadute,anche grazie alle importanti,ma tardive,rivelazioni del senatore a vita Francesco Cossiga,che scagionano definitivamente i due ex Nar dall’episodio più agghiacciante degli anni di piombo.

Vi segnaliamo a Firenze un dibattito interessante,presso la Federazione Provinciale di Alleanza Nazionale,il giorno di sabato 29 novembre 2008.

la Redazione

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Dopo la vittoria di Obama Veltroni attento! Il PD e il Democratic Party non sono la stessa cosa!

In Attualità politica, Bargello, Destra Giovanile, destra fiorentina on Novembre 6, 2008 at 11:53 pm

Occhio Veltroni! Non fare confusione! Stai attento. Il Partito Democratico che tu, demiurgo del centro sinistra, hai modellato su immagine del Democratic Party americano, non ha nulla a che vedere con Obama e con i suoi predecessori. Perchè? Cominciamo con uno dei tuoi ‘riferimenti’ politici d’oltreoceano, che poi è anche il mio: John Fitzgerald Kennedy. Ricordi JFK per una linea politica, quella concernente i diritti civili, assolutamente apprezzabile e doverosa in quella America scossa dalle violenze del Klan negli stati del sud e segnata dalla segregazione razziale. Ma non dimenticare che Kennedy non è il pacifista, antimilitarista, progressista (nell’accezione nostrana del termine) che tu credi.

Kennedy detestava i comunisti che l’FBI teneva sotto controllo,malgrado il periodo maccartista fosse finito; inviò anticastristi a Cuba nella ardita, seppure sfortunata azione alla baia dei Porci. Inviò i primi consiglieri militari in Viet Nam gettando le basi di quello che sarà uno dei conflitti più lunghi del ‘900. Il suo vice, poi successore Johnson spedirà mezzo milione di soldati nel sud est asiatico, definitivo inizio del carnaio. Non ti basta? Bene Walter parliamo di Clinton,se preferisci. Ricordi le proteste dei collettivi studenteschi quando il I Ministro Massimo D’Alema (siamo nel ‘99) lasciò che gli USA usassero le basi NATO in territorio italiano senza battere ciglio per bombardare Belgrado? Un regime che, come ben saprai, fu uno degli ultimi comunisti in Europa e che non fu assolutamente risparmiato dalle incursioni aeree statunitensi. Il fatto, cher amie, è che la diversità sociale, politica, culturale tra USA e Italia fa sì che i loro progressisti non avranno mai le posizioni dei nostri, perchè diverso è l’humus politico. La nostra sinistra ha una grande tradizione socialista e comunista che gli USA non hanno avuto. Pensa, durante la Guerra di Secessione il Democratic Party era un partito filo schiavista… Pesnare così, di punto in bianco, di creare nel Bel Paese ciò che a nove ore di aereo da Roma esiste da 200 anni è pura utopia. Inizia a ragionare allora come ragionerebbe Obama: non ritirare le truppe da tutti i fronti ma affrontare la lotta al terrorismo con un nuovo (secondo lui) spirito e una nuova strategia; non lasciarsi andare al disfattismo più esasperato e alla opposizione poco costruttiva ma impara da un americano come il bene nazionale sia di fronte e un miglio avanti all’interesse politico. Impara questo nel frattempo. Ciò è la base per costruire quel Partito Democratico che realmente avresti voluto. Non sconvolgerti se queste parole vengono da destra: un’opposizione irresponsabile e incapace non è per me motivo di soddisfazione, ma di tristezza e sconcerto. Gli interessi patri devono essere ‘custoditi’ con costante attenzione, non messi alla berlina in talk show o carnevalesche parate di piazza.

di Redazione

 

4 NOVEMBRE 1918-2008

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Novembre 3, 2008 at 11:19 pm

W L’ITALIA! W L’ESERCITO E VIA! VIVA ANCHE IL RE!

 

 

Malgrado le mistificazioni della sinistra la Verità è venuta a galla

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, destra fiorentina, politica on Novembre 1, 2008 at 5:22 pm

Piazza Navona, ecco il dossier della polizia: “Le violenze scatenate dagli studenti rossi”

articolo tratto da: http://www.ilgiornale.it
Roma. Nessuna «infiltrazione» da parte delle forze dell’ordine, nessun misterioso retroscena: gli incidenti in piazza Navona tra studenti sono stati innescati dalla sinistra antagonista, e la polizia ha gestito la situazione «seguendo criteri di equilibrio e prudenza».
A dirlo ieri in Aula a Montecitorio è stato il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma, durante l’informativa urgente del governo sugli incidenti di mercoledì. A innescare il violento confronto, aggiunge il sottosegretario, sono stati i giovani di sinistra, anche se i ragazzi di destra del «Blocco studentesco» erano armati di bastoni, occultati in un furgone. La dinamica viene ricostruita passo passo. Dall’arrivo in piazza dei due furgoni, quello degli studenti di sinistra e quello del «Blocco», cosa «consueta» nelle manifestazioni, dice l’esponente del governo. Verso le 11 di mattina, spiega Nitto Palma, «c’è stato un primo momento di tensione tra i ragazzi di Blocco studentesco e gli altri, che si lanciavano reciproche accuse di aggressione. Quelli del Blocco asserivano di essere stati circondati per essere estromessi dalla manifestazione, mentre quelli di estrema sinistra lamentavano l’aggressione di un ragazzo che sarebbe stato colpito alla testa da una cinghiata». E su questo episodio, riferisce ancora l’esponente del governo, «risulta che all’ospedale Santo Spirito sono stati soccorsi un esponente della sinistra antagonista di 37 anni e un altro ragazzo di 25 che hanno riferito genericamente di essere stati aggrediti da parte di esponenti del Blocco e hanno evitato di sporgere denuncia». Lo scontro vero e proprio, poi, è avvenuto quando il camioncino con gli studenti del «blocco» si era rifiutato di abbandonare la piazza «nonostante i ripetuti inviti della polizia ad allontanarsi», continua Nitto Palma. E a quel punto sono arrivate «da corso Vittorio Emanuele II 4-500 persone dei collettivi universitari e della sinistra antagonista, alcuni dei quali indossanti caschi da motociclista, che invece che attestarsi nella piazza sono arrivati fin dove si trovava il gruppo di giovani di estrema destra». Prima i «cori antifascisti», poi dal fronte della sinistra antagonista comincia un lancio di oggetti, «tra cui sedie, tavolini e bicchieri» contro i ragazzi del Blocco che, «in numero molto minore, si sono schierati con bastoni, mentre gli aderenti ai collettivi universitari avanzavano». E il presunto «poliziotto infiltrato» nelle fila dei ragazzi di destra, quello filmato mentre parla con gli agenti? Un bluff, spiega il sottosegretario: «Quel ragazzo è di Blocco studentesco, è stato portato in questura e identificato, e la sua posizione è ancora al vaglio degli inquirenti». Infine, quanto alla mancata presenza della polizia al momento dell’inizio degli scontri, per Nitto Palma era dovuta alla scelta strategica di non farsi vedere in piazza, dove gli studenti scandivano slogan contro le forze dell’ordine, proprio per evitare tensioni ulteriori. La ricostruzione, però, solleva critiche sia nell’opposizione sia nella sinistra extraparlamentare, e anche tra i Collettivi studenteschi della Sapienza che annunciano una controinchiesta. Eppure la dinamica illustrata dal sottosegretario al Viminale ricalca quella raccontata ieri su Repubblica in un pezzo di retroscena sulle informative della questura. Dove si dà conto di quanto «documentato dai video degli scontri» con la carica che «parte dal settore degli studenti di sinistra coinvolgendo almeno 300 ragazzi». Niente da fare però. La rissa tra chi ha attaccato e chi si era portato dietro mazze e bastoni diventa, ovviamente, oggetto di polemica politica. E la ricostruzione del governo, per gli esponenti di Pd, Rifondazione e Pdci, non solo è «inaccettabile» ma anche «scandalosa». Una «bassezza mediatica», sibila Di Pietro. Di altro avviso Francesco Storace, segretario della Destra, che chiede ora alle tv di scusarsi con i «giovani di destra che si sono difesi dall’aggressione».

28 ottobre: EJA EJA!ALALA’!

In Attualità, Bargello, Caravella, Cuori Neri, destra fiorentina, politica on Ottobre 28, 2008 at 8:59 pm

Giovinezza la lotta, Giovinezza le sbarre, Giovinezza la gioia e il dolore, Giovinezza donata e non mai sprecata, Giovinezza la fede e l’amore, Giovinezza di facili sogni, Giovinezza di lacrime amare, Giovinezza donata, Giovinezza..

Giovinezza è un grido fatato, giovinezza è una vergine bianca,
Nelle mani di chi la sa usare giovinezza è un’arma mortale.
Giovinezza è il mio grido di guerra e vendetta sarà la mia spada,
E l’onore sarà il mio scudo, e l’amore sarà la mia lancia.
Sì l’amore per quello che è stato, la speranza per ciò che sarà,
E la gloria delle grandi gesta nella giovinezza eterna sarà.
rit. Giovinezza giovinezza primavera di bellezza
Della vita sei l’ebrezza giovinezza
Giovinezza giovinezza primavera di bellezza
Non si piega e non si spezza giovinezza
Giovinezza è un fulmine un tuono, giovinezza è un sorriso di sole
Giovinezza colpisce veloce, giovinezza è senza pietà.
Giovinezza è una grande battaglia, giovinezza è un campo di fiori,
Giovinezza è una scelta d’amore che dà vita ad un grande cuore.
Giovinezza è una splendida stella, giovinezza è l’eterna promessa,
Giovinezza è l’amore più grande, giovinezza per l’eternità

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5 ottobre 1980-5 ottobre 2008. Non scordo!

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Ottobre 3, 2008 at 11:47 pm

Il ‘facciaculismo’ di alcuni…

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Settembre 25, 2008 at 11:16 pm

 Ora è tutto merito suo. Se Alitalia è salva, è perché Walter Veltroni ci ha messo la zampino. In queste ore concitate che hanno visto anche la Cgil firmare l’accordo con Cai, il segretario del Partito democratico ha rivendicato un ruolo fondamentale nella trattativa: “Quarantotto ore fa si è sbloccata la situazione perché, mettendo insieme Colaninno ed Epifani, ho cercato di favorire il fatto che si trovasse un punto di intesa”. Ovviamente, arriva la frecciatina contro il presidente del Consiglio: “Berlusconi non è qui, è partito per una destinazione che non conosciamo”. “Non avrei replicato a Berlusconi se lui non mi avesse attaccato a freddo”, ha poi aggiunto nel corso della registrazione della puntata di Porta a porta. “Di fronte ad un’opposizione che collabora, in un Paese civile un presidente del Consiglio non insulta, ma rispetta. Basta con gli spot, i fuochi d’artificio, il bullismo al governo”.
Gli spot. Veltroni li snocciola uno ad uno: “Ha cambiato idea su tutto, su Air France, sulla cordata, ha parlato del coinvolgimento dei figli, di Aereoflot, delle ferrovie dello stato. È stato uno show, che dimostra la confusione con cui Berlusconi ha affrontato il problema. Io non ho mai cambiato idea”.  Gli unici complimenti arrivano per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta: “Si è sempre speso per cercare una soluzione positiva per Alitalia”. Veltroni si autoincensa, dice di essersi comportato come un leader dell’opposizione anglosassone: “Nonostante il giudizio fortemente negativo su come è stata gestita dal governo la vicenda, tuttavia ho cercato di dare una mano nelle relazioni con Colaninno e i sindacati e ho sempre informato Gianni Letta. Io e lui apparteniamo alla stessa cultura istituzionale”.
La risposta alle parole del leader del Pd arriva dal ministro dei Trasporti, Altero Matteoli: “Figurarsi se può intestarsi il merito dell’accordo Veltroni che lo ha ostacolato fino a poche ore fa”, ha detto sempre nel corso della registrazione di Porta a porta. Ha colto anche l’occasione per precisare quanto accaduto nelle ultime ore: “Non è cambiato sostanzialmente nulla, è stato sottoscritto l’accordo di sette giorni fa, erano solo rimasti in sospeso alcuni chiarimenti che sono stati dati questa mattina e questo ha portato anche la Cgil a firmare”. Lo attacca pure l’ormai ex alleato Antonio Di Pietro: “Veltroni senza aver fatto nessuna manifestazione con gli operai dice che grazie a lui gli operai ce l’hanno fatta. Ma gli operai non ce l’hanno fatta, hanno solo subito”.
A Walter però non importa. Dalle comode poltrone bianche del salotto di Bruno Vespa sente di essere stato risolutivo.

 

tratto da www.libero-news.it

Caro Ministro le scrivo…

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Settembre 25, 2008 at 11:10 pm

 

Onorevole Ministro,

Giorni fa ho ricevuto la mail del Presidente Nazionale di Azione Giovani, in merito alle tanto discusse parole di Gianfranco Fini (e a ciò che ne è seguito) pronunciate durante la kermesse di Atreju.

Ho apprezzato quella mail, ovvero ne ho lodato il contenuto. Tentare di risolvere una situazione spinosa, di superare acredini il più delle volte generate e sviluppate da propaganda mendace è ciò che ogni capo, ogni presidente di un movimento si sente in dovere di fare. E sarà qui che mi soffermerò Onorevole.

Dicevamo un dovere da capo. Ruolo che, sappiamo tutti, essere impegnativo, duro, carico di oneri e quasi privo di onori.

Andare avanti è sacrosanto: lasciare cadere alle spalle quell’accusa infamante che da mezzo secolo una falsa categoria di intellettuali ti lancia addosso, che ha l’effetto di una marchiatura a fuoco come se essere quello che loro dicono significhi appartenere alla peggiore razza di criminali che abbia camminato su questa terra. E che brucia più di una marchiatura da bestiame, specialmente se l’accusa proviene da persone capaci di ragionare solo con una pertica in mano e una lama nella tasca.

Ma da che mondo è mondo nascondere la polvere sotto il tappeto non porta a buoni frutti. Chiudere lo scrigno dei ricordi, belli e brutti, non serve a cancellare ciò che si è stati, ciò che si è vissuto e si ha visto con gli occhi del giovane adulto in sezione e del ragazzino fisso di fronte a un manifesto.

Si Onorevole! Che oggi si abbia cinquant’anni o se ne abbia venticinque nessuno sa dimenticare la fiamma tricolore stampata sui manifesti e sui volantini, le croci cerchiate con la sigla del Fronte e del FUAN sul muro di scuola e di casa, i comizi, i raduni e le manifestazioni che, i ventenni e i bambini di allora, hanno ancora nella mente.

E’ vero, il nostalgismo è sbagliato. Ma qui non si tratta di dire ’si stava meglio quando si stava peggio’, si tratta di affrontare una volta per tutte la questione mediante il dibattito interno, la discussione tra e con la base militante. Un comunicato dell’ufficio stampa, una intervista non sortiscono lo stesso effetto.

Lo ammetto, purtroppo il dibattito manca nel Movimento. Forse si dice di sì per convenienza o per paura di non essere ascoltati. Tuttavia interloquire è il solo mezzo per concludere realmente la faccenda. Ed è anche il modo migliore per maturare tutti, dal militante al dirigente nazionale. La maturazione è come l’evoluzione della specie. Un processo inarrestabile, per nostra fortuna.

Ma non voglio annoiarLa oltremodo. Nel salutarLa e nell’augurarLe serenità e successo nel Suo lavoro istituzionale auspico questo mio appello al dialogo venga tenuto in considerazione.

Distinti saluti.

 

Marco Petrelli

Anche i fascisti si innamorano

In Attualità politica, Bargello, Canzoni alternative, Caravella, Cuori Neri, DDT, Destra Giovanile, EROI, Eventi, Fascismo, Firenze, Lettere, Miscellanea, Onore Fedeltà Coraggio, Radio su internet, Recensioni, Rivoluzione Fascista, Storia, Storia politica, Terza Posizione, Tradizione, Valori, destra fiorentina, militanza on Luglio 24, 2008 at 11:05 am

Ecco di seguito uno stupendo brano dei DDT…

 

Mi sento strano

( DDT )

 

Credo che oggi parlerò di lei
Di com’è bella mentre mi sorride
Delle parole che io le direi
Quando il silenzio piano ci divide 

Credo che oggi parlerò di lei
Delle sue mani e dei suoi occhi neri
E non sapete quanto la vorrei
Quando si chiude dentro i suoi pensieri 

Però va be’ mi sento un po’ un coglione
Che questo non è un disco di Battisti
Dovrei parlare di Rivoluzione
Fare canzoni dure da fascisti
Però scusate oggi mi sento strano
Ho quel sorriso fisso nella mente
E ve lo dico con il cuore in mano
Oggi del Duce non mi frega niente 

Credo che oggi parlerò di lei
Di quando ride poi di quando è stanca
Credo che oggi parlerò di lei
Che sono solo e sento che mi manca

Credo che oggi parlerò di lei
Dei suoi capelli poi della sua voce
Credo che oggi parlerò di lei
Di lei che corre via così veloce 

Però va be’ mi sento un po’ un coglione
Con quel sorriso fisso nella mente
E ora parliamo di Rivoluzione
Che tanto a lei non gliene frega niente
Delle parole di questa canzone
E delle notti che io sono sveglio
E ora parliamo di Rivoluzione
Che forse poi mi sentirò un po’ meglio
Però va be’ mi sento un po’ un coglione
Con quel sorriso fisso nella mente
E ora parliamo di Rivoluzione
Che tanto a lei non gliene frega niente
Delle parole di questa canzone
E delle notti che io sono sveglio
E ora parliamo di Rivoluzione
Che forse poi mi sentirò un po’ meglio
 
PS: Anche i "fascisti" si possono innamorare...

Emittente radio

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Corneliu Zelea Codreanu, Cuori Neri, Destra Giovanile, Destra in radio, EROI, Fascismo, Firenze, Futurismo, Link, Radio su internet, Rivoluzione Fascista, Storia, Storia politica, Terza Posizione, Valori, degrado firenze, destra fiorentina on Luglio 22, 2008 at 11:09 am

Il Bargello approda anche sulle frequenze medie. Uno spazio radio  per il quale cerchiamo collaboratori. File audio, politici e non, per trasmettere idee, opinioni, gusti. Ancora in stato “embrionale” speriamo, con il vostro aiuto.

La redazione

http://www.anywhere.fm/ferafirenze

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Corneliu Zelea Codreanu, Destra Giovanile, Fascismo, Rivoluzione Fascista, Storia politica, Terza Posizione, Tradizione, destra fiorentina, politica on Luglio 22, 2008 at 10:48 am

Mussolini il rivoluzionario

Riportiamo un secondo articolo tratto da www.centrostudilaruna.it

 Adriano Romualdi

Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario Mussolini il rivoluzionario è il primo solido pilastro di un’opera in quattro volumi che ha in cantiere il giovane storico Renzo De Felice. Essa abbraccia la vita di Mussolini dalla nascita al 1920 e descrive la formazione e le battaglie del futuro Capo del Fascismo dagli anni della giovinezza socialista a quelli del primo squadrismo. Un fascio di luce gettato su di un periodo decisivo della vita di Mussolini e un contributo prezioso ad intendere la sostanza profonda di questa genuina natura di ribelle e di lottatore.

Purtroppo, a distanza di vent’anni dalla morte, un discorso serio su Mussolini aspetta ancora di essere fatto. Da una parte ci sono la ingiuria, la diffamazione, la calunnia contro un avversario la cui ombra non dà pace e tregua. Dall’altra la patetica e casalinga rievocazione dei fedeli che rischia di deformare in una oleografia borghese la personalità del più spregiudicato rivoluzionario della storia d’Italia. Questo libro del De Felice può essere la prima pietra per la ricostruzione della viva immagine di Mussolini. Un libro serio, documentato, ponderato, scritto, per quanto possibile, senza pregiudizio. È, diciamolo subito, una sorpresa, perché l’editore del volume è il famigerato Einaudi e il prefatore il viscido, sfuggente, Delio Cantimori. Evidentemente qualcosa si sta muovendo nel complesso fazioso e retrivo della storiografia antifascista e, dopo l’orgia di banalità e di calunnie, qualcuno tra i più seri e tra i più colti sente il bisogno di incominciare ad usare un linguaggio più onesto e più pulito.

Non sappiamo se nei prossimi volumi dell’opera (“Il fascista”, “Il duce”, “L’alleato”) De Felice riuscirà a conservare la misura e l’equilibrio di cui fa sfoggio in questo primo libro, ma l’inizio è senza dubbio soddisfacente.

Mussolini il rivoluzionario è un’opera che pone le basi della ricostruzione della personalità di Mussolini. Perché Mussolini è stato soprattutto, innanzitutto, una figura di rivoluzionario. Un rivoluzionario: cioè un uomo dotato della istintiva capacità di agire in modo profondo ed incisivo sulle situazioni e sugli stati d’animo, non subendoli ma trasformandoli con un azione violenta, sconvolgitrice, imprevedibile. Un rivoluzionario: ossia una personalità capace di estrarre l’essenziale da un’idea, da una realtà, da un sentimento, e di rendere visibile a tutti, in un momento, ciò che è vecchio e ciò che è nuovo, ciò che è vivo e ciò che è morto, quel che va abbandonato e quel che va conquistato.

Non un politicante, un mercanteggiatore di voti e di consensi, ma un creatore di fatti irrevocabili, un suscitatore di miti, l’evocatore di tutte le energie sane di un popolo e di una società.

Questa fondamentale natura rivoluzionaria di Mussolini spiega tutte le sue scelte. Egli ha militato nel socialismo nella speranza di poter sconvolgere con la violenza delle masse proletarie l’assetto di una meschina società borghese. Coerentemente, all’interno del partito socialista ha esecrato e combattuto il riformismo, cioè la tendenza ad inserire il socialismo nel “sistema”. Successivamente, accortosi che il pacifismo socialista confluiva nella grande palude democratica e umanitaria, ha salutato nella guerra lo strumento capace di indirizzare la storia verso la rivoluzione totale. Da questa scelta deriva l’ulteriore rifiuto del socialismo. In questa scelta ne era già contenuta un’altra: fallito il socialismo come strumento di rottura rivoluzionaria, occorreva cercare in un’altra direzione, quella in cui si muoveva la gioventù in armi delle nazioni europee: il fascismo. Nell’apparente contraddizione delle ideologie e degli atteggiamenti c’è una perfetta logica dell’azione.

La lettura del libro del De Felice ci fa scorrere davanti agli occhi questa coerente successione. Esso si pone più come un racconto obiettivo che come un’interpretazione generale, ma le conseguenze che si traggono si impongono da sole. Innanzitutto in che cosa consisteva essenzialmente il famoso “socialismo” si Mussolini? Esso era eminentemente rivoluzionarismo. Era la lotta spietata, aggressiva, violenta contro l’ordine costituito della borghesia per la creazione di una nuova realtà storica, di un nuovo ordine eroico. In questo Mussolini è discepolo di Sorel, il padre del sindacalismo rivoluzionario, che malediceva il mito del progresso, inveiva contro la “platitude” umanitaria, predicava lo sciopero generale e la violenza come elementi di un mito totale destinato a preparare l’avvento di una umanità eroica.

Come ognuno può vedere si tratta di prospettive lontanissime da quelle del socialcomunismo contemporaneo il cui fine altro non è che il graduale imborghesimento delle masse con la pace e la bistecca, il burro e le riforme, la coesistenza e la televisione. È un socialismo passato al vaglio di Nietzsche, di cui Mussolini fu attento lettore e che fu, si può dire, l’unico filosofo che studiò veramente. C’è un importante saggio giovanile di Mussolini su Nietzsche apparso su Il Pensiero Romagnolo nel 1905 che De Felice riporta ampiamente. Non è inutile citarlo per comprendere gli orizzonti mentali di questo strano “socialista”.

Scrive Mussolini: “Il superuomo, ecco la grande creazione nietzscheana. Quale impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche dell’università di Basilea questa superba nozione? Forse il taedium vitae, della vita quale si svolge nelle odierne società civili dove irrimediabile mediocrità trionfa a danno della pianta-uomo. E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno all’ideale. Ma un ideale diverso fondamentalmente da quello in cui hanno creduto le generazioni passate. Per comprenderlo verrà una nuova specie di spiriti liberi fortificati nella guerra, nella solitudine, nel grande pericolo, spiriti che conosceranno il ghiaccio e i venti, le nevi dell’alta montagna e sapranno misurare con occhio sereno tutta la profondità degli abissi, spiriti dotati di un genere sublime di perversità, spiriti che ci libereranno dall’amore del prossimo della volontà del nulla ridonando alla terra il suo scopo e agli uomini le loro speranze – spiriti nuovi, liberi, molto liberi che trionferanno su Dio e sul Nulla!”

È, lo vede ognuno, la profezia del fascismo. Del resto, della eterogeneità di Mussolini alla mentalità del socialismo corrente si era accorta la Kuliscioff che in quel tempo diceva di lui: “non è un marxista e neppure un socialista. È un poetino, un poetino che ha letto Nietzsche”. Una definizione che si potrebbe accettare se si sostituisse quel “poetino” col termine più appropriato di “rivoluzionario”. Purtroppo esigenze di spazio non ci consentono di discutere i molti temi affrontati dal De Felice in questo libro. Ci limitiamo a lodarne lo sforzo verso un’autentica obbiettività. Esso mette in chiaro le grandi qualità umane, morali, intellettuali di un uomo di cui vent’anni di storiografia antifascista si voleva liberare etichettandolo come “avventuriero” o “demagogo”.

Soprattutto, quel che traspare dalle righe scarne ed asciutte del De Felice è la superiorità personale di Mussolini, la sua chiarezza intellettuale, la maggiore energia, la capacità lavorativa, l’alta, lungimirante praticità. Mussolini il rivoluzionario è e resta il libro di un antifascista, ma di un antifascista che, cercando, ha trovato le prove e le testimonianze della sua fede e del suo disinteresse e non le ha occultate o nascoste.

Per noi, per cui Mussolini non è solo un oggetto di studio ma un maestro d’azione politica, esso rappresenta un invito a liberarsi del feticcio del “duce” che dovrebbe avallare certo conformismo borghese e patriottardo da epigoni e da rassegnati e un invito a ritrovare il vero Mussolini: il ribelle, lo spregiudicato, l’anticonformista, l’uomo che ha disperso e bastonato i pavidi e i buffoni di casa nostra per diventare, per oltre vent’anni il terrore e lo spauracchio dell’Europa dei socialisti, dei democratici, dei vigliacchi.

* * *

Tratto da Il Secolo d’Italia, (data sconosciuta), 1965.

Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario (IBS) (BOL) (LU)

Così diceva Codreanu

In Attualità, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Storia politica, destra fiorentina, politica on Luglio 22, 2008 at 10:41 am

Riportiamo di seguito un articolo tratto dal sito www.centrostudilaruna.it , già fonte di significativi documenti d’Area.

Fra le molte figure di dirigenti di movimenti nazionali da noi conosciute nei nostri viaggi in Europa, poche, per non dire nessuna, ci fecero un’impressione più viva di Cornelio Codreanu, il capo della “Guardia di Ferro” romena. Ricordiamo l’incontro con lui, nel marzo del 1938, nella “Casa CodreanuVerde”, sede centrale che i legionari stessi si erano costruita con le proprie mani, a Bucarest.

Egli ci si fece incontro: un giovane di alta statura, aitante, con una espressione di nobiltà, di lealtà e di coraggio impressa nel volto dai tratti del puro tipo dacio-romano, ci si mescolava qualcosa di contemplativo, di ispirato. Fra noi due si stabilì subito una spontanea simpatia; in effetti, molte delle nostre idee concordavano, specie quanto all’esigenza di dare ai movimenti di rinnovamento nazionale una autentica base spirituale.

Il livello dell’organizzazione che Codreanu aveva creato e con la quale si proponeva di rinnovare la Romania, era notevolmente alto. Il movimento complessivo aveva un orientamento originale; si affiancava idealmente ai movimenti nazionali affermatisi in Italia e in Germania, ma con una propria, specifica fisionomia. In un colloquio, lo stesso Codreanu ci indicò questa direzione particolare, usando un’immagine. Egli disse: “L’essere umano è composto dal corpo, dall’energia vitale e dall’anima. Così anche ogni nazione, e un moto di rinnovamento, può far leva su uno o sull’altro di tali elementi e investire il resto partendo da esso. Ora il fascismo italiano mi sembra che parta dall’elemento corpo, cioè dall’elemento forma, riprendendo ideale romano dello Stato quale forza formatrice. Il nazionalsocialismo tedesco, col risalto dato a tutto ciò che è razza e sangue parte invece dall’elemento vita. Quanto alla Guardia di Ferro romena, essa per raggiungere lo stesso scopo vorrebbe agire partendo dall’elemento spirituale, dall’anima”.

Julius Evola, Fascismo e Terzo Reich Nel caso del movimento di Codreanu, quest’ultima espressione assumeva però un significato peculiare. Per Codreanu, più che di una lotta politica per la semplice conquista del potere, si trattava di creare un uomo nuovo. Egli riteneva che la sostanza del popolo romeno fosse così guasta, che senza un rinnovamento dall’interno, dal profondo, nulla di valido avrebbe potuto essere raggiunto. L’opera di formazione doveva realizzarsi a tutta prima in una minoranza, a che essa facesse poi da spina dorsale alla nazione.

L’orientamento spirituale, religioso, come controparte di quello militante, si palesava già nella designazione che la prima organizzazione aveva avuto: “Legione dell’Arcangelo Michele”. Quando questa divenne la Guardia di Ferro, vi si mantennero tratti di una specie di ascetismo guerriero, analoghi a quelli di alcuni antichi ordini cavallereschi. Così per gli appartenenti ad uno speciale corpo che si fregiava dei nomi di Moza e Marin (due capi della Guardia caduti nella guerra di Spagna) vigeva la clausola del celibato: nessuna cura mondana e familiare doveva diminuire, in loro, la capacità di consacrarsi assolutamente alla causa. Ci si doveva anche astenere dal frequentare balli e cinematografi, si doveva evitare ogni sfoggio di ricchezza e di lusso. Doveva essere amata una certa tenuta spartana di vita. In più, era contemplata la pratica del digiuno, due volte alla settimana. Codreanu era il primo a sottoporvisi.

Particolare importanza veniva poi attribuita alla preghiera intesa come una vocazione. “La preghiera è un elemento decisivo – diceva Codreanu. Vince chi sa attrarre dall’etere, dai cieli, le forz e misteriose del mondo invisibile e assicurarsene il concorso”. Per lui fra tali forze vi erano le anime degli antenati e dei morti. E nei “nidi” (così venivano chiamati i centri della Guardia) ogni riunione s’iniziava e si terminava con una preghiera invocativa rivolta a coloro che lungo i secoli erano caduti per la difesa della patria e della fede e che si riteneva essere rimasti invisibilmente uniti alla stirpe.

[…] Si sa della tragedia della Guardia di Ferro e della fine di Codreanu. […] Alla fine Codreanu fu arrestato e processato […] “si tagliò corto” e si ricorse all’assasinio mascherato.

 

* * *

Brani tratti dall’articolo Così diceva Codreanu apparso sul quotidiano Roma il 12 dicembre 1958.

Julius Evola

A 16 anni dalla morte ricordiamo

In Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, EROI, Firenze, Storia politica, destra fiorentina, politica on Luglio 20, 2008 at 9:03 pm

 

PAOLO BORSELLINO

(Palermo, 19 gennaio 1940 – 19 luglio 1992)

 È assurdo e sbagliato piangere i caduti.

Dovremmo piuttosto ringraziare Dio che uomini simili siano stati in vita.

(Generale George Patton)

DEDALO 2008

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Luglio 12, 2008 at 1:54 am

 

 

 

 

 

Torna “DEDALO”, Campo Nazionale di Azione Universitaria in Versilia, nei giorni 16, 17, 18 di Luglio.

Ormai alla terza edizione “DEDALO” rappresenta una importante occasione di confronto, dibattito e socializzazione per i militanti di Azione Universitaria e Azione Giovani invitati a partecipare alla kermesse.

Militanti e dirigenti di tutte le comunità italiane parteciperanno a corsi di formazione curati dalla dirigenza nazionale, presenteranno progetti futuri pianificati per le aree universitarie e metropolitane di appartenenza, esporranno i punti focali della attività dell’ultimo anno. Non mancheranno i momenti ludici e ricreativi, cene comunitarie e l’immancabile serata alla “Capannina di Franceschi” storica ed elegante discoteca di Forte dei Marmi.

Durata tre giorni. Il terzo e ultimo giorno vedrà intervenire parlamentari e ministri di Alleanza Nazionale in un dibattito aperto con i giovani.

 

Per maggiori informazioni rivolgersi al proprio presidente provinciale o visitare il sito www.sfida.org

 

Un appuntamento da non perdere.

 

Marco Petrelli

di sotto un video realizzato da un nostro collaboratore
    

Immigrazione

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Luglio 12, 2008 at 1:43 am

Un video da me realizzato. Spero vi piaccia.

Marco Petrelli – CARAVELLA

Il Canto degli italiani

In Attualità, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Maggio 24, 2008 at 9:37 am



Pressoché dimenticato presentiamo il primo inno ufficiale del MSI, dal titolo “Il canto degli italiani”. le parole furono scritte da Giorgio Almirante.



Siamo nati un cupo tramonto
Di rinuncia, vergogna, dolore:
siamo nati in un atto d’amore
riscattando l’altrui disonor.
Siamo nati nel nome d’Italia,
stretti attorno alla nostra Bandiera:
è rinata con noi primavera,
si è riaccesa una Fiamma nel cuor.
Italia, sorgi a nuova vita, così vuole Chi per te morì,
chi il suo sangue donò
chi il nemico affrontò
Giustizia alla Patria darà.
Italia, rasserena il volto,
abbi fede: nostro è l’avvenir.
Rispondi, rispondi, o Italia!
Si ridesta la tua gioventù.
Noi saremo la vostra avanguardia,
Italiani, coraggio: in cammino.
Solo ai forti sorride il destino;
liberate la Patria, il Lavor.
Noi saremo la Fiamma d’Italia,
il germoglio di un’alba trionfale,
la valanga impetuosa che sale:
Italiani, coraggio: con noi!
Italia, sorgi a nuova vita.

tratto da: www.mussolinibenito.it

Ventennale della morte di Giorgio Almirante

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Maggio 21, 2008 at 12:01 pm
Pubblichiamo un articolo (datato 19 maggio 2008) segnalatoci dal web master del blog: http://faber2008.blogspot.com/ .
In occasione del 20^ anniversario della morte di Giorgio Almirante proponiamo una riflessione sulla eredità del MSI e sui "prosecutori" dei progetti almirantiani.

 

Spigoli

 

lunedì 19 maggio 2008

Giorgio Almirante: appropriazione indebita?

Tra pochi giorni, esattamente il 22 maggio, sarà il ventennale della morte di Giorgio Almirante. In tanti si apprestano a ricordarlo, ad inneggiare alla sua memoria, a farsene legittimi successori, a rivendicare il proseguimento di un cammino nel solco da lui tracciato. Questa corsa all’eredità non mi convince, soprattutto perché lui non può confermare la legittimità.
Per valutare se queste appropriazioni (soprattutto alla luce di alcune sconcertanti dichiarazioni, più o meno recenti degli ‘auto-eredi’) siano o meno indebite, utilizzo un sistema infallibile: mi affido alle sue parole.
Non quelle di uno dei tanti mirabolanti discorsi da lui pronunciati e scritti, facilmente accusabili di enfasi retorica.
Meglio ancora: una lettera che Almirante scrisse nel 1986 (a meno di due anni dalla morte) alla deputata missina milanese Cristiana Muscardini, riferendosi a tentativi di avventato ’superamento storico’.
Lettera pubblicata dal settimanale “Lo Stato” il 2 giugno 1998 e dalla quale mi pregio di stralciare questo passo: «Puoi stare certa che il mio ultimo respiro sarà fascista, nel nostro senso del termine. Perché, per me, per noi, si tratta della battaglia di tutta la nostra vita.»
Infine, autorizzava a sbattere la lettera «in faccia a chicchessia». Chissà se qualcuno dalle parti di via della Scrofa l’ha mai letta e meditata…

Il caso Verona

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Maggio 9, 2008 at 1:19 pm
 
 
Il triste gesto di un gruppo di squinternati di Verona nei giorni scorsi ha ridato linfa vitale alla retorica anti fascista.
 
L’estrema sinistra, tagliata fuori dal Parlamento, tenta di restare a galla, di non affogare, cercando appigli in una cultura di violenza e degenero umano e intellettuale che in passato, nel plumbeo periodo della lotta armata, troppi morti ha lasciato sul selciato.
 
I veronesi responsabili dell’insano gesto sono stati inseriti a forza dai quotidiani dell’opposizione di Governo nell’area della destra radicale, nel duplice tentativo di screditare quest’ultima e di colpire la città di Verona e il Primo cittadino, reo di appartenere ad un partito politico che mira esclusivamente ad una regolamentazione del flusso migratorio e ad arginare l’attività criminosa.
 
Verona è il capro espiatorio della suddetta vicenda: una città di destra, retta da un sindaco integerrimo e con una tifoseria di “parte”, pittoresca in occasione di manifestazioni sportive forse più di altre, ma non per questo ricettacolo di delinquenti.
 
Se alle critiche e agli oltraggi de il manifesto e di Liberazione eravamo da tempo abituati, riuscendo talvolta a sorridere ad editoriali paradossali, più in linea con Lotta continua che non con la dialettica politica attuale, restiamo basiti di fronte al comportamento de l’Unità,voce del Partito Democratico. L’organo del PD non lesina accuse prive di fondamento al PdL pur di riottenere un consenso e una visibilità perso (ma mai accettato) il 14 aprile.
IL 5 maggio l’agenzia ANSA ha raccolto una intervista a Franco “Giorgio” Freda nel quale l’intellettuale di destra pone l’accento sul movente, non ideologico, del gesto. Ve ne proponiamo uno stralcio:
 
 
 Il recente fatto di cronaca non è un episodio di estremismo politico, né di estremismo in genere, ma di insania. E la pazzia non è di destra né di sinistra: non la si può ideologizzare. Così come la schiuma umana è schiuma e basta. I teppisti di Verona li ha generati questa società, sono conformi a essa. Anche sotto il profilo escrementizio: più che dell’efferatezza nazifascista, sono scarti della vuotezza patologica della società odierna. Volete una terapia? Lavori coatti. Pare che il Veneto manchi di autostrade…
 
 
Le parole di Freda centrano il bersaglio: non si è trattato di una azione politica. La politica, semmai, può essere il contorno della vicenda, non il movente. L’appartenza ad un gruppo o ad una sigla non è pregiudiziale di crudeltà e violenza. L’onesta e la rettitudine umana appartiene al singolo e solo al singolo. Si è brave persone a prescindere dal colore scelto o dalla tessera che si ha in tasca. I simboli e la retorica ideologica sono scenografia o pretesto. Non sono essi a fare l’uomo.
L’aspetto più crudele di tutto questo è che “qualcuno” abbia ancora una volta scelto di strumentalizzare l’accaduto. Quel ragazzo è morto sotto i colpi di tre pazzi, poi è diventato l’icona ad uso e consumo della propaganda no global e dei centri sociali.
Manca il rispetto per l’uomo e manca la dignità di fronte alla morte.
 
  Marco Petrelli

Informazioni

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Aprile 30, 2008 at 11:36 pm

Destra Sociale.Org segnala:

 

 

 

 

 

 

LE NEWS DI DESTRASOCIALE.ORG

ANCORA ACCESSI RECORD PER DESTRASOCIALE.ORG

Anche ieri, proprio come il giorno passato, destrasociale.org ha fatto il pieno di accessi eguagliando il record del giorno precedente di 270.000 accessi. Questa seconda giornata di record per destrasociale.org permetterà al portale di oltreppasare, per la prima volta, la barriera dei 2 milioni di accessi in un solo mese.

 30/04/2008
CAMERA: ALEMANNO, CON ELEZIONE FINI SUPERATI VECCHI SCHEMI

 30/04/2008
ALEMANNO:”OK A NUOVI STADI MA DA COMUNE NEMMENO UN EURO”
 
 29/04/2008
ALEMANNO: “TRASPORTO ELETTRICO CONTRO INQUINAMENTO”

 30/04/2008
ALEMANNO: “ROMA NON SARÀ PIÙ AREA FRANCA”

 30/04/2008
ALEMANNO: “SU METRO STUDIO ATTENTO PER NON DIRE BALLE”
 
 30/04/2008
ALEMANNO: “CITTADINI SANNO DOVE TROVARMI”

 29/04/2008
ALEMANNO: “AL LAVORO SUBITO E SENZA PIETÀ”

 29/04/2008
ALEMANNO: “AMARAGGIATO DA CAMPAGNA DEMONIZZAZIONE”

 

ALEMANNO E LA DESTRA CHE HA FATTO L’IMPRESA

Fonte: destrasociale.org, di o.k.

UN PASSO AVANTI NELLA STORIAGianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. Gianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. Lo ripeto per ben due volte, perché onestamente ancora non ci credo. E quanti altri come me? Una marea. Perché -sappiate- se c’è una cosa che più di altre mi ha colpito della vittoria di Alemanno, è stato il coinvolgimento spontaneo di una miriade di persone neppure residenti nell’Urbe. Molte delle mail che ci arrivavano erano di volenterosi sostenitori che pur non potendo votare (in quanto non residenti nella Capitale) hanno sostenuto -ognuno con i propri mezzi, piccoli o grandi che fossero- l’elezione del candidato del Pdl, a dimostrazione di quanto questa vittoria sia stata voluta, cercata e trovata da tutta Italia e non solo da Roma.

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ADERISCI: APPELLO AL POPOLO DI ALLEANZA NAZIONALE PER IL DIRITTO ALLA VITA

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NOME – COGNOME – CITTA’ – NUMERO DI TELEFONO – CIRCOLO
ADERISCI

La moratoria per la vita proposta da Giuliano Ferrara, l’invito alla riflessione sulla legge 194 formulato dal Cardinale Camillo Ruini e il bilancio obiettivo di decenni di aborto “legalizzato” in Italia, in Europa e nel mondo, impongono a chiunque abbia responsabilità politiche approfondimento e azione coerente.

1. Perché l’aborto “legale” è diventato aborto “banale”. Quando in Italia, a partire dall’inizio degli anni 1970, iniziò la propaganda per introdurre una legislazione abortista, l’intento dei sostenitori era di rendere la gestante libera di ottenere l’intervento abortivo senza ostacoli. Era arduo far passare…

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GIANNI ALEMANNO SINDACO DI ROMA

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, destra fiorentina, politica on Aprile 29, 2008 at 4:14 pm

Destra Sociale.Org segnala:

GIANNI ALEMANNO SINDACO DI ROMA

ROMA: ALEMANNO SINDACO CON IL 53,66 %

Roma, 28 apr. – (Adnkronos) – Gianni Alemanno e’ stato eletto sindaco di Roma con il 53,66 % dei voti al secondo turno delle elezioni comunali della Capitale, secondo i dati definitivi forniti dal Campidoglio. Il candidato del centrosinistra, Francesco Rutelli, ha ottenuto il 46,34 % dei voti.

CAMPIDOGLIO; FINI DA ALEMANNO, “E’ UNA GIORNATA STORICA”

Roma, 28 apr. (Apcom) – Gianfranco Fini è tra i primi a festeggiare con Gianni Alemanno la vittoria per la corsa al Campidoglio. “E’ una giornata storica”, ha commentato il presidente di An, giunto raggiante in via Salandra. Insieme a lui anche Ignazio La Russa e il portavoce del partito, Andrea Ronchi. L’arrivo di Fini è stato salutato con cori da stadio dalla piccola folla che attende l’uscita di Alemanno.

BERLUSCONI: ALEMANNO VITTORIA STORICA

ROMA – Silvio Berlusconi è entusiasta del risultato del ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma. ”Il mio primo pensiero – ha detto – di fronte alla storica vittoria di Alemanno, che per la prima volta porta il Popolo della Libertà alla guida della capitale d’Italia, è un grazie commosso ed entusiasta per gli elettori di Romà’. (Agr)

BOOM DI ACCESSI SU DESTRASOCIALE.ORG

Nella giornata di ieri, sono stati 270.000 gli utenti che hanno visitato destrasociale.org, stabilendo così un record assoluto per il portale. Nella giornata di oggi, alle ore 12.00, gli utenti che avevano già visitato il sito sono stati 90.000.

ALEMANNO E LA DESTRA CHE HA FATTO L’IMPRESA

Fonte: destrasociale.org, di o.k.

UN PASSO AVANTI NELLA STORIAGianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. Gianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. Lo ripeto per ben due volte, perché onestamente ancora non ci credo. E quanti altri come me? Una marea. Perché -sappiate- se c’è una cosa che più di altre mi ha colpito della vittoria di Alemanno, è stato il coinvolgimento spontaneo di una miriade di persone neppure residenti nell’Urbe. Molte delle mail che ci arrivavano erano di volenterosi sostenitori che pur non potendo votare (in quanto non residenti nella Capitale) hanno sostenuto -ognuno con i propri mezzi, piccoli o grandi che fossero- l’elezione del candidato del Pdl, a dimostrazione di quanto questa vittoria sia stata voluta, cercata e trovata da tutta Italia e non solo da Roma.

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IN RICORDO DEI FRATELLI MATTEI

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Aprile 23, 2008 at 9:42 am

Trentacinque anni fa la casa del segretario della sezione del MSI di Primavalle veniva data alle fiamme. Nell’incendio due dei suoi figli, Virgilio di ventidue anni e Stefano di otto muoiono bruciati vivi.  Onore e giustizia alle vittime del rogo di Primavalle!

 

Terza Posizione (parte II)

In Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Aprile 23, 2008 at 9:25 am

STARE IN GUARDIA

Tanto clamore ha suscitato il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.
E’ la prima volta in oltre trent’anni che un’organizzazione armata colpisce un alto esponente del potere parlamentare.
Finora era stata colpita solo la magistratura. E’ dunque comprensibile la agitazione che questa azione di guerriglia ha provocato nel paese.
Con sentimenti diversi, tutti si attendono nuove mosse dei brigatisti.
E non c’è calma da parte degli esponenti del potere che si scoprono vulnerabili e mal protetti.
D’altronde il momento è delicato. O il potere consolida spaventosamente le sue posizioni e sbaraglia o imbavaglia il terrorismo, oppure la guerriglia degenera definitivamente coinvolgendo tutti i santoni della politica e le frange più esasperate dell’opposizione. In questa situazione delicata, dai cui effetti si dovrebbe poter comprendere senza dubbio se le Br sono realmente autonome o legate a centrali di potere, molte cose stanno accadendo.
E’ nostro compito in simili frangenti lasciare agli ingenui e ai presuntuosi prendere posizioni sull’accaduto e spergiurare che le Br sono il braccio armalo del Pci, o che sono strumento della Dc, o che sono provocatori di Almirante, o che sono al soldo di servizi segreti (russo, cecoslovacco, tedesco occidentale) o che sono il prodotto spontaneo e naturale di una protesta generalizzata.
E’ inutile cercare di stabilire con sicurezza chi siano e di giudicare cosa esattamente vogliano i brigatisti. E’ sterile e stupido perdersi in discussioni da salotto scordando le cose più importanti. Scordando cioè che se esistono gruppi di guerriglia c’è una ragione a monte, siano essi completamente liberi o pagati. Scordando che se nel paese esiste chi spara ai governanti con il risultato di spaccare in due l’opinione pubblica, vuol dire che gran parte del paese è esasperata. Scordando che se si arriva ai ferri corti è perché necessariamente un fuoco cova sotto la cenere. Scordando che se lo scontro politico si cristallizza è anche perché questo scontro è rabbia. Scordando che se vi è rabbia è perché tanti, troppi, tutti, sono stanchi. Stanchi di vivere in formicai di cemento, senza un lavoro, senza una prospettiva, senza un avvenire, e soprattutto senza un senso, senza una dignità, senza un fine, senza un valore. Senza la gioia di essere e di vivere in una società. E stanchi di essere angariati, vilipesi, oppressi dallo strapotere di una burocrazia così salda e imperturbabile che vive e spadroneggia da anni senza che se ne veda mai una alternativa concreta, fattibile, prossima se non immediata.
Il nostro compito non è dunque giudicare ma costruire nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, nei quartieri, nelle città, ed ovunque, delle realtà emergenti che si esprimano politicamente e formino da sé l’alternativa automatica, viva, indistruttibile, al potere gestito dal democristiani, dai comunisti e da tutti gli alleati che costoro hanno in parlamento, nei sindacati e ovunque nei posti che contano. E nostro compito è stare in guardia e smascherare l’obiettivo del «caso Moro».
Non l’obiettivo delie BR ma quello della DC, del Pci e dei lori simili.
Si è approfittato dell’azione dei brigatisti per instaurare una serie di leggi repressive che aumentano il potere della polizia e diminuiscono la libertà, già troppo esigua, dei cittadini.
Per porre per la prima volta il ministro degli interni a capo anche di corpi militari, per varare un sistema poliziesco che poco ha da invidiare al Cile o ai paesi dell’est, tranne la serietà.
E l’obiettivo, è palese a tutti, non possono essere le BR che non vengono certo infastidite dalle misure eccezionali, ma è il popolo. Si vuole che il popolo non si organizzi e non trovi un’identità politica che nel rifiuto del fronte rosso e della reazione, (sempre più a braccetto tra i banchi del parlamento) sappia affermare le sue esigenze. E per prevenire tale inevitabile processo si cercano la repressione delle avanguardie, la mobilitazione mentale, la spaccatura teorica del paese. Spaccatura fomentata per sfruttarne la reazione, per accelerare la «criminalizzazione» e giustificare di diritto un potere che si è affermato solamente con le manovre di sottobanco.
Il tutto per scaricare su pochi, deformata e criminalizzata, la speranza di tutti.
Per sconfiggere mentre deve ancora formarsi, prima che compia i suoi primi decisivi passi, l’unità del popolo che è il vero fantasma che terrorizza le notti dei «nostri» ministri e del loro sostenitori. Molto più delle Brigate Rosse.


FUORI DAI PARTITI, OLTRE GLI SCHEMI, CONTRO IL POTERE LA NOSTRA LOTTA

Militare nell’area della Terza Posizione vuol dire combattere l’imperialismo russo-americano, osteggiare e scardinare i due schieramenti politici, commerciali, militari, legati al Cremlino e alla Casa Bianca.
Significa agire perché quest’area si allarghi e si qualifichi sempre più.
Significa agire all’interno ed al fianco di quei movimenti, di quei governi che stanno cercando e trovando la propria via d’indipendenza nazionale e realizzando nella teoria e nella pratica la giustizia sociale.
Significa liberare gli schieramenti potenziali ed emergenti da tutte quelle figure chiaramente controrivoluzionarie, come Castro e Tito, che cercano di fuorviarli dai reali obiettivi.
Significa opporsi al blocco occidentale e a quello sovietico, al fronte rosso ed alla frastagliata e articolata reazione, nella consapevolezza che questi due poli, propagandisticamente contrapposti, sono i due volti di un solo monolite, le due teorie di una stessa mentalità, di una medesima logica.
La doppia garanzia degli interessi del colosso multinazionale che agisce alle spalle o a fianco del governi delle superpotenze.
Significa permeare sempre più profondamente quest’area di un ideale, di una concezione del mondo comune e sviluppare insieme le affinità contingenti, teoriche, politiche.
Significa guardare agli avvenimenti politici mondiali con interesse e spregiudicatezza sapendo che, qualora si esista come forza ideale e come blocco strategico, si può beneficiare dell’azione di movimenti e di stati a noi profondamente estranei ma che hanno, nell’immediato, intenti comuni. Nella consapevolezza che la indubbia concordanza di interessi tra la Cina, il reazionario Brasile, taluni paesi dell’Africa e del Medio Oriente, possono rappresentare ottime garanzie per trasformazioni nelle quali inserirsi. Trasformazioni favorite ancora più nettamente dal probabile riavvicinamento graduale delle «due» Germanie, dal possibile affrancamento del Giappone.
Significa sapere tutto questo, lottare per esistere come forza influente e decisiva nelle vicende mondiali. E lottare vuol dire essere consci della propria funzione di avanguardia rivoluzionaria. Avanguardia che, come tale, deve ancora trovare un rapporto compiuto con il popolo che cerca l’identità, la dignità, l’indipendenza. E quindi vuol dire impegnarsi a stabilire questo rapporto complesso e articolato ma vivace e schietto. Senza scoraggiarsi a dover ripetere più volte e in più maniere il tentativo. E senza giustificare la propria incapacità con l’alibi di essere migliori e, come tali, incomprensibili.
Significa quindi non concepire idee astruse che portano ad agire nell’ombra, a ideare azioni dietro le quinte.
Significa immergersi nei tessuti sociali, nei luoghi di lavoro, nei quartieri.
Significa partecipare a tutti gli incontri possibili con la gente arrabbiata e in protesta che, in-formata, ri-educata, organizzata, acquisterà personalità e diventerà popolo.
Significa battersi nelle fabbriche, nelle campagne, in ogni angolo delle città per propagandare le nostre idee e le nostre tesi, per sconfiggere gli scherani del potere, per realizzare direttamente la giustizia sociale, il sistema politico, i rapporti comunitari, le relazioni ambientali che sono congeniali all’uomo e al nostro popolo.


Obiettivo rivoluzionario

Le tappe neccessarie al movimento per raggiungere l’obiettivo rivoluzionario sono essenzialmente due: organizzazione e costituzione dello Stato di popolo.

PRIMA FASE: ORGANIZZAZIONE

La fisionomia del sistema borghese presenta oggi un compatto schieramento di partiti, forze industriali, nazionali e multinazionali, ecc. ecc.. Ciò non esclude che all’interno dello stesso sistema operino potenzialità positive inserite in strutture negative.
E’ sintomatico che oggi in movimenti sia di destra che di sinistra come persino in forze collocate al centro, ci sia un’ansia di cambiamento anche se generica e parziale.
Obiettivo nostro è dunque potenziare la sensibilizzazione degli strati popolari e coagulare quei numerosi giovani che non hanno ancora fatto il salto da posizioni riformiste e ribelli a posizioni rivoluzionarie.
Costruire quindi di conseguenza uno schieramento di lotta al sistema isolando definitivamente tutte le forze di pseudo-opposizione.
L’adesione va fatta sempre su basi di omogeneità e mai di eterogeneità: sarà perciò impossibile che a un tale disegno aderisca un individuo che abbia in sé tare reazionarie, marxiste o democratico-borghesi.
Altro fattore indispensabile per la conquista dello spazio politico è che il movimento abbia un trampolino di lancio per sostituirsi al sistema, e quindi abbia concretamente in mano realtà organizzate in senso rivoluzionario.
A questo proposito è necessario coinvolgere più strati possibili di popolazione anche se a livelli diversi. Il militante e il dirigente politico creeranno all’interno di scuole, quartieri, fabbriche e campagne, le strutture necessarie affinchè un discorso di opposizione si trasformi in affermazione integrale.
Per affermazione integrale si intende trasportare valori e rapporti in quel contesto: dei veri e propri piccoli stati. Con questi strumenti si inizia l’opera di rivoluzione culturale e politica del popolo il cui motore rimane l’avanguardia.
Costruito ciò sarà impossibile da parte del sistema annientare quest’isola rivoluzionaria per lo spontaneo ricambio che si creerà.
Più isole organizzate fra loro formeranno un polo organizzato che avrà a quel punto un’ampia risonanza a livello nazionale. Ognuno è tenuto a contribuire al massimo delle proprie capacità, al conseguimento di tale obiettivo.


OLTRE GLI SCHEMI

 

Ci hanno divisi in partiti per poterci dominare meglio. Ci hanno suddivisi in classi per poterci distogliere dai nostri comuni problemi. Ci hanno schierati a destra, a sinistra, al centro, inventando teorie a compartimenti stagni, assicurando l’assurda inconciliabilità del nazionale e del sociale, del personale e del comunitario. Ci hanno spinti l’uno contro l’altro in nome di falsi miti, infettandoci con le ideologie. Hanno fatto in modo che il sangue della migliore gioventù bagnasse il selciato e loro, i mandanti, hanno portato a braccia le bare.
E mentre tutto questo accadeva, l’oligarchia mercantile che detiene il potere in accordo con l’ imperialismo straniero ingrassava distruggendo la nostra economia, le nostre libertà, la nostra dignità nazionale.
Ma il meccanismo si è inceppato. Il referendum, le elezioni amministrative, l’azione svolta da forze autonome in campo sindacale, l’azione intrapresa in quartieri, scuole, campagne, dalle avanguardie rivoluzionarie, dimostrano oggi inequivocabilmente la volontà di rigetto da parte del popolo di coloro che pretenderebbero di rappresentarlo.
I grandi mezzi di informazione, ciechi o in mala fede, hanno minimizzato e minimizzano i fatti, non collegano l’emergere di tante situazioni, di tante realtà.
Ma il popolo deve conquistare l’autonomia, la libertà, l’indipendenza. Dobbiamo rifiutare gli schemi. Tutti gli schemi che il potere ci impone.
Fuggire le classificazioni artificiali, le divisioni inesistenti.
Non più di destra, non più di centro. Non più di sinistra. Fuori dalle sedi dei partiti.
Disertando le loro iniziative. Non più borghesi, non più proletari. Ma uomini. Uomini liberi che, organizzandosi e battendosi nelle fabbriche, negli uffici, sui mercati, nelle città, scoprono un senso nuovo, da tempo smarrito. Il senso di unità, il senso di creatività che farà e che già sta facendo di questi uomini liberi un popolo.
E questo popolo, isolati e travolti i rappresentanti dell’odierno potere, porrà se stesso alla guida dei propri destini.
Realizzerà una diversa qualità della vita.
Darà corpo ad una cultura propria, schietta, genuina.
Renderà la nostra una nazione libera e ben governata alla quale saremo lieti di appartenere.
Una nazione che sarà di esempio per i popoli mediterranei ed europei in lotta, anch’essi, per riscattare un vergognoso presente.


FARE FRONTE

Nell’epoca in cui l’automa che uno Stato esprime non si riferisce a principi che superino il piano materiale della vita – le leggi non interpretano la verità e la giustizia della logica naturale della vita, nella quale tutti gli uomini possano identificarsi – le istituzioni non danno modo agli uomini di realizzare la più intima e sincera personalità nello svolgersi del proprio ruolo sociale ed esistenziale quotidiano – la rivolta diviene DOVEROSA.

Nell’epoca in cui la politica italiana si è appiattita in forme tanto vuote e monotone quanto false e violente nei confronti delle reali esigenze del popolo, assoggettate ad avidi poteri di anonime società economìche o a interessi di centri di potere tesi a imporre le proprie disumane ideologie, molti sono coloro che non condizionati dalla logica del sistema, né tantomeno corrotti da teorie pseudo rivoluzionarie irrigidite in schemi ormai privi di significato, volgono i propri nobili intenti a una lucida lotta che si inserisce nell’ambito della Terza Posizione.
Questa forza, dapprima quasi impalpabile, prende forma e si fa movimento politico, privo di dogmi ideologici, estraneo a fazioni e partiti. La sua voce sprezzante va dilagando, il suo aspetto prende organicità, il fenomeno da isolato si estende in tutta Italia.
E’ un fronte che si è costituito. Né rosso, né reazionario!
L’identità comune è la lotta, non fondata sull’ossessione di distruggere con odio e criticare con animosità ma dettata dalla serena chiarezza di quella parte sana del popolo che sente l’esigenza e ha la volontà di creare i valori etici della società, il suo giusto equilibrio sociale ed economico, la sua integrità di nazione.
E soprattutto di dare un significato alla vita, nel rapporto con gli uomini, col mestiere, con la natura. Si va avanti nelle scuole, nelle piazze, nei quartieri, nelle città, nelle campagne, si affrontano le difficoltà, si superano gli ostacoli con la fredda fermezza e la spietata decisione di chi lotta per amore del giusto.
Il nostro è un invito a unirsi a questo fronte che si sta aggregando per affinità intorno a quanti, prendendo coscienza delle evidenti disfunzioni sociali, culturali, spirituali, si sono accorti della superficialità o addirittura della falsità di molte prese di posizione, create dalla violenta massificazione che il sistema attua nel campo umano, in tutto il popolo.
E quindi anche in coloro che gli si oppongono.
Un fronte che contrappone ai compromessi, alle sottomissioni, ai metodi occulti e oscuri, al rinchiudersi in forme intellettualistiche e dialettiche la chiara e responsabile scelta politica dell’azione.
Una scelta che ha un solo esito finale: la vittoria!


LOTTA E VITTORIA

Aumenti indiscriminati di generi alimentari, della benzina e dei beni di consumo primario.
Quasi un morto al giorno causato dalla droga.
Due sintomi questi di una situazione politica, sociale e spirituale che non perdona alcuno, dal giovane alla massaia al cittadino qualsiasi.
Una realtà che richiederebbe un’adeguata risposta dalle opposizioni.
Ma le opposizioni storiche di destra e di sinistra hanno esaurito la carica e piangono sui loro errori, sulle loro beghe interne, sul disfacimento politico evidenziato da chiusure di giornali, calo elettorale, assenza di militanza.
A tanta debolezza dei partiti d’opposizione corrisponde una grande forza d’opposizione nel paese.
Una spinta che nessuno raccoglie ma che investe chiaramente tutti gli aspetti del sistema borghese.
Terza Posizione rimuove le stagnanti acque della rassegnazione e si manifesta come polo per tutti coloro che vogliano disegnare con noi il futuro del nostro popolo.
Dalle scuole, dai quartieri, dalle borgate, dalle campagne, si delineano rapidamente e decisamente le caratteristiche dell’opposizione rivoluzionaria.
Rifiuto dei partiti, delle ideologie marxiste e capitaliste, del mondo borghese che ha come simboli discoteche e droga; rifiuto delle metropoli soffocanti e della «civiltà» senza volto.
Affermazione di un nuovo popolo che ritrovi la volontà di essere unito e di avere degli obiettivi non solo economici ma di civiltà; di una nuova legione che sia avanguardia ed esempio nella militanza e nella vita e che marci con un unico fine rivoluzionario.
Affermazione infine di giustizia che non vede più né parassiti né sfruttatori, non più abili parlatori o ideologhi al potere ma piuttosto, una schiera di uomini migliori a guidare il popolo verso la libertà.
Le scelte isolate e lo spontaneismo possono avere tutt’oggi il fascino dell’ultima battaglia ma costituiscono indubbiamente una perdita di tempo per la rivoluzione.
Si abbia il coraggio dunque di abbandonare personalismi e particolarismi e di raggiungere e integrarsi a chi sta avanti, conquistandosi il proprio ruolo giorno per giorno attraverso la lotta.
D’altronde sappiamo che in questo sistema non crede più nessuno.
Nemmeno il borghese che vede naufragare nella noia e nell’inconsistenza la propria vita.
Nemmeno il seguace del partito che attende dai suoi dirigenti impossibili ritorni di fiamma.
Da loro non ci attendiamo nulla; forse il ripensamento dell’ultima ora.
Dagli uomini che amano lottare ci attendiamo invece una scelta di azione.
Solo dall’assoluta radicalità di questa scelta può nascere la possibilità di forgiare i tempi e di marciare verso la vittoria.


CONTROMETROPOLI

Sulle nostre pagine ci siamo più volte definiti rivoluzionari, e più volte nei quartieri e nelle scuole lo abbiamo dimostrato e lo dimostriamo con la pratica e la militanza politica. Ma l’auto definirci rivoluzionari non si ferma solo sul piano strettamente politico o sociale. Rivoluzionare non significa infatti ribaltare solamente la struttura sociale e instaurare un nuovo ordinamento politico; rivoluzionare significa innanzitutto ribaltare l’attuale mentalità. Noi, che abbiamo la presunzione di sentirci avanguardia rivoluzionaria, ci dobbiamo assumere coerentemente la responsabilità di esserlo. E’ per questo che dobbiamo proporre un diverso modello mentale, un diverso modo di entrare in relazione con chi ci sta intorno, con le istituzioni politiche, con l’ambiente in cui viviamo.
Proporre un modello mentale significa fornire nella pratica strumenti ed esempi affinchè l’uomo-massa, l’individuo che oggi ragiona e vive in termini egoistici, si annulli e si trasformi in uomo-membro del popolo che deve nascere e forgiarsi nella rivoluzione.
Noi col nostro esempio di milizia politica intendiamo fornire tale modello. Quando infatti denunciamo e prendiamo posizione contro le ingiustizie che governano l’attuale società, sappiamo e affermiamo che queste ingiustizie sono la manifestazione di quella maniera di pensare che noi dobbiamo e vogliamo sradicare.
I temi che ci danno l’esatta misura di quanto scriviamo sono innumerevoli. Uno dei più eclatanti è quello della casa-formicaio. L’ideologia che ha potuto concepire questa mostruosità è quella mercantilistica del dare e avere, è quella che si è concretata storicamente nella città intesa e vissuta come mercato economico, in cui gli unici rapporti considerati fra gli uomini sono quelli basati su valori che degradano l’uomo.
La casa-formicaio, cioè i grattacieli, i «casermoni» fatti solo per razionalizzare lo sfruttamento dello spazio evidenziano il disprezzo di tutti quei valori che costituiscono la nervatura della persona; se oltre a ciò consideriamo il fatto che tali costruzioni vengono patrocinate e compiute per un fine economico si intuisce quale sia la stima che nell’attuale ordinamento politico si ha dell’uomo. Questi edifici iniziano a trovare la loro collocazione anche in ambienti rurali: anche là, in spregio al formativo e qualificante contatto con la natura, si tenta di sradicare sempre di più l’uomo dal suo «paesaggio» originario; e questo viene salutato come l’arrivo del «progresso».
Il tema di cui stiamo trattando a mo’ di esempio diventa un vero e proprio problema sociale quando la domanda e l’offerta dell’alloggio – imprescindibile necessità e punto di riferimento dell’uomo – creano la situazione che permette manovre speculative; si viene cioè ad assistere ad una delle più macroscopiche ingiustizie, quella del lucro su un bene di prima necessità: la casa. Ma, si dirà, l’esperienza comune ci fa notare oltre agli squallidi dormitori di borgata anche gli splendidi e impeccabili grattacieli di lusso con moquette e tripli servizi. Ebbene questi ultimi, in sostanza, non differiscono affatto dai primi, in quanto la concezione, ossia il modello mentale che li ha partoriti è lo stesso: i primi costituiscono la merce scadente, i secondi quella di prima qualità, entrambi restano merce.
Inoltre i «casermoni» di lusso acuiscono l’edonismo, la vanità dell’uomo-individuo che trova la sua possibilità di vita solo in questo sistema. L’adesione a valori come la frivolezza, l’edonismo si esprime in quei villaggi residenziali pieni di tutti i comfort: cioè in grattacieli tagliati a fette e disposti in pianura.
Quindi riassumendo, noi notiamo che dall’osservazione di un’ingiustizia sociale perveniamo a considerazioni che la superano di gran lunga. Giungiamo così a capire che i problemi generati e irrisolti da questa società sono il riflesso se non la conseguenza della maniera con cui la stessa si pone di fronte alla vita.
E’ dalla radicale opposizione di vedute con l’attuale sistema che nasce lo scontro con questo ultimo. Proprio per il fatto che non si vuole vivere da automi o peggio ancora senza una propria dignità si arriva alla determinazione di lottare e contrastare, fin dove è possibile, l’attuale modo di vivere e pensare. Questo scontro, o antiteticità di valori, si esplica esteriormente e in modo lampante come ribellione, insofferenza, sciopero, rivolta.
Quindi attraverso la lotta nasce l’uomo-membro del popolo e la cultura di cui esso è portatore. E’ ovvio che l’essere pervenuti a tali considerazioni ci allarga l’orizzonte, il senso e il peso dei vari fatti che intervengono nel rifiuto dell’attuale società. Infatti rileviamo ad esempio che il lottare solamente contro l’ingiustizia sociale è un’azione inconcludente, dispersiva, che possiamo definire controrivoluzionaria e questo per il fatto che la coscienza di lotta ci impegna in un’opera radicale, che abbisogna quindi del puntello di una vera e propria rivoluzione culturale.
Ma tutto questo appartiene al livello più appariscente e in un certo senso meno essenziale e più inconcludente quando – ed è l’esperienza comune a rilevarlo – reagendo in questo modo si viene facilmente riassorbiti e reinseriti nel sistema. Infatti il linguaggio con il quale in questi casi sì risponde è dialettico proprio rispetto all’ordinamento contro cui in quel momento ci si pone. Tuttavia questi momenti di scontro celano anche altre possibilità che emergono in particolare quando attraverso la lotta si viene a manifestare la volontà dì cambiare la situazione esistente e si realizza che il cambiarla radicalmente significa possedere una prassi la quale è originata da un modello mentale irriducibile a quello della base del sistema che si vuoi abbattere.
Se civiltà altissime, ivi compresa quella romana, hanno trovato pane per i loro denti quando si sono scontrate con l’afflusso alle città e con lo squilibrio tra vita rurale e vita urbana, è immaginabile quali disastrose conseguenze un simile fenomeno possa provocare in un agglomerato quale quello in cui oggi viviamo, agglomerato che, ben lontano da una qualsiasi forma di civiltà, necessita già di una notevole forzatura per vedersi attribuito l’appellativo di società.
In primo luogo in altre epoche l’esodo verso la città è dipeso o da carestie o da condizioni improvvisamente divenute impossibili per il lavoro agrario, o dal fascino che esercitava non tanto la città quanto l’essere cittadino, un titolo più che ambito.
Oggi l’urbanesimo è generato da cause diverse.
La non convenienza di lavorare la terra, considerato il pressoché inesistente guadagno nel rivendere i prodotti. Il miraggio d’un lavoro sicuro con una paga fissa e con una fatica minore. Un continuo richiamo pubblicitario effettuato tramite simboli, miti, luoghi comuni.
In pratica mentre l’urbanesimo in passato era generalmente effetto di cause non generate volontariamente. oggi non è così.
Non si può parlare di sola inettitudine di fronte al problema agricolo e all’intermediariato. Si deve invece parlare di volontà criminale che costringe l’Italia a un ruolo preciso nell’economia occidentale. Ruolo nel quale l’agricoltura non trova posto.
A questo va aggiunto anche lo svilupparsi spontaneo di un modello di vita imposto dalla natura e dalla mentalità del mercante che è il dominatore o per lo meno il cardine della vita moderna.
In secondo luogo va detto che mentre le civiltà, proprio in quanto tali, avevano la forza di reagire agli squilibri, l’Italia contemporanea li patisce oltre ogni ragionevole limite.
E dunque la metropoli. confuso crogiuolo di tipi, di culture, di razze, di costumi, soffoca, succhia, sterilizza, uccide l’uomo e la donna, l’anziano e l’adolescente. Offre pigramente e maliziosamente lussuose voluttà nei quartieri residenziali dove il ricco, passando dal tennis alla piscina, dall’amichetta allo spinello, si isola sempre di più e sempre più si inaridisce in un’esistenza che i più fortunati sopportano con semplici sbalzi d’umore, solo perché non dotati di una buona intelligenza.
Confonde e disperde nell’ibridismo del quartiere popolare dei benestanti, nel quale il collettivo e l’individuale sono sfumati, ma regna sovrana l’ipocrisia ad uccidere ogni slancio umano e le fa corona la poca disponibilità economica per potersi organizzare una vita sensata.
Compie poi il suo ultimo crimine nei quartieri della periferia.
Nelle borgate romane, nell’interland milanese, nei bassi napoletani, nei cosiddetti quartieri-dormitorio, negli anelli suburbani delle città industriali e portuali.
Qui il disagio è grande e il senso di ribellione cova sotto la cenere. E unito a rapporti umani ben più sinceri che nelle altre componenti il tessuto metropolitano, tutto ciò potrebbe essere pericoloso per il potere.
Ma qui esso interviene con il veleno del mito propagandato. E il ghetto si sfoga in rapine, in scippi per procurarsi i mezzi da quartiere residenziale. In droga per sentirsi più forti ed ingannare le delusioni. In galera ripetuta. In impotenza.
Questa è la realtà della metropoli.
A questa realtà noi opponiamo il mito della vita naturale, della civiltà.
Di una realtà organizzata in borghi e villaggi di campagna, di montagna, di mare. In borghi e villaggi dove la vita si svolge serenamente senza l’ipocrisia e l’ostilità che accompagnano la folle esistenza metropolitana.
Di una realtà nella quale le città trovano un’altra dimensione e un altro valore.
Siano porti, siano centri industriali, siano punti di riferimento politico ed amministrativo, esse dovranno essere organici centri di vita. Ristrutturate secondo concetti urbanistici ed ecologici radicalmente diversi, sviluppate intorno ad un centro spirituale e politico, caratterizzate culturalmente, abitate da un numero di abitanti di parecchio inferiore alle cifre odierne, le città saranno organizzate secondo criteri diversi.
Non più caotiche jungle di asfalto e cemento in cui si muore vivendo e si è sempre soli. In cui il nucleo familiare è disperso e disintegrato. Ma insieme di comunità organizzate e legate spontaneamente.
Ed a questa realtà opponiamo anche e soprattutto la gioia della lotta, che è sinonimo di vita.


Essere esempio!

«Non si può voltare il capo dinanzi al marasma di iniquità che sommerge la nostra terra. E’ dunque tempo di dare una radicale soluzione. Ognuno è tenuto a non tirarsi indietro»E’ compito di tutti coloro che non sono vigliacchi o corrotti e posseggono il senso della dignità, unire gli intenti per costituire una grande forza rivoluzionaria in Italia.
Siamo giunti al punto di apparire banali quando si elencano i sintomi dell incurabile male della repubblica.
Malcostume, corruzione, iniquità, clientelismo sono i pilastri sui quali il sistema politico oggi si regge.
Droga, abbrutimento, nihilismo, individualismo esasperato, infamia, isterismo, rabbia, crudeltà emergono dai tessuti dilacerati di una collettività senza orizzonti e senza speranze.
C’è chi, stanco di ogni angheria e di ogni ingiustizia, prova un’amara soddisfazione dicendosi che intorno affonda la barca con i suoi timonieri.
Ma sono atteggiamenti errati, sintomi di impotenza.
Non si giustifica la propria resa con un «cosa ci vuoi fare?».
Ne c’è da essere soddisfatti della misera condizione dell’Italia dei Tanassi, degli Andreotti, dei Berlinguer.
Essi stanno a galla e sono sempre più forti mentre quel che rimane di un popolo asservito e diviso va in disperata decomposizione.
E’ dunque tempo di dare una radicale soluzione.
Un esempio che con la sola forza dell’esempio evochi un nuovo credere ed un nuovo agire, che non è frutto di agguati alle spalle, di rabbia e di vendetta.
Che è un’azione di vita e dunque di lotta e di civiltà. Una rivoluzione che si dispiega e si esaurisce in poche ma significative parole: responsabilità, chiarezza, onestà, sacrificio, giustizia.
In questa rivoluzione fatta da uomini e non da fogli di carta, da combattenti e non da sicari o agenti degli interessi senza volto, si formerà la nuova Italia, dalla quale le infezioni che ci affliggono, ideologie o interessi di parte, saranno definitivamente messe al bando. Ognuno è tenuto a non tirarsi indietro.

 


CONTRO TUTTI I PARTITI CONTRO TUTTI I CORROTTI

Oggi non ci si riconosce più. Non ci si riconosce nel governo delle supertasse e delle leggi speciali, nei dirigenti politici degli scandali e delle corruzioni, nelle opposizioni partitiche e sindacali che mal hanno agito in profondità proponendo un diverso modello di vita.
Non ci si riconosce nelle culture importate: nel jazz, nella disco-music, nei modelli dei “guerrieri della notte” e dei borghesi annoiati.
Non ci si riconosce nella gioventù che si buca ed è già vecchia a quindici anni. Non ci si riconosce nelle teste di cuoio di Cossiga e Dalla Chiesa ne’ nei brigatisti rossi di ieri, di oggi, di domani.
Non ci si riconosce in un governo di schiavi che accetta supinamente di servire la Casa Bianca nel Braccio di ferro con il popolo iraniano.
Non ci si riconosce con chi viceversa a parole appoggia Teheran ma tace sull’oppressione sovietica contro il popolo afgano.
Non ci si riconosce in un sistema che insegna a delegare e a non partecipare creativamente alla vita sociale, in un sistema che ritualmente propone i suoi pescicani multicolori agli appuntamenti elettorali.
Non ci si riconosce nelle fiere preelettorali, nelle parole vuote, nelle figure meschine, nelle maschere e nei volti del burocrati al soldo dei mercanti che vengono ipocritamente ad elemosinare il proprio lauto stipendio.
Non ci si riconosce negli organismi amministrativi e nella logica clientelare nella quale questi agiscono.
Non ci si riconosce negli amministratori di ogni colore, di ogni fazione che sempre e comunque hanno tradito le aspirazioni del popolo.
Vi è oggi, ovunque, crisi di identità.
Noi vogliamo trovarla questa identità che è la principale tappa verso la libertà e l’autodeterminazione.
Vogliamo recuperare la nostra antica, nuova, attuale cultura, le radici che collegano le nostre genti con il passato più antico e con il futuro prossimo e lontano.
Vogliamo dare vita ad una comunità normale regolata secondo natura e quindi secondo giustizia.
Non ci rivolgiamo a sterili intellettuali in grado di schematizzare società perfette ma incapaci di educare i propri figli.
Non ci rivolgiamo a masse diseredate per affondare demagogicamente nella disperazione e stimolare gli istinti più bassi al fine di facili ma caduche vittorie.
Non ci rivolgiamo ad emarginati impotenti per offrire in cambio di manovalanza un qualsiasi inserimento sociale.
Ci rivolgiamo ad ogni uomo, ad ogni donna, ad ogni ragazzo della nostra terra e non offriamo loro promesse ma li poniamo di fronte ad una scelta, assoluta.
O spegnere i propri giorni tra comode critiche e deleghe sbiadite lasciando morire ogni speranza di risveglio di un popolo oppresso, sbandato, lacerato neIl’anima, o incendiare la propria vita in una lotta lunga, difficile, ma sacrosanta, la cui bellezza è già una vittoria.


LA RIVOLUZIONE E’ COME IL VENTO …. !

Nello scorso agosto l’oligarchia dei mercanti, dei politicanti, degli aguzzini in toga e in divisa ha sferrato la sua grande offensiva.
Massacrate ottantacinque parsone alla stazione dì Bologna, dilaniate e smembrate decine e decine di famiglie con cinica noncuranza, ha dato subito vita alla mossa seguente: la persecuzione.
Ha colpito a destra chiunque potesse alzare una voce non addomesticata dall’Msi, si è poi scagliata a sinistra contro i resti dell’Autonomia.
In capo ad un mese il potere ha preparato il suo ulteriore, più duro, massiccio, brutale attacco.
Si è scagliato contro le forze rivoluzionarie.
Ha ucciso il combattente Francesco Mangiameli, ha perseguito, arrestato, ricercato decine e decine di militanti.
Il suo attacco è proseguito capeggiato ia giudici asserviti ed intolleranti, fiancheggiato da sgherri ignobili con metodi da sbirraglia sudamericana.
I nostri migliori militanti seno stati catturati, pestati, imprigionati senza prove, senza indizi, con accuse false, vaghe e pretestuose.
II combattente Nanni de Angelis è stato sequestrato e linciato da infidi omuncoli senza onore.
A questo punto il potere ha cantato vittoria.
Si è illuso di aver sgomberato il campo.
E in effetti le avanguardie rivoluzionarle non si sono poste alla testa della popolazione nella crisi di autunno.
Mentre alla Fiat cadeva nella polvere il falso mito sindacale dei baroni Lama e Berlinguer, non boicottaggio, non sindacalismo rivoluzionario ma marcia di dissenso era la risposta.
Nessuno si ergeva a travolgere i ladri in borghese e in divisa, petrolieri e finanzieri, della banda-Moro mentre crollava il rancido mito di quest’individuo mettendo in evidenza non un martire ma un ladro tra i ladri, rinnegato, falso e traffichino.
Noi non eravamo alla testa della nostra gente martoriata, massacrata, umiliata e sfruttata a Napoli, a Potenza, ad Avellino, a dare vita ad una nuova “epopea dei briganti” contro gli eredi legittimi e reificati dei predoni e dei massacratori al soldo delle logge piemontesi.
Ma la loro vittoria è tutt’altro che definitiva, la disfatta è solo rimandata.
Le avanguardie rivoluzionarie sono state colpite ma non abbattute, incalzate ma non disperse.
Dove sapevamo di avere dieci militanti ne abbiamo trovati cento, dove sapevamo di avere cento amici ne abbiamo scoperti mille.
Ovunque le nostre idee e le nostre parole d’ordine echeggiano e sono ripetute di bocca in bocca.
Ovunque le fila si riassestano pronte alla battaglia.
Per quattro anni abbiamo attaccato e colpito zona per zona i nemici del nostro popolo.
Oggi questi hanno sferrato un attacco massiccio, sleale, spietato, ma non hanno saputo nè piegarci, nè sbaragliarci, nè metterci paura.
La fase della resistenza ad oltranza è incominciata.
E mentre l’impeto bestiale del nemico va scemando, la nostre fila si rinforzano e crescono ogni istante di più.
Organizziamo nel nostro paese la lotta, portiamo in ogni angolo la rivoluzione.
Rinsaldiamo l’unità con il nostro popolo.
Quando essa sarà piena e definitiva non vi sarà più nè spazio, nè tempo, nè indulgenza per gli odierni tiranni.
Articoliamo ovunque, in Europa e nel mondo la nostra battaglia.
Avanguardie ed avanguardie ci riconosciamo negli ideali, nell’azione, nella lotta per la libertà e per la dignità.
Ovunque è un fermento rivoluzionario.
La vittoria non è forse immediata e forse neppure vicina ma è sicura ed inesorabile.
Il nostro vessillo intriso nel sangue dei nostri caduti saremo alla testa del popolo: un popolo contro i tiranni.
Ogni tentativo di piegarci e di privare ancora la nostra gente della dignità, della libertà, del proprio destino è uno sforzo ultimo che merita ironia e compassione e che non riveste alcuna speranza: la rivoluzione è come il vento, non la si può fermare, le si può solo far perdere tempo… Il domani appartiene a noi.

“cadrò una volta due volte mille volte ancora, ma ogni volta mi rialzerò per tornare all’assalto! da uomo libero”
NANNI


E’ L’ORA DELL’AZIONE !

20 Marzo, Catanzaro. Processo d’appello per la strage di Piazza Fontana, 1969, Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano.
Imputato di primissimo piano, Giorgio Freda, il «pedagogo della rivoluzione» come preferisce definirsi. Verdetto : ASSOLUZIONE.
I dieci anni già scontati tra carcere, confino, domicilio coatto sembrano non averlo sconfitto.
Ha il viso di chi per dieci anni non ha cambiato una virgola alle sue affermazioni, di chi oggi vede riconoscersi la sua innocenza.
Non è un caso umano questo verdetto, è il più importante avvenimento politico dell’ultimo decennio, almeno.
Crollata la montatura di Catanzaro, si sgretola la pietra di paragone di dieci anni di storia giudiziaria italiana, la radice, la motivazione necessaria e sufficiente di 10 anni di persecuzioni politiche, fino al 28 agosto, fino al 23 settembre.
Crolla rovinosamente nel ridicolo quella «costante storica» che servì a Cossiga, la mattina stessa dopo la strage di Bologna, per parlare di «bomba fascista» ed indirizzare così le indagini dove più conveniva al delicato momento politico, che bastò a Persico & co per spiccare decine di mandati di cattura e centinaia di comunicazioni giudiziarie e di mandati di perquisizione.
Niente più giustificazioni storiche, morali, giuridiche, logiche a dieci anni di violenze, torture, vessazioni, accuse e montature.
E’ una certezza di vittoria leggere su giornali come «La Repubblica» lo sdegno e la rabbia di chi si è visto togliere da sotto al naso il più comodo dei colpevoli, il più «ben costruito» dei carnefici.
«Quanto lavoro sprecato!» possiamo leggere sul suo editoriale, e che di fatica ne era stata fatta per costruire sulla stampa, giorno per giorno, una pista nera abbastanza affascinante da tirar fuori dai guai sia Valpreda sia una sinistra che, a quel tempo, non aveva ancora scoperto le comodità del «compromesso storico» o delle «convergenze parallele».
Il «pedagogo» sarà libero. Per quelli del 28 agosto neanche un indizio, ed i termini sono ormai scaduti.
Anche per i rivoluzionari «terceristi» la libertà è tutt’altro che lontana, scadenza termini, mancanza di indizi, assoluzioni in istruttoria.
Le montature crollano sotto la spinta di un vento potente…. E la rivoluzione è come il vento, non la si può fermare, le si può solo far perdere tempo!


PASSI SICURI, PASSI PESANTI E LENTI

Ed eccoci ancora qui.
Non abbiamo mollato.
Un anno è passato da quando, con la bomba del 2 agosto, a Bologna, il potere sferrò il più deciso e spregiudicato attacco al movimento rivoluzionario.
Il potere ha innescato la bomba, come sempre d’altronde, ma chissà che questa non gli scoppi fra le mani.
Ci hanno dati per morti, ci hanno dati per spacciati, eppure siamo qui.
Ci hanno perseguitati, incarcerati, uccisi; hanno disperso le nostre famiglie.
Hanno versato su di noi fiumi di inchiostro velenoso.
«Calunniate, calunniate: qualcosa resterà…».
E qualcosa è rimasto, perché noi siamo qua.
Non un giornale, non solo carta stampata.
A Bologna, il 2 agosto, i nostri slogan erano li su muri e volantini, ed altrove ancora.
Ma quel che più conta, dietro quei fogli e quei pennelli c’erano uomini, c’erano quadri, c’erano militanti, c’eravamo noi: c’era il movimento, il movimento.
Nanni è caduto, Francesco è caduto, ma solo un momento ci siamo fermati a giurare Giustizia.
Abbiamo perduto case e famiglie, chi temporaneamente, chi forse per sempre, ma non abbiamo mollato.
Ora un anno è passato, ora l’istruttoria chiude, ora il potere è al bivio, o la libertà o il processo: in entrambi i casi il verdetto sarà nostro.

 

 

cadrò una volta due volte mille volte ancora, ma ogni volta mi rialzerò per tornare all’assalto! da uomo libero
NANNI

Dell’Amicizia

In Attualità, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Link, Onore Fedeltà Coraggio, Società, Valori, militanza on Aprile 23, 2008 at 9:17 am

Il buon vecchio amico CAPITAN HARLOCK ci propone un suo nuovo intervento.

Questa volta tratta dell’Amicizia, quel valore profondo che lega ogni uomo, indissolubilmente, ad un suo simile, quel valore di cui nessun individuo al mondo può fare a meno.

Prima di lasciarvi all’articolo vi ricordiamo sempre di visitare il blog di CAPITAN HARLOCK:

http://accapitanharlock.blogspot.com/

A prescindere che anche l’inimicizia ha i suoi valori (molti nemici, molto onore!), è indubbio che l’amicizia nel corso della Storia e in tutte le culture ha riscosso sempre una particolare attenzione.
Ciò non solo lo è da parte delle persone semplici, che vivono essa come il naturale sbocco della socializzazione, caratteristica che ci contraddistingue dagli altri animali (l’uomo è un animale sociale, affemava Aristotele), ma, oltre ai poeti, agli scrittori, ai drammaturghi, agli sceneggiatori, ai musicisti e a quant’altri lavorano colla parola, libera o in versi, declamata o cantata, che del trinomio cuore, dolore, amore (termini che a buon diritto entrano anche in questa tematica) hanno fatto la base delle loro opere, ciò lo è anche da parte dei filosofi, che si sa, per costituzione, non si intendono di cose amene, ed esplicativa a riguardo è l’opera più celebre sull’argomento, il Lelio sull’amicizia di Marco Tullio CICERONE.
L’amicizia, nel tempo e nei luoghi, si è configurata in molteplici aspetti, tanto da essere connotata da elementi differenti, dipendenti anche dal contesto in cui essa allignava. Alcuni di questi non sempre sono condivisibili in culture distanti (nel tempo come nello spazio): per ciò basta ricordare il rapporto amicale tipico della Grecia classica, espresso egregiamente da Aristocle, più famoso come Platone, nel suo Simposio, con caratteristiche apertamente sessuali: certamente non proponibili in una dinamica prettamente “amichevole” nella nostra società (occidentale & contemporanea).
Per gli antichi Romani si identificava col senso di sodalitas, ovvero quella “solidarietà” che contraddistingue gli appartenenti a un gruppo umano accomunato da un medesimo scopo. Tipico, in tal senso, era il rapporto che contraddistingueva i legionari romani, traducibile col senso di “cameratismo” (ovvero di sentimento verso il “camerata” con cui si divide il luogo deputato al sonno e verso cui si deve avere fiducia nel turno di guardia sua e attenzione nel turno di guardia propria) che contraddistingue chi, ancora oggi, divide “pane & morte”.
D’altronde il pane è uno degli elementi fondamentali dell’amicizia: condividere il pane, prototipo del cibo, è un po’ come condividere la vita, e cosa sono i “compagni” se non degli amici con cui si con-divide la mensa (cum+panis); e ci fu qualcuno che intorno ad una Mensa invitò i Suoi Compagni a volersi bene e istituì un memoriale con cui tutti i suoi seguaci, ricordandosi di quella Mensa, si sentissero amici. Di più: fratelli.
Se nei rapporti umani dovrebbe prevalere l’em-patia (ovvero il “percepire dentro” l’altro, il mettersi nei panni dell’altro), nell’amicizia deve prevale la sim-patia (ovvero il “percepire con” l’altro, cioè il percepire insieme, il provare le medesime emozioni). Ecco perché spesso il tradimento dell’amico è vissuto più fortemente del tradimento della persona amata. In alcune lingue (come l’inglese e il tedesco), addirittura non vi è un corrispettivo della frase italiana “ti voglio bene” (frase certamente adatta a due amici) che viene comunque tradotta come “ti amo” (che a sua volta è molto forte in italiano, avendo acqusito, nella nostra lingua, una connotazione di stampo sessuale e quindi poco adatta al contesto).
Dagli amici ci si aspetta di essere compresi, capiti, quasi in modo intuitivo, al punto tale da poter affermare che i veri amici sono come gli uccelli: si incontrano al volo.
Ecco perché chi trova un amico trova un tesoro. Da cui: chi perde un amico perde un tesoro. E quindi: chi ritrova un amico ritrova un tesoro!

Dedicato a tutti gli amici che per incontrarsi in cielo spesso si scontrano sulla terra!

Nel corpo dell’articolo: tre imterpretazioni artistiche pittoriche dell’amicizia, nell’ordine, rispettivamente di: Pablo PICASSO, Egon SCHIELE & Keith HARING.
Per approfondimenti:

 

Fascisteria

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina, politica on Aprile 23, 2008 at 8:58 am

FascisteriaNegli utlimi anni molti sono stati i volumi editi sul tema della destra neofascista: Cuori Neri, La Fiamma e la Celtica, Il Passo delle Oche per citarne alcuni.

Fascisteria, dopo una prima edizione del 2001, si ripropone in forma più aggiornata come approfondimento del mondo, variegato e non privo di contraddizioni, dell’ambiente della Destra radicale e del fascismo da Ordine Nuovo ai centri sociali di destra.

Evoliani, sansepolcristi, post missini, atlantisti, Lefebrviani,cattolici oltranzisti, atei; le numerose organizzazioni: dal FUAN al FULAS, dai FAR a Fare Verde.

Un lavoro storico rilevante, dal lessico scorrevole, contornato di decine di interviste ai “protagonisti”  aperto a chiunque, per vezzo o per studio, voglia conoscere ancora più a fondo le striature e i crismi dell’ideologia fascista post seconda guerra mondiale e post Fiuggi.


I edizione: Fascisteria. I protagonisti, i movimenti e i misteri dell'eversione nera in Italia (1945-2000)
Prezzo: € 16.53
Tassinari Ugo M.
Castelvecchi Editoria & Com.

II edizione (aggiornata)
Ugo Maria Tassinari
"Fascisteria. Storie, mitografia
e personaggi della destra
radicale italiana"
Sperling&Kupfer
Prezzo: € 14.00

Consigliamo di visitare anche: www.cuorineri.it , sito del giornalista e autore dell’omonimo libro Luca Telese.

Eh sì! Fosse un PdL così…

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, destra fiorentina, politica on Aprile 18, 2008 at 12:01 pm

… aderirei subito!!!

 

 

 

 

 

 

Uno sguardo al Cile

In Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Link, Miscellanea, Recensioni, Storia, Storia politica, destra fiorentina, militanza, politica on Aprile 1, 2008 at 1:09 pm

Non che questo blog condivida apertamente la linea politica del Cile durante la reggenza Pinochet, tuttavia vale la pena riportare questo articolo tratto da www.ilfronte.org

Buona lettura.

La verità su Pinochet

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Mi è capitato di recarmi in Cile a trovare dei parenti. Ne ho approfittato chiedendo loro cosa fosse realmente accaduto prima, dopo e durante la fatidica notte dell’11 settembre 1973 in Cile.
L’ impressione che si ricava qui, nella sinistrorsa e politicamente correttissima Europa, è che il generale Augusto Pinochet abbia ordito un complotto e abbia scatenato la guerra civile nella pacifica atmosfera creata dall’elezione del candidato comunista Salvador Allende, strozzando così la vitale democrazia di uno sviluppato e ridente paese sudamericano. Insomma Allende sarebbe un martire della democrazia mondiale e Pinochet uno spietato e sanguinario dittatore venuto a guastare la festa rossa. Fatto e preconfezionato ad uso e consumo degli ignoranti. Non tutto ciò che si crede è giusto e non tutto è sbagliato, ma prima di buttarci in un simile giudizio vediamo quello che successe prima di quella data e perché è scorretto parlare di golpe.
E’ necessario ricordare, a questo punto, che il Cile ha una antica tradizione democratica fin dal 1813, anno della cacciata degli Spagnoli. Il 4 settembre 1970 il candidato filocubano (e non “socialista moderato” come ho sentito dire da certuni in Europa, ad esempio in una vecchia intervista di Nenni) Allende vince le elezioni politiche in Cile. Egli ottenne solo un terzo delle preferenze, ma prese il potere grazie alla dispersione del suffragio moderato, al dispetto suicida che i democristiani (sempre a far danni…) vollero fare al candidato della destra. Questi geniacci, tali laggiù e qui in Italia, lo issarono al potere e iniziarono a combatterlo il giorno dopo, con il supporto della Cia. Tornando agli anni ‘70 Allende, già amico del Che Guevara, molto vicino a Castro e in buoni rapporti con Ho Chi Min, era sostenuto dal partito Unidad Popular (U.P.), raggruppamento che unisce socialisti, comunisti, anarchici, radicali e movimenti d’estrema sinistra.
Una volta preso il potere questo partito comincia a fare quello che vediamo da quasi sessanta anni in Italia e cioè occupare tutti i posti di potere politico ed economico, però in Cile fanno sul serio: va peggio, quasi come in Russia. Gli operai o i delegati dell’Unidad Popular prendono il possesso delle fabbriche dei principali centri di produzione che si affrettano a fermare subito. Si appropriano anche delle miniere di rame, queste ultime, prima risorsa economica del Cile. Il rame stesso, era venduto agli Stati Uniti per più dell’ 80%; commercio, questo, che viene interrotto subito. I granai e le riserve di cereali vengono immediatamente requisiti da esponenti del partito. Primo risultato: sovrapproduzione di rame, disoccupazione, miniere abbandonate peggioramento delle relazioni con gli USA che non esportano più nulla in Cile.
I comunisti invitano i soldati alla diserzione. Ma questo è niente: le fabbriche cessano del tutto di lavorare anche perché manca il carbone (che era importato dagli USA, quello cileno ha un potere calorico così basso da essere inutilizzabile), non c’è più lavoro quasi per nessuno, a meno che non si sia iscritti all’ U.P., incomincia qui la guerra civile con migliaia di disoccupati, in più ridotti alla fame dalla scarsità di beni alimentari. Ci si riduce a dover fare la coda davanti alle panetterie fin dal giorno prima per aver un po’ di pane. Iniziano le “marce delle pentole vuote” ove le donne, che non avevano più nulla da mettere nelle loro pentole, scandivano slogan percuotendo i loro risonanti cucchiai sul fondo delle pignatte vuote. Ma lo scempio continua: campi vengono confiscati dal partito ai loro proprietari e distribuiti in maniera abnorme ai contadini e ai braccianti che ne possono coltivare solo un piccola parte, il resto che non si riesce a sfruttare si trasforma presto in deserto, poiché il Cile è un paese semiarido ad alto rischio di desertificazione. Tutte le case dei benestanti vengono segnate con una croce e alcune assaltate durante le notti.
A Santiago, come in tutto il Cile, scarseggia il cibo: non c’è pane perché manca la farina, ma non si trova il grano che è tutto confiscato dall’ U.P., ma anche perché i contadini e i braccianti, nuovi proprietari dei campi non riescono a coltivare che per il loro consumo e oltre non possono andare se non di poco, come accadeva nel Medioevo; si importava grano dagli Stati Uniti, ma ora non è più possibile. Fidel Castro si reca in visita in Cile, doveva restare una settimana, ma si trattiene oltre un mese, regala ad Allende una mitraglietta, gli disse:’Usala bene’ e vedremo che la userà proprio bene, ma procediamo con ordine: calpestando senza alcun problema la Costituzione cilena Allende mette a tacere subito l’ opposizione che non può più far nulla.
La gente non aveva più pane, lavoro, e sicurezza, poichè la polizia era stata ridotta all’impotenza, e, quel che è peggio (dal punto di vista storico e della civiltà), dopo più d’un secolo e mezzo la democrazia era tramontata, il Cile, in pochi mesi, s’ era trasformato in un’ altra arretratissima e affamata Cuba. Il popolo cileno aveva solo più da sperare in un intervento dell’ esercito: durante le parate militari la folla lanciava il miglio sui soldati gridando: ‘Galline, siete delle galline! E’ così che ci proteggete?’ e frasi simili.
Dopo tre anni d’autentico inferno, dove manca tutto, peggio che in Russia, da più parti si capisce che il Cile sta pericolosamente retrocedendo e che è necessario fare qualcosa finchè è possibile. Allende non sa o non vuole tirarsi fuori dal disastro che ha volutamente combinato. Il 22 agosto del 1973 la Camera approvò su iniziativa degli stessi democristiani (sempre loro…) una risoluzione, che ovviamente nessuno dei ‘democratici nostrani’ ricorda, nella quale si denunciano gli “attentati allo Stato di diritto e ai diritti umani compiuti sistematicamente dal governo marxista” che dichiarava Allende e la sua cricca “fuori dalla costituzione” (ed ora questo criminale ha una statua nella Piazza della Costituzione…). Medesima risoluzione faceva appello alle forze Armate perché ristabilissero la legalità. Dunque la presa del potere da parte dei militari avviene in maniera del tutto legale. Il capo dell’Esercito era allora Augusto Pinochet e viene convocato segretamente per una riunione con il comandante in capo della Marina e il generale capo dell’Aviazione. Qui gli viene chiesto l’appoggio dei suoi soldati per cacciare Allende e la sua masnada, ma inizialmente egli rifiuta. In un secondo tempo accetterà ad una condizione: sarà lui ad avere il controllo del paese dopo il colpo di Stato, condizione che viene accettata. Il tutto avviene in circa venti giorni. Così l’ 11 settembre del 1973 viene fatta bombardare la Moneda (il palazzo del Governo) dall’aviazione, la Marina prende il controllo dei porti del Cile.
Salvador Allende è coscio d’ aver perso e, quando i primi soldati entrano nella Moneda ormai danneggiata, si punta la famosa mitraglietta di Castro al mento e preme il grilletto, ponendo fine all’ Unidad Popular. I dirigenti di sinistra e gli iscritti all’ U. P. vengono rinchiusi negli stadi. Contro la sinistra si scatenò una repressione dura e rapida, sopportata di buon grado dalla popolazione che aveva voglia di farla finita con le prepotenze e le violenze comuniste. La stragrande maggioranza dei comunisti, socialisti, anarchici e estremisti rossi cileni riuscirà a riparare in Bolivia o in Argentina e, molti di coloro che non hanno più fatto ritorno in Cile, figurano erroneamente tra i desaparecidos. Alcuni di quelli che non sono fuggiti spariranno, questa volta per davvero, e si cercano ancora oggi. Il loro numero ammonta circa ad un migliaio (e non tremila come si dice…). Sono i famosi desaparecidos.
Il generale non perse tempo e impose al Paese un liberismo economico sfrenato accompagnato da una ripresa degli affari con gli USA che gradirono molto. Pinochet fu lucido nel riconoscere la sua incompetenza in campo economico e delegò la guida economica del Paese ai giovani economisti cileni che avevano studiato all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman. Il Cile si riprese rapidamente, e anche se il costo umano di tale rinascita fu elevato, fu certo inferiore al prezzo pagato per sprofondare nel baratro comunista. Il Generale, ben lungi dall’avere solo le armi per imporsi, contava sul supporto internazionale dell’America e sull’appoggio interno di un’ampia maggioranza dei cileni che preferivano la prosperità del governo militare alla fame comunista, e della stragrande maggioranza delle cilene, memori della miseria, del caos, e dei negozi vuoti che avevano contraddistinto il regime di Allende. Pinochet rimase al governo fino al 1990 quando sottoposto a pressioni dall’ opposizione fece indire un referendum dove venne messo in minoranza, così lasciò il potere e si ritirò a vita privata. Il resto è storia di oggi. Ecco ciò che qualcuno vuol nascondere, la vera storia dell’ Unidad Popular e di Allende, non un partito di “sinistra moderata” e un uomo da adottare come simbolo, ma una cricca filosovietici irresponsabili al limite della criminalità che stavano per rovinare un Paese per sempre. Per fortuna, qualcuno non ha voluto. Ora il Cile è un gran bel Paese e se non è il più avanzato del Sudamerica è sicuramente tra i primi, e non una arretratissima e poverissima riedizione di Cuba o uno stato gemello della Corea del Nord, come avrebbe voluto Allende.
Esemplare, infine, è stato per me, sentire nei ricordi di un anziano signore il grido di gioia del figlio allora bambino in quella famosa notte del 1973: ‘Evviva, evviva, finalmente potremo tornare a mangiare pane e burro!!
Ultimo aggiornamento ( lunedì 31 marzo 2008 )

Terza Posizione: inno

In Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Lettere, Link, Onore Fedeltà Coraggio, Storia politica, Terza Posizione, Tradizione, destra fiorentina, militanza, politica on Marzo 31, 2008 at 1:03 am

TERZA POSIZIONE (parte I)

In Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Onore Fedeltà Coraggio, Storia politica, Terza Posizione, Tradizione, destra fiorentina, militanza, politica on Marzo 31, 2008 at 12:58 am

“NE’ FRONTE ROSSO NE’ REAZIONE,

 TERZA POSIZIONE”

La necessità della rivoluzione nasce dal rifiuto sia del sistema capitalistico che di quello marxista, governati, secondo TERZA POSIZIONE, da ideologie massificanti che soffocano gli impulsi creativi individuali corrompendo l’uomo e allontanandolo da se stesso.
L’obiettivo di Terza Posizione sul piano internazionale è la lotta contro gli imperialismi degli USA e dell’URSS, contro il mercantilismo e il sionismo: “Né Usa, né URSS: Terza Posizione”.
Ne consegue il pieno appoggio a tutti i movimenti di liberazione nazionale, che si battono per la salvaguardia delle proprie tradizioni e contro le aggressioni militari e le infiltrazioni economiche delle superpotenze: è il caso dei Baschi, degli Irlandesi, degli Afgani, degli Iraniani, dei nazionalisti Libici di Gheddafi, dei Sandinisti del Nicaragua, ecc.
Nel settembre del 1980 la magistratura romana ordina un blitz contro Terza Posizione, assestandole un colpo quasi mortale. Risultato: 150 perquisizioni, 10 arresti, otto ordini di cattura notificati in carcere
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link
Regresso Pro Civitate
Attivismo civico
D.S.P. – una storia pesarese
NE’ FRONTE ROSSO NE’ REAZIONE
AUTONOMIA TOTALE
LA FINE DI UN’ERA
ALTERNATIVA DI POPOLO
IL DOMANI CI APPARTIENE
STARE IN GUARDIA
FUORI DAI PARTITI, OLTRE GLI SCHEMI, CONTRO IL POTERE
OBIETTIVO RIVOLUZIONARIO
OLTRE GLI SCHEMI
FARE FRONTE
LOTTA E VITTORIA
CONTROMETROPOLI
ESSERE ESEMPIO
CONTRO TUTTI I PARTITI CONTRO TUTTI I CORROTTI
LA RIVOLUZIONE E’ COME IL VENTO
E’ L’ORA DELL’AZIONE
PASSI SICURI, PASSI PESANTI E LENTI

Né fronte rosso né reazione
Il 25 aprile come ogni anno l’Italia si raccoglierà attorno alle più alte cariche dello Stato per la celebrazione della resistenza.
E più che mai quest’anno i discorsi commemorativi saranno un momento in cui si inviterà il popolo italiano all’unità nella libertà e nella democrazia, e a respingere l’attacco « fascista » continuamente portato alle istituzioni.
Ma coloro che realmente RESISTONO da anni a prezzo del proprio sangue e della propria libertà all’ingiustizia del sistema, sanno bene che la celebrazione della caduta del fascismo e gli appelli contro il «persistente pericoloso eversivo» spesso rappresentano solo il pretesto grazie al quale le forze del fronte rosso e della reazione ogni anno consolidano il potere.
Ma il gioco degli equilibristi «democratici» e «antifascisti» si fa sempre più difficile se si pensa all’insoddisfazione presente in tutti gli strati sociali, alle continue esplosioni di rivolte, agli scandali, sintomo di un governo corrotto che tutti sono stanchi di avallare.
Lo stesso fronte rosso che aveva in questi trent’anni dato prova di monoliticità, di saldezza e di unità, evidenzia oggi la spaccatura di un mondo in continua contraddizione che vuole stare al potere e all’opposizione o che perlomeno tenta di raccogliere i frutti del potere e dell’opposizione.
Lama è contestato, il P.C.I. viene ormai identificato nella corruzione del potere, gli extraparlamentari sono definiti infantili, gli autonomi provocatori. In questa lotta intestina il fronte rosso si sta disgregando ed emerge inequivocabile che se il potere comunista si farà ancora più palese, lo scontro fra P.C.I. e forze ribelli sarà inevitabile.
La reazione tenta disperatamente di non cedere alla violenza dei tempi; ma è in ogni momento costretta a venire a patti.
Tenta di difendere i Rumor, i Gui e i Tanassi ma viene battuta; riesce a dilaniare l’estrema appendice di destra per poter avere quei venti voti in più al parlamento che le consentano di tenere alla meno peggio.
Ma, come una barca che sta per essere sommersa dalle onde, spostandosi ora a sinistra ora a destra, non riesce a salvarsi dalla furia che la investe. E quei patetici politicanti che ci appaiono sorridenti al televisore per dirci che la situazione, in fondo, non è disperata, ma “occorrono sacrifici”, non incantano più nessuno, e appaiono il segno più tangibile della cancrena del potere. Una cancrena che le forze migliori del popolo, le avanguardie di un futuro che incomincia a delinearsi, hanno la volontà di combattere fino in fondo. Noi, che a trent’anni dalla resistenza che ancora si celebra, oggi resistiamo compatti contro tutto ciò che ci circonda, abbiamo la presunzione di dire che la loro epoca è ormai morta e noi saremo gli artefici del domani.
La profonda notte in cui è stato immerso il mondo mostra già i primi segni dell’aurora; e la nostra sarà quanto mai bella.
IL DOMANI CI APPARTIENE!



AUTONOMIA TOTALE
A meno di un anno dal patto governativo PCI-DC, le università italiane sono esplose in una protesta rabbiosa che ha avuto come obiettivi non solo i consueti gruppi politici della reazione ma anche la classe dirigente del fronte rosso da Berlinguer a Lama.
La protesta si è poi estesa sanguinosamente nelle piazze ma è risultata inconcludente per mancanza di contenuti.
Gli studenti proclamatisi autonomi, eluso il tentativo di totale recupero agli schemi della sinistra perpetuato da Lotta Continua, hanno urlato e manifestato la propria rabbia contro coloro che da nove anni ipocritamente strumentalizzano in larga parte la rabbia giovanile.
Ma da una ribellione che è risultata nichilista e apparentemente senza sbocchi si ricava una necessità vitale sentita dall’intero mondo studentesco: la necessità dell’autonomia. Ma l’autonomia si costruisce intorno ad un centro ideale e politico.
Si è autonomi se si posseggono idee chiare e valori precisi da difendere ed affermare in una società che tende alla disintegrazione. Si è autonomi quando la protesta possiede contenuti reali, quando si hanno programmi politici.
Dunque se si vuole attualizzare una reale autonomia, bisogna che questa autonomia si definisca. Ottenere l’autonomia dallo strapotere dei partiti da sempre volto in funzione e a vantaggio dei gruppi dirigenti degli stessi, significa opporre una partecipazione diretta. Significa organizzarsi nei quartieri, nelle circoscrizioni, nei paesi, isolando i politicanti ed esprìmendo realtà unitarie alla faccia delle divisioni artificiali (dogmatiche, partitiche). Significa fare dei consigli di quartiere e di circoscrizione, delle giunte comunali, un’espressione diretta di ogni realtà locale protesa verso la realizzazione delle proprie necessità civiche, urbanistiche, ecologiche, in perfetta armonia con le realtà delle altre circoscrizioni, degli altri quartieri, delle altre giunte. Significa lottare perché queste realtà influiscono direttamente sulle scelte del paese insieme a quelle espresse dalle categorie sindacali, dalle cooperative aziendali, dalle rappresentanze militari. Significa svuotare la «triplice» che vive in funzione del proprio apparato dirigente sulle spalle dei lavoratori e rilanciare un’alternativa sindacale che esprima globalmente le rivendicazioni e dirima già nel seno stesso del sindacato le contraddizioni delle varie categorie del mondo del lavoro e delle singole cooperative di azienda. Significa possedere il controllo diretto sull’operato delle industrie perché non esista mai più un’altra Seveso. Significa avere il controllo sull’impostazione della nostra economia, perché non si debbano più distruggere i pomodori e le arancie del meridione, per importare gli agrumi di Israele ed esportare Italiani sotto la voce: mano d’opera. Signifìca permettere ad ogni campagna italiana di essere autonoma e produttiva. Significa concedere ad ogni famiglia l’opportunità di possedere una casa e non di vivere in un formicaio con il cancro sempre in agguato. Significa specializzare e volontarizzare l’esercito. Significa costruire una scuola educativa e non addestrativa, perché ne escano degli uomini e non solo dei tecnici, peraltro spesso squalificati.
Significa essere padroni di un’etica con la quale vivere e da insegnare e sulla quale rieducare e non emarginare. E, dunque, significa anche rivoluzionare i concetti detentivi e penali che, cosi strutturati, sono assurdi.
E perché tutto questo si attui bisogna essere autonomi dalle ingerenze economiche, politiche, militari.
Dobbiamo, dunque, affermare l’autonomia esterna insieme a quella interna. Dare all’Italia un suo ruolo autonomo nell’Europa e nel Mediterraneo e all’Europa la sua autonomia respingendo ogni tentativo imperialista sovietico, americano, o di qualunque tipo.
Tutto questo si chiama autonomia. Perché l’autonomia, per definizione, o è totale, o non è.

LA FINE DI UN’ERA
La nuova struttura del potere conseguente all’accordo a sei ha già dato i propri frutti.
La repressione camuffata in depenalizzazione, il confino allargato ai reati politici, la nuova strategia della tensione con allegata la teoria degli opposti estremismi periodicamente emergente, sono le ultime trovate del sistema borghese.
Il potere non nasconde più il suo volto di dittatura, di oligarchia, di stato poliziesco, manovrato da pochi uomini che saltando continuamente dalla sinistra alla destra del proprio schieramento, contraddicendo oggi ciò che dicevano ieri, dimostrano di essere solamente obbedienti agli ordini del Cremlino e della Casa Bianca.
L’opposizione, quella libertaria e superficiale dei radicali, quella sempre più perdente dei missini, quella confusa delle frange autonome, a noi non interessa.
Esiste per noi l’opposizione politica, sociale, ideologica ed esistenziale, quindi totale, al sistema, che nella ristrettezza dei movimenti concessi e nella dura lotta di conquista di spazio dà i suoi tangibili segni di vita.
Non solo in Italia e nell’occidente, ma anche nell’oriente tanto forte nella sua struttura poliziesca e repressiva, nascono i focolai delle rivolte di popolo.
Berlino, città che per posizione geografica e significato storico è il cuore d’Europa, ha mostrato nella sua parte più martoriata, volontà di esistere ed anche di combattere per la propria libertà.
La Berlino del muro, dei «vopos», della schiavitù all’URSS, è stata per un giorno la città che ha lottato per sé e per l’Europa. Ma il suo grido è destinato a perdersi nella notte se non saremo tutti noi Europei a raccoglierlo.
Siano perciò spezzate le vecchie contraddizioni, le antiche incertezze, le perenni attese; agire, sia ben chiaro, non significa agitarsi né distruggere; non significa nemmeno fingere adesioni e continuare a vivere chiusi nel fango del proprio egoismo.
L’azione è lotta perenne ai di là dei partiti, nella più assoluta mancanza di mezzi; è forza di continuare quando la repressione non ti permette di esistere; è esempio militante, coraggio e abnegazione, volontà di resistere e vincere.
Il confronto sarà decisivo solo se di fronte all’attuale tradimento dì tutte le forze politiche mostreremo la volontà di stare ancora una volta avanti a tutti.
L’angoscia dei popoli in schiavitù, la disperazione degli uomini sfruttati, le grida di rabbia di tante illusioni ferite, finalmente si scateneranno.
La Berlino che a ottobre ha fatto tremare l’est è il presagio di un’Europa che combatterà per il futuro, di un terzo mondo e di un’America latina che lotteranno per il proprio ruolo, di una umanità che non sarà più in ginocchio.
Solo allora quel fantasma che oggi turba le notti di chi governa il mondo e che gira braccato e combattuto nelle città della terra, trovata finalmente la strada, prenderà forma e sarà protagonista del nostro domani.
Quel fantasma è il nostro ideale.

Alternativa di popolo
Da anni la «triplice» sindacale rappresenta un’entità uniforme. Da mesi la DC e il PCI hanno raggiunto un’intesa di collaborazione che si manifesta negli interventi unitari nella vita pubblica. Anche gli enti parastatali, stanno gradualmente diventando un unico massiccio organismo.
In pratica è in atto, favorito dalle leggi per la sicurezza interna, il consolidamento di un unico colosso articolato, amministratore del potere multinazionale, garante dei privilegi e delle lottizzazioni. Ma mentre il potere va amalgamandosi ed organizzandosi si evidenziano sempre più l’estraneità dei suoi detentori alle aspirazioni del paese, e l’ostilità nutrita ogni giorno di più nei loro confronti da tutti.
Dovunque nelle scuole si allarga l’area dell’opposizione e del rifiuto sempre più qualificati idealmente e politicamente. E su quest’area non attecchisce il recupero intellettuale ai filoni filosofici interni alla logica del sistema. Recupero intellettuale che riuscì a sconfiggere il 68. Contemporaneamente l’opposizione dilaga nelle campagne dove solo la difficoltà d’organizzazione ha permesso la neutralizzazione degli effetti.
Nel mondo del lavoro dove la «triplice» perde sempre più colpi e vede le sue tessere strappate a migliaia, avanzano le ali libere e spregiudicate dei sindacati autonomi, dei CUB, della Cisnal. E talvolta combattono fianco a fianco. Da questa pedana di lancio è vitale sviluppare un vero e proprio sindacalismo rivoluzionario che combatta il monopolio filocapitalista di CGIL-CISL-UIL e la «tregua sociale» basata sulle sperequazioni e sull’ingiustizia. E bisogna integrare questo processo rivoluzionario alla crescita politica nelle scuole, nelle università, nei quartieri, nelle campagne. Così da imporre definitivamente la nostra alternativa.
Quest’alternativa cresce giorno dopo giorno con l’allargamento della lotta in ogni angolo del paese, nel suo coordinamento, nelle sue vittorie. E in questo processo incalzante si forma il popolo che trova coscienza di sé, identità, unità. E ognuno da e darà sempre più il suo contributo nel ruolo che ogni istante riveste. Lo da e lo darà come studente, come operaio, come contadino, come soldato, in relazione alle sue capacità, alle sue competenze, alla sua esperienza, al suo valore, alle sue molteplici condizioni contingenti. Così prendono organicamente forma la Nazione e lo Stato. Così prende forma il nostro futuro. Noi ne saremo i protagonisti!

IL DOMANI CI APPARTIENE!
Due anni or sono le avanguardie rivoluzionarie sostennero, sole contro tutti, che fronte rosso e reazione si sarebbero di lì a poco tempo trovati in crisi profondissima e avrebbero scelto come ultima possibilità di salvezza l’alleanza oggi comunemente definita compromesso storico.
Non si poteva sospettare però che anche le potenziali opposizioni al sistema, e cioè MSI ed extraparlamentari di sinistra, già da allora legati alla logica della reazione e del fronte rosso, avrebbero esaurito il loro ruolo e sarebbero rimasti coinvolti in un declino di strutture e di ideali che ne avrebbero minato definitivamente unità e forza. Gli avvenimenti di questi ultimi tempi hanno quindi chiarito ma reso contemporaneamente più arduo il nostro compito, in quanto se allora la situazione concedeva lo spazio anche alla riflessione e alla maturazione, oggi l’impetuoso volgere degli eventi porta ognuno di noi a conoscere duramente la vastità della lotta al sistema borghese.
La trasformazione dell’assetto politico ha posto lo steccato (che prima si trovava tra fascismo e antifascismo) fra sistema borghese retto da DC e PCI e forze d’opposizione.
E se 36 soli voti in parlamento si sono opposti al compromesso nascosto sotto il velo dell’emergenza, oggi è quanto mai chiaro che l’opposizione è ovunque: nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle zone povere, ovunque i partiti con le loro strutture non arrivano con false promesse e clientelismi a mutare la logica della lotta politica.
La divisione netta fra interessi del paese ed interessi del potere apre oggi uno spazio enorme ad un’opposizione di popolo al sistema.
Noi che siamo coscienti di come la crisi non sia un fatto momentaneo o dovuto solo a scelte politiche errate, ma sia conseguente ad un modo di pensare in termini politici e di Intendere la vita, che impera da trent’anni trasformeremo quello che oggi è ridotto a semplice gioco di formule in una battaglia fra concezioni del mondo.
Le lotte che le forze rivoluzionarie hanno sostenuto ovunque sotto diversi nomi ma con un’unica ferma volontà sono prova di questo: l’essersi opposte in tante occasioni agli estremisti di sinistra, ai partiti del sistema, agli sgherri della reazione, il sacrificio di militanti, sconfitte e vittorie rappresentano il preludio a quella che sarà la fase successiva e decisiva dell’azione. La Terza Posizione ne sarà lo strumento ed il polo intorno a cui si raccoglieranno le forze antimarxiste e anticapitaliste, socialiste nazionali e rivoluzionarie; Terza Posizione sarà volontà di liberazione dei popoli dall’ imperialismo Usa-Urss per un nuovo ordine europeo; sarà parola d’ordine per coloro che vorranno la morte dello sfruttamento e delle dittature borghesi e marxiste in nome della lotta per la vita e per la riconquista del nostro domani.
E’ infine già oggi il veicolo con il quale si fa largo una rivoluzione culturale, politica e sociale che trasforma lentamente ma decisamente le masse di uomini chiuse nell’egoismo personale e nella logica del profitto in un popolo compatto, consapevole della propria missione nell’Europa e nel mondo.
La potenza di questi ideali spinge oggi i militanti per la Terza Posizione a combattere nelle situazioni più disperate con un ardore che può apparire fanatico; ma ben presto ai loro fianco marceranno tutti i popoli in lotta. Allora a Roma, a Londra, a Mosca, a Berlino, in ogni piazza d’Europa dove prima regnava la schiavitù splenderà il sole di una nuova era.

 da: http://www.francocenerelli.com

QUARTO D’ORA DI POESIA DELLA X MAS

In Attualità, Bargello, Cuori Neri, Destra Giovanile, Futurismo, Lettere, Miscellanea, Storia on Marzo 29, 2008 at 1:29 am

Quarto d’ora di poesia della Xa MAS

F. T. Marinetti dedicò nel 1944, poco prima di morire, la seguente poesia alla Xa MAS:

Salite in autocarro aeropoeti e via che si va finalmente a farsi benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini criticomani lambicchi di ventosi pessimismi. Guasto al motore fermarsi fra italiani ma voi voi ventenni siete gli ormai famosi renitenti alla leva dell’Ideale e tengo a dirvi che spesso si tentò assolvervi accusando l’opprimente pedantismo di carta bollata burocrazie divieti censure formalismi meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgivo a mezzo il campo di battaglia. Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe ubbidire all’infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora smaniate dal desiderio di comandare un esercito di ragionamenti e perciò avanti autocarri. Urbanismi officine banche e campi arati andate a scuola da questi solenni professori di sociologia formiche termiti api castori. Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono d’ogni quotidianismo e faro di un’ aeropoesia fuori tempo spazio. I cimiteri dei grandi Italiani slacciano i loro muretti agresti nella viltà dello scirocco e danno iraconde scintille crepitano impazienze di polveriera senza dubbio esploderanno esplodono morti unghiuti dunque autocarri avanti. Voi pontieristi frenatori del passo calcolato voi becchini cocciuti nello sforzo di seppellire primavere, entusiaste di gloria ditemi siete soddisfatti d’aver potuto cacciare in fondo fondo al vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore. Autocarri avanti e tu non distrarti raggomitola il tuo corpo ardito a brandelli che la rapidità crudele vuol sbalestrarti in cielo prima del tempo. Scoppia un cimitero di grandi Italiani e chiama Fermatevi fermatevi volantisti italiani avete bisogno di tritolo ve lo regaliamo noi ve lo regaliamo noi noi ottimo tritolo estratto dal midollo dello scheletro. E sia quel che sia la parola ossa si sposi colla parola possa con la rima vetusta frusti le froge dell’Avvenire accese dai biondeggianti fieni di un primato. Ci siamo finalmente e si scende in terra quasi santa. Beatitudine scabrosa di colline inferocite sparano. Vibra a lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante catedrale coricata a implorere Gesù con schianti di petti lacerati. Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di preghiere. Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti traforati dal veemente oblio eterno.

René Guénon

In Bargello, Destra Giovanile, Miscellanea, Recensioni, Storia politica, destra fiorentina, politica on Marzo 27, 2008 at 11:22 am

 La crisi del mondo moderno

Mediterranne

Se negli anni ‘20-’40 l’opera di Guénon era mediata in Italia soprattutto da Evola, Reghini e De Giorgio, nell’immediato secondo dopoguerra la Rivista di Studi Iniziatici (nuova serie della precedente rassegna Mondo Occulto), con sede a Napoli, ne assunse le posizioni, traducendo vari scritti dello stesso Guénon e facendo esplicitamente riferimento alla rivista guénoniana francese Etudes Traditionnelles. Oltre la recensione del libro La crisi del mondo moderno – apparsa in Mondo Occulto, 1937, n. 1, pp. 40-41 – riproduciamo anche alcune segnalazioni di articoli della rivista francese.

“Quest’opera del Guénon [La crisi del mondo moderno; n.d.r.], che l’editore Hoepli ha voluto rendere accessibile al più vasto pubblico italiano, non va confusa con le tante altre che trattano di ‘crisi’ e di ‘tramonto’ occidentale. Non si tratta di vane critiche, ma di una visione cruda, virile, realistica, la quale non procede da concezioni personali o da elucubrazioni dialettiche, ma dal punto di vista della verità stessa. Il Guénon affronta il problema del senso e del destino del mondo moderno in nome di una ‘tradizione’, nel significato più alto e universale del termine. Egli può considerarsi come l’esponente principale, in Europa, del ‘tradizionalismo integrale’: la difesa dei valori dello spirito, della gerarchia, della personalità spirituale è in lui inattenuata, precisa e priva di compromessi come in pochi altri nostri contemporanei. Da questo aspetto, e con uno stile di chiarezza cristallina, vengono affrontati, nel libro, i massimi problemi della civiltà moderna non solo nel campo etico, sociale e scientifico, ma anche in quello religioso e, infine, vien posto il problema dei rapporti fra Oriente e Occidente e sono indicate le vie e le condizioni per il superamento della decadenza europea e la funzione e la formazione della nuova ‘élite’. Per coraggio, decisione e reale ampiezza e novità di orizzonti, pochi libri – come lo dice il traduttore [J. Evola; n.d.r.] in una densa introduzione – sono, come questo del Guénon, così rivoluzionari: dato che per ‘rivoluzione’ si intenda sia una rivolta contro un dato stato di fatto e un rinnovamento, sia un ritorno o una conversione (ri-voluzione) ai principi perenni di ogni vera grandezza umana. Per questo una tale opera non solo offre un interesse diretto per ogni classe di lettori, ma costituisce un prezioso contributo per l’orientamento delle avanguardie intellettuali più consapevoli della nuova Italia fascista e per il rafforzamento del fronte supernazionale di tutti coloro che oggi sono scesi in campo contro le forze oscure della decadenza moderna”.

“Alla testa delle poche pubblicazioni che s’occupano di studi tradizionali, ispiratrice e guida, dobbiamo porre l’ammirevole rivista diretta da Paul Chacornac Etudes Traditionnelles di Parigi. In virtù d’un gruppo di collaboratori d’eccezione, che, pur ispirandosi generalmente a dottrine tradizionali orientali, debbono essere considerati come i più illustri rappresentanti della vera élite intellettuale dell’Occidente, essa pubblica studi di rara profondità e competenza. Basterebbe citare il nome di René Guénon, di cui molte opere sono già state tradotte in italiano, per caratterizzare l’indirizzo, la serietà e la profondità incomparabile di siffatta pubblicazione” (da Mondo Occulto. Rivista di Studi Iniziatici, 1946, n. 1-2-3, p. 46).

“In Etudes Traditionnelles n. 265, René Guénon tratta di una questione del tutto ignorata in Occidente, quella di upaguru, vale a dire della occasione, che può essere di un genere qualsiasi, rappresentante per un individuo, debitamente qualificato, il punto di partenza per un certo sviluppo spirituale. Queste circostanze determinanti possono evidentemente porsi sia prima che dopo l’iniziazione vera e propria, e scaturire, nell’un caso, dal Guru interiore, per dirigere l’essere verso una via di conoscenza, nel secondo caso, stesso dal Maestro spirituale alfine trovato, per favorire l’attualizzazione della influenza spirituale ricevuta con l’iniziazione. È un semplice accenno che qui facciamo per dare un’idea dello studio di René Guénon, che si sviluppa con chiarimenti altamente istruttivi per coloro i quali s’interessano di questioni iniziatiche da un punto di vista che non vuol restare semplicemente teorico” (da Rivista di Studi Iniziatici, 1948, n. 1, p. 47).

“Nel numero di dicembre di Etudes Traditionnelles notiamo un articolo di René Guénon “Necessité de l’exotèrisme traditionnel”. Si tratta di una messa a punto di grande importanza di fronte alle pretese di certi pseudo-esoteristi ed alla ignoranza di alcuni aspiranti all’iniziazione. Scrive il Guénon: ‘è ammissibile che un exoterista ignori l’esoterismo, quantunque sicuramente questa ignoranza non ne giustifichi la negazione; ma, invece, non lo è che chiunque abbia delle pretese all’esoterismo voglia ignorare l’exoterismo, non fosse che praticamente, poiché il ‘più’ deve necessariamente comprendere il ‘meno’. Del resto, questa stessa ignoranza pratica, consistente nel considerare inutile o superflua la partecipazione ad una tradizione esoterica, non è possibile senza una ignoranza anche teorica di questo aspetto della tradizione, ed è ciò che la rende ancora più grave, poiché verrebbe da chiedersi se qualcuno che abbia una tale ignoranza, sia realmente pronto ad avvicinare il dominio esoterico ed iniziatico e se non debba applicarsi a comprender meglio il valore e la portata dell’exoterismo prima di cercare di andare più avanti’. L’articolo continua esponendo come l’adesione ad un exoterismo sia una condizione preliminare per pervenire allo esoterismo e come non bisognerebbe che questo exoterismo possa essere rigettato allorché si è ottenuta una iniziazione” (da Rivista di Studi Iniziatici, 1947, n. 6, p. 111).

tratto da: http://www.libreriaar.it

30 marzo 2006 – 30 marzo 2008

In Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Storia politica, destra fiorentina on Marzo 26, 2008 at 2:21 am

COMANDANTE DIMITRI

PRESENTE!

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Né fronte rosso né reazione

 

 

Tombola contro Prodi:

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Link, Recensioni, destra fiorentina, politica on Dicembre 18, 2007 at 2:37 pm

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Leon Degrelle

In Attualità, Bargello, Caravella, Cuori Neri, Destra Giovanile, Link, Onore Fedeltà Coraggio, Storia, Storia politica, destra fiorentina, politica on Dicembre 11, 2007 at 1:29 am

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Militante della gioventù cattolica e studentesca belga e fondatore del movimento “rexista”,borgona3.jpg di tendenza nazionalista e fascista, teso a conciliare la parte sociale delle teorie fasciste con una monarchia di tipo legittimista fondata sulla figura di Cristo Re.

Partecipò attivamente alle elezioni del Maggio 1936 che gli fruttarono 21 seggi. Arrestato nel Maggio ‘ 40 e deportato in Francia, fu liberato dopo la vittoria della Wehrmacht e divelibro_wallonie.jpgnne il principale animatore della politica di collaborazione in Vallonia e creò, nel 1941. la Legione Vallonia, divenuta divisione Waffen SS nel 1944, per la quale ottenne un cappellano cattolico. Con la sua Legione andò a combattere sul fronte russo; più volte ferito, meritò la Croce di Ferro e il grado di Generale e per la sua dedizione alla causa della creazione di un impero europeo dei popoli e per il suo coraggio personale meritò l’incondizionata ammirazione di Hitler, il quale per manifestargli tutta la sua stima gli disse: “Se avessi un figlio vorrei che fosse come voi”. Dopo la sconfitta militare del Terzo Reich riuscì a raggiungere la Norvegia e quindi la Spagna, dove pubblicò numerosi libri di memorie e di politica e dove rimase fino alla morte, come punto di riferimento per la gioventù europea che da lui ha sempre tratto ispirazione e forza per continuare la propria “battaglia ideale”.

 Tratto da: www.ilfronte.org , sito di Azione Giovani Torino

S. Nicola di MIRA e la Tradizione

In Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Lettere, Link, Miscellanea, Storia, Storia politica, Tradizione, destra fiorentina on Dicembre 11, 2007 at 1:05 am

La navigazione sul web rivela tante sorprese. Una, graditissima, sul vero significato del Natale, sulle origini e le interpretazioni della Festa, da San Nicola al Babbo Natale bianco/rosso della Coca Cola Company.

Non voglio dilungarmi. Lascio a voi il piacere di immergervi in una lettura di grande interesse. L’ autore, “Capitan Harlock”, mi ha permesso di pubblicare sul Bargello il Suo post.

Buona lettura!

P.S. Visitate il suo blog! http://accapitanharlock.blogspot.com/

 

Tradizione è una parola di origine latina (traditio, -onis sf) proveniente, a sua volta, da tradere (vt), “tramandare”. Con questo termine si indica quel patrimonio di tipo culturale, antropologico, sociale, &c. che di generazione in generazione da un gruppo umano viene custodito e consegnato ad un altro gruppo umano col compito che venga a sua volta custodito e tramandato. Ne deriva che è fondamentalmente un fenomeno conservativo, ma non per questo non contempla il cambiamento, l’innovazione. C’è stato addirittura chi, su questa scia, ha affermato che la tradizione è bella perché cambia! Infatti, con tale termine non si deve indicare un elemento immutabile, quasi museale, ma bensì un percorso, che pur cambiando, rimane fedele a sé stesso. La tradizione è un albero su cui si possono innestare altri frutti, bandiera_tradiz_p.jpgè un fiume in cui si riversano atri torrenti e che si accresce grazie a percorsi carsici e a precipitazioni. In un primo momento, nel vedere le nostre città sempre più dotate di ristoranti appartenenti alle catene di multinazionali americane dedite alla ristorazione veloce, molti di noi, legati alla Tradizione, percepirono il fenomeno come un’autentica invasione, che avrebbe comportato la perdita dell’identità culturale (anche solo gastronomica!) e la conseguente imposizione di stili di vita improntati ad una malsana globalizzazione/mondializzazione. E ancora molti di noi avrebbero plaudito ad una loro messa al bando o boicottaggio o addirittura sabotaggio in nome della conservazione e preservazione dei sani e virtuosi principi tradizionali (!?). Sempre in un primo momento, gli stessi di noi, non videro di buon occhio l’arrivo dal Nuovo Mondo di feste, fino ad allora semisconosciute, come quella così detta di Halloween, coi suoi travestimenti, colle sue zucche, i suoi dolcetti o scherzetti, il suo gusto per l’orrido ed il macabro di carattere apotropaico. Ma in seguito, molti sempre di quelli che avrebbero voluto la non contaminazione delle usanze e costumanze degli antichi, in seguito ad una disamina della Storia, dovettero fare i conti colla Storia stessa. E’ essa costellata di eventi che, proprio per il fatto di essere inseriti nel corso impetuoso ed inesorabile degli accadimenti, hanno sempre avuto un inizio, una evoluzione e, a volte, una fine. E molti di essi, addirittura, iniziati in contesti del tutto differenti, a volte si sono istallati nei posti più disparati, dando vita a realtà diverse, lasciando in ognuno di essi un’impronta rimarchevole del loro passaggio, al punto tale da rappresentare, in ciascuno di quei luoghi, un elemento della Tradizione, tanto da essere rielaborati in modo tipico. E’ il caso del Natale, del Capodanno, del Carnevale e di tante altre ricorrenze, che se pur uguali, risultano tanto diverse in ogni dove, rendendo gli usi e i costumi di quei dove sempre più ricchi. Lo stesso albero di Natale, albero-casamicciola.jpgnato nel contesto tedesco, è ora uno degli elementi tradizionali natalizi più diffusi al mondo, e nessuno metterebbe in dubbio che faccia parte dell’immaginario collettivo mondiale di tale festività. O perché no, il presepe, nato in Umbria più di sette secoli fa,cometagreccio.jpg è ormai da tempo un simbolo della cristianità, soprattutto cattolica, in Italia tutta, ma anche in altre realtà, come nel mondo germanico, quello iberico e, non ultima per importanza, in Terra Santa. Ma sempre per rimanere nell’ambito natalizio c’è da sottolineare dell’altro. Un simbolo di sicura diffusione planetaria è Babbo (o Papà) Natale. Ma non tutti sanno che il suo personaggio, di impronta anglosassone, in quanto di origine inglese e di rielaborazione angloamericana, riprende le caratteristiche di un personaggio che si diffuse in America grazie ai primi coloni olandesi della città di NUOVA AMSTERDAM (l’attuale NUOVA YORK), di nome Sinterklaas, da cui il nome inglese Santa Claus. Questi altri non era se non quel S. Nicola di MIRA, da noi più conosciuto come S. Nicola di BARI, nicola_r.jpgche in varie parti del mondo aveva (ma non sempre ha continuato ad avere!) l’abitudine di portare doni ai bimbi la notte del suo dies natalis (6 dicembre). Da ciò ne è derivata la presenza concomitante di due personaggi, ambedue collegati ad ambiti religiosi, ma uno anche con caratteristiche esterne tali, l’altro decisamente più laiche. E’ bello constatare che la tradizione occidentale, cristiana (ma non solo) possa essersi arricchita di elementi nuovi che l’abbiano resa sempre più corposa! Ma quanti di quelli che hanno aperto la porta al personaggio laico del Natale, babbocola.jpgper altro veicolato in ogni cultura soprattutto grazie ad una delle campagne pubblicitarie più riuscite nel mondo del commercio, del mercato e della vendistica globali, sono coscienti della sua figura alternativa, del suo alter ego totalmente religioso, che pur essendo più antico e più vicino alla realtà storica, anche se viene festeggiato in una data diversa (o forse proprio per questo!) avrebbe, se non un maggiore diritto, quanto meno lo stesso, di vederne conservata la memoria, continuando a trovare egualmente aperta la medesima porta? Permane nel mondo germanico, dove oltre all’arrivo di S. Nicola (la notte del 6), i bimbi tedeschi (la notte del 25) aspettano anche l’arrivo di Gesù Bambino,bambinogesu.jpg quelli di formazione cattolica, o di Weihnachtsmann (Uomo di Natale), quelli di formazione evangelica. Ma nelle altre parti del mondo, come purtroppo anche in Italia, la questione è fuori discussione. Se non in piccole e circoscritte zone della nostra Nazione,2lucia.jpg la memoria di S. Nicola (come portatore di doni ai bimbi) è pressocché assente. Come pure ci si potrebbe dilungare per l’attesa dell’arrivo di S. Lucia (la notte del 13), praticamente sconosciuta come distributrice di regali, o della Befana (la notte del 6 del mese venturo), befana1520.gifche sembra non ricevere più, né da grandi né da piccini, il consenso di cui godeva un tempo dagli stessi. Allora ci sembra spontaneo chiederci se oltre alla visione senz’altro conservatrice, inutilmente protesa alla preservazione antistorica delle proprie tradizioni e alla preclusione di qualsiasi integrazione, vista come una inutile, superflua e nociva contaminazione, e alla visione senza dubbio innovatrice, pericolosamente rivolta ad un’acritica accettazione delle culture altrui, non ci sia da considerare l’opportunità di accogliere, integrare, metabolizzare e rielaborare elementi provenienti anche da altre realtà, in modo da compiere nella nostra Tradizione quell’iniezione di linfa vitale che le permetta non già di sopravvivere, ma, anzi, di vivere nello splendido percorso che ogni Tradizione ha il diritto e il dovere di effettuare, affinché, traendo spunto dal passato, non le sia precluso il futuro.

  Ulteriori link: http://it.wikipedia.org/wiki/San_Nicola_di_Mira

Ripensare il Sud: Una nuova Idea del Mezzogiorno per governare l’ Italia

In Attualità, Attualità politica, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Eventi, Link, Meridione, Storia politica, destra fiorentina on Novembre 26, 2007 at 4:45 pm

Documento di Azione Giovani

 

 

per la Conferenza nazionale di Alleanza Nazionale per il Mezzogiorno

 

Bari 2/3 marzo

“Intervenendo direttamente e sottraendo alla società le sue responsabilità, lo Stato assistenziale porta ad uno spreco di energie umane e a una sovrabbondanza di enti pubblici, che sono dominati più da un modo di pensare burocratico che dall’interesse per i loro utenti, e che sono accompagnati da enormi aumenti della spesa pubblica. In realtà, a quanto sembra, i bisogni sono compresi e soddisfatti meglio da coloro che si trovano a più stretto contatto con chi è in difficoltà e possono comportarsi da buoni vicini di casa rispetto a questi ultimi”. GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Centesimus Annus.



PREMESSA:

RIPARTIRE DAL SUD PER RICONQUISTARE IL PAESE


Il Mezzogiorno è essenziale non solo per lo sviluppo del nostro Paese e per il ruolo geo-politico dell’Italia nel Mediterraneo, ma è fondamentale per il riscatto della Destra e delle genti del Sud, già deluse di avere affidato i propri sogni e le proprie aspirazioni ad una sinistra massimalista e contraddittoria.

Il Sud, non è stato considerato per troppo tempo, specie al governo, una priorità politica e An ha pagato dazio in termini di consensi elettorali.

Proprio dal Sud dovrebbe ripartire la Destra, anche tramite l’opera della sua organizzazione giovanile, per frenare la resistibile fuga dei giovani da quest’area del paese.

Il Mezzogiorno non può e non deve essere considerato l’eterna emergenza, l’atavico e irrisolvibile problema della Nazione.

Nella terra dove sono state costruite le “cattedrali nel deserto”, dove il binario unico ferroviario è più una regola che un’eccezione e dove la legalità non è ancora un valore riconosciuto da tutti, i numeri ed i fatti dicono che la “questione meridionale” resta inesorabilmente aperta e diventa inequivocabilmente una questione nazionale.

Nè la sinistra, che ha varato una manovra economica contro il sud, evitando di distribuire le risorse per il Fas (Fondo Aree Sottoutilizzate) in modo uniforme, tanto da essere un mero annuncio, una beffa ulteriore ai danni del sud, è in grado di risolvere la situazione.

An deve tornare a parlare al cuore dei meridionali, dialogando con le categorie e con tutto quanto di buono e positivo esprime il sud, ritornando a dare ai giovani un sogno, una reale motivazione per restarci.

Solo riconquistando il sud e la sua gente la Destra sarà credibile cerniera politica e sociale tra due aree del paese e rappresentarle nel nome dell’interesse nazionale.

Solo se la Destra saprà essere capace di ripartire da questa sfida potrà tornare a vincere.

Non ci vuole molto: questa gente, che raramente ha fatto venire meno il suo affetto e il suo consenso alla Destra politica, aspetta solo un segnale.



IL SUD DIMENTICATO:

TRA FALLIMENTI E CLIENTELISMO


Nei primi anni ‘50, gli anni che avrebbero preparato il boom della piccola Italia, il Mezzogiorno, contadino e latifondista, rischiava di allontanarsi ulteriormente dal resto del Paese e di trasformarsi solo in terra di emigrazione.

Allora nessuno pensava alla vendita delle spiagge, ai casinò o ai campi da golf. I problemi da affrontare e gli interventi da produrre riguardavano la quotidianità. Il Sud aveva bisogno di tutto: strade e ferrovie, ma anche luce e acqua.

È proprio in quegli anni che si assiste alla più intensa infrastrutturazione del Sud. Con il passare del tempo aumentò anche l’appetito e nei primi anni ‘70 la classe politica, che prima aveva sostanzialmente lasciato mano libera agli ingegneri, decise di attuare sulle grandi opere una serie di ingerenze sempre più pressanti. Qui nasce il più grande deficit del meridione: non avere una classe politica adeguata.

Nel frattempo era partita la seconda scommessa: l’industrializzazione forzata del Sud attraverso le partecipazioni statali con Iri ed Eni in prima fila, ma la distribuzione degli incentivi alle imprese è spesso discrezionale e a beneficio soprattutto del Nord, anche perchè le banche sono pronte ad adeguarsi alle richieste. Così l’intervento straordinario invece di essere un sostegno aggiuntivo, in grado di favorire lo sviluppo di imprese al Sud, era diventato sostitutivo della spesa ordinaria. Il Mezzogiorno restava privo di infrastrutture, di industrie proprie, di prodotti propri, era solo un mercato di consumo sostenuto dalla mano pubblica con pensioni di invalidità e assunzioni clientelari.

La ricostruzione, a seguito del terremoto in Campania e Basilicata del 1981, fallisce nonostante i 50.000 miliardi di vecchie lire distribuiti in oltre un decennio. L’ennesima scommessa perduta. Il numero dei Comuni colpiti, e quindi beneficiari degli interventi, crebbe per volontà del Parlamento di ora in ora, di giorno in giorno. A favorire lo spreco delle risorse si aggiunse la ricostruzione dissennata e priva di ogni ragionevole progettazione strategica.

A metà degli anni ‘80 si assiste ad un intervento straordinario per il Sud (legge 64) cui, sulla carta, vengono assegnati 120 mila miliardi.

Crescono le finanziarie e gli enti per il Sud e con loro i consigli di amministrazione, i posti da distribuire, gli amici da accontentare magari acquisendo aziende decotte. Crescono gli sprechi.

Il 7 settembre del 1993 a Crotone gli operai dell’Enichem messi in cassa integrazione a zero ore, danno fuoco a bidoni riempiti di fosforo e la rabbia si estende a Salerno, Manfredonia, Gioia Tauro. Per arginarla si inventano i contratti d’area, si istituisce una task force con il compito di attrarre imprese del Nord o estere. Ma non succede niente.

Il Presidente del Cnel, De Rita, assieme ad alcune associazioni imprenditoriali e sindacali e a qualche Sindaco, avvia la stagione dei patti territoriali.

Non ci sono soldi da mettere sul piatto, non ancora, ma si tratta di trovare un fronte su cui mobilitare quel che esiste già sul territorio. L’esperimento comincia a funzionare, qualcosa si muove tant’è che anche a Roma se ne accorgono.

E così com’era accaduto con i comuni del terremoto irpino, anche i patti territoriali proliferano e da 10 passano ad oltre 100.

Il Sud rumoreggia e per accontentarlo si cambia di nuovo creando un maxiente, Sviluppo Italia, che assorbe tutti i rami lasciati orfani dall’intervento straordinario. L’obiettivo è attrarre i grandi capitali che snobbano il Sud, ma passa alla storia soprattutto per la gestione dei prestiti d’onore.

I soldi sono pochi e per questo si punta ad ottimizzare l’uso delle risorse europee fino ad allora snobbate, ora utilizzate spesso in maniera irrazionale e con forti sprechi dai vari governi regionali. Ma se sul fronte della spesa arrivano negli ultimi anni risultati positivi, il gap infrastrutturale del Mezzogiorno non diminuisce.


La storia, quindi, il recente passato ed il presente ci dimostrano delle assolute verità relative al Mezzogiorno.

La prima è lo stato di abbandono delle istituzioni nazionali che le regioni del Sud hanno conosciuto per molto tempo.

La seconda è l’assoluta mancanza di criterio in tutti gli interventi che storicamente i governi nazionali hanno varato a favore del nostro territorio. Basti pensare agli sprechi legati ad investimenti sbagliati, al tentativo di impiantare strutture ed infrastrutture dello sviluppo non coerenti con le condizioni del territorio, né con la sua cultura o la sua storia, con il suo paesaggio. Cosa sarebbe successo, ad esempio, se nel Sud si fosse scommesso dall’inizio sulla macchina del turismo o sulla produzione agricola di carattere industriale, piuttosto che sull’impiantazione forzata di industrie “fuori luogo”?

E invece si è pensato all’elargizione di denari spropositata, non controllata, priva di lungimiranza e di ogni criterio di pianificazione strategica dello sviluppo economico.

Oggi la situazione è ancora più grave. Alla programmazione strategica si preferisce il clientelismo, alla formazione di una solida società civile, una classe imprenditoriale e di professionisti soggiogata alle logiche politiche e del malaffare.

L’Europa si è tramutata da opportunità in fonte di ricchezza per gli amici degli amici; con nuovi progetti, finanziati e mai realizzati, partono i corsi di formazione, si costruiscono i capannoni, ma le nuove aziende non vanno mai in marcia. Il Sud ritorna ad essere il buco nero dove si perdono miliardi di finanziamenti.

La politica del Sud, rimasta stranamente totalmente estranea al fenomeno di mani pulite, vive il suo momento peggiore, arrivano gli avvisi di garanzia. La tangente lascia il posto alla truffa nell’utilizzo dei finanziamenti comunitari.




I GIOVANI MERIDIONALI:

TRA FUGA DEI CERVELLI E RITARDO NELL’INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO


Un recente studio pubblicato dal trimestrale della Svimez, Rivista economica del mezzogiorno, n.1/2005, ha evidenziato una consistente emorragia di risorse umane qualificate dal Mezzogiorno del paese.

La cosiddetta “fuga di cervelli”essenziale per lo sviluppo del sud non accenna a diminuire.

La ricerca condotta su dati Istat, presenta i flussi migratori di ogni regione, in entrata e in uscita, per il ventennio 1980/1999, dimostrando come, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, vi è una ripresa del fenomeno dell’emigrazione in ogni regione meridionale che riguarda ampie fasce giovanili e secolarizzate.

Tutte le regioni meridionali, in particolare Calabria, Basilicata, Puglia e Campania, hanno registrato una netta perdita di laureati.

La gravità del fenomeno, sottolinea Svimez, è evidenziata dal fatto che, come ribadito dall’Ue, in particolare con la formulazione della strategia di Lisbona, la competitività nell’economia dipenderà molto dalla disponibilità del capitale umano.

Le imprese, specie quelle del Sud, denunciano le loro difficoltà nel reperire personale specializzato, quando diversi giovani con alte qualifiche lasciano i luoghi di origine perché non trovano lavoro.

Contraddizioni del Sistema Italia, ma quello che è certo è che la fuga dei giovani del sud, prima per motivi di studio e poi di lavoro, porta giovani medici, ingegneri e economisti, più degli altri, ad abbandonare le Regioni di provenienza e depauperare gravemente il Mezzogiorno.

La fuga dei cervelli si perfeziona in due diversi momenti: il primo nella scelta dell’Università, il secondo al momento dell’entrata nel mercato del lavoro.

La predetta mobilità non viene minimamente compensata da un analogo flusso dal nord verso il sud.

Ad esempio in uno stesso anno 7.110 erano i giovani del sud che avevano scelto un ateneo del Nord contro i 366 giovani settentrionali laureatisi in Università del sud. O i 2.357 laureati meridionali che hanno trovato un impiego al nord rispetto ai 293 laureati del nord che sono venuti a lavorare al Sud.

Prendendo in considerazione i due momenti della mobilità, studio e lavoro, dei giovani meridionali la perdita potenziale del capitale umano, della fuoriuscita del Mezzogiorno, arriva ad essere pari a quasi ad un quarto dei giovani con un qualificato e alto livello di istruzione e titolo di studio.

A questo scenario va aggiunto come in Italia solo il 7% dei giovani sono titolari di una ditta individuale e i più coraggiosi, a causa di mancanza di alternative, sono i giovani del Sud dove si registra, specie in alcune province come Crotone, Napoli e Reggio Calabria, un dato superiore alla media nazionale.

La precitata questione è quella del ritardo con il quale i giovani italiani entrano nel mercato del lavoro da dipendenti.

Secondo un recente studio di Unioncamere le doti personali, idee, creatività, voglia di rischiare, non mancano, mentre occorre potenziare le risorse economiche e competenze specifiche, tecniche e manageriali: ciò significa che sono necessari strumenti finanziari e di affiancamento e sostegno soprattutto nella fase di start up e di trasformazione dell’idea in impresa.


IL SUD DELLE OPPORTUNITA’:

TRA IDENTITA’ E TRADIZIONE LA FORZA DI UN TERRITORIO


Solo se un Paese lascia aperta la possibilità di sognare una vita diversa, da quella che viene socialmente assegnata, di progettare un futuro su cui investire risorse ed energie, lo stesso diventa luogo in cui vale la pena vivere, assumendo questa come una scelta cui si lega il proprio destino a quello della propria comunità di appartenenza.

Il luogo in cui si nasce diventa concretamente la propria comunità non quando nello stesso ci appare come il luogo in cui si dovrà necessariamente accontentare di quanto è ragionevolmente prevedibile, ma quando lo stesso appare come il luogo in cui è altrettanto ragionevole pensare che le proprie aspirazioni abbiano un accettabile fondamento.

L’identità di luoghi si alimenta del passato, del paesaggio, delle opere dei Santi, ma anche dello spazio che essa consente all’immaginazione ed a una progettazione che per realizzarsi non ha bisogno di un altrove.

E proprio da qui molti giovani sono in passato partiti e da qui molti ancora oggi continuano a partire, rassegnati, delusi, privi di ogni forma di speranza: un movimento migratorio sotterraneo e continuo che allontana e disperde molteplici risorse e che non può essere spiegato unicamente con la consueta inquietudine generazionale.

La sensazione di trovarsi all’interno di un ambiente fertile e innovativo, dove studiare e lavorare sia una chance di miglioramento per sé e per gli altri, deve costituire una fondamentale ricchezza di ogni luogo sociale.




DA ETERNO PROBLEMA A RISORSA DEL PAESE:

UN “NUOVO MEZZOGIORNO” PER I GIOVANI DEL SUD


Le priorità per lo sviluppo del Mezzogiorno, da troppi anni, sono sempre le stesse, ma le condizioni per costruire un “nuovo Mezzogiorno” sono legate alla volontà di mettere in moto un nuovo sistema basato su una rivoluzione culturale, un cambio di mentalità

Il Sud non ha bisogno solo di risorse pubbliche e di infrastrutture, ma a anche, e in particolare, di una maggiore legalità, intesa come conoscenza da parte di tutti delle regole che devono governare un territorio e delle occasioni di sviluppo e di crescita legate alla stesso.

Inserire il Mezzogiorno tra le priorità del Governo, più che una scelta politica, è, ormai, una necessità, a patto che non si apra un nuovo mercato di promesse elettorali e che seriamente ci si concentri su pochi punti trasparenti:

1) fiscalità di vantaggio per le imprese;

2) mano ferma a Bruxelles nella partita sui fondi UE;

3) accelerazioni di programmi per le infrastrutture;

4) riforma degli incentivi.

Il Sud merita un’attenzione vera, fatta di cultura di mercato, non sogni improponibili, ricorsi improbabili o rivoli di denaro che finanziano microinterventi di chirurgia assistenziale.



LE PROPOSTE DI AZIONE GIOVANI PER I GIOVANI DEL SUD


I GIOVANI E LA POLITICA


Il Sud ha nel proprio territorio e nella propria storia il proprio valore aggiunto, ma per poter trasformare questa potenzialità in vero sviluppo, sono necessari alcune riforme in settori chiave.

Il nemico numero uno da combattere è il trasformismo ed il trasversalismo dell’attuale classe dirigente. Troppe volte siamo costretti ad assistere non più a semplici convivenze tra politica e malavita, ma ad una vera e propria rete di interessi e affari che coinvolge sia la destra che la sinistra.

a) la politica, e in particolare la classe dirigente del sud, necessita di un codice etico di comportamento, da scrivere e far approvare a tutti i partiti, inaugurando una nuova stagione della moralizzazione della politica;

b) istituire e incentivare nuove forme di partecipazione politica che consentano ai giovani di riscoprire l’impegno civile e assumere responsabilità istituzionali (consulte giovanili, forum);

c) forme associative tra Enti locali per la gestione di risorse destinate ai giovani: il 75% dei Comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti, con limitate risorse finanziarie destinate ad interventi ed esigenze diverse da quelle delle grandi città, per questo è opportuno ipotizzare logiche concorsuali tra Comuni al fine di integrare le identiche risorse. Le politiche giovanili dovranno tradursi in una serie di interventi per i giovani inseriti nei bilanci degli Enti in capitoli ad hoc tra le spese correnti e tra gli investimenti destinati alla realizzazione di strutture per i giovani.

e) campus e comunità giovanili per i giovani nelle periferie degradate: combattere il degrado delle periferie urbane mediante la realizzazione, con l’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, di campus per gli studenti, dotati di campi sportivi, teatri, sale prove e laboratori. Veri centri culturali capaci di portare nelle periferie nuove forme di aggregazione. Creare, inoltre, le Comunità giovanili, spazi di libertà e aggregazione, per consentire ai giovani di esprimere i loro talenti artistici



I GIOVANI E LA SICUREZZA


La sicurezza è ormai una chimera per il meridione, eppure costituisce la condicio sine qua non per qualsiasi progetto di sviluppo:

a) presenza più forte dello Stato, non soltanto attraverso un maggiore radicamento delle forze dell’ordine ma anche e soprattutto tramite la riqualificazione di tutte quelle strutture pubbliche che dovrebbero rappresentare il ruolo positivo dello Stato sul territorio (es. scuole, ospedali, ecc.) e che invece troppo spesso ne rappresentano l’aspetto degenerato;

b) maggiore sicurezza per i cittadini onesti che in questi anni troppe volte sono stati abbandonati alla loro triste sorte;

c) educazione alla cittadinanza per insegnare ai giovani a combattere la mafia: educare le giovani generazioni alla legalità, partendo dalla scuola, dove inserire nei programmi didattici l’Educazione alla Legalità;

d) lotta al caporalato e al lavoro nero. L’illegalità nel Mezzogiorno è spesso identificata con la Mafia e con le altre consorterie criminose ma questa è una visione parziale. La prima piaga del Mezzogiorno è costituita dal caporalato e dal lavoro nero. E’ necessario un serio intervento legislativo per parificare il lavoro nero ed il caporalato ad una vera e propria forma di riduzione in schiavitù, con l’applicazione di un pesante sistema sanzionatorio penale. Lo stesso dicasi per tutte quelle imprese che non rispettano le norme sulla sicurezza dei cantieri, o a tutti quegli enti pubblici che nei capitolati di appalto riducono impunemente le somme per la sicurezza dei cantieri e che fingono di non vedere e magari favoriscono l’assunzione di maestranza non garantita.



I GIOVANI E LO SVILUPPO


Si deve riformulare l’approccio con cui si è agito fino ad oggi nel meridione. Lo sviluppo di queste terre non può che essere legato alla peculiarità dei singoli territori:

a) istituzione di una cabina di regia strategica unica del mezzogiorno, che non amministri fondi, ma che determini, in accordo con le regioni, lo sviluppo armonico di ogni singolo territorio secondo la sua vocazione naturale;

b) definizione dei distretti di sviluppo, realizzabili tramite la rivisitazione dei contratti d’area. I distretti di sviluppo prevedono non solo iniziative imprenditoriali tutte incanalate nello stesso settore, ma anche politiche di formazione scolastica, universitaria e professionale armonizzate alle esigenze tecniche richieste dal ogni singolo territorio;

c) riforma del sistema creditizio, il costo del denaro nel meridione è uno dei più alti d’Europa. Nel 2005 tra le prime 10 province (tutte del Nord) e le ultime 10 (tutte del Sud) si evidenziano 3,5 punti percentuali di differenza dei tassi di interesse praticati dalle banche sui prestiti a breve termine a livello provinciale (lo rileva il V Rapporto annuale sul credito provinciale, condotto da Unioncamere in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne), e si è, in tal modo, sensibilmente allargata la forbice, già esistente, tra Settentrione e Meridione.



I GIOVANI E IL MONDO DEL LAVORO


La mancanza di lavoro è il principale problema che riguarda i giovani meridionali, come dimostrato dai costanti e preoccupanti dati sulla disoccupazione giovanile al sud, spingendoli ad emigrare.

a) lavoro precario: istituzione di un fondo di garanzia che permetta l’accesso dei giovani lavoratori con contratto flessibile ai prodotti creditizi, con agevolazioni che consentano di potere progettare il proprio futuro.

b) imprenditoria giovanile: applicazione di un regime fiscale sostitutivo per coloro che intendono intraprendere nuove attività produttive. Previsione di un fondo di garanzia che garantisca gli istituti finanziari nei primi anni di attività delle nuove imprese. Questo provvedimento, insieme ad un potenziamento delle leggi agevolative esistenti per l’avvio di nuove imprese ridurrebbe drasticamente il tasso di mortalità delle nuove attività imprenditoriali, costituendo una misura concreta volta alla creazione di nuovi posti di lavoro.

c) progetti di spin-off: istituzione di un fondo statale per la realizzazione di progetti di spin-off tra scuole, università, aziende, imprese e attori operanti nel mondo del lavoro, al fine di valorizzare il processo formativo dei giovani nelle realtà educative e culturali tipiche del Meridione, favorendone l’inserimento nel mondo del lavoro.


RICOSTRUIRE IL TESSUTO URBANO


Il Sud affonda le sue radici nella Magna Grecia, e da quell’epoca fino agli anni ’60 il Sud è stato l’agorà. La piazza, il campanile sono stati i grandi e naturali luoghi di aggregazione comunitaria dove si è svolta la vita sociale nei piccoli come nei grandi aggregati urbani.

A partire dagli anni ’60, dapprima nelle grandi città e poi anche nelle piccole realtà, si è assistito ad un allargamento irrazionale del tessuto urbano: l’urbanistica marxista ha sostituito le comunità a misura d’uomo con immensi casermoni spersonalizzanti e le grandi periferie degradate costituiscono il brodo di coltura della nuova e violenta criminalità organizzata e non.

Non si può pensare ad un vero rilancio del Mezzogiorno senza un suo ripensamento urbanistico.

E’ necessario riscoprire la città a misura d’uomo. Le recrudescenze della criminalità non si combattono con le leggi speciali, né sono sufficienti straordinarie misure di sicurezza: una città diventa più vivibile quando è viva tutta la giornata, quando esistono luoghi di aggregazione dove trascorrere il tempo e vivere in tranquillità.

Da questo punto di vista bisogna agire senza infingimenti e senza retorica nella demolizione di interi quartieri periferici e nella loro sostituzione con zone più vivibili, dove sia possibile svolgere una vita comunitaria consentendo ai cittadini di interagire fra di loro.



UN MEZZOGIORNO NEL MEDITERRANEO


L’Italia intera, ma soprattutto il Mezzogiorno d’Italia, ha una sua naturale vocazione nel Mediterraneo, l’antico Mare Nostrum. Non è un caso se il Mezzogiorno ha conosciuto la sua maggiore floridità economica e sociale nel periodo in cui è stato centrale lungo l’asse mediterraneo.

Federico II, imperatore tedesco ma con un forte legame con il Sud Italia, stabilì in questo lembo d’Europa il centro ed il cuore pulsante del Sacro Romano Impero.

Il Mezzogiorno deve riuscire ad essere un autentico ponte verso la sponda meridionale del Mar Mediterraneo.

L’istituzione della Fiera del Levante a Bari, di Radio Brindisi che trasmetteva trasmissioni in arabo, della Fiera d’Oltremare a Napoli indicano una via già seguita in epoca contemporanea. Lungo quell’asse noi dobbiamo collocare le nostre linee di sviluppo e di penetrazione culturale nel bacino mediterraneo che, se non è tutto europeo, è all’Europa che si rivolge.

Oggi le linee dell’allargamento europee disegnano un’Europa sempre più rivolta verso nord-est, basta guardare una cartina dell’Europa nascente per rendersi conto che sempre più l’Italia, ed in particolar modo il suo meridione, rischiano di divenire un’estrema periferia.

Nel 2010 si apre l’area di libero scambio nel Mediterraneo: può essere questa l’opportunità per ricollocare l’Italia meridionale al centro di una vasta area geopolitica e per spostare a sud l’asse di interesse del Vecchio Continente.

Per essere pronti a questo è necessario, da un lato attrezzare le strutture del nostro Sud alla sfida che questa nuova situazione pone, dall’altro procedere ad una crescita culturale per far sì che quella che è stata la Magna Grecia possa essere davvero un nuovo ponte tra i popoli del Mediterraneo.


Questo è il nostro Sud, il Sud che vogliamo: una terra orgogliosa delle proprie radici, consapevole delle proprie difficoltà ma coraggiosa nell’affrontarle, ambiziosa e fiduciosa di poter tornare ad essere una risorsa positiva per l’Italia, per l’Europa, per il Mediterraneo.


Mai smettere di ricordare

In Attualità, Bargello, Caravella, Destra Giovanile, Eventi, Militari caduti, Nassirya, Onore Fedeltà Coraggio, destra fiorentina on Novembre 25, 2007 at 10:56 pm

domenica 25 novembre 2007

ONORE AD UN EROE: MARESCIALLO DANIELE PALADINI

Un soldato italiano è morto ieri tentando di evitare una strage. La notizia è stata diffusa con scarsa considerazione dai media. E’ vero che un gesto così nobile non necessita di molte parole, ma è necessaria una giusta informazione su quanto è accaduto per non dimenticare troppo in fretta un eroe. Onore al maresciallo capo Daniele Paladini!